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mercoledì 31 agosto 2011

Il metodo Vol 1. – Edgar Morin

Per raggiungere il punto che non conosci, devi prendere la strada che non conosci.
San Giovanni della Croce

Sono sempre più convinto che i problemi la cui urgenza ci spinge verso l’attualità richiedono di distaccarcene per poterli considerare nella loro sostanza.
La dissociazione dei tre termini individuo/società/specie spezza la loro relazione permanente e simultanea. Occorre indagare ciò che nella dissociazione è scomparso: la relazione.

Organizzazione: introduce alla dimensione fisica alle radici dell’organizzazione vivente e dell’organizzazione antropo-sociale, che possono e devono essere considerate quali sviluppi trasformatori dell’organizzazione fisica.
Fisica – biologia – antropo-sociologia
L’osservatore che osserva e la mente che pensa e forma concetti sono essi stessi indissociabili da una cultura, dunque da una società hic et nunc.
Ogni conoscenza, anche di tipo più fisico, subisce una determinazione sociologica.
In ogni scienza, anche di tipo più fisico, vi è una dimensione antropo-sociale.
Nessuna scienza però ha voluto conoscere la categoria più obiettiva della conoscenza: quella del soggetto conoscente.

L’uomo si sbriciola: qui rimane una mano come utensile, là una lingua che parla, in altro luogo un sesso che inzacchera un po’ di cervello. L’idea di uomo è tanto più eliminabile quanto più è miserevole: l’uomo delle scienze umane è uno spettro ultrafisico e ultrabiologico. Come l’uomo, anche il mondo è dissociato fra le scienze, sbriciolato fra le discipline, polverizzato in informazioni.
Che cos’è la scienza? La scienza non si conosce in maniera scientifica e non ha alcun mezzo per conoscersi in maniera scientifica. “La scienza senza coscienza non è che una rovina dell’anima”, diceva Rabelais.
La coscienza che manca non è la coscienza morale, è la coscienza in generale, cioè l’attitudine a concepire se stessi.
La missione è impossibile così come la rinuncia. La scelta non è dunque fra sapere particolare, preciso, limitato e l’idea astratta. La scelta è fra Lutto e la ricerca di un metodo che possa articolare ciò che è separato e collegare ciò che è disgiunto.
Oggi il nostro bisogno storico è di trovare un metodo che riveli e non nasconda i legami, le articolazioni, le solidarietà, le implicazioni, le connessioni, le interdipendenze, le complessità.
Non possiamo partire che nell’ignoranza, nell’incertezza, nella confusione.
Accettare la confusione può diventare un mezzo per resistere alla semplificazione mutilante. Certo in partenza siamo privi del metodo; ma almeno possiamo disporre di un anti-metodo, in cui l’incertezza, la confusione diventano virtù.
La particella subatomica è sorta in maniera irrevocabile, nella confusione, nell’incertezza, del disordine.
Questa relazione circolare: fisica – biologia – antropo-sociologia
significa anzitutto che una scienza dell’uomo postula una scienza della natura, la quale a sua volta postula una scienza dell’uomo: ora, dal punto di vista logico questa relazione di dipendenza reciproca rinvia ognuna di queste proposizioni l’una all’altra, l’altra all’una, in un ciclo infernale in cui nessuna di esse può prendere corpo.
Questa relazione circolare significa che nello stesso tempo la realtà antropo-sociale dipende dalla realtà fisica, e la realtà fisica dipende dalla realtà antropo-sociale. Prese alla lettera, queste due proporzioni sono antinomiche e si annullano reciprocamente.

La relazione soggetto/oggetto è così dissociata: la scienza si impossessa dell’oggetto, e la filosofia del soggetto.
Si afferma con ciò che spezzare le circolarità, eliminare le antinomie significa precisamente ricadere sotto il dominio del principio di disgiunzione/semplificazione al quale vogliamo sfuggire. Di contro conservare la circolarità significa rifiutare la riduzione di un dato complesso a un principio mutilante: significa rifiutare l’ipostatizzazione di un concetto principe (la Materia, lo Spirito, l’Energia, l’Informazione, la Lotta di classe …). Significa rifiutare il discorso lineare con un punto di partenza e uno di arrivo. Significa rifiutare la semplificazione astratta.
Spezzare la circolarità sembra ristabilire la possibilità di una conoscenza oggettiva in senso assoluto. Ma proprio questo è illusorio: al contrario, conservare la circolarità significa rispettare le condizioni oggettive della conoscenza umana che comporta sempre, in qualche luogo, il paradosso logico e l’incertezza.
Intravediamo la possibilità di trasformare i circoli viziosi in cicli virtuosi, che diventano riflessivi e generatori di un pensiero complesso.
Non bisogna spezzare le nostre circolarità, bisogna al contrario prestare attenzione a non staccarsi da esse. Il cerchio sarà la nostra ruota, la nostra strada sarà a spirale.

