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sabato 12 marzo 2011

Carl Gustav Jung – Dal profondo dell’anima




Il ricordo dei fatti esteriori della mia esistenza si è in gran parte sbiadito, ma i miei scontri con l’inconscio si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria.
Posso comprendere me stesso solo in rapporto alle vicende interiori. I sogni e le fantasie costituiscono parimenti la materia prima della mia attività scientifica, sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce cristallizzandosi la pietra che deve essere scolpita.

I miei ricordi risalgono al secondo o al terzo anno di vita, ricordi frammentari, senza un nesso apparente, fluttuanti in un mare di incertezze.
Soffrivo di indefinibili angosce notturne, percepivo presenze oscure, si udiva sempre lo scroscio sordo della cascate del Reno, intorno alle quali era una zona di pericolo, molti vi annegavano e i loro corpi erano trascinati via dalla corrente.

Io ero solo la somma delle mie emozioni e qualcosa d’altro in me era la pietra senza tempo.

Ero costantemente alla ricerca di qualcosa di misterioso, mi immergevo nella natura, quasi mi confondevo nella sua stessa essenza, fuori dal mondo degli uomini. Oggi come allora sono un solitario perché conosco e intuisco cose che gli altri ignorano e di solito preferiscono ignorare.

Le idee ossessive e le allucinazioni contengono una personalità, la storia di una vita, pare, speranze, desiderio.

Inizialmente avevo aderito alle idee di Freud, secondo cui nell’inconscio si trovano residui di vecchie esperienze.
La mia esperienza reale dell’inconscio mi induceva invece a ritenere che questi residui non sono affatto forme morte, ma appartengono alla nostra psiche vivente.
Mi resi conto, che come base per l’interpretazione era giusto prendere i sogni propri così come sono. Essi costituiscono la realtà di fatto dalla quale dobbiamo partire.
Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più nascosta e intima dell’anima, aperta sull’originaria notte cosmica che era già anima, molto prima che esistesse la coscienza dell’Io.
Occuparsi dei sogni significa prendere coscienza di sé.
L’arte di interpretare i sogni non si può apprendere dai libri, nessuno che non conosca se stesso può conoscere l’altro, e in ognuno vi è un altro che noi non conosciamo, che ci parla attraverso il sogno e ci comunica un’immagine diversa da quella che abbiamo di noi stessi.

Dio è una sfera infinita il cui centro è dovunque e la circonferenza in nessun luogo.

Ben poca attenzione è dedicata all’essenza dell’uomo, cioè alla sua psiche.

Nevrosi = disaccordo con se stessi

Se le cose grandi vanno male è solo perché i singoli individui vanno male, perciò occorre esaminare se stessi. E poiché l’autorità non riesce a dirmi nulla, io ho bisogno di una conoscenza delle intime radici del mio essere soggettivo.

Società = somma degli individui

Gli atti semplici rendono l’uomo semplice e quanto è difficile essere semplici

Secondo Jung ogni uomo e ogni donna portano dentro di sé una parte dell’altro sesso, sia biologicamente che psicologicamente. La donna nascosta nella psiche dell’uomo e l’uomo nascosto nella psiche della donna fanno da ponti verso le zone più profonde dell’inconscio.
Nel corso della vita assumono una funzione di guida verso l’esplorazione di se stessi.

Archetipo = impronta originaria

Per Jung come il corpo anche la mente ha la sua storia. Nell’inconscio, così come nel corpo, si depositano elementi del passato.
Esplorando per così dire questa sedimentazione, talvolta riusciamo a ricollegare la coscienza alle sue origini profonde, al suo lontano passato, alle sue radici.

Tra i suoi interessi fondamentali ci fu sicuramente lo studio dell’alchimia.
Gli alchimisti attraverso un laborioso e faticoso processo cercavano di trasportare il piombo in oro, cercavano la pietra filosofale o la medicina universale.
I più profondi e meno ingenui, si resero conto che questo lungo processo di trasformazione della materia in realtà, coinvolgeva e implicava profonde trasformazioni psichiche e spirituali.
È merito di Jung l’aver scoperto, per chi la sa leggere, l’opera dell’alchimista è una sorta di libro aperto sui complicati processi di trasformazione psichici molto simili a quelli che avvengono nell’inconscio dell’uomo moderno.

Secondo Jung l’alchimista proiettando la propria psiche sulla materia su cui lavorava, cercava spesso inconsapevolmente di superare la conflittualità della sua natura e di raggiungere una sua unità interiore. Trovava così alla materia quella scintilla di luce e di spirito che poteva dare senso alla sua lunga fatica.
Il che è esattamente ciò che fa l’analista con la materia grezza dell’inconscio.
Fondamentali nell’opera erano le così dette nozze alchemiche che sfociavano nella formazione dell’uomo totale, completo.

