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domenica 27 novembre 2011

Mindfulness e Cervello – Daniel J. Siegel

Essere consapevoli della pienezza della nostra esperienza ci rende consapevoli del mondo interno della mente e ci immerge completamente nella nostra vita.
Per adattarsi al ritmo frenetico di questa società spesso i giovani si abituano ad alti livelli di attenzione connessa a uno stimolo, passando da un’attività all’altra senza avere tempo sufficiente per la riflessione su di sé o le relazioni interpersonali dirette, faccia a faccia, di cui il nostro cervello ha bisogno per crescere.
La mindfuilness, nella concezione più generale del termine, propone un modo di essere consapevoli che può servire come via d’accesso a un modo più vitale essere nel mondo: noi diventiamo sintonizzati con noi stessi.


Mente = processo che regola il flusso di energia e di informazioni.
La nostra mente è sia incarnata – implica un flusso di energia e informazioni che ha luogo nel corpo, incluso il cervello –, sia relazionale – la dimensione della mente che coinvolge il flusso di energia e di informazioni che ha luogo tra le persone.
Anche quando immagino che potreste essere e la vostra possibile reazione a quello che scrivo, sto modificando il flusso di energia e di informazioni del mio cervello e del mio corpo, intesi come un tutto.

Mindfulness riguarda il risvegliarsi da una vita vissuta in automatico e l’essere sensibili alle novità nelle nostre esperienze quotidiane. Il modo in cui focalizziamo la nostra attenzione ci aiuta a modellare direttamente la nostra mente. Quando sviluppiamo una certa forma di attenzione alle nostre esperienze nel qui ed ora e alla natura della nostra stessa mente, creiamo quella speciale forma di consapevolezza, la mindfulness.

Alcuni studi scientifici hanno dimostrato che applicazioni specifiche della consapevolezza mindful migliorano la nostra capacità di regolare le emozioni, di contrastare la disfunzione emotiva, di migliorare i pattern di pensiero e di ridurre gli assetti mentali negativi.
Le ricerche di alcune dimensioni delle pratiche di consapevolezza mindful rivelano che esse rafforzano il funzionamento del corpo: la sua capacità di guarigione, le risposte immunitarie, la reattività allo stress e il senso generale di benessere fisico sono rafforzati dalla mindfullness (Davidson, Kabat-Zinn, Schumacher et al., 2003). Anche le nostre relazioni con gli altri migliorano, forse perché la capacità di percepire i segnali emotivi non verbali degli altri può esserne rafforzata e la capacità di sentire i mondi interni degli altri accresciuta .

Ellen Langer (1989, 1997, 2000) ha proposto il concetto di “apprendimento mindful”, un approccio che rende l’apprendimento più efficace, piacevole e stimolante. L’essenza di questo approccio è offrire il materiale da apprendere in uno stile condizionale anziché come una serie di verità assolute. In questo modo, colui che apprende deve mantenere la propria “mente aperta”. Coinvolgere colui che apprende in questo processo di istruzione è possibile se gli studenti pensano che il loro atteggiamento plasmerà la direzione dell’apprendimento (partecipazione attiva dello studente).
Le ricerche sull’apprendimento mindfull (Langer, 1989) suggeriscono che esso consiste nell’apertura alle novità, nell’attenzione alle differenze, nella sensibilità ai diversi contesti, in una consapevolezza implicita, se non esplicita, delle molteplici prospettive esistenti e nell’orientamento al presente.

Gli insegnanti possono usare termini come “può”, “potrebbe essere”, o “a volte”, anziché “è” per promuovere l’incertezza condizionale.
L’insegnante non deve alimentare l’illusione di possedere una conoscenza assoluta. Insieme, l’educatore e lo studente possono affrontarla sfida eccitante di sviluppare un insieme di conoscenze che comprende la natura della conoscenza, la sua dipendenza dal contesto ed è attento alla novità e alle distinzioni.

Da ora in poi useremo il qualificatore “apprendimento mindful” per riferirci alle importanti concettualizzazioni di Ellen Langer sul modo in cui la mente sembra liberarsi da conclusioni e categorizzazioni premature e da modi routinari di percepire e pensare. Quando abbiamo una certezza, sostiene Langer “non sentiamo il bisogno di prestare attenzione. Ma dato che il mondo attorno a noi è in costante mutamento, la nostra certezza è un’illusione”.
Questa forma di mindfulness è uno stato flessibile della mente in cui notiamo attivamente cose nuove, siamo sensibili al contesto e ci impegnamo nel presente. La forma antica di “mindfulness riflessiva” (consapevolezza mindfulness) ha iniziato da poco a essere studiata in modo intensivo, con nuove scoperte.

L’esperienza diretta del momento presente è stata descritta come una componente fondamentale degli insegnamenti del buddhismo, del cristianesimo, dell’induismo, dell’islamismo, dell’ebraismo e del taoismo (Armstrong, 1993; Goleman, 1988).

In queste tradizioni l’idea dell’essere consapevoli del presente ha un senso diverso rispetto a quello della mindfulness cognitiva.

Molte forme di preghiera di tradizioni religiose diverse richiedono all’individuo di fermarsi e di partecipare a un processo intenzionale, che permetta di mettersi in relazione con uno stato mentale o con un0entità che esula dal modo di essere quotidiano.

La preghiera e l’affiliazione religiosa in generale si sono dimostrate associate a un’accresciuta longevità e benessere (Pargament, 1997).

L’applicazione clinica della meditazione buddhista è stata oggetto di uno studio intensivo volto a indagare i possibili correlati neurali della consapevolezza mindful.
Questi studi trasversali rispetto a tutta una serie di situazioni cliniche, dalle patologie mediche con dolore cronico alle popolazioni psichiatriche con disturbi dell’umore e d’ansia, hanno dimostrato che un’applicazione efficace della mindfulness secolare può essere insegnata indipendentemente da qualsiasi particolare pratica religiosa o appartenenza gruppale.

Nella pratica contemplativa mindful, si focalizza la mente in modi specifici per sviluppare una forma più rigorosa di consapevolezza del momento presente che può alleviare in modo diretto la sofferenza della propria vita.

Secondo Kabat-Zinn: “Una definizione operativa della mindfulness è: la consapevolezza che emerge se prestiamo attenzione in modo intenzionale, nel momento presente e in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza momento per momento”.
Riuscire a notare i propri giudizi e liberarsi da essi può essere il significato pratico di questo comportamento non giudicante.

Ci sono molti modi per coltivare la consapevolezza minful, ognuno dei quali sviluppa una consapevolezza delle facoltà della mente, come il modo in cui pensiamo, sentiamo e ci rapportiamo agli stimoli. La meditazione mindful, sembra sia particolarmente importante per esercitare l’attenzione e allentare un’identificazione rigida con le attività della mente, cha a volte sembra esauriscano l’identità di un individuo.

In quasi tutte le pratiche contemplative, c’è un uso iniziale del respiro come punto focale su cui concentrare l’attenzione della mente.
Le applicazioni moderne del concetto generale di mindfulness si sono costituite a partire dalla capacità di meditazione tradizionale e hanno sviluppato degli approcci non meditativi specifici a questo processo umano dell’essere mindful.

Nella terapia dell’accettazione e dell’impegno (ACT[1]), la mindfulness “può essere intesa come un insieme di processi correlati che mirano il dominio delle reti verbali, il quale implica soprattutto relazioni temporali e di valutazione. Questi processi includono l’accettazione, la disidentificazione di se stessi” (Fletcher, Hayers, 2006, p. 315).

Uno studio sintetico di molti questionari sulla mindfulness (Baer, Smith, Hopkins et al., 2006) ha rivelato l’esistenza di cinque fattori che sembrano emergere da varie indagini indipendenti:
  • Non reattività rispetto all’esperienza interna (es. percepire sentimenti ed emozioni senza dovervi necessariamente reagire)
  • Osservare/notare/dedicarsi alle sensazioni, alle percezioni,l ai pensieri e ai sentimenti (es. rimanere in contatto con le proprie sensazioni e i propri sentimenti anche qualdo sono spiacevoli o dolorosi)
  • Agire in modo consapevole/non con il pilota automatico, concentrazione/non distrazione (es. non rompere o far cadere le cose per disattenzione, perché non vi si presta attenzione o perché si pensa ad altro)
  • Descrivere/etichettare con le parole (es. mettere facilmente in parole le proprie credenze, opinioni e aspettative)
  • Avere un atteggiamento non giudicante rispetto all’esperienza (es. non criticarsi perché non si provano emozioni irrazionali o appropriate).
Abbiamo circuiti neurali che ci permettono di svolgere parecchie attività in automatico (es. fare jogging mentre pensiamo ad altro). Ma fortunatamente, in genera quando viaggiamo non usciamo di strada né ci schiantiamo con la macchina in autostrada.

