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sabato 14 aprile 2012

L’ultimo viaggio – Stanislav Grof

Morte e rinascita nei riti di passaggio
I riti di passaggio segnano un cambiamento decisivo nella vita di un individuo o di una cultura. La scelta del momento opportuno coincide con cambiamenti fisiologici importanti come la nascita, la circoncisione, la pubertà, il matrimonio, la menopausa e la morte: occasioni nella quali il corpo, la psiche e il ruolo sacro degli iniziati cambiano in modo significativo.
Rituali di questo tipo vengono celebrati anche per l’iniziazione l rango di guerriero, l’accettazione nelle società segrete, alcune feste legate al calendario, le migrazioni di gruppi umani  nuovi territori.

Nelle civiltà industrializzate dell’Occidente i periodi più significativi di transizione da una fase all’altra della vita sono generalmente carichi di valenze negative. Questo è sicuramente vero per la pubertà, la mezza età, la vecchiaia e, ovviamente, la morte.
Il morente è spesso visto come un peso sociale ed economico.

La transizione
Nella seconda fase, che Gennep ha chiamato “transizione”, i neofiti passano da un apprendimento principalmente intellettuale a profonde esperienze dirette di stati olotropici di coscienza, indotti da potenti tecniche in grado di alterare la mente: “tecnologie del sacro”.

Tra le più potenti tecnologie del sacro vi sono diverse piante psichedeliche. Il loro uso a fini rituali e spirituali risale a migliaia di anni fa.
La pozioni leggendaria divina, chiamata haoma nell’antico testo persiano Zend Avesta e soma in India, era conosciuta migliaia di anni fa dalle tribù indo-iraniane e probabilmente fu la fonte più importante della religione e della filosofia vedica.
Le preparazioni ottenute da differenti varietà di canapa venivano fumate e ingerite sotto forme diverse (hashish, charas, bhang, ganja, kif, marijuana) in Oriente, in Africa e nell’area caraibica per svago, per piacere e durante le cerimonie religiose: hanno rappresentato un importante sacramento per gruppi molto diversi, come i Bramini, alcuni ordini di Sufi, gli antichi Sciti e i Rasta giamaicani.

L’uso cerimoniale di vari materiali psichedelici ha una lunga storia nell’America Centrale. Le piante che provocano l’alterazione dello stato mentale erano ben conosciute presso diverse culture indiane preispaniche, tra cui gli Atzechi, i Maya e i Toltechi.
Le più famose sono il cactus peyote messicano (Lophophora williamsii), il sacro fungo teonanacatl (Psilocybe mexicana) e ololiuqui, semi di diverse varietà del Morning Glory (Ipomoea violacea e Turbina corymbosa). Queste sostanze sono usate ancora oggi nelle cerimonie di consacrazione dai Huicholes, dai Mazatec, dai Chichimeca, dai Cora, e da altre tribù del Messico, come pure dalla Native American Church.
Il famoso yajé o ayahuasca sudamericano è un decotto ottenuto con una liana della giungla (Banisteriopsis caapi) e con altre piante.

Le tribù aborigene dell’Africa ingeriscono e inalano preparati ricavati dalla corteccia dell’arbusto iboga (Tabernanthe iboga), che utilizzano in piccole quantità come stimolante e in dosi maggiori per i rituali di iniaziazione di uomini e donne.

Composti psichedelici di origine animale comprendono le secrezioni della pelle di alcuni rospi (Bufo alvarius) e la carne del pesce Kyphosus fuscus che si trova nel Pacifico.

Il rito di passaggio Okipa
Un esempio di un rito di passaggio particolarmente potente e complesso è la festa Okipa dei Mandans, una tribù di indiani delle Grandi Pianure del Nord America che vivevano sul fiume Missouri.
Questo rituale, che comportava la mutilazione e un fortissimo dolore fisico, dimostra quanto alcune culture valutino le esperienze di trasformazione e a quali estremi siano disposte a spingersi nel perseguirle, anche se molti altri riti di passaggio non sono così radicali ed elaborati quanto la festa Okipa.

