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giovedì 1 agosto 2013

La Via della Volontà Solare – Massimo Scaligero

URGENZA DELLA RICERCA SOVRASENSIBILE
Mondo antico e indagine moderna
La natura dell’uomo moderno è “priva di spirito”, per il fatto che lo spirito si è incentrato nel processo di autocoscienza (e solo questa, interiorizzandosi, potrebbe far risorgere il sovrasensibile dalla natura: chi conosca l’opera scientifica di Goethe si trova dinnanzi alle premesse per un’esperienza del genere).
La situazione del mondo antico era l’opposto: la natura era permeata di spirito: non era natura. L’uomo accoglieva le correnti sovrasensibili nelle corporeità, nella razza, nel sangue: non gli era necessaria l’autocoscienza, poiché poteva riferire se stesso al divino che vedeva sorgere dal sangue.
Si può dire che il Divino, fluendo nel suo essere fisico, suscitasse in lui visioni o ispirazioni; ma si trattava di un organismo non ancora densificato sino alla formazione di un compiuto sistema neuro-sensorio, epperò tramite di forze che non poterono più fluire direttamente in lui quando egli cessò di trarre la coscienza di sé da un centro interiore (cuore) per averla da un supporto fisico (cervello).
Se la costituzione interiore dell’uomo moderno si fonda sulla inversione della polarità originaria uomo-cosmo, individualità-natura, onde la natura comincia ad essere veduta come mondo esteriore – inversione che ha inizio all’epoca del Buddha, di Lao-tze e di Confucio in Oriente, del filosofare presocratico in Occidente – è comprensibile come l’elemento eterno che prima traspariva attraverso la natura, ora si esprima in un’attività interiore che in un certo modo di oppone ad essa.
In tal senso, secondo l’espressione di un pensatore occidentale, bensì la “falsa memoria” di esso, dovuta a quel rovesciamento di visione onde il mondo antico non può più essere conosciuto per quel che effettivamente era, e la propria vita trascorsa viene ricordata come la serie delle reazioni soggettive ad eventi non conosciuti nella loro sostanza: falsa memoria, dunque, che solo può rivelarsi con un suo delle forze della memoria rispondente alla scaturigine delle forze stesse. 

Chi sia interiormente fondato, non può cadere nella illusione di ritrovare nel sub-conscio l’elemento originario, ma sa di ritrovarvi solo “falsa memoria”, quella che insiste come abitudine atavica, inclinazione, istinto, persino come radice delle malattie organiche: un mondo che non è l’Io, non l’”essere centrale”, ma la sua vecchia spoglia, in cui ora tende a manifestarsi tutto ciò che come corrente cosmica inferiore lo avversa e lo irretisce. È la natura, l’antica “scorza” dello spirituale, che, non riconosciuta, tende a usare come veicolo lo spirituale oggi appena risorgente nella forma dell’autocoscienza: d’onde gli equivoci della scienza e della cultura moderne, l’equivoco di una psicologia che nei residuo degenerescenti di una coscienza mitogena crede ritrovare contenuti attuali dell’io, mentre dovrebbe qui riconoscere una “zona” manovrata da forze che, portate ad insistere nel loro antico movimento, agiscono contro la nascente autocoscienza, ossia contro la possibilità positiva della inversione della polarità umano-cosmica accennata: forze perciò ostacolartici dell’uomo, che tendono ad annientare l’io, sottraendogli vitalità e usandola contro esso.
Si tratta di contenuti che dovrebbero venir sollecitati mediante una identificazione astratta e dialettica ma permanere nell’inconscio, in vista di una loro estinzione, necessaria al processo superiore della coscienza: si estinguono soltanto se possono essere oggetto di un conoscere soprasensibile, capaci di contemplarli per quello che effettivamente sono.
Ma è chiaro che nessun astratto pensiero, nessuna attività semplicemente razionale, ha il potere di vedere e risolvere l’identificazione sottile della vita psichica con essi: identificazione che perciò può acquisire persino giustificazione scientifica e divenire moderna psicologia.

Superstizione contemporanea
La sostanza mitica è essenzialmente diversa: occorre distinguere il mito in quanto veste imaginativa di percezioni extra-sensibili (mondo antico), dal mito che è proiezione spirituale di percezione sensibili, ossia la loro idealizzazione e trasposizione imaginativa (mondo moderno), secondo un “ideale” che non può essere attinto se non dall’esperienza sensibile. L’uomo moderno ritiene reale soltanto ciò che può percepire con i sensi fisici: per lui ogni rappresentazione mitica non è che la dignificazione di quel che percepisce. E ciò che percepisce per ora non è altro che il “cadavere dell’antica natura”: non è quel che l’uomo antico percepiva come natura vivente.