Per alcune persone, questo “vivere in automatico” è un modo routinario di vivere. Se la nostra attenzione è diretta a qualcosa di diverso rispetto a quello che stiamo facendo per la maggior parte del tempo, allora finiamo per sentirci vuoti e intorpiditi. Quando il pensare in automatico domina il nostro senso soggettivo del mondo, la vita diventa ripetitiva e noiosa. Anziché fare esperienza con un senso emergente di novità e scoperta, come fa un bambino che inizia per la prima volta a percepire il mondo, finiamo per sentirci morti dentro, “morti prima di esser morti”.
Vivere in automatico ci espone anche al rischio di reagire senza mindfulness alle situazioni, senza riflettere sulle varie possibilità di risposta che abbiamo a disposizione. Il risultato è che spesso reagiamo in modo automatico, come per riflesso, e queste nostre reazioni danno vita a riflessi simili nelle altre persone.
Essere mindful apre le porte non solo alla possibilità di essere consapevoli del momento in modo più pieno ma, avvicinando l’individuo a un senso più profondo del proprio mondo interno, offre l’opportunità di accrescere la propria compassione ed empatia. La mindfulness non è “auto-indulgenza”, bensì un insieme di abilità che accrescono la capacitò di stabilire relazioni amorevoli con le altre persone.
La mindfulness accresce la capacità di riempirsi delle sensazioni del momento e di sintonizzarsi con il nostro stato dell’essere.
La vita si arricchisce poiché siamo consapevoli della straordinaria esperienza di essere, di essere vivi, di vivere in questo momento.

Oltre a questa consapevolezza riflessiva della consapevolezza del momento presente, la mindfulness ha le seguenti qualità che descrivo ai miei pazienti e studenti: ci avviciniamo al qui ed ora con
  • Curiosità
  • Apertura
  • Accettazione
  • Amore (COAL: curiosity, openness, acceptance, love)
La distinzione tra essere consapevoli in modo COAL e rivolgere semplicemente la propria attenzione a quello che accade con idee preconcette che imprigionano la mente (es. non avrei dovuto sbattere il piede, sono così maldestro; perché non precipitata dalla scogliera? Cosa c’è che non va in me? …), è la differenza che fa davvero la differenza. Per coltivare la consapevolezza mindful dobbiamo diventare consapevoli della consapevolezza e del fatto che siamo in grado di notare quanto questi preconcetti, “dall’alto verso il basso[2]”relativi a ciò che dovremmo o non dovremmo essere ci impediscono di vivere in modo mindful, di essere gentili con noi stessi.
La sintonizzazione è il cuore di tutte le relazioni che implicano il prendersi cura di un’altra persona.
La consapevolezza mindful, è una forma di sintonizzazione con noi stessi, che crea benessere.

L’idea generale degli effetti benefici della mindfulness è che l’accettazione della propria situazione possa alleviare il conflitto interno che si scatena quando le nostre aspettative sulla vita non corrispondono a come la vita è in realtà.
Se si assume una posizione COAL, il resto va da sé. Non vi sono particolari obiettivi, non vi sono sforzi per “liberarsi” di qualcosa, ma semplicemente l’intenzione di essere, e specificatamente quella di fare esperienza dell’essere nel momento senza aggrapparsi a giudizi e obiettivi.
Da questo modo di essere riflessivo, mindful, emerge un processo fondamentale chiamata “discernimento”, in cui diventa possibile essere consapevoli del fatto che le attività della propria mente non siano la totalità di ciò che si è.
Il discernimento è una forma di disidentificazione dall’attività della propria mente: quando diventi consapevole delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti e dei pensieri (SIFT = sensation, images, feelings, thoughts) arrivi a vedere queste attività come delle onde che si muovono sulla superficie del mare della mente.
Questa capacità di liberarsi dal chiacchierio della mente, è liberatoria. Il discernimento ci dà anche la saggezza necessaria a interagire in modo più riflessivo e compassionevole con le altre persone.

Le funzioni della mente e del cervello sono correlate, ma in realtà non sappiamo esattamente in che modo l’attività del cervello e la funzione della mente si creino reciprocamente.

È stato dimostrato (Davinson e collaboratori, 2003) che un cambiamento della funzione cerebrale verso la dominanza del lobo frontale sinistro in risposta a stimoli che attivano le emozioni associate a uno stato mentale di avvicinamento con prevalenza di emozioni positive.
Questa prevalenza dell’emisfero sinistro nei circuiti della regolazione delle emozioni è connessa direttamente al grado di rafforzamento della funzione immunitaria.
Un altro studio di Lazar, Kerr, Wasserman e collaboratori (2550) ha rilevato un aumento dello spessore di due parti del cervello:
  • L’area mentale prefrontale, bilateralmente
  • Un circuito neurale, l’insula, particolarmente ispessito nell’emisfero destro.
Il grado di ispessimento di queste aree cerebrali correla con la quantità di tempo dedicata alla pratica della meditazione mindful.
Qui vediamo una correlazione sia dell’emisfero destro sia di quello sinistro con le pratiche di meditazione mindful.

Perché il modo in cui prestate attenzione al momento presente modifica il vostro cervello? Perché promuove la plasticità neurale, il cambiamento delle connessioni neurali in risposta all’esperienza.

La funzione della corteccia prefrontale è di tipo integrativo. Ciò significa che i lunghi assoni dei neuroni prefrontali raggiungono aree distanti e differenziate del cervello e del corpo. Questo legame di elementi differenziati è la definizione letterale di un processo fondamentale, quello di integrazione.

Lo sviluppo
Il sistema nervoso inizia a svilupparsi nell’embrione come ectoderma, lo strato più esterno delle cellule che andranno a formare la pelle.
Alcuni gruppi di queste cellule più esterne si ripiegano verso l’interno e formano il tubo neurale, il midollo spinale. Il fatto che i neuroni, le cellule fondamentali del cervello nascano “all’esterno” e poi viaggino verso “l’interno” del corpo sostiene, da una prospettiva emotiva, un’idea filosofica secondo cui ilo cervello ha origine nell’interfaccia tra il mondo interno e il mondo posto all’esterno dei nostri sé corporei.
Il nostro cervello è la parte superiore di un sistema nervoso esteso, che è distribuito in tutto il corpo.
Tutto il sistema nervoso centrale stabilisce la sua impalcatura di base, durante lo sviluppo nel ventre della madre. I geni sono importanti per determinare in che modo i neuroni migreranno e stabiliranno delle connessioni reciproche. Di fatto, la metà del nostro materiale genetico è direttamente o indirettamente responsabile della struttura neurale, cosa che rende i geni molto importanti per lo sviluppo del sistema nervoso centrale. Più si avvicina il momento in cui il feto dovrà lasciare l’utero, però, più le connessioni tra i neuroni sono influenzate anche dall’esperienza.
Più il vostro sistema nervoso centrale, l’esperienza implica l’attivazione di scariche neurali in risposta agli stimoli. Quando i neuroni diventano attivi, le loro connessioni reciproche crescono e le cellule trofiche e i vasi proliferano. Questo è il modo in cui l’esperienza plasma la struttura neurale. La scarica neurale è l’attivazione dell’equivalente di un flusso elettrico, un potenziale d’azione, che viaggia per tutta la lunghezza dell’assone della cellula attivata fino al suo punto terminale, dove questa cellula rilascia neurotrasmettitori attivatori o inibitori nello spazio connettivo, la sinapsi.
Il neurone successivo, che riceve questa attivazione, scaricherà a sua volta o meno a seconda dell’equilibrio dei neurotrasmettitori attivatori o inibitori rilasciati dai neuroni presinaptici.
Cento miliardi di neuroni sono, in media, connessi tra loro reciprocamente grazie al fatto che ognuno possiede 10.000 connessioni sinaitiche che sono create dai geni e modellate dall’esperienza: la natura ha bisogno della cultura. Queste due dimensioni importanti dello sviluppo umano e del funzionamento neurale non sono in opposizione tra loro.
I neuroni si attivano quando noi facciamo un’esperienza. Con l’attivazione di un neurone si crea il potenziale per alterarne le sinapsi favorendo la crescita di nuove sinapsi, rafforzando quelle esistenti o stimolando la crescita di nuovi neuroni che creano a loro volta nuove connessioni sinaitiche.
La sinaptogenesi e la neuro genesi sono i modi in cui il cervello sviluppa nuove connessioni. Questa crescita utilizza sia i geni sia l’esperienza per produrre dei cambiamenti nella connettività dei neuroni: neuro plasticità è il termine utilizzato quando le connessioni tra i vari neuroni cambiano in risposta all’esperienza.
Esperienza significa un’attivazione neurale che, in alcune situazioni può promuovere l’attivazione di geni che a loro volta possono determinare la produzione di proteine che consentono il formarsi di nuove sinapsi e il rafforzarsi di vecchie sinapsi. L’esperienza può stimolare la crescita di nuovi neuroni (anche negli adulti).
Le cellule cerebrali non impegnate nell’attività neurale, cioè le cellule staminali neurali, si dividono regolarmente, e mentre un prodotto di questa divisione continua la linea della cellula staminale, l’altro, la “cellula sorella”, può essere stimolato a crescere in un neurone che ha una funzione di piena integrazione del cervello. Sappiamo per certo che negli adulti la neuro genesi si verifica nell’ippocampo, e queste cellule sorelle possono essere stimolate per un periodo di alcuni mesi fino a svilupparsi come neuroni integrati pienamente funzionanti (KempermannGastGage, 2002).

