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domenica 16 dicembre 2012

Karma e Caos - Paul R. Fleischman

Una pratica di autocontrollo
“Sedersi” è, infatti, tra le altre cose, una pratica di autocontrollo.
Mentre si medita non ci si alza né ci si muove, non si fanno soldi né si passano esami, e neppure si può essere rassicurati da una certa telefonata. Si potrebbe obiettare che anche il servizio militare, una lezione di violino o la formazione medica permettono di esercitare l’autocontrollo. Ma l’azione di “sedersi” fa esercitare l’autocontrollo nei confronti di valori specifici. Qui l’azione è completamente sostituita dall’osservazione. Certo, non varrebbe la pena di dedicare la propria vita a questa pratica, se poi si passasse il tempo in sogni erotici o nella preoccupazione di avere successo e riconoscimenti. Purtroppo, sogni e preoccupazioni si presenteranno comunque, fanno parte della nostra umanità. Le varie culture non avrebbero prodotto gli onnipresenti codici morali, i dieci comandamenti, se non traboccassimo di centomila impulsi incontrollati.
Ma le esortazioni morali e le prediche mi sono sempre apparse rimedi insufficienti, tutt’al più mi danno la misura dei miei istinti più striscianti e incontrollabili. Mi servono lenti indistruttibili, o sempre rinnovabili, attraverso le quali poter scorgere l’amore al di là delle mie voglie e la fede al di là delle mie inquietudini. Come distinguere ciò che in me, è convinzione radicata, ciò che forma il nucleo della mia identità, da semplici velleità destinate a cadere? Quali sono i personaggi che continuano a passare davanti allo specchio della mia anima giorno dopo giorno, anno dopo anno e quali invece i buffoni che occupano il palco per la durata di una scena?

Dal Fedone di Platone, con le parole di Socrate: “dolore e piacere non vogliono mai stare insieme ambedue nell’uomo; ma, se qualcuno insegue o prende uno dei due, è pressoché costretto a prendere sempre anche l’altro, quasi che essi, pur essendo due, pendessero da un unico capo”.

L’amore una “rotta migratoria”
Per quel che mi è dato di capire, l’amore non è un’emozione, ma è l’organizzarsi delle emozioni. Non è una stanza, ma il luogo in cui ci si sente a casa; non è un uccello, ma una rotta migratoria. È un complesso di sentimenti, che va al di là dei sentimenti. È il contrario del colpo di fulmine e della sessualità romantica. “Sedermi” mi ha aiutato a trovare l’amore, a vivere d’amore, o quantomeno a viverne di più. Ha ravvivato, entro i limiti delle mie possibilità e del mio carattere, il marito, il padre, lo psichiatra, il cittadini che c’è in me. La meditazione mi ha permesso di scrutare impietosamente e di superare certi miei atteggiamenti sentimentali e i miei giudizi morali. Mi ha fornito uno strumento, un’attività, una pratica con cui esprimere l’amore. Essa mi fa da leva, e nel medesimo tempo mi stabilizza.

Come afferma Erik Erikson: “È soltanto l’ambivalenza che rende l’amore significativo, o addirittura possibile”.

In altre parole, è soltanto perché siamo sia separati sia uniti, che esiste l’amore. Senza un’esistenza individuale e degli impulsi personali, il mondo sarebbe soltanto un globo omogeneo, spoglio di emozioni, inconsapevole.
Tuttavia, se fossimo irrimediabilmente separati, saremmo come fredde stelle autonome poste l’una accanto all’altra nello spazio morto.

Far coesistere gli opposti
Per me, l’amore significa l’organizzazione delle emozioni umani in quello stato complesso in cui separazione e fusione, individualità e coinvolgimento, io e mancanza di un io,l paradossalmente coesistono. Solo un individuo può amare, ma per farlo deve cessare d’esser tale.

“Sedermi” mi ha aiutato a svilupparmi in entrambe le direzioni. Quando mi rinchiudo, mi costringe a spalancarmi, e quando mi stacco, come una scheggia che salta via, mi ricongiunge al corpo a cui appartengo.
“Sedermi” potenzia lo sforzo che faccio nei miei confronti, mette in moto la mia volontà e il mio impegno. Nello stesso tempo demolisce le tattiche che adotto per proteggermi per difendermi, sconvolgendo il concetto che ho di me stesso. Costruisce e nello stesso tempo smonta questo “me”, pezzo per pezzo.
In me dilagano tutte le speranze, tutte le aspirazioni, tutte le paure.

Stringere la mano alla morte
Meditare significa morire a ciò che accade intorno a me, abbandonare la distrazione, far cessare ogni desiderio di gratificazione. È la vita di questo momento, così com’è. Questa rigorosa messa fuoco mi riuscirà molto, molto utile un giorno. Ma lo è fin d’ora.

Nel cuore della storia
La vita ha inizio in una selva di condizionamenti: le nostre reazioni istintive a questi condizionamenti creano altrettante limitazioni. Per liberarci, occorre che diventiamo consapevoli del processi di condizionamento, e impariamo a dargli una risposta adeguata. La meditazione mi rende cosciente d’ogni scelta, perciò quando passo all’azione, mi ritrovo più attento, più concentrato, più cosciente e comprensivo.

La meditazione Vipassana
Vipassana è il nome della meditazione che punta alla diretta purificazione mentale e conduce alla pace profonda. Il termine “vipassana”, che in un’antica lingua dell’India, il pali, la lingua in cui c’è stato tramandato l’insegnamento del Buddha, significa “visione profonda”, indica la tecnica meditativa praticata e insegnata dal Buddha stesso. Vipassana non è buddismo, la religione che si cristallizzò intorno all’insegnamento del Buddha dopo la sua morte, ma è una psicologia del profondo, una trasmissione sistematica di verità oggettivamente verificabili.

Il nibbāna è imperturbabile pace interiore, purezza assoluta che si può soltanto definire per mezzo di quanto essa non è: non desiderio, non-paura, non-collera.
Le radici etimologiche del termine nibbāna sono indifferentemente interpretate come “nessuna freccia”, a significare che non si può raggiungere traguardo più alto nella vita, oppure come “nessun vento” per indicare che si è al di là d’agitazione e cambiamento.
Il nibbāna è contrassegnato dall’assenza di fattori contaminanti quali i desideri, le preoccupazioni, l’intolleranza. Esso nasce dall’estinzione della bramosia e dall’avversione, dalla serenità connessa alla visione impersonale; è pace senza fine, realizzata nell’attimo del presente.