Riapprendere ad apprendere
Bisogna cercare di non sopprimere le distinzioni e le opposizioni, ma di abbattere la dittatura della semplificazione disgiuntiva e riduttrice.
Le rivoluzioni di pensiero sono sempre il frutto di una vibrazione generalizzata, di un movimento turbinoso che passa dall’esperienza fenomenica ai paradigmi che organizzano l’esperienza. Così per passare dal paradigma tolemaico al paradigma copernicano (dal centro alla periferia, da sovrani a satelliti) ci sono voluti innumerevoli andirivieni.
Il nostro pensiero deve aggredire ciò che non si pensa, che lo comanda e lo controlla. Per pensare ci serviamo della nostra struttura di pensiero. Dovremo servirci anche del nostro pensiero per ripensare la nostra struttura di pensiero. Il nostro pensiero deve ritornare alla sua origine secondo un anello interrogativo e critico. Altrimenti la struttura morta continuerà a secernere pensieri pietrificati.
Ciò che oggi è fondamentale è organizzare il nostro sistema mentale per riapprendere ad apprendere.
Non offro il metodo, parto alla ricerca del metodo. Non parto con un metodo, parto con un rifiuto, pienamente cosciente, della semplificazione. La semplificazione e la disgiunzione fra entità separate e chiuse, la riduzione a un elemento semplice, l’eliminazione di ciò che entra nello schema lineare. Parto con la volontà di non cedere a questi modi fondamentali del pensiero semplificante:
  • idealizzare (credere che la realtà possa esaurirsi nell’idea, che sia reale solo l’intelligibile)
  • razionalizzare (voler chiudere la realtà nell’ordine e nella coerenza di un sistema, proibirle ogni straripamento)
  • normalizzare (eliminare ciò che è strano, irriducibile, il mistero)

Parto anche avendo bisogno di un principio di conoscenza che non solo rispetti, ma altresì riconosca ciò che non è idealizzabile, ciò che non è razionalizzabile, ciò che è fuori norma, ciò che è enorme.
Abbiamo bisogno di un principio di conoscenza che non soltanto rispetti, ma riveli il mistero delle cose.

La parola metodo significa cammino
Bisogna accettare di camminare senza sentiero, di tracciare il sentiero nel cammino. Il metodo non può costituirsi che nel momento in cui l’arrivo torna a essere un nuovo punto di partenza, questa volta dotato di un metodo.
In questo modo il ritorno non è un circolo vizioso se dal viaggio si ritorna cambiati.
Il metodo si oppone qui alla concezione detta “metodologica”, in cui esso è ridotto a ricette tecniche. Non si tratta più di obbedire a un principio d’ordine (che esclude il disordine), di chiarezza (che esclude l’oscurità), di distinzione (che esclude le connessioni, le partecipazioni, le comunicazioni) di disgiunzione (che esclude il soggetto, l’anatomia, la complessità), cioè a un principio che lega la scienza alla semplificazione logica. Si tratta, al contrario, di partire da un principio di complessità, di connettere ciò che era disgiunto.
Descartes aveva formulato il grande paradigma che avrebbe dominato l’Occidente, la disgiunzione del soggetto e dell’oggetto, dello spirito e della materia, l’opposizione dell’uomo e della natura.
Atlan formula idea di disordine creatore, e quindi alle sue varianti (caso organizzatore, disorganizzazione/riorganizzazione).