L’illusoria “metafisica”
Normalmente, all’occidentale, la sua capacità conoscitiva appare soggettiva, astratta, priva di forza vitale: per esso è il mondo esanime delle argomentazioni, delle ragioni, fuori qualcosa di più, ossia vitalità e concretezza, non suppone che l’attività interiore con cui pensa fluisce dalla sorgente stessa della vitalità e della concretezza, e si rivolge a un’altra direzione. Di solito cerca dottrine orientali che giustifichino questo suo rifuggire l’astrattezza e al tempo stesso gli diano modo di portarsi oltre l’astratto, mediante un presunto superamento del “mentale” (un mondo di dottrine orientali, perciò, che sarà da lui veduto secondo insufficienza interiore rispetto alla sua propria natura di occidentale) o si consola con una filosofia, di tipo esistenzialistico, o con una psicoanalisi, o una psicologia analitica. Nell’uno o nell’altro caso egli evita l’autentico sperimentare interiore che è penetrare la sostanza della vita mediante un pensare capace di non presupporre da sé la serie degli oggetti e perciò di afferrare se stesso: senza avvertirlo, si appaga di associazioni di “pensati” unificate in sistemi, rimanendo sostanzialmente alla visione di una molteplicità priva di unità essenziale e a un mondo di “sensazioni” piò o meno nobilitante: che tuttavia non riconosce come tali e che per lui, anche se non se ne avvede, possono essere qualcosa unicamente in quanto le assume  in pensieri o come contenuti di idee, ossia per quell’elemento irriconosciuto, in sostituzione del quale si illude di trovare altre vie.
In nessuno di questi casi l’occidentale segue veramente la sua vocazione. Il macchinismo, l’agnostico razionalismo, l’attivismo proprio a una vita esclusivamente utilitaria, spoglia di autentici sentimenti, costituiscono un mondo che non può essere rettificato o esorcizzato mediamente una “conoscenza” la cui stessa scelta è in partenza legata a un conoscere formatosi in esso: nel mondo che si pretende superare. Questo arido razionalismo nato dall’occidentale, come riflessità del pensiero, chiede di essere risolto appunto nella sede del suo manifestarsi, mediante la conversione di un processo che riguarda unicamente lui in quanto moderno. Si tratta in definitiva di forze che vanno ricercate là dove sorgono come vivente realtà, non ancora alterate o negate nella forma alla quale si debbono vincolare per divenire coscienti.
Le latenze psichiche (vâsanâ), la prakriti inferiore, la mâyâ, proprie dell’occidentale, sono ben altra cosa che per il tipo umano contemplato nella tradizione indù, al quale tali nozioni si riferivano.
Il processo di materializzazione e la conseguente esperienza di pensiero realista, pragmatista, scientista, sono qualcosa di ancora più profondo nella loro negatività che non quanto è contemplato come illusione del sensibile in quella tradizione. Come si mostrerà, proprio grazie alla presenza di forze più essenziali, l’occidentale ha potuto sostenere il peso dell’esperienza tellurico-meccanica e di conseguenza sollecitare radicalmente le correnti della vita volitivo-istintiva. Il compito, pertanto, non è eludere l’esperienza, ma prender coscienza delle forze in essa richiamate: che, non riconosciute, travolgono l’uomo.

La vera metafisica
Suggerire come via al cercatore occidentale una “conversione” secondo metafisiche orientali non può essere che un mitico filosofare: una simile richiesta può essere ravvisata espressione essa stessa della logica astratta, ossia di quel pensiero occidentale che, inconsapevole del proprio processo, continuerà a interpretare dottrine e pratiche, rinunciando alla coscienza di sé e contemplando un cosmo spirituale indipendente dall’attività conoscitiva vera suscitatrice dell’esperienza. Se contenuti eterni sono in quelle metafisiche, essi possono risorgere unicamente grazie a un atto interiore che non è mistica sensibilità, difficilmente chiara e consapevole, bensì sublimazione di un pensiero di fattura tipicamente occidentale: quello stesso che, rivolto al mondo sensibile, limitandosi all’indagine fisica, dà l’odierna tecnica.
Il compito non è ignorare tale pensiero, eliminarlo o ridurlo al silenzio (come del resto potrebbe essere estromesso, se simultaneamente viene chiamato a interpretare le dottrine metafisiche e a decidere la scelta di una disciplina, compresa quella che vorrebbe eliminarlo o ridurlo al silenzio?) ma percepirlo in quella essenza che è presente in ogni suo momento, come trascendenza che vi immane. Averla nella sua realtà significa educarsi a guardarla meditativamente là dove non è ancora legata ad alcun contenuto sensibile. Sperimentarlo è allora la via al “sopra-individuale”, in quanto si lasciano a se stesse le categorie psico-somatiche – le quali non debbono minimamente intervenire nell’esperienza interiore come invece esige lo Yoga tradizionale – donando se stessi alla contemplazione di quel che ha inizio come trascendimento del pensiero nel pensiero.
Una simile contemplazione, ove si renda profonda nella sua purità, diviene visione del fondamento, che è la storia del Logos e della sua “presenza terrestre”. Si potrà mostrare infatti come l’esperienza realizzi l’ispirazione segreta dell’impresa allusa nella simbologia del Graal e da questa figurata come compimento finale della reintegrazione dell’uomo, quale si può cogliere nel tempo, nelle forme diverse della eterna rivelazione.
Quando si ritiene che la realtà sovrasensibile possa essere ritrovata mediante un superamento del razionalismo – che non viene mai veramente effettuato da chi non conosca la funzione ultima della razionalità – mentre si presume accedere a un sâdhana che si è potuto in qualche modo conoscere proprio con l’ausilio della ragione, si dimostra di voler cercare lo spirito ovunque, fuorché nel veicolo attraverso il quale concretamente comincia a mostrarsi. L’occidentale non può ignorare il mondo delle idee che il lui si fa essere e coscienza di essere, né può rinunciare al valore del percepire sensibile producentesi di continuo grazie a tale “coscienza di esistere”, è stimolata dal percepire sensorio.

