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mercoledì 26 gennaio 2011

Il tempo

O vecchio, o lento e celere, che chiudi e riapri
Dovremo chiamarti buono, o forse cattivo?
Sei largo insieme e tenace: i doni che porgi, li togli,
quel che fai nascere, poi li uccidi;
e quel che dal tuo ventre generi, nel tuo ventre divori
tu cui è lecito consumar con le fauci il frutto del tuo seno.
Tutto crei e tutto distruggi, perciò che non potrei per questo
Chiamarti forse buono o forse cattivo?
Ma quando mi sorprenderai col rapido colpo mortale
con la minacciosa falce, lasciami tender le mani
la dove non appaian vestigia dal nero Caos;
così non apparirai buono, non apparirai cattivo.
(Giordano Bruno)

Cos’è il Tempo? E’ forse un’illusione dei nostri sensi? E’ una dimensione così come lo sono altezza, larghezza e profondità da noi percepite? Il mito di Kronos che ingoia i suoi figli offusca forse il significato recondito del tempo. Eraclito celebrò l’esistenza come incessante divenire. Esistere significa essere capaci di trasformazione mentre il cristallizzarsi nel tempo dei pattern comportamentali è la manifestazione più clamorosa del “disordine mentale”.

L’En to pan, degli antichi alchimisti rivela che nell’uno, passato, presente e futuro, coesistono. Per uscire dall’immanente e accostarsi al trascendente occorre vincere il tempo, ma il suo flusso è realtà o inganno? Come misuriamo il tempo e come lo manifestiamo? Possiamo misurare un evento meccanico ciclico, come la rotazione della Terra attorno al suo asse, e possiamo manifestarlo con la rotazione delle lancette di un orologio. Il tempo appare così misurato e sconfitto dalla ciclicità che come il serpente Ouroboros, è l’uno, il tutto nell’eterno divenire.

La ciclicità è vibrazione, è oscillazione, come le attuali teorie quantistiche hanno palesato, vibrazione e materia sono due aspetti della stessa natura. E in questo illimitato trascorrere, oggi, noi come possiamo riprenderci il nostro tempo? O meglio, come possiamo emanciparci da esso? Ora lui è il nostro più grande tiranno, soprattutto per noi occidentali che misuriamo tutto: ore lavorative, pause pranzo, tempo da dedicare a famiglia, amici, divertimenti. E’ quasi paradossale pensare che grazie alla tecnologia riusciamo a fare sempre più in sempre meno tempo, e per assurdo dovrebbe avanzarci tempo. Avremmo quindi “tempo libero”, ma che farsene? Che farsene di questo tempo da riempire? In questa nevrosi collettiva siamo ormai incapaci di rilassarci, di prenderci tempo, rimane solo uno “spazio vuoto” da riempire, ma di cosa? Il rischio è che la vita diventi qualcosa che ci succede mentre siamo impegnati in altro. Si è terrorizzati dal fermarsi, dalla riflessione, dal lasciar sorgere domande scomode, questioni irrisolte. Credo che ognuno di noi abbia avvertito questo malessere, questa nostalgia per una vita differente, in cui il tempo non sia più despota ma servitore dell’uomo e delle sue relazioni.

E. Levinas: “La dialettica del tempo è la dialettica stessa della relazione con gli altri”.

Per la “sanità” dell’uomo e delle sue relazioni è sempre più necessario che all’ottica angusta e soffocante del “tutto e subito” si contrapponga la saggezza di chi pazientemente sa costruire le relazioni, aspettando i tempi di ciascuno e cogliendo sempre più la verità e la bellezza dei momenti dati. Per cui al “non ho tempo” contrapporrei “ho tempo per te”, il rapporto con l’Altro qualifica il mio tempo e gli fa assumere una dimensione eterna.
Paradossalmente il tempo, pur essendo misurabile e quantificabile dalle leggi fisiche è parimenti una categoria psicologica, condizionata cioè dalla percezione soggettiva, per cui un minuto può sembrare non passi mai e invece gli anni volino come un soffio …

Per il capitalismo classico, il tempo perduto è ciò che non è produzione, accumulazione, risparmio. Il fatto è che l’astuto capitalismo moderno, ha la necessità di accrescere i consumi, elevare il livello di vita, ma francamente ciò mi pare privo di senso. Poiché simultaneamente, le condizioni della produzione parcellizzata e cronometrata sono divenute obsolete e antieconomiche. La morale, già attiva in pubblicità, propaganda, e in tutte le forme dello spettacolo regnante, ammette invece apertamente che il tempo perduto è quello del lavoro, giustificato solo dai vari livelli del guadagno, che consente di comprare riposo, consumi, svaghi, cioè una passività quotidiana fabbricata e controllata dal capitalismo. Ora se consideriamo l’artificiosità dei bisogni di consumo, creata dal nulla, e continuamente stimolata dall’industria moderna, se s’identificano il vuoto degli svaghi e l’inattuabilità del riposo, si può porre la domanda in modo più realista: che cosa non è il tempo perduto? In altre parole: lo sviluppo di una società dell’abbondanza dovrebbe portare all’abbondanza di che cosa?[1].