Il disordine genesico
In un secolo, il disordine si è infiltrato a poco a poco nella physis. Partito dalla termodinamica, è passato per la meccanica statistica, ed è sfociato nei paradossi microfisici.
L’ordine cosmico imperiale, assoluto, eterno, continua a reggere un universo regolato, sferico, da orologiai.
Ecco però che a partire dagli anni venti quest’universo si dilata, poi si disperde e poi, nel corso degli anni sessanta, si riempie di crepe, si sfascia, e improvvisamente cade a pezzi.
Nel 1923, si scopre l’esistenza di altre galassie. L’infinito indietreggia infinitamente e il visibile cede il posto all’inaudito (scoperta nel 1963 dei quasar, nel 1968 delle pulsare, e poi dei “buchi neri”). Ma la grande rivoluzione è che la sua estensione corrisponde a una espansione, che questa espansione è una dispersione, che questa dispersione forse ha origine da un’esplosione.
Le galassie si allontano le une dalle altre in una deriva universale che sembra raggiungere talvolta velocità terrificanti. Nel 1965 viene captata una radiazione isotropa che ci raggiunge da tutte le direzioni dell’universo.
Le scoperte astronomiche dal 1923 a oggi si articolano per presentarci un universo la cui espansione è il frutto di una catastrofe primigenia e che tende a una dispersione infinita.
Al di là dell’ordine provvisorio della nostra piccola periferia galattica, che avevamo preso per l’ordine universale ed eterno, si producono diversi fatti inauditi, che cominciano a presentarsi sulle nostre telescriventi. Scopriamo che la stella, lungi dall’essere la sfera perfetta che emette i segnali in cielo, è una bomba all’idrogeno al rallentatore, nata con la catastrofe, presto o tardi scoppierà catastroficamente.
Non possediamo più un Universo ragionevole, ordinato, adulto.
Il pilastro fisico dell’Ordine era rosicchiato, minato dal secondo principio. Il pilastro microfisico dell’Ordine era crollato.
Il nuovo sviluppo della termodinamica, di cui Prigogine è l’iniziatore, ci mostra che non vi è necessariamente esclusione, e che è possibile che vi sia complementarietà, fra fenomeni disordinati e fenomeni organizzatori.
La devianza, la perturbazione e la dissipazione possono generare una “struttura”, vale a dire organizzazione e ordine nello stesso tempo.
È dunque possibile esplorare l’idea di un universo che costituisce il suo ordine e la sua organizzazione nella turbolenza, nell’instabilità, nella devianza, nell’improbabilità, nella dissipazione energetica.
Von Neumann scopre, nel corso degli anni cinquanta, nella sua riflessione sui self-reproducing automata (1966) che la grande originalità dell’automa “naturale” (vivente) è il suo funzionamento con il disordine. Nel 1959, von Foerster avanza l’ipotesi che l’ordine caratteristico dell’autoorganizzazione (organizzazione vivente) si costruisce con il disordine: è il principio di order from noise (1960). Atlan, in fine e soprattutto, porta alla luce l’idea di caso organizzatore.

Il problema dell’origine
Il big bang elude la trasformazione riducendo l’origine all’esplosione termica. Perciò bisogna superare il big bang in una nozione teorica: catastrofe (Thom: in senso sia fisico e geo-climatico e anche come cambiamento/rottura di forma in condizioni di singolarità irriducibile).
Thom ci porta a connettere ogni morfogenesi o creazione di forma a una rottura di forma o catastrofe.
Ci permette dunque di leggere nei medesimi processi la disintegrazione e la genesi.
L’idea metamorfica, la catastrofe non si identifica con un principio assoluto e lascia aperto il mistero dell’ignoto a-cosmico o protocomsico. Essa porta con sé l’idea di Evento e di cascata di eventi. Lungi dall’escluderla, essa comprende in sé l’idea di disordine, e in maniera genesica, poiché la rottura e la disintegrazione di una vecchia forma sono allo stesso tempo il processo costitutivo della nuova. Essa contribuisce a far capire che l’organizzazione e l’ordine del mondo si edificano nello squilibrio e nell’instabilità, e per loro tramite.
A differenza del big bang che è un momento puntiforme nel tempo, e diventa una causa sperata dai processi che l’hanno prodotto e che esso ha prodotto, l’idea di catastrofe, con l’insieme del processo metamorfico delle trasformazioni disintegratrici e creatrici.
Ora questo processo continua ancora oggi. Perciò non circoscriveremo la catastrofe quale un puro inizio. È l’origine. Esplosiva o no, del nostro universo che fa parte di una catastrofe, e questa catastrofe continua ancora oggi. L’idea di catastrofe è inseparabile da tutto il nostro universo.
L’evoluzione non può essere un’idea semplice, ma deve essere nel medesimo tempo degradazione e costruzione, dispersione e concentrazione. L’ordine, il disordine, la potenzialità organizzatrice devono essere pensati insieme, contemporaneamente nei loro caratteri antagonisti ben noti e nei loro caratteri complementari ignoti.
È disintegrandosi che il cosmo si organizza.
Appare una nube di protoni, si dilata. Trasformandosi, si trova a “fabbricare il mondo”. Si materializzano le prime particelle: elettroni, neutrini, neutroni, protoni. La temperatura inizia a diminuire, sempre mantenendo una formidabile agitazione termica, si effettuano, scontri causali, le prime sintesi di nuclei, in cui protoni e neutrini si aggregano per costituire i nuclei del deuterio, dell’olio e dell’idrogeno. La cosmo genesi nasce dunque sotto veste di micro genesi.
Una volta costituitesi le organizzazioni degli atomi e delle stelle, le regole del gioco delle interazioni potevano apparire come Leggi della Natura.
Le Leggi della Natura costituiscono solo un aspetto di un fenomeno multiforme che comporta altresì il suo aspetto di disordine e il suo aspetto di organizzazione. Le leggi che governano il mondo erano solo un aspetto provinciale di una realtà interazionale complessa.