Una concentrazione diversa
… la calma della concentrazione sul nudo respiro prescinde da qualsiasi situazione; non contiene “se” o “quando”, è priva di immagini. È come una pozza di luce, o un chiaro di luna; per la durata di un attimo, solo la lieve increspatura del respiro inonda la mente. Incredibilmente, la pace appare possibile. Frutto dell’osservazione, tuttavia non è osservabile, come l’aria fresca. Emerge da uno sforzo, da una partita giocata con se stessi, poi fluisce senza scosse, diventa senso di libertà incontenibile. Solo dopo che è nuovamente svanita, e si è riassorbiti dall’attività mentale, se ne sente la mancanza.

La meditazione vera e propria
Lo studente “inizi a osservare il continuo sorgere e svanire dei fenomeni all’interno del suo corpo … questa consapevolezza si svilupperà fino al punto in cui rimarrà solo la pura comprensione e la pura attenzione, ed egli si ritroverà perfettamente equanime, senza più alcun attaccamento per tutto ciò che esiste nel mondo della mente e della materia”. Con questa frase, il Buddha descrive la vipassana.

Partendo dalla concentrazione sul respiro e sul contatto del respiro con il corpo, lo studente si esercita a osservare, prima singolarmente e poi simultaneamente, le varie parti del suo corpo, fino ad acquistare la capacità di essere consapevole di tutte le sensazioni che si manifestano nel cranio, sulla fronte, negli occhi, nelle narici, nella bocca, nel petto, nel cuore, nei polmoni, nell’addome …
La meditazione diventa il fluire della consapevolezza attraverso l’intera struttura fisica, l’esplorazione attenta di un territorio rappresentato dal soggetto stesso. È come se la massa del corpo si frantumasse nelle infinite particelle che la compongono.

Ma perché concentrarsi sul corpo?
Noi ci identifichiamo in primo luogo con i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra psiche. Una tecnica che continuamente ci richiede di spostare la concentrazione dalla mente al corpo, può veramente andare in profondità, può essere qualcosa di diverso da una ginnastica tranquillizzante?  Questa meditazione sul respiro e sulle sensazioni del corpo, quale relazione ha con la purificazione mentale e la pace interiore?
Per penetrare nelle profondità della mente, dobbiamo imparare a osservarla là dove essa entra in contatto con il corpo. L’osservazione di noi stessi non può limitarsi alla sola mente, perché noi siamo continuamente sopraffatti dalla mente. La nostra obiettività, la nostra capacità di osservazione, cono viziate dal bisogno mentale di tradurre in immagini, di sceneggiare tutto. La mente, registra instancabile, non fa altro che sfornare film. E noi siamo quei film, o almeno così pensiamo. Noi crediamo in ciò che la mente proietta sul nostro schermo, ne siamo catturati, viviamo come se tutto ciò fosse vero.
Ma quel palcoscenico che ci vede sempre protagonisti, lo schermo che noi occupiamo quasi totalmente, si regge tutto su quel pacchettino di materia che è il nostro corpo.

Esistono diversi livelli di realtà. L’impegno che mettiamo nelle cose di questo mondo complesso, dove abilità, lavoro e pragmatismo ci procurano cibo, riparo, istruzione e affetto. Ma in ultima analisi, l’universo visibile e tangibile è un flusso mutevole di materia, che continuamente forma nuove aggregazioni. Il fatto definitivo è il cambiamento. La meditazione profonda, finalizzata a una pace duratura, deve necessariamente scavare più a fondo, oltre l’attività mentale funzionale, ma effimera, di una realtà transitoria, fino a toccare le verità esterne, che rappresentano il fondamento stabile di ogni personalità.

La vipassana è una base di osservazione sottomarina del mutamento. Con essa, l’osservazione neutrale e spassionata penetra fino alle radici del senso di noi stessi. Ogni pensiero, ogni fantasia, ogni immagine mentale è un prodotto del corpo che li contiene. Ogni guizzo della mente è contrassegnato da una reazione chimica. Potremmo dire che la mente è il succo che spremiamo dal cambiamento. I neurotrasmettitori, sostanze biochimiche complesse che fluiscono attraverso le sinapsi delle microforeste dendridiche del cervello, influenzano il nostro umore e le nostre attività mentali.
Gli psichiatri prescrivono queste sostanze biochimiche per curare la depressione, per calmare l’ansia o per liberare dall’orrore schizofrenico.
L’”io sono” che abita i nostri pensieri e le nostre emozioni è un prodotto delle possibilità della biologia, della chimica e della fisica del nostro corpo. Quando pensiamo, ne modifichiamo la struttura chimica. E schemi persistenti di pensiero modificano il nostro corpo, provocano l’ulcerazione del duodeno, spezzano il cuore o ci ridanno vitalità. Mente e corpo sono le due facce di un’unica medaglia.

La mente e le sue illusioni
Ma è la mente, considerata da sola, che genera l’illusione dell’”io sono”; essa nasconde la realtà del cambiamento inarrestabile che avviene in ogni atomo, ogni corpo, ogni galassia. La mente che non è in contatto con il proprio corpo sogna di essere libera da questo flusso inesorabile. Essa, sradicata dalla verità dell’incessante trasformazione, elabora le illusioni, che le impediscono di integrarsi armoniosamente con la realtà del mondo.
Come può una mente, soggetta a una continua auto-ipnosi, acquisire una visione più ampia e più stabile?
La mente umana può soltanto sperimentare la verità quando quella verità è direttamente percepita dalla struttura fisica dell’io. Per collocarci all’esterno di noi stessi e poterci vedere come siamo, per scrutare la nostra vita con “penetrante visione cosmica”, dobbiamo entrare in noi stessi e scoprire il moto vertiginoso delle galassie all’interno delle nostra ossa.

Per acquistare la purezza, oltrepassando l’illusione e la frammentazione della personalità, occorre sperimentare il continuo cambiamento di questo nostro io immaginario.
E la prima goccia di purezza filtra nella mente quando percepiamo il dissolversi del corpo nel flusso impersonale dell’universo materiale.

Il paradosso della vipassana
Quando il meditante impara a rimanere seduto in tranquillità, osservando semplicemente il sorgere e il passare delle sensazioni del proprio corpo, senza minimamente reagire, ritorna il flusso di pensieri che l’avevano assediato quando si concentrava sul respiro; a questi si aggiungono reazioni di oppressione e di sollievo fisico assenti in precedenza. A volte la vipassana gli apparirà un vero paradosso: spinto lì alla ricerca della pace, si troverà, almeno temporaneamente, più che mai nell’occhio del ciclone. A rari istanti di chiarezza stellare succede il solito frastuono mentale.