Scrive John Zerzan: Il tempo ci presenta un enigma filosofico, un mistero psicologico e un rompicapo per la logica. Non sorprende che, considerando l'enorme reificazione che esso comporta, siano stati espressi dubbi sulla sua stessa esistenza fin da quando l'umanità iniziò a distinguere il "tempo" dai cambiamenti visibili e tangibili nel mondo. 
Come disse Michael Ende (1984): "C'è nel mondo un grande, seppure ordinario, segreto. Tutti ne siamo a conoscenza, ognuno ne è consapevole, ma pochissimi se ne interessano. La maggior parte di noi semplicemente lo accetta e non ci pensa mai”. 
Tanto in modo empirico che teorico, i laboratori non sono in grado di rivelare lo scorrere del tempo poiché non esiste strumento in grado di registrare il suo passaggio. Ma perché abbiamo una forte sensazione che il tempo scorra, ineluttabilmente ed in una precisa direzione, se in realtà ciò non accade? Perché questa "illusione" ha un tale potere su di noi? A questo punto possiamo chiederci perché l'alienazione ha un tale potere su di noi. Ci siamo conformati alla legittimità del tempo così che ora sembra un fatto naturale, un potere che ha pieno diritto di esistere. Lo sviluppo del senso del tempo - l'adeguamento al tempo - è un processo di assuefazione ad un mondo sempre più reificato.
Zerzan sostiene che il tempo non è sequenza o ordine di successione. Ad esempio il cane di Pavlov, deve aver capito che il suono del campanello era seguito dal cibo, diversamente come poteva essere condizionato nel produrre, saliva a quel suono? I cani non hanno coscienza del tempo, quindi non si può dire che prima e dopo costituiscano il tempo.

Allora cosa è il tempo? Se dico a mia nipote di cinque anni “domani verrò a trovarti” lei mi risponde: “Quando è domani?”.

Secondo Zerzan “le giornate del bambino sfuggono al tempo degli adulti, sono intrise dalla soggettività, dalla passione, dal sogno abitato di reale. Fuori, gli educatori vigilano, attendono orologio alla mano, che il bambino entri nella danza delle ore. Il bambino sente dapprima un’intrusione estranea, l’impostazione da parte degli adulti del tempo loro; poi finisce per soccombervi, acconsente a invecchiare”.
Ignorando tutto dei metodi di condizionamento, il bambino si lascia prendere in trappola, come un giovane animale. Quando, detentore delle armi della critica, vorrà puntarle contro il tempo, gli anni l’avranno trascinato lontano dal bersaglio. Porterà l’infanzia nel cuore come una ferita sempre aperta.

Gli adulti non danno tregua al bambino: vogliono che superi in fretta le tappe, che acceleri i suoi ritmi. Non hanno pazienza con la sua naturale lentezza, con le sue ripetizioni spontanee, osservabili, a cominciare dalla nascita, in ogni tappa dello sviluppo e in ogni apprendimento. Ebbene, questo incalzare gli giova? Realmente gli fa “guadagnare” tempo e, non ultimo, lo fa stare meglio?[2]

"Invero i bambini conducono una vita completamente diversa dalla nostra, poiché per loro “domani” non esiste, non sanno cosa sia, e lo stesso vale per “ieri”. Loro sono fuori dal tempo, sono esattamente nell’hic et nunc, ma allora perché continuiamo insistentemente a strapparli da questa idilliaca condizione? Li obblighiamo a crescere prima del “tempo”, ma è poi crescere vivere tra passato e futuro? Non vivere l’attimo? Essere continuamente proiettati verso una dimensione inesistente?"

Nessun adulto, prosegue Zerzan, può avere la libertà dal tempo di cui gode il fanciullo e di cui dovrà essere privato. L’apprendimento del tempo è fondamentale nell’educazione ed è vitale per la società.

Si accendono le luci in sala. Lo gnomo si volge verso il folletto dicendo: “Hai visto? or come faremo a sapere le nuove del mondo se il tempo è perduto?” Il folletto risponde: “Che nuove? Che il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccicato la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani; non si trova più regno né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si somigliano l’uno all’altro come uovo a uovo, i giorni della settimana non avranno più nome e non si potrà sapere a quanti siamo del mese, perché non si stamperanno più lunari”. Lo gnomo, guardando, negli occhi il lettore concludendo dice: “Non sarà gran male, che la luna per questo non fallirà la strada[3]


Guyau[4] (1890) affermò che lo scorrere del tempo costituisce “la distinzione fra ciò che si desidera e ciò che si ha” e pertanto “il principio del rimpianto”.