Una volta costituiti, l’organizzazione e l’ordine suo caratteristico sono in grado di resistere a un gran numero di disordini.
L’ordine e l’organizzazione, nati con la cooperazione del disordine, sono in grado di guadagnare terreno sul disordine.
ordine disordine   interazioni organizzazione
  
produce, trasformandosi e sviluppandosi; la catena:
idrogeno    elio    carbonio    aminoacidi    proteine    cellula

Anello tetralogico:
disordine
|
interazioni
incontri
                                                            organizzazione      ordine


l’anello tetralogico significa che le interazioni non possono essere concepite senza disordine, cioè senza ineguaglianze, turbolenze, agitazioni … che provocano gli incontri.
Il pensiero greco classico opponeva logicamente Hybris, il folle travalicare oltre i limiti, a Dike, la legge e l’equilibrio.
Noi siamo eredi di questo pensiero dissociante.
Il caos è la disintegrazione organizzatrice. È l’unità antagonista dell’esplosione, della dispersione, dello sbriciolarsi del cosmo, e delle sue nucleazioni, delle sue organizzazioni, delle sue programmazioni.
Consideriamo i due focolai, pilastri, fondamenti dell’ordine e dell’organizzazione nell’universo: l’Atomo che regna sul microcosmo e il Sole che regna sul macrocosmo. Entrambi estendendo il loro ordine a distanze assai lunghe, l’atomo nella sua sfera di attrazione degli elettroni, il sole nella sua sfera d’attrazione dei pianeti. Suono i due nuclei duri di ciò che chiamiamo il reale. D’altra parte, dal punto di vista genesico, essi sono connessi: le stelle si sono costituite a partire da atomi leggeri, e gli altri atomi si sono costituiti nelle stelle …
Tutto ciò che nel cosmo è ordine e organizzazione, tutto ciò che produce sempre più ordine e organizzazione ha per origine un sole. Il sole è una gigantesca bomba all’idrogeno permanente, è un reattore nucleare infuriato.
Creato in catastrofe, acceso alla stessa temperatura della sua distruzione, esso vive in catastrofe, dato che la sua regolazione è composta dall’antagonismo di una retroazione esplosiva e di una retroazione implosiva.
Physis, cosmo, caos non possono essere dissociati. Sono sempre compresenti gli uni in rapporto agli altri.
Il caos ci offre un universo grandioso, profondo, degno di ammirazione con il quale vi invito a barattare senza esitazioni il vostro piccolo ordine a orologeria, costruito da Tolomeo e attorno al quale Galileo, Copernico, Newton avevo fatto solo delle rivoluzioni, senza portarvi alla Rivoluzione.

Bisogna cambiare il mondo. L’universo ereditato da Keplero, Galileo, Copernico, Newton, Laplace era un universo freddo, gelato, di sfere celesti, di movimenti perpetui, d’ordine impeccabile, di misura, di equilibrio. Dobbiamo barattarlo con un universo caldo, composto da una nube ardente, da sfere di fuoco, da movimenti irreversibili, da ordine mischiato al disordine, da spesa, spreco, squilibrio. L’universo ereditato dalla scienza classica aveva un centro. Il nuovo universo è acentrico, policentrico.
Tutto ha bisogno di essere generato, anche il reale, anche il cosmo, anche l’ordine; che tutto ciò che agisce, cioè spende, ha bisogno di essere rigenerato. Tutto ciò che è genesico, generatore, creatore non può fare a meno del disordine. Il disordine è ineluttabile, irriducibile.