Gli antichi misteri di morte e rinascita
Nel mondo antico i misteri della morte e della rinascita rappresentano un’altra forma importante di addestramento alla morte. Si tratta di eventi rituali basati su storie mitologiche di varie divinità che erano morte e tornate alla vita o che avevano visitato gli inferi, il regno dei morti, ed erano riapparse incolumi.
Capire le dinamiche di questi eventi e il loro legame con le storie di morte e di rinascita degli dèi e degli eroi richiede un’interpretazione completamente nuova della natura e della funzione dei miti.
I miti sono tradizionalmente considerati il prodotto della fantasia e dell’immaginazione. Tuttavia le opere di Jung e Joseph Campbell hanno contribuito a un’interpretazione radicalmente nuova della mitologia.
Secondo questi studiosi i miti non raccontano le avventure fittizie di personaggi immaginari in luoghi inesistenti, non sono il prodotto arbitrario della fantasia di alcuni individui, ma piuttosto hanno la loro origine nell’inconscio collettivo dell’umanità e sono manifestazioni di quei principi primordiali che mettono ordine nella psiche e nel mondo, e che Jung ha chiamato “archetipi”.

Gli archetipi e il mondo imaginale
Gli archetipi sono principi primordiali eterni che stanno alla base del mondo materiale, formandone e informandone la struttura.
La tendenza a interpretare il mondo in termini di principi archetipici è apparsa per la prima volta nella Grecia antica e fu una della caratteristiche più singolari della filosofia e della cultura greche.
Gli archetipi possono essere visti da diverse prospettive.
I poemi omerici presero la forma di figure mitologiche personificate o di divinità, come Zeus, Poseidone, Era, Afrodite, Ares.

Nella filosofia di Platone erano descritti come puri principi metafisici trascendenti: Idee, Forme, O Archai divini che esistevano indipendentemente in un regno non accessibile ai sensi dell’uomo. In tempi moderni, Jung ha fatto rivivere e ha riformulato il concetto di archetipo descrivendolo principalmente come principio psicologico.
Gli junghiani si riferiscono al mondo delle figure e dei domini archetipici come “imaginale” per distinguerlo dai prodotti immaginari della mente umana. Benché vi si possa avere accesso attraverso l’autoesplorazione intrapsichica, il mondo imaginale possiede un’esistenza oggettiva.
Gli archetipi sono essenze atemporali, principi ordinatori del cosmo che possono manifestarsi anche sotto forma di personificazioni mitiche o divinità specifiche di varie culture.
Si esprimono attraverso la psiche e i processi profondi dell’individuo, ma non hanno origine nella mente dell’uomo né sono da essa prodotti. Trascendono la psiche dell’individuo e funzionano come principi che la governano. Stando agli ultimi lavori di jung, gli archetipi hanno una natura “psicoide”; operano nella zona crepuscolare che si colloca tra la coscienza e la materia. Modellano non solo i processi della psiche umana, ma anche gli eventi del mondo fisico e della storia dell’uomo.
L’inconscio collettivo rappresenta la comune eredità culturale di tutta l’umanità nel corso dei secoli.

L’eroe dai mille volti
L’eroe dai mille volti (1948), testo di Joseph Campbell, fu un libro innovatore che nei decenni successivi influenzò profondamente la ricerca e la comprensione dell’argomento.
Analizzando un ampio spettro di miti provenienti da diverse regioni del pianeta, Campbell si rese conto che tutti contenevano variazioni di una formula archetipica universale, che chiamò “monomito”. Era la storia dell’eroe, maschio o femmina, che lascia la sua casa e, dopo fantastiche avventure, vi ritorna come essere deificato. Campbell trovò che l’archetipo del viaggio dell’eroe si svolge in tre fasi peculiari, simili a quelle descritte come le sequenze caratteristiche dei tradizionali riti di passaggio: separazione, iniziazione e ritorno.

