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venerdì 21 gennaio 2011

La biologia delle credenze di Bruce H. Lipton

Darwin non negava l’esistenza di Dio; riteneva semplicemente che il caso, e non l’intervento divino, fosse il responsabile del carattere della vita sulla Terra. Nel suo libro del 1859, L’origine della specie, Darwin sostiene che i tratti specifici degli individui si trasmettono dai genitori ai figli, e che tali “fattori ereditari” controllino le caratteristiche della vita di ogni individuo.
Questa intuizione gettò gli scienziati in una frenetica ricerca nel tentativo di sezionare la vita riducendola ai suoi elementi molecolari di base, perché era lì che si dovevano trovare i meccanismi ereditari che controllano la vita.
La ricerca si concluse con un notevolissimo risultato nel 1953 James Watson e Francis Crick descrissero la struttura e la funzione della doppia elica del DNA, il materiale di cui sono composti i geni. Finalmente la scienza era riuscita a scoprire la natura dei “fattori ereditari” di cui Darwin aveva parlato.

La moderna biologia dà troppo poca attenzione all’aspetto fondamentale della cooperazione, poiché le sue radici darwiniane sottolineano soprattutto la natura competitiva della vita. Per tanto è messa in discussione non solo la visione darwiniana “mors tua-vita mea” dell’evoluzione, ma anche il Dogma Centrale della biologia, cioè che i geni controllano la vita, in quanto i geni non possono “accendersi” o “spegnersi” da soli, ovvero non entrano in funzione da sé. Deve esserci qualcosa nell’ambiente che innesca l’attività genetica.

L’epigenetica, che è lo studio dei meccanismi molecolari per mezzo dei quali l’ambiente controlla l’attività dei geni, è oggi uno dei campi più attivi della ricerca scientifica.
Voi potete ritenervi individui, ma in realtà siete una comunità di circa 50 trilioni di abitanti, cioè di cellule.
Noi non siamo vittime dei nostri geni, ma gli artefici del nostro destino, in grado di creare una vita traboccante di pace, felicità e amore.

La farmacologia e la chirurgia sono strumenti potenti, quando non se ne abusa, ma l’idea che un farmaco possa mettere tutto a posto è profondamente sbagliata.
Ogni volta che un farmaco viene introdotto nel corpo per correggere la funzione A, scombussola inevitabilmente la funzione B, C o D. Non sono gli ormoni e i neurotrasmettitori, diretti dai geni, che controllano il nostro corpo e la nostra mente; sono le nostre convinzioni a controllare il corpo, la mente e quindi la nostra vita.

Probabilmente ricorderete gli elementi principali della cellula: il nucleo, che contiene il materiale genetico; i mitocondri, che producono energia; la membrana esterna; e tra questi ultimi due, il citoplasma. Ma all’interno di questa struttura anatomicamente semplice c’è un mondo complesso, e queste piccole cellule intelligenti impiegano tecnologie che la scienza è ancora lontana dal conoscere a fondo.
La maggior parte dei componenti della cellula sono chiamati organelli, ovvero “organi” in miniatura, in sospensione nel citoplasma gelatinoso. Gli organelli sono gli equivalenti funzionali dei tessuti e degli organi del nostro corpo. Comprendono il nucleo, che è l’organello più grande, i mitocondri, l’apparato di Golgi e i vacuoli.
Anche se gli esseri umani sono composti di trilioni di cellule, non c’è neppure una funzione “nuova”, che non sia già utilizzata dalla cellula. Ogni eucariote (cellula dotata di nucleo) possiede gli equivalenti funzionali del nostro sistema nervoso, apparato digerente, sistema respiratorio, escretorio, endocrino, muscolo-scheletrico, circolatorio, tegumentale (pelle), riproduttivo e persino un primitivo sistema immunitario, che utilizza una famiglia di proteine “ubiquitine” analoghe agli anticorpi.