Neuroplasticità
L’esperienza può determinare dei cambiamenti strutturali nel cervello. Spesso questi cambiamenti hanno luogo al livello della macroarchitettura finemente sintonizzata del cervello, per esempio, quando facciamo nuove associazioni mnestiche. È molto difficile cogliere effettivamente questi cambiamenti strutturali, a meno che essi non siano molto significativi.

… le scariche ripetute dei neuroni di aree specifiche del cervello determinano un aumento significativo della densità sinaptica delle regioni attivate dalle pratiche mindful.
La consapevolezza mindful  è una forma di esperienza che sembra promuovere la plasticità neurale.
Quando focalizziamo la nostra attenzione in modi specifici, stiamo attivando i circuiti del cervello, e questa attivazione può rafforzare le connessioni sinaitiche delle aree coinvolte. Considerando l’idea che la mindfulness, in quanto forma di relazione con se stessi, possa coinvolgere non solo i circuiti dell’attenzione, ma anche quelli della socialità, possiamo indagare anche nuove dimensioni della controparte cerebrale della consapevolezza mindful.
I cambiamenti neuro plastici non solo rivelano alterazioni strutturali, ma sono anche accompagnati da cambiamenti nella funzione cerebrale nell’esperienza mentale (come un maggiore equilibrio di sentimenti ed emozioni) e negli stati corporei (come la risposta allo stress e la funzione immunitaria).

Il modo in cui facciamo attenzione stimolerà le scariche neuronali di aree specifiche che vengono attivate e mutano le loro connessioni nei circuiti integrati del cervello.

IL CERVELLO NEL PALMO DELLA NOSTRA MANO
Se prendete la vostra mano, mettete il pollice nel mezzo e lo ricoprite con le altre dita, allora avrete un modello del cervello facilmente accessibile e piuttosto accurato. Questo modello della mano è orientato in modo tale che il polso rappresenta il midollo spinale che si trova nelle nostre schiene, il volto della persona è collocato davanti alle unghie delle dita e la parte più alta della mano è la parte superiore della testa.
Il tronco encefalico è il palmo della mano, le aree limbiche sono il vostro pollice (idealmente, dovreste avere un pollice destro e uno sinistro in ogni mano), e la corteccia è rappresentata dalle vostra dita curvate.

Il tronco encefalico esegue processi di base importanti, come la
  • regolazione del battito cardiaco e della frequenza del respiro, gli stati di veglia e sonno, e gli aspetti della risposta di attacco-fuga (fight-flight-freeze).
Ben sviluppato sin dalla nascita, il tronco cerebrale è l’area evolutivamente più antica del cervello e a volte è chiamato cervello rettilineo.

La regione limbica si è evoluta quando i rettili si sono sviluppati in mammiferi.
Le zone limbiche sono impegnate
  •  nell’attaccamento (legami che si sviluppano con i nostri caregiver), nella memoria (specialmente nell’elaborazione degli eventi in memoria episodica e autobiografica), nella comprensione del significato, nella creazione degli affetti, delle sensazioni interne e delle emozioni.
Le regioni limbiche contengono anche il principale regolatore degli ormoni, l’ipotalamo, che esercita influenze dirette sul corpo vero e proprio.
La connessione endocrina, insieme all’influenza che il cervello esercita sul sistema immunitario e sui nostri stati corporei per mezzo del sistema nervoso autonomo, come le sue divisioni freno/acceleratore (branche del sistema parasimpatico e simpatico) è il nesso diretto tra cervello e corpo.
Le zone limbiche e il tronco encefalico, le due aree subcorticali, si combinano per influenzare le nostre pulsioni motivazioni e l’attivazione dei nostri bisogni di base di sopravvivenza, affiliazione e significato. 

La corteccia è la parte più esterna del cervello, ed è particolarmente sviluppata nei mammiferi. Essa ci permette di mediare i processi più complessi, come la percezione, la pianificazione e l’attenzione. Suddivisa in molti lobi che svolgono funzioni diverse, ci sono tanti modi per descriverne le capacità complesse di questa regione, che non è molto sviluppata alla nascita e perciò è particolarmente aperta all’influenza plasmatrice dell’esperienza.

La corteccia è un’area a sei strati composta da materia grigia e materia bianca. Questi strati sono composti da insiemi di colonne cerebrali organizzate in senso verticale con diversi gruppi di colonne che spesso processano una particolare modalità di attività, come la vista e l’udito. Queste colonne verticali sono connesse reciprocamente con degli interneuroni distribuiti in senso orizzontale che permettono un dialogo reciproco tra le diverse aree, cioè un’integrazione delle diverse modalità (vista, udito) in un insieme “trans modale” di scariche neurali. È questa connessione di aree separate che crea la significativa complessità che è la principale capacità della nostra corteccia cerebrale.

In generale, la parte posteriore della nostra corteccia – dalla seconda nocca all’indietro, se utilizziamo il modello della mano – elabora le percezioni che provengono dal mondo esterno, eccezion fatta per l’olfatto e per la consapevolezza delle posizioni degli arti. Queste regioni posteriori permettono agli esseri umani di farsi un’idea del mondo esterno sotto forma di percezioni.

La parte anteriore del cervello è responsabile dei processi motori, attentivi e cognitivi. I lobi frontali si sono evoluti quando siamo diventati primati. Gli studi suggeriscono che, nei mammiferi, più è alto il livello della vita sociale, più complessa ed estesa è l’architettura della corteccia frontale. L’area frontale – quella che va dalla seconda all’ultima nocca prima delle unghie, sempre utilizzando il modello della mano – è una regione in cui la prima zona si occupa delle azioni motorie, mentre quella successiva, procedendo in avanti, media la pianificazione dei movimenti – la corteccia premotoria. questa area premotoria è stata la prima regione in cui sono stati scoperti i neuroni a specchio, che ci permettono di interiorizzare le intenzioni e le emozioni delle altre persone e di creare in noi stessi questi stati come parte del più ampio “circuito della risonanza”.

Subito prima di queste aree motorie e premotorie c’è la corteccia prefrontale. Maggiormente sviluppata negli esseri umani, questa regione prefrontale media molte delle funzioni che consideriamo tipiche della nostra specie.
Le regioni prefrontali possono essere divise in vari modi che mediano funzioni diverse. Per adesso, le divideremo solo in due aree: le regioni prefrontali mediali e laterali.
Le aree della corteccia prefrontale in genere lavorano in modo sinergico, e pensare alla loro funzione come a un sistema può essere piuttosto utile.

L’area laterale della regione prefrontale, la corteccia dorso laterale, è importante nella meditazione della memoria di lavoro, la lavagna delle mente in cui scriviamo le cose che in un certo momento riteniamo più rilevanti. Quest’area laterale si occupa di importanti funzioni esecutive che permettono l’auto-regolazione dei nostri comportamenti e aiutano a influenzare il flusso della nostra attenzione momenti per momento.
L’area mediale – dalle unghie di medio e anulare alle nocche delle stesse dita – include varie regioni interconnesse che mediano le nove funzioni prefrontali.

Si tratta della corteccia orbito frontale (OFC), della corteccia del cingolato anteriore (ACC) e della corteccia prefrontale ventrolaterale (v1PFC) e mediale (mPFC). 