Nel 1944, mi fratturai una gamba, e poco dopo ebbi un infarto cardiaco. In stato di incoscienza ebbi deliri e visioni, mi pareva di essere sospeso in alto nello spazio e sotto di me lontano vedevo il globo terrestre avvolto in una splendida luce azzurrina e distinguevo i contenuti e l’azzurro scuro del mare. In molti punti il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro come argento ossidato. Scorgevo il deserto giallo rossastro dell’Arabia come le l’argento della terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro rossiccio, poi seguiva il mar Rosso. Sapevo di essere sul punto di lasciare la terra. Vedevo ora a breve distanza un enorme blocco di pietra, era sospeso nello spazio cosmico e io pure fluttuavo per il cosmo. Alcuni gradini conducevano alle porte di un tempio. Ebbi l’impressione che tutto il passato mi fosse all’improvviso, tolto violentemente, non di meno qualcosa rimase, consistevo della mia storia personale e avvertivo con certezza “questo è ciò che sono”.
Questa esperienza mi dava la sensazione di estrema miseria e al tempo stesso di grande appagamento, non vi era più nulla che volessi o desiderassi, non sussisteva più il rimpianto che qualcosa fosse scomparso o fosse stato sottratto, al contrario possedevo tutto ciò che ero e solo questo. Avevo ora la certezza di entrare in una stanza illuminata e incontrarvi tutte quelle persone alle quali in realtà appartengo. Là, finalmente, avrei capito da quale nesso storico dipendessero il mio io e la mia vita e avrei conosciuto ciò che era stato prima di me, il perché della mia venuta al mondo e verso che cosa dovesse continuare a fluire la vita.
Ma improvvisamente, dal basso, dalla direzione dell’Europa, fluiva l’immagine del mio medico, mi disse che c’era una protesta contro la mia decisione di andarmene, non avevo il diritto di lasciare la terra e dovevo ritornare. La visione finì.

Dopo la malattia cominciò per me un fruttuoso periodo di lavoro, molte delle mie opere principali furono scritte solo allora.
La conoscenza o l’intuizione che avevo avuto della fine di tutte le cose mi diede il coraggio di intraprendere nuove formulazioni.
Da allora non mi sono mai liberato completamente dall’impressione che questa vita sia solo un frammento dell’esistenza che si svolge i8n un universo tridimensionale, disposto a tale scopo.

Pur rifuggendo dalla parola eterno, posso descrivere la mia esperienza solo come beatitudine della condizione non temporale, nella quale presente, passato e futuro sono una cosa sola.

È decisivo che l’uomo sia orientato verso l’infinito è il problema essenziale della sua vita.
Quanto più un uomo corre dietro ai falsi beni e quanto meno è sensibile a ciò che è essenziale, tanto meno soddisfacente è la sua vita, si sentirà limitato perché limitati sono i suoi scopi.

Se riuscissimo a capire e a sentire che già in questa vita abbiamo un legame con l’infinito, i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano. Ma possiamo raggiungere il sentimento dell’infinito solo se siamo differenziati al massimo livello possibile, se so di essere unico nella mia combinazione individuale e cioè limitato, posso prendere coscienza anche dell’illimitato, perciò l’uomo ha bisogno per prima cosa di conoscere se stesso, guardando senza reticenze quanto bene può fare, ma anche di quale infamia è capace.

Ciascuno è seguito da un’ombra, meno viene integrata dalla vita cosciente dell’individuo più diventa nera e intensa. Nessuno sta fuori dalla nera ombra collettiva dell’umanità.
Sarà quindi bene avere un’immaginazione del male, poiché soltanto gli sciocchi possono trascurare le premesse della propria natura.
Sono accadute e tutt’ora accadono, cose terribili, ma sono sempre gli altri che le hanno fatte, noi portiamo invece nel nostro essere, invariate e immutabili le capacità e l’inclinazione a ripetere cose simili, siamo criminali i potenza.

Non sono mai stato in grado di spiegare cosa sia il mistero dell’amore, qui si trovano il massimo e il minimo, il più remoto e il più vicino e non si può mai parlare di uno senza considerare anche l’altro.
L’amore soffre ogni cosa e sopporta ogni cosa. Noi siamo le vittime o i mezzi e gli strumenti dell’amore cosmico.

Essendo una parte l’uomo non può intendere il tutto, è alla sua mercé. L’amore non viene mai meno sia che parli con la lingua degli angeli, sia che tracci la vita della cellula con esattezza scientifica, risalendo fino al suo ultimo fondamento.
Se avrà un minimo di saggezza l’uomo deporrà le armi e chiamerà l’ignoto con il più ignoto, cioè Dio. Sarà una confessione di imperfezione, di dipendenza di sottomissione e al tempo stesso una testimonianza della sua libertà di scelta tra la verità e l’errore.
Il primo uomo della terra è terreno, il secondo uomo viene dal cielo ed è spirituale.
Che tu lo chiami o no Dio sarà presente.