Attraverso un processo chiamato permutazione somatica, le cellule immunitarie attivate producono centinaia di copie del loro gene dell’anticorpo originario. Tuttavia, ogni nuova versione del gene presenta una lieve mutazione, quindi codifica un anticorpo di forma leggermente diversa. La cellula sceglierà la variante del gene che costituisce l’anticorpo più adatto.

La spinta evoluzionistica in direzione di comunità sempre più grandi riflette semplicemente l’imperativo biologico della sopravvivenza. Più consapevolezza del suo ambiente possiede un organismo, migliori saranno le possibilità di sopravvivenza. Quando le cellule si aggregano, aumentano esponenzialmente la loro consapevolezza.

Il sistema nervoso ha la funzione di percepire l’ambiente e di coordinare il comportamento di tutte le altre cellule della grande comunità cellulare.

Benché Darwin sia l’evoluzionsita più famoso, il primo a formulare l’idea di evoluzione su basi scientifiche fu il biologo francese Jean-Baptiste Lamarck. Egli non solo formulò la sua teoria 50 anni prima di Darwin, ma la sua è una teoria del meccanismo dell’evoluzione molto meno severa. La sua teoria suggeriva l’idea che l’evoluzione si basasse su un’interazione “istruttiva” e cooperativa tra gli organismi e il loro ambiente, interazione che consente alle forme viventi di sopravvivere e di evolvere in un mondo dinamico.
Riteneva che gli organismi acquisiscono e trasmettono gli adattamenti necessari alla sopravvivenza in un ambiente che muta.
La teoria di Lamarck fu subito attaccata dalla Chiesa. Il concetto che gli esseri umani si fossero evoluti da forme di vita inferiori venne denunciata come eresia e Lamarck venne stigmatizzato anche dai suoi colleghi creazionsiti che misero in ridicolo le sue teorie.
Lamarck affermava che gli organismi assumono determinati caratteri solo se servono alla sopravvivenza.

I batteri presenti nello stomaco e nell’intestino contribuiscono alla digestione del cibo e permettono l’assorbimento delle vitamine. La cooperazione tra batteri ed esseri umani è il motivo per cui l’uso indiscriminato di antibiotici è un danno per la salute. Gli antibiotici sono killer che non guardano in faccia nessuno: uccidono con la stessa efficienza tanto i batteri nocivi quanto quelli indispensabili alla nostra salute.

Gli organismi viventi integrano effettivamente le loro comunità cellulari mediante la condivisione dei loro geni. Inizialmente si riteneva che i geni si trasmettessero da un organismo individuale alla sua discendenza solo attraverso la riproduzione, ma ora sappiamo che i geni sono condivisi non solo dai membri di una specie, ma anche tra membri di specie diverse. La condivisione di informazioni genetiche via trasferimento di geni (gene transfert) accelera l’evoluzione, dato che gli organismi possono acquisire le esperienze “apprese” di altri organismi.
I geni sono memorie fisiche delle esperienze apprese da un organismo. Lo scambio di geni tra individui recentemente riconosciuto distribuisce queste memorie, collaborando così alla sopravvivenza di tutti gli organismi che formano la comunità della vita.

Un recente studio rivela che quando gli esseri umani digeriscono alimenti geneticamente modificati, i geni creati artificialmente si trasferiscono nei caratteri dei batteri utili all’intestino, alterandoli (Heritage 2004; Netherwood et al. 2004). Allo stesso modo, il trasferimento di geni tra prodotti OGM e le specie spontanee circostanti ha dato origine a specie altamente resistenti, considerate super-infestanti.
L’ingegneria genetica non ha mai preso in considerazione la realtà del trasferimento di geni quando ha introdotto nell’ambiente organismi geneticamente modificati. Ora che quei geni si stanno diffondendo nell’ambiente e stanno alterando altri organismi, iniziamo a esperimentare le conseguenze nocive di una tale superficialità (Watrud ed al. 2004).