L’eroe lascia il territorio familiare, volontariamente o costretto da una forza esterna, subisce una trasformazione attraverso una serie straordinaria di prove e avventure e, infine, viene di nuovo accolto nel suo ambiente originario con un ruolo diverso.

Il mito del viaggio dell’eroe inizia quando la vita quotidiana del protagonista viene interrotta improvvisamente con l’intrusione di elementi di natura magica che appartengono a un diverso ordine di realtà.
Campbell si riferisce a questo invito all’avventura come alla “chiamata”. Se l’eroe risponde alla chiamata e accetta la sfida, si imbarca in un’avventura che comprende molteplici sfide, visite a strani territori, incontri con animali fantastici ed esseri sovrumani.
L’avventura spesso culmina in un’esperienza di morte e di successiva rinascita. Dopo aver compiuto il viaggio con successo, l’eroe torna a casa e vive una vita gratificante come essere deificato: come leader riconosciuto, guaritore, veggente o maestro spirituale.

Il monomito del viaggio dell’eroe rappresenta la fotocopia della crisi trasformatrice che tutti gli esseri umani possono sperimentare quando i contenuti profondi dell’inconscio emergono alla coscienza. Il viaggio dell’eroe non fa che descrivere il terreno di esperienze che l’individuo deve attraversare durante i periodi di profonda trasformazione.

La morte e la rinascita degli dèi e degli eroi
In una forma simbolica sicuramente meno ovvia, lo stesso motivo è a volte rappresentato dall’esperienza di essere divorati e rigurgitati da mostri terrificanti per poi riuscire a scappare: dal biblico Giona, che passò 3 giorni e 3 notti nella pancia del “grande pesce”, al greco Giasone e a Santa Margarita di Antiochia, che vennero entrambi ingoiati dal drago.

La ricerca psichedelica e le terapie sperimentali hanno dimostrato che l’archetipo della morte e della rinascita è legato alla nascita e questo spiega perché sia un motivo così universale che appare tanto frequentemente nella mitologia. Il passaggio attraverso il canale del parto è un evento che minaccia la vita: ecco perché nel nostro inconscio morte e nascita sono profondamente connesse. Ed è questo il motivo per cui le sequenze di morte e di rinascita psicologica sono quelle che più frequentemente si osservano negli stati olotropici, spontanei o indotti artificialmente. Queste giocano un ruolo estremamente importante nel processo psicologico di trasformazione della personalità e di apertura spirituale.

I misteri di morte e rinascita
Il molte zone del mondo i miti della morte e della rinascita forniscono la base ideologica per i “sacri misteri”, potenti eventi rituali nei quali i neofiti sperimentano la morte e la rinascita e una profonda trasformazione psico-spirituale. Ben poco si sa sulle tecniche usate per indurre stati olotropici: i misteri venivano mantenuti segreti oppure nel corso del tempo è andata persa la specifica informazione che li riguarda. Tuttavia è probabile che le procedure fossero simili a quelle usate nei rituali sciamanici e nei riti di passaggio: tamburella menti, canti, danze, cambiamenti nel ritmo del respiro, esposizione a stress, dolore e situazioni che minacciano la vita, apparentemente o realmente.
Tra gli strumenti più efficaci senza dubbio vi erano pozioni che contenevano sostanze vegetali dalle proprietà psicoattive.
Le esperienze potenti, e spesso terrificanti, indotte negli iniziati rappresentavano un’occasione unica per mettersi in contatto con le divinità o con i domini divini ed erano vissute come necessarie, desiderabili e, infine, guaritrici. In alcuni casi, inoltre, l’esposizione volontaria a questi stati estremi di coscienza era considerata una protezione contro la vera pazzia.
Gli antichi Greci si rendevano conto che le forze pericolose nosacsote nella psiche devono essere espresse in un contesto adeguato.
Nel dialogo Fedro, Platone parla di quattro tipi di follia conferiti dagli dèi: la mania erotica, dovuta alla possessione di Afrodite ed Eros; la mania profetica, causata dall’intervento di Apollo; la mania artistica, dovuta all’ispirazione di una delle Muse e la mania rituale, o telestica, provocata da Dioniso.