La pace di una mente purificata
Il principiante ora può accorgersi di come i pensieri scaturiscano dal suo corpo e, a loro volta, trasformino le sue sensazioni fisiche. È un inizio di libertà dalle coercizioni della vita animale: entrano in funzione nuovi organi mentali, nuovi muscoli spirituali. Diventa possibile osservare i mutamenti di corpo e mente, come si osservano le stagioni della terra e i periodi storici nella geografia del tempo.

Man mano che si dirada l’ignoranza che ci aveva così a lungo accecati, viene in luce la saggezza di una mente purificata. Perché continuare ad alimentare e legittimare tutto quell’odio e quella paura, visto che il copione è del tutto provvisorio? L’insistente ricerca di una felicità permanente entro i confini di questa vita ci appare qualcosa di infantile, un sognare ad occhi aperti. Niente più “vissero per sempre felici e contenti”, dunque, perché lì, nell’attaccamento alla fiaba della nostra infanzia, è la sorgente della nostra sofferenza.

Il sorgere spontaneo della compassione
Ci si rende conto che ogni essere vivente patisce la nostra stessa angoscia, e ci si sente chiamati ad aiutare gli altri a liberarsi almeno di quel tanto di cui siamo riusciti a liberarci noi.

Consapevolezza ed equanimità, strumenti di purezza
Una mente equilibrata, che non vuole nulla, è obiettiva, realistica, pulita. Sono le nostre aspettative auto-referenziali, le nostre proiezioni, la nostra agitazione a renderci confusi. Purezza vuol dire consapevolezza ed equanimità.
Il sentiero che conduce al nibbāna è semplicemente pace che porta a una pace sempre più profonda e che non si può scalfire.

Il meditante ha capito che la sofferenza è frutto del gioco ossessivo delle emozioni; adesso, per semplici istanti, ore, giorni, ha sperimentato la libertà.
In modo intermittente o per intere giornate si è sentito vivo e rigoglioso; consapevole, ma privo di reazioni verso il piacere e il dolore, continuamente pronto a mettersi in disparte per osservare spassionatamente, senza ombra di desiderio o avversione.

Tempo e cambiamento
Quella dell’immobilità fisica è una paura primordiale (tutti abbiamo sognato di essere paralizzati, incapaci di correre e di parlare), e la vipassana ci prepara ad affrontare questa paura. Il timore del dolore fisico è centrale nell’esperienza umana: la vipassana ci conduce in esso, e ci riporta fuori. Anche quella della solitudine è una paura profondamente radicata. Pur aiutandoci a sviluppare fiducia, senso d’appartenenza, fede, la pratica della vipassana è contrassegnata dalla più profonda solitudine nel silenzio; allora impariamo a usare quel gelo per calmare i bollori della nostra mente eccitata.
Una delle ragioni per cui la mente è sempre in fuga, preda della fantasia, di progetti e di ricordi, è che il concentrarsi sulla realtà fisica immediata inevitabilmente illuminerà la temuta verità: che il corpo va in rovina, ora, in questo momento, in ogni momento, irreversibilmente. Uno dei paradossi della tecnica vipassana è che la profonda concentrazione e il rilassamento fisico, la stupenda pace luminosa, conducono alla radice di quella paura … facendocela scoprire come una verità semplice e innocente, come il fatto che alla notte succede il giorno, alla fame la sazietà, alla stanchezza il sonno, al risposo notturno le stelle del mattino. Una mente, che osserva costantemente il corpo, conosce sia i limiti di quel corpo sia la vibrante energia universale che fluisce da forma a forma.

L’origine della sofferenza
La sofferenza deriva dall’ignoranza della nostra vera natura. La comprensione profonda della verità, l’esperienza della verità, ci libera dalla sofferenza. Allora diventa semplice prendere il sentiero giusto nella vita, quello che porta a trovare l’origine della sofferenza e il metodo per eliminarla, condizione “questa” indispensabile alla guarigione di sé e degli altri.
Con la vipassana possiamo renderci conto che siamo noi a creare la realtà in cui viviamo, e che il solo modo di uscire dalla sofferenza è dentro di noi. Ciò che l’individuo chiama “sé”, è una struttura psicofisica, un flusso impersonale di eventi magici, ognuno dei quali trae origine da quello precedente. Come ogni altro fenomeno naturale, siamo formati da una massa di particelle, un fascio d’energie regolato dalle leggi scientifiche che governano l’universo. Queste leggi non operano solo su elettroni, protoni e neutroni, ma anche su pensieri e sentimenti, giudizi e sensazioni. Al livello più profondo, mente e corpo si uniscono al punto in cui il continuo sorgere e svanire della materia all’interno del nostro corpo entra in contatto con la mente. Gli avvenimenti e i pensieri che si scontrano con i nostri sensi producono dei cambiamenti nelle nostre sensazioni fisiche. La valutazione di questo sostrato sensoriale somatico e la nostra reazione ad esso formano i complessi psicofisici con cui ci identifichiamo. L’ininterrotta reazione mentale al dolore e al piacere fisico condiziona la definizione inconscia di chi e di che cosa siamo.

La meditazione vipassana ci permette di sperimentare le vibrazioni profonde che sottostanno alla nostra mente inconscia. Essa reagisce con desiderio o avversione nei confronti di ciò che avviene nel nostro corpo, e fa affiorare queste reazioni nella parte cosciente della mente. Attraverso questo processo, il meditante può trasformare le autoidentificazioni somatiche primitive, che avrebbero potuto provocare sofferenza, in consapevolezza e capacità di libera scelta.

Le due qualità della vipassana
La vipassana sviluppa in noi due importanti qualità: la consapevolezza dell’origine del senso dell’io, che risiede nelle sensazioni corporee, e l’equanimità. Quest’ultima è la capacità  di osservare un’infinità di sensazioni sottili e i loro equivalenti mentali, senza formulare giudizi o innescare reazioni, perché ci si rende conto che si tratta di fenomeni effimeri, transitori, che non sono il sé. Questo permette un progressivo distacco dalla precedente identificazione, inconscia e oppressiva, con il piacere e il dolore fisico. Il sentiero della vipassana trascende il principio del piacere.
Le psicoterapia occidentali moderne si basano sulla valutazione, sull’analisi e sull’eliminazione di complessi. Alcuni dei loro metodi e obiettivi sono molto simili a quelli della vipassana. Entrambe le tecniche prescrivono, come via di guarigione, la consapevolezza sistematica, la conoscenza di sé e la libertà dai condizionamenti passati.

Nel migliore dei casi, gli avvenimenti dipendono solo parzialmente da me; ma le mie reazioni si manifestano all’interno della mia vita fisica e della mia identificazione con me stesso: finiscono dunque per essere sotto il mio controllo. Io non soffro in conseguenza di quanto mi è accaduto, ma perché sono stato incapace di staccarmi dalle reazioni a quegli eventi che si sono prodotte all’interno della mia mente e del mio corpo.