Questa linea intermedia ventrale e queste strutture mediali ricevono degli input diretti da tutto il cervello e dal corpo, con particolari contributi della corteccia dell’insula (IC). L’insula è il condotto per mezzo del quale le informazioni vengono trasferite da e verso la parte più esterna della corteccia, la parte più interna del sistema limbico (l’amigdala, l’ippocampo e l’ipotalamo) e le aree del corpo (per mezzo del tronco cerebrale e del midollo spinale). Sembra che le aree prefrontali mediali utilizzino i dati dell’insula sulle nostre emozioni e sullo stato del nostro corpo per creare delle rappresentazioni delle mani altrui.
Le aree prefrontali mediali sono essenziali per la comunicazione sociale e per l’auto-osservazione. Questa regione è un fulcro importante del circuito sociale del cervello.
Notate come la ragione prefrontale mediale connetta i processi del corpo, del tronco encefalico, della corteccia e i processi sociali in un’unità funzionale. Se distendete le vostre dita e poi le piegate di nuovo, potrete notare che in realtà le aree prefrontali mediali (rappresentate dalla parte terminale del medio e dell’anulare) toccano, dal punto di vista anatomico, tutto il cervello, e questa è la natura dell’integrazione neurale: connessioni sinaitiche estese in tutto il corpo che ci mettono in relazione anche con le altre persone.
L’integrazione neurale, la coordinazione e l’equilibrio del cervello grazie a cui le diverse aree sono connesse tra loro per formare un tutto funzionale, sembra essere promossa dalla sintonizzazione delle relazioni di attaccamento sicuro. Pare che la mindful promuova questa integrazione neurale per mezzo di una forma di sintonizzazione intrapersonale. La consapevolezza dell’esperienza che facciamo momento per momento ci dà la possibilità di sentire e accettare direttamente la nostra esperienza mentale.

Integrazione neurale, mindfulness e auto-regolazione
L’integrazione neurale è la relazione che si stabilisce tra regioni neurali, anatomicamente o funzionalmente differenziate, in un’interconnessione di aree più ampiamente distribuite del cervello e del corpo. Queste interconnessioni a livello strutturale, prendono la forma di connessioni sinaitiche e creano una forma di coordinazione ed equilibrio a livello funzionale. 
La cultura è il modo in cui si trasmettono i significati tra gli individui e tra le generazioni. Il modo in cui questo flusso di energia e informazioni modifica i suoi pattern nel corso del tempo è ciò che deriva dall’evoluzione culturale. La realtà dei mutamenti della nostra specie non è dovuta a un’evoluzione geneticamente determinata del nostro cervello, ma all’evoluzione mentale del modo con cui trasmettiamo collettivamente energia e informazioni nel corso delle generazioni. Questa è l’evoluzione della mente, non del cervello. Un punto di vista sostiene che la mente (il flusso di energia e informazioni) per esistere ha bisogno di utilizzare l’attività del cervello per i propri scopi. In questo senso, la mente usa il cervello per creare se stessa.
Una delle sfide maggiori alla nostra capacità di prestare attenzione al momento presente sono i pattern di attivazione cerebrali dall’alto verso il basso (ricordi, credenze, emozioni) che ci bombardano con scariche neurali e chiacchiere mentali e ci allontanano dalla possibilità di essere nel momento.

Primo passo della mindfull indirizzare e sostenere la nostra attenzione (attraverso il respiro).
Sembra che sperimentando le sensazioni riusciamo a fare semplicemente esperienza senza l’interferenza del pensiero.
Non importa da quanto una pratica, l’esperienza di “perdersi fra le nuvole c’è sempre”. Questo è semplicemente il modo in cui funziona la mente. Costruire la consapevolezza ci aiuta a vedere il pensiero come qualcosa che emerge e poi svanisce. Il pensiero perde il suo potere di sequestrarti e farti prigioniero.




Fonte: Mindfulness e CervelloDaniel J. Siegel
Mindfulness e Cervello



[1] ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una terapia cognitivo-comportamentale che incoraggia il paziente ad accettare, invece di controllare, le sensazioni spiacevoli. Le principali componenti dell’ACT sono: riconoscere la poca utilità degli sforzi fatti per sentirsi meglio (imparare a “lasciare andare”); considerare che i nostri pensieri sono solo pensieri, non sono ciò che interpretiamo siano; accettazione/permettere all’esperienza di essere ciò che è mentre si sta determinando; contestualizzare se stessi, nel senso di identificarsi con colui che osserva i pensieri e infine riconoscere il valore di ciò che dà significato alla vita.
[2] Si riferisce al modo in cui i ricordi, le credenze e le emozioni plasmano le nostre sensazioni dirette.

martedì 22 novembre 2011

La complessità dell'uomo: il SÉ

Complessità non sta a significare più complicato ma più articolato, ossia nuova apertura verso infinite possibilità, che fuoriescono dal vincolante epitaffio di causa-effetto, e dove l’effetto è a sua volta causa e ri-crea nuovi effetti che a loro volta creeranno proprio come nell’anello tetralogico di Morin, ove le interazioni non possono essere concepite senza disordine, cioè ineguaglianze, turbolenze, perturbazioni … che provocano incontri. È nella danza di ordine e disordine che nasce l’organizzazione, la quale determina un sistema partendo da elementi differenti, essa connette, trasforma, produce e conserva questo sistema, è organizzazione delle differenze, in quanto stabilisce relazioni complementari fra le parti differenti, come pure fra le parti e il tutto.

Ogni sistema è minacciato da disordini interni ed esterni, così ogni sistema è anche organizzazione contro l’antiorganizzazione. Ma il disordine non è eliminato dall’organizzazione, è da essa trasformato, virtualizzato e può attualizzarsi.
Così il disordine non è più un virus invadente, ma diviene strumento di cura per la malattia della semplificazione, la quale riduce la Gestalt ad un’unità senza più parti, senza anima, senza identità. L’identità sorge non come equivalenza statica tra due termini sostanziali, ma come principio attivo appartenente ad una logica ricorsiva. Secondo Morin il Sé è ciò che rinasce da se stesso, ciò che ritorna a sé, ciò che ricomincia sé (nella rigenerazione e nella riorganizzazione).
Il sé non è mai immobile, è sempre animato, animante. Con il sé siamo alla fonte di ciò che diverrà autos del vivente (autorganizzazione/autoreferenza – in greco autòs significa “sé”) con la vita il sé diviene riproduzione-di-sé e negli individui diviene autos da cui nascerà un Me.
I sistemi autopietici, si producono da sé, si riproducono e moltiplicano, sono gli esseri biologici viventi, gli esseri-macchina, a differenza delle macchine banali che non possono riprodursi ne moltiplicarsi da sé, non sono autonome, e sono organizzate dall’esterno. Mentre gli esseri macchina autonomamente autoproducono i propri elementi costitutivi.

“La nostra coscienza è una piccola fiamma vacillante – scrive Morin – e sebbene suscettibile di farsi ingannare dalla falsa coscienza (le sterminate legioni di Io), resta pur sempre il lumino di cui dispone la nostra esistenza sonnambula”.

Noi viviamo ora come risvegliati ora come sonnambuli.
E dunque è la coscienza che si fa distinguere dagli altri viventi e ci rende consapevoli del nostro essere macchine non banali.
Ma noi siamo e agiamo non come esseri liberi, ma come condizionati e determinati: siamo agiti quando crediamo di agire e, tuttavia, ciò che ci ha determinato costituisce anche ciò che ci ha reso liberi.
Per capire ciò dobbiamo riferirci al concetto di autonomia dipendente: le polidependenze divengono condizioni di autonomia, perché c’è continua interazione tra di esse, e in questo modo riescono a generare autonomia dipendente, dove l’attributo dipendente non implica un ottuso determinismo, ma solo una relazione significante e relazionale tra tutti i piani della complessa realtà umana.
La macchina banale è quella che risponde alle informazioni che le diamo in maniera prevedibile.

L’uomo non risponde in maniera prevedibile alle sue determinazioni biologiche, sociali e culturali. Né è intrinsecamente costituito, ma la polimorfità delle interazioni possibili delle stesse dipendenze, determina un polimeccanismo genetico, che ci fa superare la banalità.

L’essere umano è al contempo uno e molteplice, un’unitas multiplex (sistema – interrelazioni – organizzazione) e ogni essere umano, come il punto di un ologramma, porta in sé il cosmo. Ogni essere, anche il più chiuso nella più banale delle vite, costituisce in se stesso un cosmo”.
Il processo ricorsivo che produce il sistema, lo produce in un continuum ininterrotto senza soluzione di continuità.

Secondo Gurdjieff esiste una miriade di Io (le legioni di Io, legate alla nostra personalità) e un Sé ossia la parte divina che è in noi. In mezzo ai due ci sta il corpo.
L’Io è identificato con la mente, il corpo è sedotto dalla mente, e lo spirito dorme arrotolato sul nostro coccige, incapace di risalire verso il cuore.

Che fare? Non servono tecniche di risveglio, o forzature di sorta che possono creare irrimediabili squilibri, nonché disturbi e patologie serie. Serve solo stare in presenza.