Gli evoluzionisti genetici avvertono che, se non applicheremo la lezione della condivisione del destino genetico, che dovrebbe insegnarci il valore della cooperazione tra tutte le specie, metteremo a repentaglio l’esistenza dell’umanità. Dobbiamo andare al di là della teoria darwiniana, che enfatizza l’importanza degli individui, e mettere in primo piano l’importanza della comunità.
In una lettera del 1976 a Moritz Wagner, (Darwin. F 1888) scriveva: “A mio parere, il più grave errore che ho commesso è non aver dato sufficiente peso all’azione diretta dell’ambiente: il nutrimento, il clima, e così via, indipendentemente dalla selezione naturale … Quando scrissi l’Origine, e per molti anni a seguire, non trovai che scarsissime prove dell’azione diretta dell’ambiente; ora invece sono numerose”.
I sostenitori di Darwin continuano a commettere lo stesso errore.

È indubbio che alcune malattie come la corea di Hungtington, la talassemia beta e la fibrosi cistica, siano da attribuire a un unico gene difettoso. Ma i disturbi dovuti a un singolo gene colpiscono meno del 2% della popolazione; la grande maggioranza viene al mondo con un patrimonio genetico adatto a vivere una vita sana e felice.
Le malattie che rappresentano i flagelli del nostro tempo (il diabete, le malattie cardiovascolari e il cancro), mandando in corto circuito una vita sana e felice, non sono causate da un gene, ma da complesse interazioni di molteplici fattori genetici e ambientali.
Geni specifici sono in relazione al comportamento e ai caratteri di un organismo, ma questi geni non si attivano finché qualcosa non li fa scattare.

Le proteine del citoplasma che cooperano nella creazione di specifiche funzioni fisiologiche si raggruppano in specifici insiemi denominati vie. Questi gruppi sono classificati, in base alla loro funzione, come vie respiratorie, vie digerenti, vie della contrazione muscolare e il famigerato ciclo di Krebs responsabile della produzione di energia. Le cellule sfruttano i movimenti prodotti da questa macchina proteica per attivare determinate funzioni metaboliche e comportamentali. Le continue mutazioni di forma delle proteine che possono avere luogo migliaia di volte al secondo, sono i movimenti che azionano la vita.

Il Genoma umano completo consiste approssimativamente di circa 25.000 geni invece che degli oltre 120.000 previsti, più dell’80% del presunto e necessario DNA non esiste! Il concetto “un gene-una proteina” era un dogma fondamentale del determinismo genetico, ma la verità è che non ci sono abbastanza geni per spiegare la complessità della vita umana e delle malattie.
L’epigenetica (controllo sul patrimonio genetico), cambia radicalmente la nostra comprensione dei meccanismi di controllo della vita e ha dimostrato che i modelli di DNA trasmessi attraverso i geni non sono fissati alla nascita. I geni non sono il destino! Le influenze dell’ambiente, compreso il nutrimento, lo stress e le emozioni possono modificare i geni senza modificare il modello di base. E queste modifiche, come ha scoperto l’epigenetica, possono essere trasmesse alle generazioni future esattamente come i modelli del DNA (Reik e Walter 2001; Surani 2001).

Il primato dell’ambiente. La nuova scienza ci dice che l’informazione che controlla i processi biologici parte dai segnali ambientali che, a loro volta, controllano il legame tra le proteine regolatrici e il DNA. Le proteine regolatrici controllano l’attività dei geni. Negli anni ’60, Howard Temin sfidò il Dogma Centrale per mezzo di esperimenti che dimostrarono che l’RNA può opporsi alò flusso di informazioni previsto e riscrivere il DNA. Ottenne in seguito il nobel per i suoi studi sulla trascriptasi inversa, il meccanismo molecolare con cui l’RNA può riscrivere il codice genetico.
La gran parte dei tumori maligni è dovuta ad alterazioni epigenetiche indotte dall’ambiente e non da geni difettosi (Kling 2003; Jones 2001; Seppa 2000; Baylin 1997).
Il DNA non controlla i processi biologici, e il nucleo non è il cervello della cellula. Le cellule sono modellate dall’ambiente in cui vivono.