Carpe diem, consiglia la massima, ma la civiltà ci obbliga sempre a ipotecare il presente per il futuro.
L’uniformazione mondiale del tempo segna una vittoria per l’efficace meccanismo sociale, un universalismo che sopprime l’individualità
Per Marcuse l’atemporalità è il modello ideale del piacere poiché il tempo è nemico dell’eros ed è un profondo alleato di ordine e di repressione.
In effetti, Freud stabilì (1920) che i processi mentali dell’inconscio trascendono il tempo: “...il tempo non li cambia in alcun modo e l’idea del tempo non può essere applicata ad essi”. Pertanto il desiderio è già estraneo al tempo.
Il tempo stringe il suo cappio al nostro collo e il carico di questa pressione sempre più incalzante è dimostrato dal numero crescente di pazienti che presentano sintomi di ansia dovuta al tempo (Lawson, 1990).
Per Capek (1961) il tempo è “una colossale e cronica allucinazione della mente umana”; sono davvero poche le esperienze senza tempo, l’orgasmo, 1’LSD, l’estremo pericolo ... queste sono alcune delle rare situazioni abbastanza intense da eludere l’invadenza del tempo.
André Breton si accorse dell’importanza del sogno e, vivendolo invece che sezionandolo, sostenne che sogno e realtà sono due vasi comunicanti che s’influenzano a vicenda. Concetto ribadito in tempi più recenti dall’eclettico Alejandro Jodorowsky, il quale, compiendo un viaggio nelle profondità del proprio mondo interiore, è arrivato a leggere la vita come un sogno da interpretare. Nel sogno il tempo non esiste e noi viviamo nell’eterno presente.

Per Whitrowi primitivi vivono nell’adesso, come tutti noi quando ci divertiamo[5], lo stesso vale per Nietzsche: “Tutto il piacere desidera l’eternità - una profonda, profonda eternità”.

Eliade scoprì nell’esperienza sciamanica una “nostalgia per il paradiso”, sostenendo che ciò che lo sciamano può fare in estasi, poteva, prima dell’egemonia del tempo, essere fatto da tutti gli esseri umani[6].

Nostalgia dunque come rammarico per ciò che abbiamo perduto, per una vita degna di essere vissuta, piena e consapevole.


La crescita è vissuta come accumulazione, rassicurazione, rinuncia, ripetizione. Tutto ciò è abbastanza triste, e soprattutto, ciò che chiamano crescere è scandito dall’ossessione del tempo. In tal modo le persone si adeguano all’età, che finisce per soggiogarli.  Il crescere non è che un biglietto di sola andata per le terre aride della normalizzazione, è allevare una smisurata energia vitale, per poi abbandonarla alla sterilità di un sistema esistenziale soffocante. In parecchi hanno raccontato che questo tempo, questa età, sono sostanzialmente trappole psicologiche. Krishnamurti ci ha raccontato che esiste invece un’attività senza tempo.
Essere consapevole significa vivere di là del tempo e dell’età, e la vastità con cui si vive può veramente mostrare il ritmo specifico dei nostri neuroni, facendoli scivolare fuori dal meccanismo del tempo. La passione è il rimedio all’obsolescenza. L’intensità e la felicità delle esperienze, l’estensione dei sensi e dei sentimenti, rinvigoriscono e reiterano la struttura molecolare, il sistema nervoso, perfino la pelle. Tutte le esperienze quint’essenziali si palesano con una sospensione del tempo, ci conducono oltre. L’estasi, le illuminazioni, trapassano il tempo e arrivano all’essenza superiore che noi siamo. L’amore dei corpi e dello spirito, genera lampi di vita, dove il tempo sparisce.
Lasciamo il tempo seriale, e accarezziamo un tempo biologico e un tempo cosmico.
E’ in questi frangenti che dissolvono il tempo che le persone vivificano il proprio stato di grazia; dove l’eternità non ha niente a che vedere con il tempo [7].



[1] Bontempi, L. (2000) I temponauti, Nautilus, Torino, p. 26.
[2] Honegger Fresco, G. (1996) Prefazione a Emmi Pikler, Datemi tempo, Red, Como, p. 10.
[3] Bontempi, L. (2000) I temponauti, Nautilus, Torino, p. 45.
[4] Guyau,  J. M. (1884) Les problèmes de l'esthétique contemporaine, Alcan, Paris, p. 20.
[5] Withrow, G. J. (1972) Along the Fourth Dimension, Oxford University Press, London, p. 119.
[6] Eliade, M. (1974) Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Mediterranee, Roma.
[7] Bontempi, L. (2000) I temponauti, Nautilus, Torino, pp. 30-31.