La vipassana ci rende responsabili perché, attraverso l’introspezione, ci rivela che noi diventiamo le nostre reazioni, diventiamo ciò a cui attribuiamo valore. Il sentiero consiste nel fare di ogni pensiero, in ogni momento, un seme d’equanimità che darà frutti d’amore e di pace.
Gli psicologi riconosceranno in questo aspetto della pratica il fondamento dell’assunzione di responsabilità nella formazione del sintomo e nel capovolgimento del sintomo. Questo implicherà una visione universale, naturale e scientifica al tempo stesso, libera da dogmatismi e autoritarismi.
La vipassana è libera da guro, costumi esotici, elementi rituali etnocentrici. Invece di favorire una dipendenza cieca dal maestro, la vipassana suscita rispetto e gratitudine per la tecnica.

Le pareti del nostro mondo sono costruite dal nostro modo di pensare, di agire, di dare.

La vipassana è un’antichissima psicologia di sviluppo spirituale ed è gratuita, non professionale, non settaria, etica e universale. Si basa sull’osservazione obiettiva, metodica e continua delle sensazioni che si manifestano nel nostro corpo. Questa particolare forma di osservazione provoca uno sviluppo sistematico, a tutti i livelli, di ogni strato della nostra personalità. In parte, il contributo unico che la vipassana fornisce alla salute mentale deriva dalla sua “costellazione di azioni psicologiche. Si può affermare che la vipassana è la creazione, attraverso la meditazione, di un capo energetico che attiva nuovi modelli in sei livelli della personalità.
  • Provoca mutamenti a livello molecolare nel corpo del meditante. La sistematica auto-osservazione non reattiva sempre più fine e penetrante altera il flusso delle sostanze chimiche correlate con lo stress.
  • Cambia la biologia del corpo del meditante. Mutano gli schemi di reazione e la composizione neurochimica, e lo stile di vita è sempre più improntato alla consapevolezza e alla compassione, ne sono influenzati il sonno, la dieta e i modi in cui si manifestano il dolore e il piacere.
  • Ha un effetto straordinario a livello psicologico. Si eliminano vecchi complessi, si coltivano nuovi atteggiamenti e qualità, riemergono i ricordi, i rapporti sono visti e sviluppati in una luce nuova, si scompongono le prospettive future e le si impostano in un’altra maniera.
  • Educa ai valori morali.
  • È una psicologia ambientale che promuove l’armonia. La maggior parte di ciò che ci capita dipende dal modo in cui trattiamo il mondo.
  • È la via che porta al nibbāna, alla trascendenza del mondo materiale.

L’impermanenza dell’impermanenza
Aniccā (lingua pali, usata ai tempi del Buddha) = l’impermanenza, il cambiamento. È un segnale un indicatore di direzione, come i tumuli di pietre che il pellegrino incontra sui sentieri dell’Himalaya, che sembrano abbracciare le nuvole, segnali che mostrano la via tracciata da altri pellegrini.


Fonte: Karma e Caos

 












sabato 1 dicembre 2012

Oltre i confini – Ken Wilber

Cap. 1 – Introduzione: chi sono io?
Per esempio potresti pensare che “sono una persona unica, un essere dotato di certi potenziali; sono gentile, ma a volte crudele; amorevole, ma a volte ostile; sono padre e avvocato, mi piace la pesca e la pallacanestro …”. E così la tua lista di sentimenti e pensieri può proseguire.
Tuttavia, vi è un altro processo fondamentale sottostante l’intero procedimento per stabilire un’identità. Qualcosa di molto semplice si verifica quando rispondi alla domanda: “Chi sei tu?”. Quando descrivi o spieghi, o quando stai soltanto percependo nel tuo intimo il tuo “Sé”, ciò che stai facendo in realtà, che tu lo sappia o no, è tracciare mentalmente una linea o confine attraverso l’intero campo della tua esperienza, e percepirai o chiamerai tutto ciò che si trova all’interno di tale confine il tuo “Sé”, mentre percepirai come il tuo “non-Sé” tutto ciò che si trova all’esterno di tale confine. La tua auto-identità, in altre parole, dipende interamente da dove tracci la linea di confine.
Così quando dici “il mio Sé”, tracci una linea di confine tra ciò che è te e ciò che non è te. Quando rispondi alla domanda “Chi sei tu?” descrivi semplicemente ciò che si trova all’interno di tale linea. La cosiddetta crisi di identità si verifica quando non sai come o dove tracciare tale linea. In breve, “Chi sei tu?” significa “Dove tracci il confine?”.
Il fatto più interessante circa tale linea di confine è che può spostarsi, e ciò accade spesso. La linea può essere dunque ri-tracciata.
La linea di confine più comune che gli individui tracciano o che riconoscono come valida è quella della pelle che circonda tutto l’organismo.
Il confine tra la mente e il corpo è tracciato e la persona si identifica rigidamente con il primo.
In breve, ciò che l’individuo ritiene essere la sua auto-identità non comprende tutto l’organismo nel suo complesso, ma solo un aspetto di tale organismo, e cioè, il suo ego. Egli si identifica quindi con un’autoimmagine mentale più o meno precisa, con processi emotivi e intellettuali associati all’autoimmagine.          
“Transpersonale” significa che all’interno dell’individuo si sta verificando un processo che, in un certo senso, va oltre l’individuo.    

Cap 2. – A Metà    
Anche se il dolore e il piacere esistono nel mondo della natura, non costituiscono problemi dei quali preoccuparsi. Quando un cane soffre, guaisce. Quando non ha dolore, non se ne preoccupa; non teme il dolore futuro, né si duole di quello passato. La questione sembra essere del tutto semplice e naturale.
Diciamo che è vero tutto ciò, perché, molto semplicemente, la natura è muta; tuttavia, vi è un motivo per cui ciò non è convincente. Il grande biochimico Albert Szent-Gyorgyi offre un esempio bizzarro: “quando raggiunsi l’istituto di Studi Superiori di Princeton, lo feci nella speranza che, dandomi da fare con tutti quei grandi fisici atomici e matematici, avrei appreso qualcosa sulle materie viventi. Tuttavia, appena rivelai che in ogni sistema vivente ci sono più di due elettroni, i fisici non volevano più rivolgermi la parola. Nonostante tutti i loro computers, non erano in grado di dirmi quali potessero essere le funzioni del terzo elettrone. Il fatto notevole è che quest’ultimo sa esattamente cosa fare. Così, il piccolo elettrone è a conoscenza di qualcosa che tutti i saggi di Princeton ignorano; può quindi trattarsi solo di qualcosa di molto semplice”.
Ogni decisione che prendiamo, ogni azione, ogni parola si basa sulla costruzione, consapevole o inconsapevole, di confini. Non mi sto riferendo unicamente al confine della auto-identità – nonostante l’importanza che certamente essa riveste – ma a tutti i confini nel senso più lato del termine. Prendere una decisione significa tracciare una linea di confine tra quanto deve essere scelto e quanto non deve esserlo.
Desiderare qualcosa significa tracciare una linea di confine tra il piacevole e il non piacevole e propendere per il primo.
Mantenere un’idea significa tracciare una linea di confine tra i concetti che si ritengono veri e quelli che si ritengono falsi.