Gustav Meyrink: “Essere svegli è tutto. Di nulla l’uomo è così fermamente persuaso quanto d’esser sveglio. In verità però egli è imprigionato in una rete di sonno e di sogno ch’egli stesso ha intessuto. Più fitta è questa rete e più potente signoreggia il sonno. Quelli che vi sono impigliati passano nella vita come un gregge avviato al macello, ottusi, indifferenti e senza pensieri (…) Quando il tuo invisibile te stesso apparirà in te come autista, tu potrai riconoscerlo dal fatto che getterà un’ombra. Io stesso non sapevo chi io mi fossi, fino a quando non ebbi a vedere il mio corpo come un’ombra[1].

Solo attraverso la consapevolezza di Sé si può uscire dal labirinto.

Il Sé è onnipotente, ma è prigioniero della personalità, quando restiamo identificati al nostro ruolo, personaggio, o situazione, allora siamo in trappola. L’identificazione diviene la tagliola che ci imprigiona e così non abbiamo scampo dalla proiezione cha abbiamo creato, dimenticandoci la nostra vera natura. Noi siamo ciò che pensiamo, siamo i nostri pensieri.

Krishnamurti: “Finché immagino come dovrei essere, continuerò ad essere quello che sono ora”.

Arcangelo Miranda spiega che quando i nostri pensieri mentali non incrociano il volere del Sé, allora viene a crearsi una forma-pensiero, deleteria sia per il corpo, che per l’intero nostro funzionamento.


Charles Leadbeater, co-fondatore della società teosofica; a proposito delle forme-pensiero (o masse-pensiero o teri o eggregore) disse: le forme-pensiero sono generate da pensieri disarmonici con il proprio Sé e sono caratterizzate da vibrazione, colore, forma e posseggono massa.
Esse sono tante quanti sono gli io della personalità.

Il punto è che siamo già il Sé – scrive Arcangelo Miranda - ma non ce ne rendiamo conto, siamo già tutto ORA, qui, non dobbiamo divenire nulla dobbiamo solo ESSERE. La vita non è un divenire, è essere e uno spirito può recuperare la propria condizione originaria vedendosi già arrivato; erroneamente si crede esista il divenire, ma in realtà esiste solo l'essere.

Ben spiegato da Morin essere significa rimanere costante nella propria forma, organizzazione, identità.

L’essere vivente ha origine da interazioni e incontri fisici, poi cicli di riproduzione, retroazioni negative legate a retroazione positive; la macchina vivente può esistere solo con il disordine e con il rumore, in un rapporto complementare e antagonistico.




[1] Meyrink Gustav, La via del risveglio secondo Meyrink, in Introduzione alla magia, vol. 1., Edizioni Mediterranee, Roma, ristampa 1987




Mariangela Mattoni

venerdì 18 novembre 2011

Il Rolfing e la realtà fisica – Ida Rolf

La funzione determina la struttura tanto quanto la struttura determina la funzione

Il trattamento osteopatico cambia il modo in cui le ossa del corpo sono in relazione tra loro, scioglie le ostruzioni tra le giunture migliorando quindi il benessere.

I corpi esistono nella gravità: il fattore determinante, onnipresente, onnipotente e persistente della loro posizione verticale o della sua mancanza.
Siamo tutti soggetti alla leggi della meccanica; una di queste afferma che le masse devono essere equilibrate per essere stabili.
L’uomo consta, più o meno, di unità impilabili. Gli agenti di questo equilibrio sono le ossa e i tessuti molli (miofascia). Le ossa determinano la posizione nello spazio, ma le ossa sono tenute insieme dai tessuti molli. Quando la miofascia viene rimessa a posto, le ossa si riorientano spontaneamente. Quando il tono dei tessuti molli è equilibrato, il corpo, prova una sensazione di leggerezza. Le masse della testa, del torace, del bacino … non sono più portate fuori posto dal loro peso; la struttura presenta minore resistenza e la gravità può fluire.

Si può cambiare il modo in cui le unità stanno assieme, in virtù del fatto che sono tenute assieme dal tessuto connettivo mio fasciale, in termini chimici il collagene. Il collagene è una sostanza unica. Non c’è nessun’altra sostanza che posso pensare gli assomigli, seppur vagamente, nel modo in cui può essere modificato con l’apporto di energia. Le altre sostanze del corpo non hanno questa qualità: per esempio, le sostanze che costituiscono i nervi non hanno questa qualità, né quelle che costituiscono il sangue o l’apparato chimico della digestione.

La struttura dell’apparato digerente ha questa qualità; dovunque vediate una struttura nel corpo, vedete il collagene. Il collagene è la dimensione materiale della parola “struttura”.
La prossima volta che usate la parola “struttura”, fate attenzione se state parlando della relazione. Fate attenzione se potete usare la parola “struttura” parlando di qualsiasi altra cosa che si riferisca alla relazione. Ogni volta che usate la parola “struttura” con riferimento a un corpo vivente, parlate della relazione tra parti che stanno assieme per creare l’aggregato che chiamiamo uomo.
Il corpo funziona grazie all’energia, con l’energia e tramite l’energia: crea la propria energia e porta all’interno l’energia esterna. Un corpo è una macchina energetica individuale. Quando mettete assieme le parti della macchina in modo adeguato o inadatto, aggiungete o togliete energia dalla macchina nell’insieme. Se la struttura del fegato funziona molto male, e il resto del corpo funziona abbastanza bene, sottraete energia dal deposito generale per consentire al fegato di continuare a funzionare. La risposta è che non vi sentirete molto bene, perché ciò che registrate quando dite “mi sento” è la somma totale della vostra energia.
Quella somma totale è una somma fattoriale; potete continuare ad accrescerla con un allineamento adeguato. Se impilate i pezzi di cui si compone il corpo in modo accurato, potete far sì che il corpo funzioni con la massima efficienza. Non appena quei pezzi perdono l’allineamento, incominciate a perdere efficienza.

Nel rolfing lavoriamo in termini di allineamento. Allineiamo la struttura mio fasciale, che è il sistema del tessuto connettivo. Il tessuto connettivo fasciale è l’organo della struttura. Gli strati fasciali comprendono l’organo della struttura, l’organo che tiene assieme adeguatamente il corpo nel mondo materiale tridimensionale. Per quanto ne sappia, nessuno ha mai messo in particolare evidenza questo aspetto in nessuna facoltà medica.
Nel rolfing uno dei modi per aggiungere energia è la pressione. Il terapeuta dà deliberatamente energia alla persona con cui lavora. Non si tratta di energia nel senso usato dai metafisici; è l’energia di cui si parla nei laboratori di fisica. Quando esercitate una pressione su un punto prestabilito, aggiungendo letteralmente energia alle strutture sottostanti.
La struttura determina la funzione a un livello molto alto e a un livello che possiamo utilizzare. La legge fondamentale del rolfing consiste nell’aggiungere struttura al corpo, quando lo fate determinate un cambiamento della funzione. Noi comprendiamo che la struttura è determinata dalla relazione del corpo con il campo gravitazionale. Possiamo cambiare il modo in cui le parti del corpo stanno assieme in un tutto che può trasmettere il campo gravitazionale attraverso quel corpo in modo tale da accrescere il suo campo di energia. Potete cambiare il corpo in virtù del fatto che è costruito a segmenti, e quando l’avete cambiato in modo adeguato la gravità può fluire. Il nostro strumento è la gravità non la chimica.
La gravità è sempre presente, non si può mai eludere.

La disorganizzazione funzionale del corpo dipende dalla continua esposizione alla forza di gravità. Un costruttore sa che, se non procede nel rispetto delle linee verticali e orizzontali, ne avrà da fare per rinforzare la sua casa in funzione della gravità.
Il corpo umano, in quanto aggregato di particelle materiche, deve obbedire alle leggi delle particelle materiche. Una legge naturale è la descrizione di come qualcosa funziona in circostanze normali. Quando osserviamo il corpo, ci accorgiamo che rivela le proprietà di tutti gli altri corpi metrici.

Nella fisica c’è una branca che si chiama meccanica, che osserva e codifica il comportamento dei corpi materici nel campo gravitazionale. Qualsiasi problema meccanico ha a che fare con il campo gravitazionale e ne implica la presenza.

Bachelard elaborò un quarto livello di visione che osserva come i fenomeni si collegano tra loro; non come si chiamano (terzo livello) o come sono classificati (primo livello), ma come si collegano tra loro.
È il quarto livello di valutazione mentale, ed è il livello al quale vivono i rolfer. Abbiamo visto i limiti del terzo livello (scientifico), e l’abbiamo superato.