In grande filosofo descrive in modo vigoroso il potenziale terapeutico della mania telestica portando a esempio un tipo di mistero greco meno conosciuto, i riti coribantici: consistevano in una serie di danze selvagge al suono dei flauti e dei tamburi culminanti in un’esplosiva liberazione di emozioni che induceva uno stato di profondo rilassamento e tranquillità.

Fu Aristotele, celebre discepolo di Platone, il primo a dichiarare esplicitamente che il processo di sperimentare e liberare pienamente le emozioni represse, da lui chiamato “catarsi” (purificazione), era un efficace trattamento dei disturbi mentali.

Aristotele affermava che i misteri della morte e della rinascita fornivano un potente contesto per questo processo. Sosteneva la tesi fondamentale del culto orfico (una delle più importanti scuole mistiche del tempo), secondo la quale il caos e il delirio dei misteri conducevano a un ordine superiore.

Tra i misteri di morte e di rinascita più antichi ci sono i riti babilonesi e assiri di Ishtar e di Tammuz, basati sul mito della Dea Madre Inanna (Ishtar) e della sua discesa agli inferi governati dalla sorella, la terribile dea Ereshkiga. Lo scopo del viaggio di Ishtar era di ottenere un elisir per riportare alla vita il dio della vegetazione Tammus, che era sia suo figlio che suo marito.

Negli antichi templi egizi di Iside e Osiride, gli iniziati si sottoponevano a prove complesse sotto la guida dei sommi sacerdoti per superare la paura della morte e ottenere l’accesso alle conoscenze esoteriche sull’universo e sulla natura umana.
Nel corso di questo processo, i neofiti sperimentavano l’identificazione con il dio Osiride che, secondo il mito sul quale si basavano i misteri, fu ucciso e smembrato da Seth, il suo malvagio fratello. Successivamente, Osiride fu riportato in vita dalle due sorelle, Iside e Nefti, e divenne sovrano degli inferi. In questo contesto il tema della morte e della rinascita era legato al ciclo giorno-notte e al viaggio archetipico del dio Sole attraverso il Cielo e gli Inferi.

I misteri eleusini, i più importanti dell’antichità, furono celebrati per quasi 2000 anni (1500 a.C – 400 d.C) a Eleusi, una città situata a circa 25 chilometri a occidente di Atene; erano basati su un’interpretazione del mito di Demetra, dea greca della fertilità, e di sua figlia Persefone. Persefone fu rapita da Ade, il dio degli inferi, ma in seguito all’intervento di Zeus, questi la lasciò libera a condizione che tornasse da lui ogni anno per 4 mesi. Il marito, solitamente considerato un’allegoria della crescita ciclica delle piante nel corso delle stagioni, per gli iniziati ai misteri eleusini divenne il simbolo delle lotte spirituali dell’anima, periodicamente imprigionata nella materia e liberata.

Il culto orfico si concentrava sulla leggenda della deificazione di Orfeo, il bardo tracio impareggiabile musicista e cantore, che visitò gli inferi nel tentativo non riuscito di liberare l’amata Euridice dalla schiavitù della morte.
Lo stesso Orfeo morì tragicamente fatto a pezzi dalle donne dei Ciconi per aver interferito nei baccanali.
Secondo la leggenda, la sua testa decapitata, gettata nel fiume Ebro, continuò a cantare e ad annunciare oracoli.

I riti dionisiaci, o baccanali, erano basati sulla storia mitologica del giovane Dioniso che, dopo essere stato smembrato dai Titani, fu poi fatto risuscitare quando Pallade Atena recuperò il suo cuore. Nei riti dionisiaci gli iniziati sperimentavano l’identificazione con il dio ucciso e rinato grazie a bevande inebrianti, danze orgiastiche, corse nei campi e mangiando la carne cruda degli animali.