Caratteristico del confine è che, per quanto complesso e rarefatto possa essere, in realtà non delimita altro che un interno opposto a un esterno. Per esempio, possiamo tracciare la forma più semplice di una linea di confine quale il cerchio e ci accorgiamo che si crea un interno e un esterno

Notate però che gli opposti dell’interno e dell’esterno non esistevano in se stessi finché non abbiamo tracciato il confine del cerchio. È la stessa linea di confine, in altre parole, che crea una coppia di opposti.

In breve, tracciare confini significa creare opposti. Possiamo quindi iniziare a intravedere che il motivo per cui viviamo in un mondo di opposti è precisamente perché la vita, come noi la conosciamo, è un continuo tracciare confini.
Il mondo di opposti è un mondo di conflitti.

Quando Adamo peccò, l’intero mondo di opposti, alla cui creazione aveva contribuito egli stesso, lo maledisse, il dolore contro il piacere, il bene contro il male, la vita contro la morte, la fatica contro il gioco; tutta la schiera di opposti in conflitto si riversò sull’umanità.
La cosa più esasperante che Adamo capì era che ogni linea di confine è anche una potenziale linea di battagli, cosicché il solo tracciare una linea di confine significa prepararsi a un conflitto.

Cercando di eliminare i lati negativi e di accentuare gli aspetti positivi, si è dimenticato che il positivo si definisce solo in termini di negativo.

Distruggere il negativo significa distruggere contemporaneamente tutte le possibilità di godere del positivo.
Per quanto le loro differenze ci possano apparire evidenti, esse rimangono, nonostante tutto, completamente inseparabili e reciprocamente interdipendenti, per il semplice motivo che l’una non potrebbe esistere senza l’altra. In quest’ottica, non esiste, evidentemente, interno senza esterno, su senza giù, vincita senza perdita, piacere senza dolore, vita senza morte.
                                                           
Cap. 3 – Territorio senza confini
Il segreto metafisico ultimo, osando definirlo nel modo più semplice, è che nell’universo non esistono confini. I confini sono illusioni, prodotti non della realtà, ma del modo in cui tracciamo e redigiamo la mappa della realtà. Se da un lato è bene rappresentazione il territorio con una mappa, è invece drammatico confondere i due.
                                             
Con i numeri, quindi, l’uomo costruì un nuovo tipo di confine, più astratto e generale, un meta-confine, e poiché i confini hanno un potere politico e tecnologico, l’uomo accrebbe con ciò la sua capacità di controllo sul mondo naturale.

Per semplificare, diremo che il primo confine produce una classe. Il meta-confine produce una classe di classi, chiamati numeri. Il terzo o meta-meta-confine produce una classe di classi, chiamata variabile.    

Dunque quando il buddista dice che la realtà è vuota, egli intende che è priva di confini, non che tutte le entità scompaiono semplicemente lasciando dietro di loro un puro vuoto del nulla, una disgregazione monista indifferenziata.

Cap. 4 – Consapevolezza del non-confine
La coscienza dell’unità, in breve, è la consapevolezza del non confine. Le parole, i simboli e i pensieri stessi, in realtà, altro non sono che i confini, in quanto ogni qualvolta pensiamo o usiamo una parola o un nome creiamo già dei confini.

Di tutti i confini costruiti dall’uomo quello tra sé e non sé è fondamentale.

Il confine primario tra sé e non sé è di importanza così fondamentale che tutti gli altri confini ne dipendono.

Se non riusciamo a cominciare a vedere attraverso il confine primario, non saremo più tanto lontani dal senso della coscienza dell’unità.

In realtà, infatti, non dobbiamo addossarci il compito di cercare di distruggere il confine primario e ciò per una ragione estremamente semplice: il confine primario non esiste.
Come tutti i confini è solo un’illusione.

Sembra che ogni qualvolta cerchiamo un sé separato dall’esperienza, esso sparisca nell’esperienza. Cercando la persona che prova l’esperienza, troviamo unicamente una persona che prova un’altra esperienza: il soggetto e l’oggetto risultano sempre una cosa sola. Poiché si tratta di un’esperienza alquanto impegnativa ci si può sentire un po’ confusi, pensandoci su. Ma insistiamo ancora. Pensando a questo, ora, si può trovare un’altra persona che ci stia pensando?
In altre parole, esiste una persona che pensi al pensiero “Sono confuso”, o esiste unicamente il pensiero “io sono confuso”? Sicuramente esiste solo il pensiero presente, perché se ci fosse anche una persona che pensa il pensiero, pensereste dunque a chi pensa che sta pensando il pensiero? È evidente che ciò che indiscutibilmente riteniamo colui che pensa non è altro che il flusso dei pensieri presenti.

Tat tvam asi, dicono gli induisti. “Tu sei Quello. Il tuo reale sé è identico all’Energia ultima di cui tutte le cose nell’universo sono una manifestazione”.

Cap. 5 – Il momento del non-confine
Il Maestro Zen Seppo dice: “Se volete sapere che cosa significa l’eternità, essa non va oltre questo momento, non l’avrete mai, per quante volte siate rinati in centinaia di migliaia di anni”.

I nostri sensi di colpa sono inseparabilmente connessi al passato, e trascinano con loro i tormenti della depressione, dell’amarezza e dei rimorsi.

Il tempo quale confine sovrapposto all’eternità, non è un problema di cui sbarazzarsi, ma un’illusione che, in primo luogo, non esiste.

Molti, dopo aver capito teoricamente che l’eternità non è un tempo perenno ma il presente senza tempo, cercano di entrare in contatto con questo momento senza tempo concentrando la loro attenzione sul momento presente o su qualsiasi cosa di cui stanno attualmente avendo esperienza. Essi cercano di prestare “semplice attenzione” al presente immediato.

Pur sembrando un atteggiamento ragionevole, tuttavia esso non è pertinente. Cercare di vivere nel presente senza tempo richiede tempo.

In breve, non si può usare il tempo per uscire fuori dal tempo. Così facendo non facciamo altro che rinforzare quanto vorremmo sradicare.