La vita non è una linea retta. Le parole escono in linea retta, quindi gran parte della nostra educazione è abbastanza lineare. Ma la vita non è così, ed è per questo è difficile esprimere la vita a parole.
Le parole sono lineari, le idee trasmesse dalle parole sono lineari, in successione. La vita è molto più complicata; la relazione è una chiave.
L’anatomia è al terzo livello. Si impara il nome di qualcosa, si impara da dove parte e dove arriva, a che cosa serve. Bisogna incominciare a osservare relazioni differenti, e uno dei modi per osservarle è che, quando un muscolo o una qualsiasi struttura è stata sovrasolleciatata e accorciata, la sua relazione rispetto alle altre strutture dell’area interessata perde simmetria. Quando allungate un muscolo, non ha più questa relazione disallineata. Tutta la gestalt cambia. La relazione è determinante.
Bachelard capì che questa’era (intuitiva) si situa a un livello al quale non si è davvero competenti.

Quando il bacino non è equilibrato non abbiamo lo slancio verso l’alto che crea l’equilibrio zero, il senso di assenza di peso che può essere sperimentato nel corpo. Il bacino fuori posto non consente l’equilibrio, la tranquillità dell’esperienza che viene da un bacino equilibrato. Le forze combinate che agiscono su un bacino bilanciato in un momento di inerzia sono vicine allo zero. Tutto avviene sempre in un’azione dinamica, ma le forze equivalgono quasi allo zero.
Il paradosso è che quando un corpo equi
librato si piega c’è un movimento di flessione, ma il corpo si distende. Non si accorcia. Ciò non dipende dalla posizione dell’individuo, seduto o in piedi; dipende dai muscoli psoas. Se i muscoli psoas sono al loro posto il corpo si distende in tutti i suoi movimenti.

Il cervello è un sistema idrostatico, dato che materialmente consiste più di acqua che di qualsiasi altra cosa. Pensate alle pressioni esercitate sui vari punti di quell’organo molto importante, quando la testa viene costantemente portata fuori asse o piegata all’indietro. Non sappiamo molto sul funzionamento del cervello, ma sappiamo quanto basta sul resto del corpo per sapere che funziona molto meglio quando è equilibrato. Il nostro equilibrio, l’orizzontalità che vogliamo raggiungere, proviene dall’interazione del movimento su tre piani: le ginocchia che si muovono in avanti, i gomiti che si muovono di fianco e la testa verso l’alto.
Tutti e tre i piani devo essere collegati in modo appropriato prima di poter accettare il risultato in termini di equilibrio. Questi tre piani esistono in un mondo materiale e tridimensionale.
I chiropratici e la maggior parte degli osteopati sono interessati a ottenere il movimento delle articolazioni.

Secondo me il controllo delle funzioni autonome avviene tramite il sistema mesodermico.
Ricordate che nella valutazione del corpo ciò che osservate è la relazione tra i flessori e gli estensori.
L’uomo che insiste nel caricare il peso sulle dite dei piedi non riceve nessun sostegno dalla gambe e il peso viene scaricato sull’anca.

Nel rolfing c’è una sola regola principale: se non avete successo subito, lasciate perdere. Se non riuscite subito, il problema è altrove.

I rolfer dedicano la vita a studiare come mettere in relazione i corpi e i loro campi di energia alla terra e al suo campo di gravità.

Ci sono cinque sensi e ci sono cinque modi di interiorizzare l’esperienza. I rolfer devono essere capaci di concentrarsi sul livello che agisce sui sensi.
Il senso del gusto non entra realmente i gioco; il senso dell’odorato a volte sì, ma non spesso. L’indizio più importante è ciò che può essere visto: descrivere ciò che è visibile.

Per cambiare l’aria nei polmoni occorrono sessanta respiri. Provate a uscire d’inverno e fate le respirazioni, ce ne vorranno sessanta prima che l’aria cominci ad uscire fredda.
Fare cinque o sei respiri non corrisponde ad un esercizio di respirazione.

La fascia è l’organo della postura. Il corpo è una rete di fascia.
Il sistema nervoso più antico del corpo, il sistema nervoso autonomo, è posto davanti alla colonna vertebrale, nel tessuto prevertebrale. Ciò significa qualcosa per quanto riguarda l’equilibrio e l’importanza della muscolatura prevertebrale. Il tessuto prevertebrale concorre al bilanciamento della muscolatura postvertebrale. Non parlo dei robusti flessori prevertebrali sulla superficie anteriore (frontale) del tronco, per esempio, i muscoli retti dell’addome. Mi riferisco al tessuto prevertebrale che si trova proprio di fronte alle vertebre della cavità del corpo. Si tratta di un’area molto importante e significativa per la funzione vitale. La ragione è che il sistema autonomo a volte è quasi incastrato in quest’area e a volte si trova proprio sopra. Quindi, qualsiasi cosa che incominci a operare cambiamenti importanti nel tessuto prevertebrale influenzerà per esempio, il metabolismo dei visceri, che sono innervati dal sistema autonomo. Il sistema nervoso autonomo funzionerà in una serie di plessi. Uno di questi, il plesso lombare, è letteralmente incastrato negli psoas. Perciò, quando gli psoas vengono messi fuori uso, l’impalcatura viene rimossa dal plesso lombare. Non viene più sollecitata, non esegue più l’estensione e la contrazione del movimento normale. Il movimento che pompa il fluido dentro e fuori le cellule, viene meno. Perciò l’equilibrio degli psoas è un fattore molto importante.
Quando il bacino riprende una posizione orizzontale, i muscoli prevertebrali riacquistano un tono appropriato. Con il ritorno del tono, quel po’ di movimento che fa fluire e defluire i fluidi è ripristinato, e il plesso lombare attivato. Il lavoro degli psoas è simile a quello di una pompa. Il sistema della digestione intestinale e dell’eliminazione – tutti i visceri al di sotto del diaframma – è collegato con il plesso lombare.
Il plesso più grande è il cervello, poi viene il plesso solare e infine quello lombare.
Il plesso solare ha più a che fare con le emozioni. Se una persona ha subito una perdita o un trauma emotivo, il nodo si situerà nel plesso solare e non in quello lombare.
La funzione degli psoas può essere messa fuori uso quando i muscoli si irrigidiscono, si deteriorano, degenerano …; ma a volte viene messa fuori uso semplicemente in virtù della tensione che si manifesta nei muscoli circostanti, impedendone il movimento.

Una parte della strategia del rolfer consiste nel riconoscere che la plasticità del corpo ha a che fare con la chimica di quel sistema del corpo che crea e mantiene la struttura: il sistema mio fasciale. Questo sistema deriva dal mesoderma.
Noi manipoliamo solo questo sistema e possiamo cambiare il funzionamento di tutto il corpo. Possiamo modificare la verticalità del corpo.

Un essere umano si evolve come un animale eretto. Sarà eretto dal grado di equilibrio tra i flessori e gli estensori. Feldenkrais osservò che le emozioni negative rafforzano/contraggono i flessori (ci si flette sempre, la posizione fetale è una posizione di flessione). In un corpo cronicamente contratto l’energia viene impiegata solo per tenerlo in piedi; l’uomo deve aggiungere continuamente energia al corpo per consentirgli di continuare a funzionare. La flessione cronica dà una sensazione di stanchezza e di “depressione”.
Nel rolfing si comincia dall’esterno del corpo ma il corpo dice che ci stiamo spingendo fino alla sua anima. La ragione di ciò è che noi lavoriamo sulla fascia superficiale, la quale raccoglie i riflessi da tutto ciò che non funziona dentro il corpo.

Se spingete consapevolmente sulla parte posteriore delle gambe, accorciate i tendini. L’unico modo per allungare i tendini sta nel non fare.

La maggior parte delle terapie di manipolazione incomincia dall’interno, da quella che è considerata la “causa”. Forse è la causa; non m’importa se lo è. Ma vi dico che non potete cominciare di lì. Dovete iniziare da dove potete districare il problema.

Non forzate le cose. Se vi siete preparati bene, non dovete forzare le cose. La regolarità e il raddrizzamento graduale organizzano il corpo .

Tutti i muscoli della testa, della faccia e del collo sono collegati direttamente o indirettamente all’una o all’altra vertebra cervicale.

Cranio-osteopatia di Sutherland, ma ciò che Sutherland insegnava, e che presumibilmente poteva essere ascritto al grande mistico e scienziato Swedenborg, non era solo che c’erano punti di riflesso nella testa, ma che la testa faceva parte del sistema respiratorio. Insegnava che la respirazione non era un movimento dettato dai polmoni, se non secondariamente; si trattava di un movimento della testa, che pompava il midollo spinale attraverso la colonna vertebrale.
Ciò sembrava impossibile allora.
L’idea della respirazione come funzione fondamentale del sistema nervoso è rivoluzionaria. La respirazione rappresenta quindi la comunicazione  funzionale tra il mesoderma e l’ectoderma, tra il tessuto mio fasciale e quello nervoso. Possiamo osservare questo modello di respirazione alla fine di una sesta ora ben fatta di rolfing. La respirazione è accompagnata da un movimento dell’osso sacro; all’inspirazione la base dell’osso sacro cade all’indietro, all’espirazione si sposta in avanti. Questo funziona da pompa per il midollo cerebrale. Serve da pompa per tutto il sistema spinale; presumibilmente funziona da pompa verso il cervello, che è parte del meccanismo spinale.
Questo concetto getta luce su come funziona la respirazione su molte pratiche mistiche.
Il meditante controlla il suo sistema mio fasciale tramite un certo modello di respirazione per ottenere una reazione neurale. È abbastanza facile controllare il sistema mio fasciale; è tutt’altro che semplice controllare quello nervoso.

