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giovedì 20 settembre 2012

La sintesi dello YOGA - Sri Aurobindo

… non c’è verità o pratica rigorosamente formulata che non invecchi e perda gran parte delle sue virtù se non la si rinnova costantemente nelle fresche acque dello Spirito, che ravviva la morte e moribonde forme e conferisce loro nuova vita. Rinascere ripetutamente è la condizione dell’immortalità materiale. 

Il mondo di oggi è come un enorme vaso di Medèa ove tutto viene rifuso, smembrato, sperimentato, combinato e ricombinato, per servire di materia a nuove forme, risorgere in nuova giovinezza e nuovi modi d’esistenza.
Lo yogi tende a ritirarsi dall’esistenza comune e a perde presa sulla vita, a pagare le ricchezze dello spirito con l’impoverimento delle normali attività umane, la libertà interiore con una morte esteriore. Se conquista Dio, sembra perdere la vita, mentre se dirige i suoi sforzi verso l’esterno per conquistare la vita corre il pericolo di perdere Dio. Così è venuta formandosi in India un’acuta incompatibilità fra la vita del mondo e la perfezione spirituale; quantunque esista una tradizione e un ideale d’armonia che tenta di accordare l’attenzione interiore con le esigenze esteriori, gli esempi di ciò sono rari.
Tuttavia nessuna sintesi dello yoga può riuscire soddisfacente se, per raggiungere il suo intento, non fonde Dio e la Natura in una vita umana liberata e perfetta, o se, attraverso i suoi metodi, non permette o, anzi, non favorisce l’armonia delle nostre attività e delle nostre esperienze interiori ed esteriori in una divina e totale pienezza. Perché l’uomo è precisamente la sede e il simbolo di un’Esistenza superiore discesa nel mondo materiale, ed è proprio in questa Materia che l’inferiore può trasfigurarsi e assumere la natura superiore, e il superiore rivelarsi nelle forme inferiori.
Il corpo grossolano è composto dall’involucro di nutrimento, o involucro materiale, e sistema nervoso o veicolo vitale.

Se la vita del corpo (corpo grossolano) è la base ed il primo strumento che la Natura ha saldamente prodotto in noi nella sua evoluzione, la vita mentale (corpo sottile) è lo scopo successivo e lo strumento immediatamente seguente. È la sua più alta ed entusiasmante tendenza, e, salvo nei momenti di esaurimento e di ripiego nell’oscurità riparatrice, è la sua costante ricerca ogni volta che riesce a liberarsi dal travaglio delle realizzazioni vitali e fisiche. Una distinzione è di massima importanza per l’uomo. La vita mentale non è una, ma doppia, anzi tripla: c’è una mente materiale e nervosa, una mente puramente intellettuale che si libera dalle illusioni del corpo e dei sensi, ed una mente divina che vola al di sopra dell’intelletto e si libera a sua volta dalle imperfezioni della ragione, del discernimento e dell’immaginazione logica.
Gli antichi dicevano giustamente che l’uomo è essenzialmente pensatore, Manu, un essere mentale che dirige la vita e il corpo, non un animale che da loro è diretto. Accettare liberamente le condizioni del nostro essere fisico, non perché vi siamo costretti, ma per fini di superamento e sublimazione; questo è l’alto ideale umano.

Non v’è dubbio che la vita mentale non ha ancora terminato la sua evoluzione nella natura e non è ancora solidamente fondata neanche nell’animale umano. Ne è segno evidente il fatto che l’equilibrio bello e completo della vitalità, il corpo sano e robusto dotato di lunga vita, si trova comunemente solo nelle razze o nelle classi che rifiutano lo sforzo del pensiero, le sue perturbazioni, le sue tensioni o che pensano solamente con la mente materiale. L’uomo civilizzato non ha ancora stabilito né possiede un vero equilibrio fra la mente pienamente attiva ed il corpo.
La Mente non è il fine ultimo dell’evoluzione, né il suo ultimo scopo, ma uno strumento, come lo è il corpo.

