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giovedì 1 marzo 2012

Psicosintesi – Roberto Assagioli

La tendenza della vita è di conservare e accrescere se stessa; perciò una vera e propria “lotta per la vita” avviene in noi.
Se non ci fosse questo, esisterebbe un caos irriducibile, un atomismo, una polverizzazione psichica. Ma in realtà non è così: quegli elementi non restano in noi isolati, essi tendono a consociarsi, ad organizzarsi.
Le principali funzioni e i più importanti atteggiamenti e rapporti umani formano la trama e le linee direttive della nostra vita, e formano delle vere e proprie subpersonalità, dei diversi “io” in noi. Oltre a ciò che noi siamo per noi stessi, vi sono dunque vari gruppi di “io” in noi.

Vi sono così un “io” filiale, un “io” coniugale, un “io” paterno o materno, un “io” sociale, un “io”professionale, un “io” di casta, un “io” nazionale.

William James dice: “un uomo ha tanti “io sociali”, quanti sono gli individui che lo conoscono e portano l’immagine di lui nella mente …
Ma siccome gli individui che portano in loro quella immagine si dividono in tante classi, possiamo dire che un uomo ha tanto “io” quanti sono i gruppi di persone della cui opinione egli si preoccupa”.

James è stato precursore di Pirandello, la cui tesi principale è: ci sono tanti “io”, tanti esseri contradditori in noi quante sono le apparenze, le immagini che si riflettono negli altri e che sono costruite dagli altri. Ed egli mostra come spesso questi “io” siano molto scomodi!

Inoltre, vi sono in noi personalità diverse che si susseguono nel tempo: “io” infantile, “io” adolescente, “io” del giovane, “io” dell’adulto …

Non rammarichiamoci di questa ricchezza interna per quanto tumultuosa e scomoda.

L’unità tra questi “io” è possibile, ma essa non è un punto di partenza, non è un dono gratuito; è una conquista, è l’alto premio di una lunga opera; opera faticosa, ma magnifica, varia, affascinante, feconda per noi e per gli altri, ancor prima di essere ultimata.
Così intendo la Psicosintesi.

L’inconscio e la sua esplorazione
Una differenza fondamentale che esiste nel nostro animo è quella fra la parte cosciente e quella inconscia.
È necessario, allo scopo di avere una visione d’insieme, rendersene conto.
Sembra che questa attività inconscia sia multipla; che varie correnti psichiche si svolgano in noi contemporaneamente durante il sogno: e il fatto che alcuni sogni sono assurdi, strani, come intrecciati, si spiegherebbe con l’ipotesi che essi siano come una fotografia composta di due o tre correnti psichiche sovrapposte, intrecciate. È la teoria di F. Focault che ha varie osservazioni in suo appoggio.

Ostacoli all’affioramento dell’inconscio:
  •  “repressione” e “rimozione”. Lo scacciare certi fatti dalla nostra psiche spesso non fa che renderli più liberi di scorrazzare, di insidiare l’inconscio, come delinquenti che tanto più operano indisturbati, quanto più se ne nega l’esistenza.
  • La concentrazione della nostra attenzione è sfavorevole all’affioramento degli elementi inconsci. Tutto quello che possiamo ricordare, che è depositato nella nostra memoria, è subcosciente.
  •  Dai sogni non si può conoscere l’intero nostro incpnscio, perché non di rado essi rivelano solamente una sezione di esso, generalmente quella inferiore. Bisogn quindi aggiungere a questa analisi l’esame, l’esplorazione dei vari livelli dell’inconscio.

Possiamo studiare l’inconscio direttamente mettendoci di proposito a penetrarlo. Questo si può fare in due modi:
Passivamente, lasciandolo affiorare mentre manteniamo l’attenzione vigile, l’atteggiamento dell’osservatore impersonale, senza reagire.
Attivamente, esplorando metodicamente, spostando volontariamente la coscienza, l’attenzione. Richiede raccoglimento interno in cui vengono messe da parte tutte le attività ordinarie coscienti. Occorre sgombrare il campo, fare il “vuoto” nella nostra coscienza di veglia, alleggerirla da idee, preoccupazioni, emozioni, impulsi.

Che cos’è la sintesi
Vi è nella psiche umana la tendenza fondamentale all’unione, alla sintesi (dal greco: syn-thesis, che significa composizione).

L’atomo è un delicato equilibrio di attrazioni e di repulsioni, di forze centripete e centrifughe. Basta la proiezione e lo spostamento di un elettrone per cambiare le proprietà di un atomo, per produrre radiazioni di ogni genere, vibrazioni elettromagnetiche, fenomeni luminosi che sprigionano somme enormi di energia.