Durante la sesta ora di rolfing scopriamo improvvisamente che la respirazione influenza l’osso sacro. Ma dire una cosa del genere è del tutto sconveniente, perché tutti credono che la respirazione risieda nei polmoni e non nell’osso sacro. Sutherland aveva le sue idee in merito alla respirazione. Il concetto fondamentale alla base dell’osteopatia sacrale di Sutherland era che tutta la colonna veniva influenzata dalla respirazione e che c’era un movimento tra i segmenti del cranio. Quando i segmenti si muovono usano l’intera colonna vertebrale come pompa per pompare il midollo spinale. L’interferenza nella spina dorsale avrebbe intralciato il pompaggio. Alla fine della sesta ora, tutti hanno osservato il momento in cui, quando respirazioni, la spina dorsale incomincia ad allungarsi, si vede la schiena che si estende. Sutherland si occupò del rimo nel cranio. Quando avete imposto le mani su un certo numero di teste, sapete che alcune hanno in loro tanto un ritmo quanto ne ha una pietra. È ciò che succede quando le articolazioni inferiori si irrigidiscono e si deteriorano.
Quando arriverete alla settima ora, in cui lavorerete davvero con la testa e con tutte le articolazioni che determinano l’orizzontalità della testa, incomincerete a ottenere l’elasticità che rende possibile la presenza del ritmo. Il ritmo funzionale si attiverà e continuerà, ponendo rimedio a qualsiasi cosa abbia bisogno di ulteriore lavoro.
Questo è quanto intendo quando dico che noi non ci occupiamo di patologia; noi ci occupiamo della messa in atto di una fisiologia adeguata. Non ne udrete certo parlare in nessun dipartimento della facoltà di medicina, dove l’idea di respirazione è che si tratta di una funzione del torace. Ma, dato che la respirazione si collega alla colonna vertebrale, questa idea ha senso. Secondo Sutherland la respirazione è fondamentalmente una funzione della colonna vertebrale, per pompare il midollo spinale, e l’aria che fluisce e defluisce dal torace è una funzione secondaria della respirazione, non primaria. Vorrei trasmettere questo concetto ai rolfer che sono molto sottovalutati. Osservandolo in termini di ciò che sentite nelle vostre mani.
Tutta la preparazione del lavoro di rolfing durante le prime sei ore rende davvero possibile questo funzionamento. Ci riferiamo al fatto di come l’orizzontalizzazione del bacino sia molto importante. Lo è, senza dubbio. Ma cosa direste di un uomo che si ritrova con un bacino ragionevolmente ben orizzontale, ma senza nessun collegamento di sopra? Prima di ottenere vitalità, flusso vitale e organizzazione vitale, si deve raggiungere l’integrazione di tutto il corpo. Quando ottenete il flusso vitale, potete sentire la radiazione. Il bacino orizzontale sta alla base di tutto ciò. Quando non è orizzontale, non avete nulla che vi serva da base sicura.
Nella respirazione c’è un movimento alla base del cranio, ma tutti i testi di anatomia dicono il contrario. Questo fenomeno si presenta in modo visibile nei bambini: il problema sta nel cranio degli adulti. Nell’anatomia accademica si studia sempre su ossa morte, spesso si esaminano ossa di anziani, forse di una persona povera, che ha avuto una vita difficile, e non ci si può aspettare he abbia avuto un corpo di prim’ordine. Ma quando lavorate con gli esseri viventi, le mani vi dicono che nelle strutture del cranio c’è movimento. La cosa che si potrebbe osservare (ma penso che non sia consigliabile come progetto di ricerca) sarebbe il cambiamento della pressione del midollo spinale in una spina dorsale che si muove liberamente. Ma fino a quando un uomo sta bene, non ha bisogno di punture spinali. Non conosco nessuno che si offrirebbe volontario per un simile esperimento.

Cos’è la fascia? Se sezionate una coscia di agnello, arrostita o no, vedrete che il rivestimento dei piccoli muscoli individuali si unifica a un certo punto per creare quella materia solida che poii aderisce alle ossa. Non è una cosa semplice che un bambino possa disegnare; si tratta di un intreccio e di un interconnessione complessa. Questa rete di collegamenti corre lungo tutto il corpo.
Questa è l’idea nuova. Non è che prima la fascia non fosse conosciuta, lo era da tanto tempo, ma nessuno aveva mai avuto molto interesse a studiarla. Vi può sembrare strano, ma ci sono altri casi simili nella storia della medicina.

Durante la decima ora, il rolfer deve operare certe scelte. Attenetevi a queste. Più vi sentite insicuri, più direte che ci sarà bisogno di una revisione, che una cosa non è stata fatta bene, che non ha avuto un buon esito … e poi direte: “facciamo un’altra cosa”. Strada facendo dovrete lottare sia dentro che fuori di voi perché venga quella situazione, non cercare di sostenerla a ogni costo.

Nel corpo umano il sostegno non è qualcosa di solido. Il sostegno è la relazione. Il sostegno è l’equilibrio degli elementi che non sono affatto solidi; elementi che non sono i grado di sopportare il peso che fa pressione su di loro, eccetto se sono bilanciati. Si potrebbe tradurre equilibrio con tono? Non so. Non so cosa significhi tono in parole, solo nell’esperienza. Una volta l’ho paragonato ad apertura, ma non saprei definire apertura. Quando nel corpo avrete apertura, ottenete un tono; quando ottenete il tono avete l’apertura. L’apertura è spaziale, il tono è fisiologico. Entrambi indicano la prontezza ad agire e a reagire, ovvero la pietra di paragone di un corpo sano.

Robert Frost: “Siete liberi quando vi sentite bene sotto le redini”, questo è il rolfing.

Non è possibile separare la testa dal collo, sono un’unica struttura. Per strano che sia, nessuno sembra pensarci. Non c’è nessun muscolo del viso o della testa che non raggiunga un punto d’appoggio nelle vertebre cervicali. Questo ancoraggio può avere dei problemi; può essere troppo corto o troppo lungo, troppo dritto o troppo ritorto, ma c’è. Tutto ciò che collega la testa al collo ha due estremità, una di queste è nel collo, l’altra nella testa.

Il primo obiettivo di un rolfer è ripristinare la simmetria, che, in ultima analisi è sinonimo di equilibrio.
I muscoli esterni del corpo funzionano come una fasciatura. Fissano la testa al tronco. Secondo me, questi muscoli esterni, che vanno dalla testa alle spalle, non servono per la rotazione. Si adattano alla rotazione, ma penso che il collo sia concepito in modo che la rotazione venga gestita dagli intrinseci (i muscoli corti e profondi) del collo. Se la testa è troppo avanti, la rotazione viene compiuta dagli estrinseci perché agli estrinseci fa difetto l’apertura e non possono funzionare, ma se ciò avviene, la modellatura normale del corpo viene distrutta. Si smarrisce il modello equilibrato centro-guaina del corpo. Mi pare che sia proprio ciò che non ha funzionato nei programmi di educazione fisica.

Le articolazioni sono attraversate dalla fascia, non dai muscoli. La fascia avvolge le articolazioni incrociate. Le articolazioni diventano il segnale d’allarme: ci dicono se qualcosa non va e come. Bisogna cercare i collegamenti, non solo delle articolazioni, ma all’interno del tessuto mesodermico. (la fascia e l’osso vengono dal mesoderma; la fascia è meno densa). Ciò vi darà, un quadro più ampio che se osservate solo i muscoli.

In pratica, tutte le colonne vertebrali, a meno che non abbiano subito danni, compensano in modo simile: le vertebre lombari si spostano in avanti. Per ripristinare l’equilibrio, bisogna riportare all’indietro la base dell’osso sacro e l’apice dello stesso in avanti. Le vertebre lombari seguono allora il movimento, ovvero tutto il meccanismo degli estensori si spinge verso l’alto lungo la schiena.