Quindi, prima di cercare di sbarazzarci del tempo, vediamo prima se riusciamo a trovarlo. Se dopo averlo cercato non lo troviamo, avremo già colto l’assenza di tempo.

Nella vostra consapevolezza immediata e diretta, non vi è tempo – né passato né futuro, ma solo un presente infinitamente mutevole, più breve di un mini-secondo e che tuttavia non ha mai fine.

Cap. 6 – L’evoluzione dei confini
Con l’avvento del confine primario, l’uomo rifiuta la morte, e quindi rifiuta anche di vivere senza un futuro. In breve, l’uomo rifiuta di vivere senza tempo. Egli ha bisogno del tempo, crea il tempo, vive nel tempo. La sopravvivenza diventa la sua speranza, il tempo diventa la cosa più preziosa in suo possesso, il futuro diventa il suo unico scopo. Il tempo, l’ultima fonte di tutti i suoi problemi, diventa la fonte immaginaria di salvezza. Egli si lancia nel tempo … finché non viene il suo tempo, ed egli si trova di fronte, come all’inizio, all’essenza del suo sé separato; ed è la morte.

Cap. 7 – Il livello della persona: L’inizio della scoperta
Dietro l’infelicità fondamentale della vita e dell’esistenza si trova l’embrione di un’intelligenza in via di evoluzione, un’intelligenza particolare solitamente nascosta dal peso enorme delle ipocrisie sociali. La persona che inizia a conoscere le sofferenze della vita sta, allo stesso tempo, iniziando a risvegliarsi a realtà più profonde, realtà più vere. La sofferenza distrugge la soddisfazione che traiamo dalle ipotesi normali che ci creiamo sulla realtà, e ci spinge a restare vivi in un senso particolare, vedendo attentamente, percependo con attenzione, toccando noi stessi e i nostri mondi con modalità che fino allora abbiamo evitato. Si è detto, e io lo penso veramente, che la sofferenza è la prima delle grazie. In un certo senso, la sofferenza è un momento di nuova gioia, perché rappresenta la nascita dell’intuizione creativa.
Tuttavia, lo è soltanto in un certo senso. Alcune persone si attaccano alle proprie sofferenze come una madre al proprio figlio, e le trasportano come un peso che non osano mettere giù. Queste persone non affrontano la sofferenza con consapevolezza, si avvinghiano alla sofferenza, segretamente trafitti dagli accessi di martirio. La sofferenza non dovrebbe mai essere una consapevolezza negata, evitata, disprezzata, né glorificata, abbracciata, drammatizzata. Il sorgere della sofferenza è bene in quanto buon segno, una indicazione che qualcuno sta iniziando a capire che la vita vissuta senza coscienza dell’unità, in ultima analisi, è dolorosa, tormentata, e penosa. La vita di confini è una vita di battaglie, di timore, di ansia, di dolore, e infine di morte. Soltanto con tutte le sminuenti compensazioni, distrazioni e incanti riusciamo a non mettere in discussione i nostri confini illusori, la causa basilare della ruota senza fine delle sofferenze. Prima o poi, se non diventiamo completamente insensibili, le nostre compensazioni di difesa iniziano a mancare lo scopo di lenire e celare. Di conseguenza, in un modo o nell’altro, iniziamo a soffrire, poiché la nostra consapevolezza alla fine si dirige verso la natura piena di conflitti dei nostri falsi confini e della vita frammentata che essi sorreggono.

La mia consapevolezza è quasi esclusivamente consapevolezza mentale: io sono la mia mente, ma posseggo il mio corpo.

Il confine è una scissione, una fessura o, per usare le parole di Lowen, un blocco: “ Il blocco agisce anche per separare e isolare il regno della psiche dal regno del soma. La nostra consapevolezza ci dice che agiscono l’uno sull’altro, ma a causa del blocco, essa non si estende tanto profondamente da farci intuire l’unità sottostante. Infatti, il blocco crea una scissione nell’unità della personalità. Non dissocia soltanto la psiche dal soma, ma separa anche i fenomeni di superficie dalle loro radici nella profondità dell’organismo”.

La questione che ci riguarda fondamentalmente è la scissione dell’organismo totale, il centauro, di cui la perdita del corpo è soltanto il segno più visibile e tangibile. La perdita del corpo non è esattamente sinonimo della scissione del centauro, “l’unità sottostante”, ma è soltanto una delle manifestazioni che tale scissione può assumere.
Non intendo dire che il corpo per sé – ciò che chiamiamo il “corpo fisico” – è una realtà più profonda dell’ego mentale.
Infatti, lo stesso semplice corpo è il modo di consapevolezza più basso, così semplice che questo testo non lo comprende quale argomento a sé.
Il corpo non è “una realtà più profonda” dell’ego, come pensano molti somatologi, piuttosto l’integrazione del corpo e dell’ego è una realtà più profonda di ciascuna delle due separatamente.

Trovare un significato egoico nella vita – significato fondamentale – vuol dire scoprire che i processi propri della vita stessa generano gioia. Il senso si trova non in azioni o possessi esterni, ma nelle intime correnti radiose del vostro stesso essere, e nella liberazione e relazione di queste correnti con il mondo, gli amici, l’umanità in generale, e l’infinito stesso.

Cap. 9 – Il Sé in trascendenza
Che cosa scoprì Jung, negli ambiti più profondi dell’animo umano che indicava inequivocabilmente un campo transpersonale?

Jung fu sorpreso dal fatto che le immagini mitologiche primitive apparivano anche regolarmente nei sogni e nelle fantasie degli europei civilizzati e moderni, la grande maggioranza dei quali non era mai stata a conoscenza di tali miti.
Queste informazioni non erano state acquisite durante la vita e quindi, pensò Jung, in un modo o in un altro, tali motivi mitologici di base dovevano essere delle strutture innate ereditate da ogni membro della razza umana.

A mano a mano che l’individuo inizia a riflettere sulla propria vita attraverso gli occhi degli archetipi e delle immagini mitologiche comuni al genere umano, la sua consapevolezza può iniziare ad avere una prospettiva più universale. Egli guarda a se stesso non con i suoi occhi, che in un certo senso hanno dei pregiudizi, ma con gli occhi dello spirito umano collettivo: una visione completamente diversa! Non è più preoccupato solamente dei suoi vantaggi personali.
Egli scopre all’inizio con esitazione, poi con crescente certezza, una tranquilla fonte di forza interiore che resiste imperturbata, come gli abissi dell’oceano, anche se le onde superficiali della consapevolezza sono spazzate da torrenti di dolore, ansia, o disperazione.