L’essere supermentale (corpo causale) è composto da conoscenza e beatitudine. Questa beatitudine non è un piacere supremo del cuore e delle sensazioni, al cui fondo sta un’esperienza di dolore e di sofferenza, ma una felicità che esiste in sé, indipendente dagli oggetti e dalle esperienze particolari, una gioia spontanea che è la natura stessa e la sostanza, per così dire, d’una esistenza trascendente e infinita.
Questo corpo causale in opposizione agli altri due che sono degli strumenti è anche la sorgente e il potere realizzatore di tutto ciò che la precede nell’evoluzione attuale. Le nostre attività mentali sono infatti un derivato, una selezione della conoscenza divina, una deformazione di essa finché restano separate dalla verità da cui segretamente discendono. Ciò vale anche per le nostre sensazioni ed emozioni rispetto alla Beatitudine, per le nostre energie nervose, e le nostre azioni rispetto alla Volontà e alla Energia della Coscienza divina, e infine per il nostro essere fisico rispetto alla pura essenza della Beatitudine e della coscienza.
È così abbagliante la visione di questa esistenza suprema, anche se appena intravista, così potente la sua attrazione, che avendola scorta anche una sola volta, possiamo sentirci pronti ad abbandonare ogni cosa per seguirla. Ma se per una esagerazione inversa a quella che crede di vedere tutto nella Mente, e la vita mentale come l’ideale definitivo, si finisse per considerare la Mente come una deformazione senza valore ed un supremo ostacolo o l’origine di un universo illusorio, una negazione della verità, qualcosa che bisogni respingere e le cui operazioni e i cui risultati debbano essere annullati se si voglia arrivare alla liberazione finale, non otterremmo che la deviazione di una mezza verità, incapace di vedere oltre le limitazioni attuali della mente la sua destinazione divina.
La conoscenza ultima è quella che percepisce ed accetta Dio nell’universo e la di là dell’universo, e lo yogi integrale che abbia trovato il Trascendente, può ritornare all’universo e possederlo, conservando a volontà il potere di scendere o di risalire la grande scala dell’esistenza. Poiché se l’eterna Saggezza esiste veramente la facoltà mentale deve pure avere un qualche impiego ed un destino eminente. Quest’impiego dipenderà necessariamente dal posto che occuperà nell’ascesa e nel ritorno, e questo destino dovrà necessariamente essere una pienezza ed una trasfigurazione, non un’amputazione né un annullamento.

Ci si accorge allora che tre sono le grandi tappe della natura:
una vita corporea che è la base della nostra esistenza in questo mondo materiale
una vita mentale alla quale emergiamo ed attraverso la quale eleviamo la vita del corpo verso un fine superiore, ampliandola e completandola
un’esistenza divina, traguardo ultimo della vita corporea e mentale, che ritorna ad esse per liberarle e condurle verso più alte possibilità.

Tutte le nostre attività verranno condizionate da queste tre possibilità mutualmente interdipendenti: la vita del corpo, l’esistenza mentale e l’essere spirituale velato che, nell’involuzione, è la causa delle altre due, e, nell’evoluzione, il loro risultato. Perseverando e perfezionando la vita fisica, colmando la vita mentale, lo scopo della natura (che dovrebbe essere anche il nostro) è di svelare, in un corpo fisico e mentale perfetti, le attività trascendenti dello Spirito. Come la vita mentale non sopprime la vita corporea, ma opera per la sua elevazione ed il suo miglior impiego, altrettanto la vita spirituale non dovrebbe annullare, ma trasfigurare le nostre attività intellettuali, emotive, estetiche e vitali.
Perché l’uomo, culmine della natura terrestre e solo organismo sulla terra nel quale può compiersi pienamente l’evoluzione della natura, è la sede di una triplice nascita. Ha ricevuto una forma vivente con un corpo che è ricettacolo di una manifestazione. La sua attività è centrata in una mente evolutiva che tende a perfezionarsi, come la cosa ove dimore e gli strumenti di vita dei quali si serve, e che è capace, con una realizzazione progressiva di sé, di svegliarsi alla sua vera natura in quanto forma dello Spirito. Raggiunge il suo punto culminante quando diviene quello che veramente è sempre stato: lo spirito illuminato e beatifico destinato a irradiare la vita e la mente con i suoi splendori celati. Giacché questi sono i piani dell’Energia divina nell’umanità, il metodo e lo scopo della nostra esistenza dipenderanno interamente dall’interazione di questi tre elementi nel nostro essere. E giacché tali elementi si sono espressi separatamente nella natura, l’uomo ha davanti a sé la scelta fra generi di vita: l’esistenza materiale ordinaria, una vita d’attività mentale e di progresso, e la serena e immutabile beatitudine spirituale. Man mano che va progredendo, può combinare queste tre forme, risolvere le loro disarmonie in ritmi d’armonia e creare così, in sé stesso, la divinità integrale, l’Uomo perfetto.
Nella Natura ordinaria, ognuna di queste tre forme possiede un impulso caratteristico che la governa.
L’energia caratteristica della vita corporea non è tanto il progresso quanto la persistenza, non tanto l’allargamento dell’individuo quanto la sua ripetizione.
Certamente esiste un progresso fra l’uno e l’altro tipo della Natura fisica, dal vegetale all’animale, dall’animale all’uomo; perché anche nella materia inanimata la Mente è all’opera.
L’energia caratteristica della Mente nella sua purezza è il cambiamento, e più la mente si eleva e s’organizza, più questa legge prende l’apparenza di un allargamento e di un perfezionamento costanti, di una sempre migliore sistemazione di quanto ho conquistato e perciò di un passaggio continuo da una perfezione semplice e piccola ad una perfezione più grande e più complessa. Poiché la Mente, a differenza della vita del corpo, possiede un campo infinito; la sua espansione è elastica e le sue formazioni facilmente variabili. Cambiamento, ampliamento, perfezionamento sono dunque gli istinti propri della mente.
La legge caratteristica dello Spirito è la perfezione in sé e l’infinità immutabile. Esso possiede sempre per sua natura l’immortalità, oggetto della Vita, e la perfezione, scopo del piano mentale.