Per quanto riguarda le ossa, quando lo scheletro è coricato sul pavimento, non c’è nessuna orizzontalità. Potete mantenerlo in posizione, ma non ci rimane. L’orizzontalità del bacino è determinata dal tessuto molle e dalla gravità. È la relazione tra le parti della miofascia che determina dove si situerà il bacino, il bacino osseo. Lo stesso vale per tutte le altre ossa del corpo. Un osso si trova dov’è in virtù di come è tenuto dal tessuto molle. Perciò il lavoro del rolfer riguarda il tessuto molle. Le ossa sono un punto di riferimento, ma il nostro lavoro concerne il tessuto molle.

Il collo deve essere centrato e il cingolo scapolare relativamente orizzontale. Le spalle formano un giogo. La circolarità si ottiene grazie al fatto che, quando raggiungete l’orizzontalità nelle spalle, all’improvviso la testa si muove e lo fa liberamente. La guardate, e dite che ruota sugli estrinseci. Oppure potete incominciare dalla parte opposta: potete fare u esperimento di modo che subentrino gli estrinseci del collo. Se riuscite a farli funzionare, scoprirete di avere un giogo orizzontale sulle spalle, con il collo nel mezzo. È molto più facile scegliere la prima alternativa, ovvero mettere le spalle il più vicino possibile alla posizione normale e poi farle lavorare: lavorare per quanto riguarda il loro e il vostro movimento.

Quando una parte si è infiammata, qualcosa si è accorciato. L’accorciamento interferisce con il flusso circolatorio ed ecco che c’è una congestione. Insistete affinché il paziente si metta nella posizione che, secondo il vostro occhio della mente, riconoscete come normale. (Questa è la ragione per cui i rolfer devono concentrarsi e ascoltare: per scoprire cosa è normale). Quando vedete la normalità, potete iniziare a portare il corpo verso di essa.

I rolfer non sono terapeuti che curano la malattia che sono terapeuti che invocano la salute.
Tutto il lavoro del rolfing riguarda il processo di allungamento.
Alzarsi sulle due gambe ha prodotto un accorciamento del corpo.

Il corpo è costituito da pezzi, secondo me non lo si può trattare come un insieme, bisogna trattarlo come la somma di parti.
È quanto dicono le dita. Le dita ci dicono che non stiamo lavorando con il corpo come un insieme.

Il corpo e la mente sono le due facce della stessa medaglia, perciò i ristati del loro sul corpo influiscono sulla vita emotiva, comportamentale e persino spirituale dell’individuo.
Per esempio, quando la tensione fisica cronica o la debolezza si traducono in irritabilità emotiva o dipendenza, l’allentamento della componente fisica consente un allentamento di tutto il sistema.
Ciò può manifestarsi con il riaffiorare di un ricordo sepolto, o, spesso, si mostrerà sotto forma di intuizione nei modelli abituali di comportamento. Non appena si leva l’ancora fisica, le risposte emotive cresciute oltre misura possono cambiare. Il rolfing non è una processo psicoterapeutico, eppure grazie a esso intervengono cambiamenti psicologici. Per questa ragione i rolfer devono avere una preparazione psicologia prima della formazione specifica.
Il rolfing è un processo di cambiamento. Se ci opponiamo al cambiamento, sentiamo dolore. Se consentiamo al tessuto di rilassarsi, proviamo un senso di calore. Nel caso contrario, si può provare dolore. Il rolfing non raggiunge la perfezione; dà inizio a un processo. Il suo scopo è stabilire l’equilibrio nella gravità. Il ciclo di dieci ore è un primo passo in quella direzione. Il rolfing è un processo in corso che continua molto tempo dopo il completamento del lavoro. Nell’equilibrio, l’energia della gravità può fluire (non opporsi) con l’energia dell’individuo.

Glossario

Centro/guaina-intrinseci/estrinseci                                                                                              Intrinseco ed estrinseco sono categorie funzionali.
Il tessuto più vicino all’osso è intrinseco, il tessuto più vicino alla superficie è estrinseco.
I muscoli intrinseci danno inizio al movimento, gli estrinseci lo fanno proseguire.
Il movimento intrinseco nel suo insieme prende avvio nel nucleo del corpo, molto probabilmente spinto dal sistema nervoso autonomo vegetativo.
I cingoli (scapolare e pelvico) esprimono il desiderio dell’essere – agiscono, ma agendo dovrebbero essere abbastanza liberi affinché la loro azione non alteri la serenità del centro.

Fascia (tessuto mio fasciale)
La fascia è una rete elastica di sottile tessuto elastico (organo della struttura) che esiste in strati continui in tutto il corpo. I muscoli e le ossa sono organizzati e sono sostenuti da questa rete, come pure tutti gli elementi che costituiscono il corpo umano.

Il meccanismo di adattamento della fascia consiste nella contrazione e nel collegamento; per ottenere stabilità e tenere lontano lo stress, il tessuto della fascia si accorcia, si indurisce e si fissa in strutture adiacenti. Ne risulta che il movimento non è più economico: la parti attigue vengono coinvolte nel movimento mentre potrebbero rimanere a riposo. Allora usiamo troppa energia solo per vivere e ci priviamo di energia creativa.


Il corpo umano si sviluppa da tre tipi di tessuti:
  • l’ectoderma che dà origine a nervi, pelle, organi di senso …
  • l’endoderma che dà origine agli organi interni, alla linfa …
  • il mesoderma che diventa tessuto di sostegno cioè ossa, tendini, muscoli, fascia …
Le ossa, i tendini, i muscoli, e la fascia vengono riconosciuti chimicamente come un tessuto fondamentale, con gradi variabili di elasticità, stabilità, mutevolezza a seconda della sua composizione chimica.
Tutti questi derivati del mesoderma comprendono ciò che Ida Rolf definisce organo della struttura, e questo composto è in grado di cambiare, di riorganizzarsi.
La fascia cambia subito e in modo esteso, l’osso cambia a più lungo termine ed è conservatore per quanto riguarda il grado di cambiamento.
La fascia superficiale è un tipo di fascia che si trova vicino alla pelle in una sottile pellicola elastica. La tensione di questo strato esterno è di solito un’indicazione di stress a livello più profondo.

Flessione ed estensione
Descrivono l’azione dei muscoli attraverso le articolazioni: un muscolo che si contrae si accorcia, un muscoli che si estende si allunga. Quando un ginocchio si piega, i flessori posteriori della gamba (tendini del ginocchio) avvicinano la parte superiore della gamba a quella inferiore, chiudendo l’angolo del ginocchio.
Quando si piega la schiena, i muscoli lunghi che corrono lungo la colonna vertebrale (estensore della colonna) si estendono (diventano più lunghi), stabilizzando il movimento del piegamento. In quello stesso movimento, i muscoli frontali del corpo, in particolar modo i muscoli lunghi dell’addome (retto dell’addome) si contraggono.
I flessori e gli estensori agiscono in coppia: quando una parte del corpo si curva (si flette), un’azione reciproca di allungamento (estensione) avrà luogo nell’altro lato.

Riflessi
Generalmente sono dei punti sulla superficie della pelle, che sono sensibili in presenza di un disturbo all’interno del corpo. Esistono varie “mappe” per mostrare quali riflessi si riferiscono a quei punti di disturbo nell’organismo: nello shatsu giapponese si usa questa mappa, così pure per il massaggio di pressione cinese sui punti di agopuntura. Un’altra mappa è nota con il nome di “terapia zonale”, e si occupa essenzialmente di punti nei piedi e nelle caviglie che hanno un’influenza sulle strutture sovrastanti. Secondo Ida Rolf, i punti di riflesso – nei piedi o altrove – sono quasi certamente i punti terminali della tensione mio fasciale, il risultato dello sbilanciamento che trasmette le sue difficoltà tramite modelli di compensazione che attraverso il corpo raggiungono la superficie.

Tono/apertura
Quando vengono usati in relazione a un organismo vivente, il tono e l’apertura si riferiscono alla qualità del tessuto mio fasciale.
Una buona apertura è sinonimo di un’adeguata ed equilibrata sistemazione del tessuto; un buon tono sta a indicare l’equilibrio chimico elastico del tessuto. In entrambi i casi viene valutata la capacità del tessuto di reagire con prontezza e facilità a qualsiasi situazione e, allo stesso tempo, la capacità di rimanere a riposo quando non c’è azione. Il tessuto può essere ipotonico (scarsa reattività) o ipertonico (costantemente sotto stress). Il secondo caso è più diffuso, ma in entrambi i casi i rolfer descrivono un corpo con un tessuto mal equilibrato come “irregolare”. Ovvero, alcuni degli elementi miofasciali del corpo si sono accorciati (sono diventati ipertonici) e hanno allontano la struttura d’insieme dall’equilibrio.





Fonte: Il Rolfing e la realtà fisica - Ida Rolf - Astrolabio edizioni


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