Durante la veglia prevalgono le funzioni cataboliche, l’attività esterna, la vita di relazione. Nel sonno prevale, l’attività anabolica, per la riparazione e la conservazione dell’organismo. Ogni qualvolta una di queste fasi prevale eccessivamente sull’altra si ha una malattia.

Una manifestazione morbosa ancora più accentuata, dovuta al difetto del potere di regolazione, sono i tumori. Questi sono formati da cellule ribelli, che non obbediscono al ritmo normale dell’accrescimento.

La sensazione, che era ritenuta dai sensisti un fatto semplice ed elementare, come l’atomo dai chimici, è invece, alla pari e più di questo, un fenomeno complesso.

Leibniz dimostra come in realtà la sensazione sia l’aggrupparsi di numerosi piccoli elementi non percepiti chiaramente, cioè, con termine moderno, subcoscienti.

Giordano Bruno: “Chi vuol sapere i grossi segreti di natura riguardi e contempli circa i minimi ed i massimi dei contrari e opposti. Profonda magia è saper trarre il contrario, dopo aver trovato il punto di unione”.

Anche nella vita psichica, come nella vita organica, troviamo un ritmico alternarsi di due principi opposti, quello dell’estroversione e quello dell’introversione.

Estroversione o moto centrifugo = volgere l’interesse vitale all’esterno (ciò che nella vita organica è il catabolismo, vita di relazione, di dispendio, di dispersione d energie)

Introversione o moto centripeto = volgere l’interesse, l’attività, all’interno, (corrisponde all’anabolismo)

Si può essere estroversi in un campo e introversi nell’altro. 

Una successione armonica di questi movimenti dovrebbe costituire il ritmo della vita. E per arrivare a questo ritmo è necessaria “un’arte di vivere”.

Come la vita organica non è abolizione del contrasto fra catabolismo e anabolismo, fra la vita di relazione, di consumo, e la vita di ricostruzione, così nella vita psichica non si tratta di annullare uno dei termini a favore dell’altro. Occorre mantenerli entrambi; occorre che permanga una “tensione” fra essi, ma una tensione creativa. Bisogna obbligarli ad integrarsi in una vita più ampia, in una realtà superiore che li comprenda ed insieme li trascenda. Questa è la vera sintesi. Per attuarla occorre la presenza, l’azione potente di un più alto principio regolatore. Tale principio nel suo aspetto più elevato è l’elemento spirituale, che di solito resta più o meno latente nell’animo, ma che, quando si sprigiona e diviene efficiente, porta ordine, armonia, bellezza, gioia.

Tipi e gradi della psicosintesi
La passione è stata definita quale “un desiderio allo stato violento e cronico”.
Una pssione è una forza potente e pericolosa che bisogna saper maneggiare. Affinché una passione sia benefica e feconda e non distruttiva, occorrono due cose: anzitutto che il suo fine sia nobile ed elevato. Però questo non basta, anzi non è sempre vero; talvolta anche una passione egoistica può produrre del bene. L’ambizione, la sete di denaro, creano industrie e portano a scoperte, a invenzioni.

D’altra parte anche una passione nobile può essere pericolosa ed avere effetti nocivi se diviene eccessiva.

Altri pericoli insidiosi di passioni nobili sono: il fanatismo, l’intolleranza, l’orgoglio e la durezza.

Occorre dunque essere padroni e non schiavi di qualsiasi passione, anche delle migliori. E questo richiede la presenza e l’attività di un Centro superiore, di una visione più ampia, di una volontà sveglia e potente che sappia “tenere in mano” la passione, farla elemento, strumento di una sintesi più vasta, individuale e superindividuale.

Tenere in mano la passione non vuol dire distruggerla. Essa è forza, vita e fuoco.
Deve divenire consacrata a quello e non volta, come negli ambiziosi e negli avidi, al raggiungimento di fini egoistici e personali.

Non è quello che si fa, ma come lo si fa.
Si tratta, primo, di avere una chiara visione del tipo o “modello ideale” della speciale funzione che si è chiamati a compiere o che abbiamo prescelto; secondo, di proporci di attuarla nel modo migliore possibile.

… vediamo persone che compiono in modo meschino e ristretto il proprio compito, che si isteriliscono e si inaridiscono in esso: o si gonfiano che ridicola vanità e presunzione per l’importanza sociale – reale o supposta – della loro carica.

… vi sono limitazioni e costrizioni della parte che si deve recitare nella società, e mutilazioni che essa impone.
Quando uno ha accettato una funzione, viene dalla società costretto a rappresentare quella e solamente quella. Se un individuo è poeta non può essere, per la società, che poeta. Se fa anche il calzolaio, non è preso in considerazione né come calzolaio né come poeta.