In ciascuna di queste forme, la Natura agisce individualmente e collettivamente nello stesso tempo; l’Eterno s’afferma egualmente nelle forme isolate e nell’esistenza del gruppo, sia questo la famiglia, la stirpe, la nazione, o addirittura il gruppo supremo: la nostra umanità collettiva.
La vera relazione dell’anima singola col Supremo, mentre questa si trova nell’universo, non è afferrare egoisticamente la propria esistenza né annullarsi nell’Indefinito, ma realizzare la propria unità col Divino e il mondo e riunirli nella sua individualità; la vera relazione dell’individuo e della collettività non consiste nel ricreare egoisticamente il proprio progresso materiale o mentale o la propria salvezza spirituale senza preoccuparsi dei propri simili, e nemmeno nel sacrificare o mutilare il proprio sviluppo sull’altare della comunità, ma nell’assommare in se stesso le migliori e più complete possibilità della comunità e prodigarle attorno a sé a mezzo del pensiero, dell’azione o di qualsiasi altro strumento affinché la specie intera possa avvicinarsi alle realizzazioni raggiunte dai suoi rappresentanti più elevati.

Lo Spirito è la vetta dell’esistenza universale; la Materia la sua base; la Mente il legame che li unisce. Lo Spirito è tutto ciò che è celato e che deve essere rivelato, la mente ed il corpo sono i mezzi con i quali tenta di rivelarsi.

Tre elementi sono necessari affinché lo yoga possa esistere; ci vogliono tre parti consenzienti allo sforzo: Dio, la Natura e l’anima umana, o il Trascendente, l’Universale e L’individuale.
Se l’individuo e la Natura sono abbandonati a se stessi, l’uno resta incatenato all’altra e rimane incapace di superare in misura apprezzabile il flusso trascinante della natura. È necessario qualcosa di Trascendente, libero dalla natura e più grande di essa, che abbia il potere di agire su di noi e su di essa, traendoci verso l’alto, e inducendo spontaneamente o meno l’individuo all’ascesa.

I quattro ausiliari
La perfezione che si ottiene con la pratica dello yoga può essere facilmente raggiunta con l’azione combinata di quattro grandi ausiliari.
  • Primo = shâstra, è la conoscenza della verità, dei principi, dei poteri e dei procedimenti che governano la realizzazione.
  • Secondo = utsâha, un lavoro paziente e perseverante rappresentato dall’intensità dello sforzo personale.
  • Terzo = guro, la suggestione diretta, l’esempio e l’influsso del maestro.
  • Quarto = kâla, l’opera del tempo, perché tutte le cose hanno il loro ciclo d’azione e divino periodo.
Lo shâstra supremo dello yoga integrale è l’eterno Veda segretamente custodito nel cuore di ogni essere vivente e pensante. Il loto della conoscenza e dell’eterna perfezione è una gemma chiusa e ravvolta in noi, si apre in modo rapido o gradatamente, un petalo dopo l’altro, mediante realizzazioni successive, appena l’intelligenza dell’uomo incomincia a volgersi verso l’Eterno, e il suo cuore, non più oppresso dall’attaccamento o confinato alle apparenze finite, s’accende d’amore per l’Infinito.
Conosciamo il Divino e diveniamo il Divino perché già lo siamo nella nostra più intima natura. Ogni insegnamento è una rivelazione, ogni divenire uno sbocciare. La scoperta di se stessi è il segreto, la conoscenza sempre più ampia di se stessi ne costituisce il metodo.

Il dono di sé nelle opere. La via della Gîtâ
L’uomo, essere mentale, si è rivestito di un corpo materiale al fine di sviluppare in modo notevole la coscienza e l’esperienza, che lo condurranno alla suprema e divina scoperta del Sé.
Tutto il resto è secondario e subordinato, o accidentale e superfluo; importa solamente ciò che sostiene e aiuta l’evoluzione della sua natura e la crescenza, o piuttosto lo sviluppo progressivo del sé e del suo spirito. 



Fonte: La sintesi dello Yoga 













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