Il vero segreto della vita non sta nel DNA ma nella comprensione dei semplici ed eleganti meccanismi biologici della membrana “magica”, mediante i quali il vostro corpo traduce i segnali ambientali in comportamento. Per la cellula è importante permettere alle molecole di perforare la barriera perché, se la membrana fosse come un sandwich di pane e burro (la parte di pane e burro rappresenta i fosfolipidi, uno dei due principali componenti chimici della membrana assieme alle proteine/olive. I fosfolipidi sono “schizofrenici” perché si compongono di molecole sia polari che non-polari), formerebbe una barriera simile a una vera fortezza, impedendo l’entrata agli innumerevoli segnali. Ma se la membrana fosse una fortezza invincibile, la cellula morirebbe, perché non riceverebbe nessun nutrimento. Aggiungendo le proteine, che consentono alle informazioni e al cibo di penetrare nella cellula, la membrana si rivela un ingegnoso meccanismo vitale che consente alle sostanze nutritive adatte di penetrare all’interno della cellula.

I legami tra molecole polari hanno cariche positive e/o negative, e ciò fa si che si comportino come delle calamite attirando o respingendo altre molecole cariche.

Diciamo che le IMP possono essere suddivise in due categorie funzionali: proteine recettori e proteine effettori.

I recettori IMP sono gli organi di senso della cellula, corrispondenti ai nostri occhi, orecchie, naso … i recettori funzionano come nano-antenne molecolari sintonizzate su specifici segnali ambientali. I recettori hanno una conformazione attiva e una inattiva, e oscillan0o tra le due a seconda delle modificazioni della loro carica elettrica. Essendo i recettori in grado di leggere i campi energetici, la nozione che solo le molecole possono avere un impatto sulla fisiologia della cellula è superata. Il comportamento biologico può essere controllato da forze invisibili, compreso il pensiero, così come può essere controllato da molecole fisiche come la penicillina, fatto che avvalora scientificamente la medicina “energetica” che non ricorre all’uso di farmaci.

Solo negli ultimi anni i ricercatori hanno compreso l’importanza delle IMP della membrana, e la loro importanza è tale che lo studio del loro funzionamento è diventato un campo a se stante, denominato “trasduzione”, dei segnali.
È logico che i geni non possano pre-programmare una cellula o la vita di un organismo, perché la sopravvivenza della cellula dipende dalla sua capacità di adattarsi dinamicamente ai continui cambiamenti dell’ambiente. La funzione della membrana di interagire in modo “intelligente” con l’ambiente per determinare i giusti comportamenti, ne fa il vero cervello della cellula. 

Per esibire un comportamento “intelligente”, le cellule hanno bisogno di una membrana funzionante, con le proteine recettore (consapevolezza) ed effettore (azione) entrambe attive. Questi complessi proteici sono le unità base dell’intelligenza cellulare. Tecnicamente possiamo chiamarle “unità di percezione”, in quanto per definizione la percezione è: “la consapevolezza dell’ambiente attraverso le sensazioni fisiche”.

