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martedì 22 novembre 2011

La complessità dell'uomo: il SÉ

Complessità non sta a significare più complicato ma più articolato, ossia nuova apertura verso infinite possibilità, che fuoriescono dal vincolante epitaffio di causa-effetto, e dove l’effetto è a sua volta causa e ri-crea nuovi effetti che a loro volta creeranno proprio come nell’anello tetralogico di Morin, ove le interazioni non possono essere concepite senza disordine, cioè ineguaglianze, turbolenze, perturbazioni … che provocano incontri. È nella danza di ordine e disordine che nasce l’organizzazione, la quale determina un sistema partendo da elementi differenti, essa connette, trasforma, produce e conserva questo sistema, è organizzazione delle differenze, in quanto stabilisce relazioni complementari fra le parti differenti, come pure fra le parti e il tutto.

Ogni sistema è minacciato da disordini interni ed esterni, così ogni sistema è anche organizzazione contro l’antiorganizzazione. Ma il disordine non è eliminato dall’organizzazione, è da essa trasformato, virtualizzato e può attualizzarsi.
Così il disordine non è più un virus invadente, ma diviene strumento di cura per la malattia della semplificazione, la quale riduce la Gestalt ad un’unità senza più parti, senza anima, senza identità. L’identità sorge non come equivalenza statica tra due termini sostanziali, ma come principio attivo appartenente ad una logica ricorsiva. Secondo Morin il Sé è ciò che rinasce da se stesso, ciò che ritorna a sé, ciò che ricomincia sé (nella rigenerazione e nella riorganizzazione).
Il sé non è mai immobile, è sempre animato, animante. Con il sé siamo alla fonte di ciò che diverrà autos del vivente (autorganizzazione/autoreferenza – in greco autòs significa “sé”) con la vita il sé diviene riproduzione-di-sé e negli individui diviene autos da cui nascerà un Me.
I sistemi autopietici, si producono da sé, si riproducono e moltiplicano, sono gli esseri biologici viventi, gli esseri-macchina, a differenza delle macchine banali che non possono riprodursi ne moltiplicarsi da sé, non sono autonome, e sono organizzate dall’esterno. Mentre gli esseri macchina autonomamente autoproducono i propri elementi costitutivi.

“La nostra coscienza è una piccola fiamma vacillante – scrive Morin – e sebbene suscettibile di farsi ingannare dalla falsa coscienza (le sterminate legioni di Io), resta pur sempre il lumino di cui dispone la nostra esistenza sonnambula”.

Noi viviamo ora come risvegliati ora come sonnambuli.
E dunque è la coscienza che si fa distinguere dagli altri viventi e ci rende consapevoli del nostro essere macchine non banali.
Ma noi siamo e agiamo non come esseri liberi, ma come condizionati e determinati: siamo agiti quando crediamo di agire e, tuttavia, ciò che ci ha determinato costituisce anche ciò che ci ha reso liberi.
Per capire ciò dobbiamo riferirci al concetto di autonomia dipendente: le polidependenze divengono condizioni di autonomia, perché c’è continua interazione tra di esse, e in questo modo riescono a generare autonomia dipendente, dove l’attributo dipendente non implica un ottuso determinismo, ma solo una relazione significante e relazionale tra tutti i piani della complessa realtà umana.
La macchina banale è quella che risponde alle informazioni che le diamo in maniera prevedibile.

L’uomo non risponde in maniera prevedibile alle sue determinazioni biologiche, sociali e culturali. Né è intrinsecamente costituito, ma la polimorfità delle interazioni possibili delle stesse dipendenze, determina un polimeccanismo genetico, che ci fa superare la banalità.

L’essere umano è al contempo uno e molteplice, un’unitas multiplex (sistema – interrelazioni – organizzazione) e ogni essere umano, come il punto di un ologramma, porta in sé il cosmo. Ogni essere, anche il più chiuso nella più banale delle vite, costituisce in se stesso un cosmo”.
Il processo ricorsivo che produce il sistema, lo produce in un continuum ininterrotto senza soluzione di continuità.

Secondo Gurdjieff esiste una miriade di Io (le legioni di Io, legate alla nostra personalità) e un Sé ossia la parte divina che è in noi. In mezzo ai due ci sta il corpo.
L’Io è identificato con la mente, il corpo è sedotto dalla mente, e lo spirito dorme arrotolato sul nostro coccige, incapace di risalire verso il cuore.

Che fare? Non servono tecniche di risveglio, o forzature di sorta che possono creare irrimediabili squilibri, nonché disturbi e patologie serie. Serve solo stare in presenza.

Gustav Meyrink: “Essere svegli è tutto. Di nulla l’uomo è così fermamente persuaso quanto d’esser sveglio. In verità però egli è imprigionato in una rete di sonno e di sogno ch’egli stesso ha intessuto. Più fitta è questa rete e più potente signoreggia il sonno. Quelli che vi sono impigliati passano nella vita come un gregge avviato al macello, ottusi, indifferenti e senza pensieri (…) Quando il tuo invisibile te stesso apparirà in te come autista, tu potrai riconoscerlo dal fatto che getterà un’ombra. Io stesso non sapevo chi io mi fossi, fino a quando non ebbi a vedere il mio corpo come un’ombra[1].

Solo attraverso la consapevolezza di Sé si può uscire dal labirinto.

Il Sé è onnipotente, ma è prigioniero della personalità, quando restiamo identificati al nostro ruolo, personaggio, o situazione, allora siamo in trappola. L’identificazione diviene la tagliola che ci imprigiona e così non abbiamo scampo dalla proiezione cha abbiamo creato, dimenticandoci la nostra vera natura. Noi siamo ciò che pensiamo, siamo i nostri pensieri.

Krishnamurti: “Finché immagino come dovrei essere, continuerò ad essere quello che sono ora”.

Arcangelo Miranda spiega che quando i nostri pensieri mentali non incrociano il volere del Sé, allora viene a crearsi una forma-pensiero, deleteria sia per il corpo, che per l’intero nostro funzionamento.


Charles Leadbeater, co-fondatore della società teosofica; a proposito delle forme-pensiero (o masse-pensiero o teri o eggregore) disse: le forme-pensiero sono generate da pensieri disarmonici con il proprio Sé e sono caratterizzate da vibrazione, colore, forma e posseggono massa.
Esse sono tante quanti sono gli io della personalità.

Il punto è che siamo già il Sé – scrive Arcangelo Miranda - ma non ce ne rendiamo conto, siamo già tutto ORA, qui, non dobbiamo divenire nulla dobbiamo solo ESSERE. La vita non è un divenire, è essere e uno spirito può recuperare la propria condizione originaria vedendosi già arrivato; erroneamente si crede esista il divenire, ma in realtà esiste solo l'essere.

Ben spiegato da Morin essere significa rimanere costante nella propria forma, organizzazione, identità.

L’essere vivente ha origine da interazioni e incontri fisici, poi cicli di riproduzione, retroazioni negative legate a retroazione positive; la macchina vivente può esistere solo con il disordine e con il rumore, in un rapporto complementare e antagonistico.




[1] Meyrink Gustav, La via del risveglio secondo Meyrink, in Introduzione alla magia, vol. 1., Edizioni Mediterranee, Roma, ristampa 1987




Mariangela Mattoni