Chi si identifica completamente ed esclusivamente col proprio compito, per quanto nobile esso sia, tende necessariamente a reprimere nell’inconscio, a lasciare non sviluppate, atrofiche, altre parti della psiche, che non rientrano in quella funzione, ma che pure sono vitali ed avrebbero diritto ad un adeguato sviluppo e ad una opportuna espressione.

Per andare verso la propria psicosintesi occorre riconoscere che le qualità che vediamo nell’altro sesso sono manifestazioni, proiezioni esterne, per così dire, di qualità e facoltà rimaste in noi latenti, rudimentali, represse nel nostro inconscio.

“Il valore intellettuale e morale di una personalità, è del tutto indipendente dai sintomi morbosi che possono affliggerla e che essa può avere in comune con altre personalità inferiori o veramente degenerate.
Se è vero che santa Teresa, santa Caterina da Siena e tante altre nobili figure di religiose sono state affette da isterismo ciò non deve diminuire la nostra ammirazione per le loro doti spirituali; dobbiamo invece modificare la nostra opinione sul carattere delle isteriche. Se fosse, vero, come ha preteso di dimostrare un certo medico francese, che Gesù, quel sublime ideale di umanità, sia stato un pazzo, ciò vorrebbe dire soltanto che la pazzia sarebbe infinitamente superiore alla saviezza dei normali … compresi gli psichiatri”.

Il mito è una “realtà psicologica” di grande efficacia; un Grande Essere risulta un misto di realtà e di qualità aggiunte, proiettate dalla fede di chi lo ammira.

Vi sono però dei pericoli:
  • restare sopraffatti, abbagliati dalla grandezza degli Eroi dello Spirito
  •  la proiezione senza introiezione; si ammirano le qualità di un altro essere senza cercar di viverle in noi; si porta cioè il nostro centro nell’essere ammirato e si resta quindi “fuori di sé”
  • imitazione meccanica, formale. Scimmiottare esterno, esagerato, di alcune caratteristiche di una data personalità fino a farne una caricatura

Come evitare questo? Non dimenticare che la nostra immagine di un Grande Essere è un misto variabile di realtà e di idealizzazione.

L’Io quale centro unificatore
Nel nostro esame delle varie forme e dei vari tipi di psicosintesi, abbiamo fin’ora preso in considerazione quelli nei quali il centro unificatore è costituito da una tendenza della personalità (es. da una passione) o da una funzione vitale, cioè la maternità; o da una attività o un compito sociale, professionale …; o infine da un “modello ideale” che ammiriamo.
Ma questi centri unificatori non sono atti a produrre una psicosintesi completa, né una psicosintesi indipendente ed autonoma, cioè non bastata su elementi estranei al vero essere individuale.

Per attuare una psicosintesi di tal genere occorre un centro unificatore che abbia altri caratteri.
Questo centro deve essere di natura diversa da quella di tutti gli elementi singoli e particolari che costituiscono la nostra psiche.
Esso deve essere diverso e superiore ad essi perché solo così può avere il potere di dominarli, dirigerli, comporli in una unità organica.
Tale Centro non deve essere qualche cosa di esterno alla personalità, bensì intimo ad essa, qualcosa di veramente “centrale”. Tentiamo di portar luce, armonia in noi stessi, tentiamo di riconoscere, fra gli innumerevoli pensieri, sentimenti, impulsi che si avvicendano, quelli che sono veramente l’espressione del nostro essere più vero e più profondo e quelli invece che provengono da suggestioni esterne o da tendenze istintive, e ci sforziamo di dominare e di eliminare quelle che riconosciamo non nostre e non degne di noi.
Ma dobbiamo riconoscere, se vogliamo essere sinceri, che tali tentativi hanno spesso un risultato ben poco soddisfacente; essi restano un’aspirazione non appagata.
Le opinioni e le tendenze suggeriteci dall’ambiente si mascherano facilmente per nostre, senza che ce ne accorgiamo, mentre spesso mettiamo in dubbio e respingiamo le nostre intuizioni più elevate.
Gli istinti, le passioni, le abitudini che tentiamo di dominare resistono ostinatamente ai nostri sforzi e sfuggono abilmente alla nostra presa, celandosi nell’inconscio, donde poi si insinuano subdolamente in noi e ci assalgono violentemente, di sorpresa, e nell’uno o nell’altro modo ci sopraffanno.