Quindi la membrana è un “semiconduttore”. Poi ci sono i recettori e una classe di effettori definiti “canali” perché forniscono alla cellula tutto ciò che le serve per lasciare entrare le sostanze nutritizie e per espellere i prodotti di scarto. Quindi la membrana contiene porte e canali, per tanto: “La membrana è un cristallo liquido semiconduttore, dotato di porte e canali”, e questa frase si equiparava alla definizione di un chip: “Un chip è un cristallo semiconduttore dotato di porte e canali”. 
  • La prima formidabile intuizione che ne deriva è che i computer e le cellule sono programmabili
  • La seconda intuizione è che il programmatore è esterno al computer/cellula. 
Il comportamento biologico e l’attività genetica sono dinamicamente collegati alle informazioni provenienti dall’ambiente, che vengono scaricate (downloaded) nella cellula. Pensando alla cellula come a un biocomputer, capii che il nucleo è semplicemente un hard disk, una memoria che contiene programmi del DNA che codificano la produzione di proteine.
Una volta scaricati questi programmi nella memoria attiva potete rimuovere il disco dal computer senza interferire con l’esecuzione del programma. Quando rimuovete il Disco Doppia elica asportando il nucleo, il lavoro della macchina proteica cellulare continua, perché le informazioni che l’hanno creata sono già state scaricate. Le cellule enucleate hanno dei problemi solo quando hanno bisogno dei programmi genetici, espulsi assieme al Disco Doppia elica, per sostituire le vecchie proteine o costruirne di nuove. Il nucleo, contenete i geni, non programma la cellula. I dati vengono inseriti nella cellula/computer attraverso i recettori della membrana, che possiamo paragonare alla testiera del computer. I recettori attivano le proteine effettori, che agiscono come unità centrale di elaborazione (CPU) della cellula/computer. Le proteine effettori CPU convertono le informazioni ambientali nel linguaggio comportamentale biologico.
La membrana “magica” non affida il controllo della vostra vita ai dadi genetici lanciati al concepimento, ma ce lo consegna tra le mani. Noi stessi siamo gli operatori della nostra biologia. Abbiamo la capacità di correggere i dati che inseriamo nei nostri bio-computer. Scoprendo in che modo le IMP controllano i processi biologici, diventeranno padroni del nostro destino, e non più vittime dei nostri geni.

Le IMP si agganciano ai segnali ambientali per indurre l’attività della cellula; ma, ignorando completamente l’universo quantistico, non riuscivo a valutare appieno la natura dei segnali ambientali che innescano il processo. Rimaniamo attaccati al mondo fisico di Newton e ignoriamo il mondo invisibile dei quanti di Einstein, in cui la materia è fatta di energia e non esistono assoluti. A livello atomico, non si può neppure affermare con certezza che la materia esista: esiste solo come tendenza a esistere. I fisici quantistici scoprirono che gli atomi materiali sono formati da vortici di energia in costante vibrazione e rotazione, ogni atomo è come una trottola in rotazione, che oscilla ed emette energia.

L’evoluzione ci ha dotati di numerosi meccanismi per la sopravvivenza, che possiamo grossonalmente suddividere in due categorie funzionali: la crescita e la protezione.
Quanto più a lungo rimanete in uno stato difensivo, tanto più comprometterete la vostra crescita. È addirittura possibile bloccare i processi di crescita al punto che la frase “essere spaventati a morte” diventa una realtà.
Per sperimentare pienamente la vitalità, non basta liberarsi dai fattori di stress, ma cercare attivamente una vita gioiosa, piena d’amore e gratificazione, che stimoli i processi di crescita.
Quali paure ostacolo nano la vostra crescita? Da dove vengono queste paure? Sono necessarie? Sono reali? Contribuiscono a una vita più piena?