Invece di lottare contro una difficoltà, supponiamo semplicemente che esista l’innocenza di una distaccata imparzialità nei suoi confronti.
Chuang Tse dice: “L’uomo perfetto usa la mente come uno specchio. Non trattiene niente; non rifiuta niente, riceve, ma non perde”.

Ma quell’intimo Io … in realtà, cos’è? Non è nato con il vostro corpo, e né morirà subito dopo la morte. Non conosce tempo, né provvede ai suoi problemi. Non ha colore, né forma, né sagoma, né dimensioni, e tuttavia osserva tutta la maestà di fronte ai vostri occhi. Vede il sole, le nuvole, le stelle e le lune, ma non può essere visto. Ode gli uccelli, i grilli, le cascate che gorgogliano, ma non può essere udito. Afferra le foglie morte, la crosta terrestre, il ramo intrecciato, ma non può essere afferrato.

Cap. 10 – Lo stato supremo di coscienza
La coscienza dell’unità non è uno stato parziale. È invece onnicomprensivo nel modo più radicale, come uno specchio che comprende tutti gli oggetti che riflette. La coscienza dell’unità non è uno stato diverso o separato dagli altri stati, bensì la condizione e la vera natura di tutti gli stati.

Alcune onde, vicino alla riva, sono forti e potenti, mentre altre, più lontane, sono più deboli e meno potenti. Ma ogni onda è ugualmente diversa da tutte le altre, e se voi state andando in surf potreste scegliere un’onda particolare, prenderla, cavalcarla e usarla secondo le vostre capacità. Non potreste fare niente di tutto ciò se le onde fossero tutte uguali. Ogni livello dello spettro è come un’onda particolare, e dunque possiamo “prendere” ognuno di essi con la tecnica appropriata e una certa dose di esperienza.

La coscienza dell’unità non è un’esperienza particolare fra tante esperienze, neanche una grande esperienza contrapposta a una piccola esperienza, e neppure un’onda invece di un’altra.
È piuttosto ogni onda di esperienza presente così com’è.

La nostra vera ricerca, il nostro desiderio, prevengono la scoperta.

Al buddismo Zen, appartiene un detto molto interessante: honshomyoshu, che significa “l’illuminazione originaria è una pratica stupenda”. La coscienza dell’unità non è uno stata futuro che risulta da una qualche pratica, perché ciò imlpicherebbe che la coscienza dell’unità abbia un inizio nel tempo, che non esista ora e che esisterà domani. Ciò renderebbe la coscienza dell’unità uno stato strettamente temporale, assolutamente inaccettabile, poiché la coscienza dell’unità è eternamente presente.

Se capiamo lo honsho-myosho, di conseguenza tutto ciò che facciamo è pratica, è un’espressione dell’illuminazione originaria.
Ogni atto ha origine dall’eternità, dal non-confine e, proprio così com’è, è un’espressione perfetta e senza ostacoli del Tutto. Tutto ciò che facciamo diventa la nostra pratica, la nostra preghiera, non solo lo zazen, il canto, i sacramenti, la meditazione dei mantra, la recitazione dei sutra o le letture bibliche, ma tutto, dal lavare i piatti al pagare le tasse. E non nel senso che laviamo i piatti e pensiamo all’illuminazione originaria, ma perché lavare i piatti è già illuminazione originaria.

È certo che saltiamo sempre di onda in onda e restiamo sempre all’onda dell’esperienza presente.
Se vi sono alcuni aspetti della vita che non vi piacciono, vuol dire che c’è qualche aspetto della coscienza dell’unità a cui state resistendo.

Il materiale a cui si oppone resistenza diviene parte dell’ombra, e all’individuo non resta che un sintomo al suo posto.
L’individuo non resiste (fondamentalmente con la stessa resistenza) al sintomo. Lotta contro il sintomo con ansia, fobia, o altro, esattamente come prima aveva lottato con l’ombra.
Tratta quindi le persone come sintomi.
Ne è completamente inconsapevole. E poiché non lo sa non può smettere.
Produce egli stesso i suoi sintomi ma non lo ammette, e così finisce per difendere le sue sofferenze.
Finché non si accorgerà di resistere all’ombra, non farà alcun progresso, poiché continuerà a resistere e dunque a sabotare ogni sforzo di crescita.

Il terapeuta non cerca di sbarazzarsi della resistenza, di evitarla o ignorarla. Aiuta invece l’individuo a capire come e secondariamente perché sta resistendo alla sua ombra.  

La ragione per cui egli non “ottiene” la coscienza dell’unità è perché la vuole.

Nel preciso momento in cui si accorge che tutto ciò che fa è una resistenza, un distruggere lo sguardo e un allontanarsi, non può far altro che arrendersi. Non può comunque cercare di farlo, o di non farlo! Abbiamo visto che ciò non funziona, poiché entrambi i tentativi sono ulteriori allontanarsi. Piuttosto, si verifica da solo, spontaneamente, quando egli vede che niente di ciò che può fare, o non fare, funziona, perché l’unità c’è già sempre. Lo stesso vedere la resistenza è la dissoluzione della resistenza, e il riconoscimento della precedente unità.

Non resistere più al presente è vedere che non vi è altro che il presente. Quando il passato del ricordo e il futuro dell’anticipazione sono visti entrambi come fatti presenti, allora gli impedimenti al presente crollano. I confini intorno a questo momento ricadono in questo momento e dunque non esiste altro che questo momento, e nessuno altro luogo in cui muoversi. Disse un vecchio Maestro zen:

Il mio sé di tanto tempo fa,
In natura non-esistente;
Nessun luogo in cui andare da morto;
Assolutamente niente


Fonte: Oltre i confini - Ken Wilber















giovedì 22 novembre 2012

La vita nel labiritno – E. J. Gold

PERDERSI IN UN DEDALO STUPEFACENTE
A nostra insaputa, noi viaggiamo in un labirinto, un dedalo macrodimensionale di viva forza elettrica, rivestito dal sottile strato dell’ordinarietà della vita di tutti i giorni. Ciò che più di tutto ci impedisce di riconoscere questo fatto è l’impellente bisogno di ricondurre tutto ad una dimensione familiare, di ridurre ogni cosa a livello del nostro cervello di primati; di rifiutare la viva, pulsante realtà della totalità di ogni possibile attenzione.

Il labirinto! Un dedalo macrodimensionale camuffato dal tessuto dei confini biologici. Nella vita ordinaria, qualunque cosa facciamo o raggiungiamo, dovunque andiamo o chiunque diventiamo, ci ritroviamo sempre prigionieri della rigida routine; ci auto-immergiamo in un auto-invocato, continuo bombardamento di tensioni, distrazioni e auto-indulgenza quotidiana, riuscendo con successo, in un modo o nell’altro, a rifiutare qualsiasi vero aiuto possa esserci offerto.