I misteri samotraci dei Coribanti (sacerdoti della dea Cibele) erano connessi strettamente alle celebrazioni dionisiache. Il dramma rituale che vi era associato descriveva l’omicidio di Cadmillo da parte dei suoi tre fratelli.

Il culto mitriaco, era una fede sorella del cristianesimo, cui contese il ruolo di religione del mondo. I santuari sotterranei mitriaci (mithraea) spaziavano dalle spiagge del Mar Nero fino alle montagne della Scozia e al confine del deserto del Sahara.

Il famoso mito di Adone, ispirò i misteri del mondo antico. Durante la sua gravidanza Smina, la madre, fu trasformata dagli dèi in un albero di mirra. Adone nacque quando un cinghiale aprì il tronco con le sue zanne liberando il neonato. Afrodite fu così affascinata dalla bellezza di Adone che lo affidò alle cure di Persefone, dea degli inferi. Quando più tardi Persefone si rifiutò di restituirlo, Zeus decise che Adone avrebbe vissuto un terzo dell’anno con Persefone e un terzo con Afrodite. Il rimanente terzo fu lasciato alla sua discrezione, ma la leggenda vuole che Adone trascorresse sempre due terzi di ogni anno con Afrodite.

Il mito che soggiace ai misteri nordici di Odino (Wotan) si riferisce alla storia dell’assassinio e della resurrezione di Balder, il figlio favorito di Odino. Balder era giovane e bello ed era l’unico dio pacifico di Valhalla. Loki, l’imbroglione, la personificazione del male, convinse con l’inganno il dio cieco del fato Hoder a colpire Balder con una freccia di vischio, l’unica rama che poteva ferirlo. Balder fy trafitto al cuore e morì. La dea della morte Hel, mossa dalle suppliche degli dèi affranti, promise di far ritornare Balder nella terra dei vivi a una condizione: ogni cosa nel mondo, morta o viva, doveva piangere per lui. In effetti ogni cosa pianse eccetto Loki, e così Balder dovette rimanere negli inferi. Tuttavia, il mito predisse che dopo la battaglia finale di Ragnarok, quando un nuovo mondo sarebbe sorto dalle sue ceneri, Balder sarebbe rinato. Nei misteri di Odino il neofita beveva idromele santificato da una tazza ricavata da un teschio. Identificandosi con Balder, si sottoponeva a un’ardua prova in un complesso di nove stanze sotterranee, superata la quale era in grado di svelare il mistero di odino con i più preziosi segreti della natura e dell’animo umano.

Nei misteri druidici della Bretagna, il confine tra morte simbolica e morte biologica era piuttosto confuso. Dopo essere stato seppellito vivo in una bara, il candidato era mandato in mare su una barca aperta, una messa in scena simbolica della morte del dio Sole.
In questa singolare ordalia molti iniziati perdevano la vita; coloro che sopravvivevano all’ostico rituale erano definiti “rinati”.

I dettagli e le tecniche utilizzate per alterare lo stato mentale nel corso di questi riti segreti sono rimasti per lo più sconosciuti.

Tuttavia, il kykeon, la sacra pozione che svolgeva un ruolo cruciale nei misteri eleusini era molto probabilmente una mistura contenete alcaloidi di segale cornuta, simile all’LSD. È anche molto probabile che nei baccanali e in altri tipi di rituali fossero implicate sostanze psichedeliche.

Negli stati olotropici questo materiale mitologico emerge spontaneamente dalle profondità della psiche senza alcuna programmazione e spesso sorprende tutti coloro che vi sono coinvolti.
Immagini archetipiche e intere scene tratte dalla mitologia di varie culture spesso appaiono nelle esperienze di individui che non hanno alcuna cognizione delle figure mitiche e dei temi in cui si imbattono. 




Fonte: l'ultimo viaggioStanislav Grof  
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