Abbiamo seguito la logica genesica, uno dei cui fili conduce alla vita:
all’inizio era l’Azione
poi venne l’interazione
poi venne la retroazione
poi venne l’organizzazione

ANELLO                              → con la regolazione
Produzione-di-sé               → con la produzione

Essere   esistenza
Poi venne l’informazione con la
Comunicazione
Cioè l’organizzazione
Geno-fenomenica
In cui il Sé diviene Autos
O l’essere e l’esistenza
Divengono Vita
La vita non è solo uno sviluppo dell’organizzazione fisica. È un fenomeno fisicamente integrato. Il radicamento fisico della vita, nel quadro della fisica antica, era triviale e insignificante: era la sua obbedienza alle leggi concernenti i movimenti e i corpi. La vita prima di essere concepita in termini biologici, deve essere concepita in termini fisici e termodinamici come polimacchina.

Il paradigma della complessità non crea solo nuove alternative e nuove giunture, crea un nuovo tipo di giuntura, l’anello. Crea un nuovo tipo di unità, che non è di riduzione, ma di circuito.
Ci opponiamo al pensiero astratto imbecille che squalifica l’amore: l’amore è complessità emergente e vissuta, e la computazione più vertiginosa è meno complessa della minima carezza …
Il problema della complessità non è né quello di chiudere l’incertezza tra parentesi né quello di chiudersi in uno scetticismo generalizzato, è piuttosto quello di integrare in profondità l’incertezza nella conoscenza e la conoscenza nell’incertezza, per capire la natura stessa della conoscenza della natura.


Il metodo ha assunto un volto solo in modo negativo, scoprendo il volto del nemico: la semplificazione.



Non si trattava solo, come credevo in principio, di dissociare due sistemi, due cibernetiche, due informazionismi, i primi “aperti” e “fecondi”, i secondi “ingegneristici” e “tecnocratici”. Occorreva non lasciarsi chiudere in nozioni che, liberatorie a un primo stadio decostruttore, diventavano tossiche allo stato ricostruttore.
Occorreva capire che erano le nozioni stesse di sistema, cibernetica, informazione che dovevano essere superate.
Tutto ciò che non reca il segno del disordine e del soggetto è insignificante e mutilante, e questo riguarda anche la cibernetica, il sistemismo, l’informazionismo.
Tutto ciò che non reca il segno del disordine elimina l’esistenza, l’essere, la creazione, la vita, la libertà e ogni eliminazione dell’essere, dell’esistenza, del sé, della creazione è demenza razionalizzatrice. L’ordine da solo è un bulldozer, l’organizzazione senza disordine è l’asservimento assoluto. Le teorie più ricche e audaci, quelle portatrici di maggiore complessità, si sono rovesciate nel loro contrario perché erano state semplificate.
La prima base positiva del metodo è nella prima affermazione universale di complessità. Il problema è ormai di trasformare la scoperta della complessità in metodo della complessità stessa.
La scienza classica era incapace di concepirsi come oggetto di scienza, e questo perché lo scienziato era incapace di concepirsi come soggetto della scienza.
La conoscenza diviene necessariamente una comunicazione, una anello, tra una conoscenza e la conoscenza di questa conoscenza.
Il sapere trasforma e ci trasforma: è sempre una prassi informazionale/neghetropica, ergo una prassi antropo-sociale. Non è al di fuori della prassi che si costituirà un nuovo sapere, ma in una meta-prassi che sarà ancora una prassi.
Il pensiero semplificante è diventato la barbarie della scienza. È la barbarie specifica della nostra civiltà. È la barbarie che oggi si allea a tutte le forme storiche e mitologiche di barbarie.
La complessità ci invita ad arricchire e a cambiare il senso del termine azione, il quale, in scienza come in politica, e tragicamente quando vuole essere liberazione, diviene sempre in modo ultimo manipolazione e asservimento. Possiamo intravedere una scienza portatrice delle possibilità di autoconoscenza, che si apre su una solidarietà cosmica, che non disintegra il volto degli esseri e degli esistenti, che riconosce il mistero in tutte le cose, potrebbe proporre un principio di azione che non ordini ma organizzi, non manipoli ma comunichi, non diriga ma animi.


Fonte: Il metodo Vol 1. La natura della natura - Edgar Morin - Raffaello Cortina Editore