Innumerevoli sono le identificazioni col corpo, con le emozioni, con le funzioni che svolgiamo.
Se ad esempio un sentimento triste viene ad occupare la nostra coscienza, noi diciamo: “Io sono triste”. Se una sensazione di stanchezza la occupa, esclamiamo: “Io sono stanco”.
Se proviamo un seno di languore allo stomaco diciamo: “Io ho fame” …
Nello stesso modo ci identifichiamo con particolari caratteristiche fisiche, morali, intellettuali, sociali, che rispecchiano solo aspetti parziali di noi stessi; così diciamo via via: io sono bello o brutto, io sono forte o debole, io sono uomo o donna, io sono padre o figlio, io sono idealista o positivista …

A volte se ci sentiamo tristi per qualcosa, e poi questa cosa cambia, anche noi cambiamo e diciamo “Ora mi sembra di essere un’altra persona!”. Questa esclamazione indica che la persona sa di non essere realmente un’altra persona, mentre l’Io fenomenico cosciente si identifica via via con i vari contenuti della coscienza, vi è qualcosa in noi che non si identifica, che non cambia col cambiare degli stati d’animo, che resta sempre eguale, fisso, inattaccabile.
Questo è il nostro vero IO, il Centro della nostra individualità, la sostanza stessa del nostro essere.

Se si riesce ad arrestare per qualche istante la “corrente mentale”, a tenere il campo della coscienza libero dagli stati d’animo che di solito lo occupano, si può giungere ad avere una certa coscienza dell’Io superiore.
È una esperienza non facile, che richiede particolari condizioni. Continuamente sensazioni interne ed esterne invadono il campo della coscienza, continuamente sorgono in noi sentimenti, emozioni, pensieri, ed è arduo respingerli, distogliere da essi l’attenzione e rivolgerla e tenerla fissa sull’Io. Per poterlo fare occorrono pazienti esercizi di raccoglimento e di meditazione; oppure condizioni psichiche straordinarie in cui si produca la sospensione dell’attività mentale consueta.

“Conosci te stesso” non vuol dire soltanto “analizza i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, esamina le tue attività”; esso significa: “scopri il tuo Io più intimo, il tuo vero essere, apprendi le sue mirabili potenzialità”.

L’Io in realtà ed essenza è UNICO. Ciò che noi chiamiamo “Io ordinario” è quel tanto dell’Io superiore” che la coscienza di veglia sa accogliere, assimilare, attuare in un dato momento. Esso è quindi qualche cosa di contingente e di mutevole, una quantità variabile. È un riflesso che può divenire sempre più chiaro e vivido e che potrà forse anche un giorno arrivare ad unificarsi con la sua Sorgente.
Per dare un’idea concreta e quasi sensibile di questi rapporti fra l’Io profondo o superiore e l’Io ordinario empirico e delle loro connessioni con gli altri elementi della nostra vita psichica, trovo utile usare uno schema. Premetto che ogni schema con cui si cerchi di obbiettivare e fissare una realtà complessa, sottile, dinamica, qual è la vita psichica, non può apparire che semplicistico, inadeguato, incompleto. Ma, con questa riserva, ritengo che, come prima approssimazione, lo schema proposto possa recale qualche chiarimento, dare una prospettiva ed una inquadratura iniziale in cui disporre le nostre conoscenze.



Inoltre non si creda che questa concezione, questo riconoscimento del nostro più alto essere debba portare ad una esaltazione, ad una deificazione dell’Io individuale. Ciò avverrebbe solo se lo si considerasse isolato, avulso dalle sue naturali e intime connessioni con la Realtà, cioè con gli altri esseri, con Dio.
Essa invece è il modo di renderci più chiaro conto di tali connessioni e quindi di accoglierle e aderirvi in modo più consapevole e volenteroso.

Il valore spirituale e l’importanza pratica del riconoscimento dell’esistenza e della vera natura dell’Io, sono immensi. Tale riconoscimento costituisce una vera rivelazione; è l’inizio di una nuova vita, la chiave per risolvere tanti problemi, per comprendere tanti fatti della vita e la base necessaria per ogni opera di auto dominio, di liberazione e di rigenerazione: la vera PSICOSINTESI.

Non si deve credere che il campo dell’indagine dell’inconscio sia un campo esclusivamente riservato agli specialisti. Tutti dovrebbero cominciare a studiarlo e in questo studio dobbiamo volgerci tanto verso l’alto che verso il basso del nostro essere e sempre con sereno atteggiamento di osservatori.
In tutti noi esistono elementi inferiori, istintivi, che dobbiamo conoscere e disciplinare senza lasciarcene turbare e sgomentare. La loro esistenza per se stessa non è un “male”; l’importante è riconoscerli sinceramente e quindi farne uso degno. Ma non basta scoprire la parte inferiore di noi stessi; dobbiamo anche volgerci in alto.



Fonte: Psicosintesi - Roberto Assagioli - astrolabio

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