Nell’uomo i comportamenti fondamentali, le convinzioni e gli atteggiamenti che osserviamo nei genitori diventano collegamenti permanenti sotto forma di vie sinaptiche, nella nostra mente subconscia. Una volta immagazzinati nella mente subconscia, essi possono controllare i nostri processi biologici per il resto della nostra vita … a meno che non troviamo il modo di riprogrammarli.
L’evoluzione dei mammiferi superiori, compresi gli scimpanzé, i cetacei e l’uomo, portò con sé un nuovo livello di coscienza chiamata “auto-coscienza” o più semplicemente coscia. 
L’avvento della mente conscia costituì un progresso fondamentale nell’evoluzione.
La precedente mente subconscia è il nostro “pilota automatico”, e la mente conscia è il controllo manuale.
Esempio se una palla viene scagliata contro il vostro occhio, la mente conscia, più lenta, può non avere il tempo di accorgersi della minaccia. In compenso la mente subconscia, che processa circa 20.000.000 di stimoli ambientali al secondo contro i 40 processati dalla mente conscia, vi farà chiudere l’occhio.
La mente subconscia osserva specificatamente tanto il mondo esterno quanto la consapevolezza interna del corpo, legge i segnali ambientali e fa scattare immediatamente i comportamenti precedentemente acquisiti; il tutto senza l’aiuto, la supervisione e neppure la consapevolezza della mente conscia.
Le due menti formano una coppia dinamica. Operando assieme, la mente coscia può utilizzare le proprie risorse per concentrarsi su qualcosa di specifico. Contemporaneamente, la mente subconscia può spingere in tutta sicurezza il tagliaerba senza che vi tranci un piede o investa il gatto, anche se non state coscientemente prestando attenzione ai suoi movimenti.
Le due menti cooperano anche nell’acquisizione di comportamenti molto complessi, che possono in seguito essere gestiti senza la partecipazione della mente conscia.
Oltre a mettere in atto i programmi subconsci abituali, la mente conscia ha anche il potere di essere spontaneamente creativa nelle risposte agli stimoli ambientali. Grazie alla sua capacità auto-riflessiva, la mente conscia può osservare i comportamenti mentre vengono svolti. Mentre è in atto un comportamento pre-programmato, la mente conscia che osserva può intervenire, bloccare quel comportamento e indurre una nuova risposta. La mente conscia ci offre così il libero arbitrio, il che significa che non siamo le vittime impotenti della nostra programmazione, ma per riuscirci, dobbiamo essere pienamente coscienti, affinché il programma non assuma il controllo; compito non facile, come può confermare chiunque abbia provato a esercitare la volontà. Appena la mente conscia smette di fare attenzione, la programmazione subconscia riprende il sopravvento. La mente conscia ha anche la capacità di spostarsi aventi e indietro nel tempo, mentre la mente subconscia agisce sempre nel momento presente.
Le due mente costituiscono un meccanismo davvero fenomenale, ma ecco come può capitare che le cose vadano storte. La mente conscia è il “sé”, la voce dei nostri pensieri.

Può fare grandi progetti per un futuro colmo di salute, felicità e prosperità; ma, mentre siamo coscientemente concentrati su questi pensieri felici, chi è che conduce il gioco? Il subconscio. E in che modo si occuperà dei nostri affari? Esattamente nel modo in cui è stato programmato. I comportamenti della mente subconscia, quando l’attenzione cosciente è assente, possono anche non essere stati creati da noi, perché la maggior parte dei nostri comportamenti base è stata scaricata acriticamente attraverso l’osservazione di altre persone. I comportamenti appresi e le convinzioni acquisite da latri, come dai propri genitori, compagni e insegnanti, non necessariamente collaborano agli obiettivi della nostra mente conscia. I maggiori ostacoli alla realizzazione dei nostri sogni sono le limitazioni programmate nel subconscio.

Ma dichiarare guerra al subconscio è inutile, in quanto le cellule sono costrette a seguire i programmi subconsci. Le tensioni tra la forza di volontà conscia e i programmi subconsci possono provocare seri disturbi neurologici.

Le cellule mi hanno insegnato che siamo parte di un tutto, e se lo dimentichiamo lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Ma ognuno di noi possiede un’identità biologica unica. Perché? Che cosa rende unica la comunità cellulare di ogni individuo? Sulla superficie delle nostre cellule c’è una famiglia di recettori dell’identità che differenziano un individuo dall’altro.
Un noto sottoinsieme di questi recettori, chiamati auto-recettori o leucociti antigeni umani (HLA), è collegato alle funzioni del sistema immunitario. Se i vostri auto-recettori venissero rimossi, le vostre cellule non rifletterebbero più la vostra identità, sarebbero solo cellule umane generiche.
Rimettete i vostri auto-recettori personali nelle cellule, e torneranno a riflettere la vostra identità.
I recettori della cellula non sono l’origine della sua identità, ma il veicolo per mezzo del quale il “sé” viene scaricato dall’ambiente. La mia identità, il mio “sé”, esiste nell’ambiente, che il mio corpo ci sia o che non ci sia. La mia identità è una firma complessa, contenuta nell’immensa informazione che compone collettivamente l’ambiente.

Tratto da: La biologia delle credenze, di Bruce H. Lipton, 2006, Macro Edizioni 

La Biologia delle Credenze