Non riusciamo mai veramente a divertirci o a stupirci. Questa conversione di tutto quanto esiste nei termini di un primate è un’autentica malattia, di natura clinica come qualunque condizione patologica comunemente accettata.
Il sé essenziale, con le sue qualità di attenzione e presenza, è capace di vedere le cose in modo differente; perciò esso ha la capacità di avvertire il passaggio, quando questo si verifica, ad una percezione diretta del labirinto.

Agiamo come se il mondo dei primati esistesse realmente, come se noi avessimo un’interfaccia diretta con esso, come se esistessero in esso certezze e qualità tangibili mentre, di fatto, niente di tutto questo esiste (nel senso in cui noi crediamo che esista), neppure remotamente. Ci siamo costruiti attorno le pareti di un vero e proprio Giardino della Familiarità e adesso vi siamo intrappolati senza alcuna speranza di fuga.

LA CONSAPEVOLEZZA DEL LABIRINTO
Quando il processo d’apprendimento superiore si risveglia, non mostriamo più confusione e disorientamento quando entriamo nelle macrodimensioni. Mediante speciali processi interni, che è possibile imparare, possiamo andare ben oltre lo spettro ordinario, ed entrare nelle macrodimensioni, che nella forma somigliano alla realtà consensuale, ma sono radicalmente diverse da essa sotto altri aspetti, percepibili solo con un lungo e difficile addestramento dell’attenzione essenziale, ovvero non meccanica.

Quando un ratto diventa consapevole del labirinto, i suoi occhi sembrano in qualche modo contemporaneamente più giovani e più vecchi; la sua postura ed il suo comportamento generale verso l’ambiente e verso se stesso mostrano segni radicali di mutamento. Appare meno frenetico, più disinvolto, più sicuro di sé e notevolmente meno autodistruttivo.
Contemporaneamente, si possono notare segni visibili di eccitazione; è irresistibilmente pervaso da un nuovo senso di libertà, proprio lo stesso senso di libertà che può sperimentare un essere umano quando raggiunge quella che chiamiamo “illuminazione”. Naturalmente, per quanto riguarda gli esseri umani, questo primo barlume di vera libertà (non da un labirinto sperimentale, ma dai confini autoindotti di natura puramente psico-emotiva) non dura molto a lungo e presto si riafferma la sua monotona e banale attività da primate.

Il Gioco del Labirinto è stato chiamato il Gioco Fondamentale, il Grande Gioco, Il Gioco delle Perle di Vetro; solo l’auto-motivazione, la capacità di scuotere noi stessi dal sonno, di prendere le mosse da un punto zero e di spingere noi stessi oltre la postura immobilizzata dell’inerzia, produrranno risultati in questo che è “il più pericoloso dei giochi”.

Se ti rivelo il significato,
la tua mente seguirà il significato;
ma poiché l’attenzione segue la mente,
non coglierai il significato.

LA MADRE DI TUTTI I PUZZLE
Il labirinto, come qualunque dedalo, ha le caratteristiche di un puzzle. Attenendoci alle regole della risoluzione di questi ultimi, se ne comprendiamo le leggi e ne interpretiamo correttamente i segnali, dovremmo essere capaci di viaggiare in modo consapevole e di ricordare anche i passaggi precedenti; dovremmo anche riuscire a conseguire una visione generale, che tenga conto di tutto ciò che abbiamo imparato in un dedalo.
Nel labirinto, un individuo è soggetto a vagare all’infinito attraverso le stesse cinque, sei, sette, otto o nove diverse camere, imbattendosi in una successione di macro-personaggi, reagendo con la stessa gamma generale di reazioni riflesse acquisite, che determina il risultato del gioco fin dall’inizio.

LE CHIAVI PER VIAGGIARE CON ELEGANZA
Le chiavi per viaggiare in modo elegante sono generalmente quei piccoli, persistenti, insignificanti dettagli che normalmente accantoniamo come poco importanti; tali chiavi sono la nostra guida per orientarci nel labirinto.

Sapere ricordare ciò che si è fatto tre o quattro giochi fa o, anche, tre o quattro vite fa, è un altro importante requisito per viaggiare con successo. Non c’è buona sorte che ci possa aiutare, se non ricordiamo quello che abbiamo fatto in precedenza. Se non ricordiamo, siamo condannati a ripetere per sempre i nostri errori; ma non si tratta del tipo di memoria per cui ci possiamo affidare alla mente, o a qualunque altra funzione che di diritto apparta nega alla macchina biologica, e con la quale questa esegua, in duetto sincopato, il suo “canto del cigno” a senso unico.
Per questo tipo di memoria, dobbiamo sviluppare qualcosa che sopravvive alla morte della macchina; qualcosa che è chiamato, nel nostro linguaggio tecnico, comprensione: un richiamo semi-intuitivo, un sesto che proviene dalla conoscenza non elaborata, che ci dice che qualcosa non va, anche se non sappiamo esattamente di cosa si tratti.

Dobbiamo in definitiva sviluppare una qualche visione generale coerente, concordando sul fatto che, come disse una volta Eraclito, “non possiamo mai entrare due volte nello stesso fiume, poiché l’acqua in cui siamo entrati la prima volta è scorsa via”. Questo significa che anche se un evento può essere duplicato, la seconda volta esso avviene in un campo leggermente differente. Eraclito aveva ragione, niente rimane identico a se stesso; e comparare la situazione presente con l’esperienza non sarà d’alcun aiuto, neppure se potessimo tenere conto di tutto quanto abbiamo mai imparato da sempre …
Ma se la conoscenza si trasforma in comprensione, quando ci succederà di sentir puzza di bruciato, saremo almeno capaci di distinguere il fatto che, questa volta, non si tratta di toast …

La capacità di disimparare rappresenta un importantissimo e potente prerequisito per imparare cose nuove. Riapprendere significa essenzialmente liberare i circuiti nervosi delle cariche elettriche preesistenti, e dalle relative connessioni sinaitiche preferenziali, così da poter incidere negli stessi circuiti neurali una nuova serie di tracce intenzionalmente programmate.

Senza competenza e attitudine, non si può andare molto lontano. Ma se abbiamo competenza e non tendiamo a reagire violentemente all’inaspettato; se impariamo ad affrontare i rischi, sapendo che il rischio più grosso è quello di star seduti ad aspettare, senza far niente; se ci può essere accordata implicita fiducia, senza la minima ombra di dubbio, che non tradiremo … allora possiamo essere accettati come compagni di viaggio, anche nelle condizioni più pericolose, radicali ed inaspettate.

Più andiamo in profondità,
più è difficile
decodificare
i tanti messaggi.