Egli non può giungere a dissolvere la mâyâ col rinunciare a quella coscienza di sé che là dove si limita alla sua forma astratta è appunto suscitatrice della mâyâ, in quanto solo per questa il mondo appare scisso in una dualità: soggetto e oggetto, spirito e natura, io e non-io. col rinunciare a riconoscere l’illusorietà nella zona della coscienza in cui ha origine, l’occidentale la lascia intatta alla radice di sé: per cui cerca “fuori” lo spirituale che già nel suo cercare, come pensiero, affiora.
Nell’esperienza ordinaria, idea e percezione si presentano separate, in quanto non si avverte come la percezione già sorga permeata di attività ideale e in quanto artificiosamente vengono assunte come due sfere distinte da un intelletto che ignora il suo moto immediato nel percepire ed ha accettato come sua ed universale la dimensione sensibile. Solo un simile intelletto può rappresentarsi una natura senza spirito, avendo da essa separato senza avvertirlo la vita delle idee, che si è fatta sua astratta coscienza. Per la coscienza di sé l’uomo ha tolto al mondo e trasformato in sua personale razionalità la corrente vitale delle idee, riducendole ad astrazioni, soggettivizzandole e ritenendole sue, rinunciando alla possibilità che esse, acquisendo la loro intima vita (via della concentrazione e della meditazione) rivelino la loro obiettiva appartenenza alle cose. Perciò le cose sono cose, la natura appare natura, l’essere esistere: modo di vedere, che è solo una novità dell’uomo moderno e da cui era immune l’uomo antico. Così la materia appare una realtà in sé, con un suo fondamento in sé, naturalmente sognato o inconsciamente imaginato, per cui si è “realisti primitivi” anche quando ci si crede spiritualisti e quando si critica il “materialismo”. È notevole però come in un simile equivoco non incorresse, per esempio, Goethe allorché contemplò la natura, guardandola con quello “sguardo puro” con cui un tempo avrebbe potuto guardarla un maestro Ch’an, grazie ad un altro tipo di correlazione.

Conoscenza creatrice
Il mondo che si sperimenta mediante i sensi può realmente manifestare l’essenza nell’anima dell’uomo: gli enti e le cose possono esprimere in forme tessute di puro pensiero il loro principio, entelécheia, normalmente celato all’esperienza esteriore e la pensiero riflesso. Il suo non rivelarsi immediato è l’inganno per cui si crede privo di vita il pensiero senza oggetto, o “pensiero puro”, e, invece, reale il suo aspetto astratto, appunto perché riveste un contenuto ed è traducibile in discorso, proiettabile in una logica; mentre alla osservazione interiore risulta vero l’opposto: vitale ed obiettivo è il pensiero puro: esso è il vero contenuto.
L’inganno può essere gradualmente superato grazie alla disciplina del pensiero fondata sulle leggi stesse del pensare, che non sono un mondo di giudizi o di categorie, bensì l’universale che li motiva e li muove. L’essenza della natura, immanifesta e simultaneamente manifesta nelle forme esistenti, può esprimersi nell’uomo, solo che geli sappia aprirsi al movimento del pensiero dapprima affiorante come concetto, ossia nella orma riflessa, o astratta, riguardo all’oggetto: movimento che, animandosi, opera in lui come veste dell’essenza. Colui che possa far incontrare in sé il puro contenuto sensibile con il movimento di pensiero che gli corrisponde e per esso di desta, giunge ad avere come percezione le forze originarie del mondo: non può più contraddirle, perché le ha obiettivamente nel pensare integrato. Allora egli è sulla linea dell’ati-dharma, è liberato di leggi. Che la rivelazione dell’essenza si presenti da prima come concetto, o segno astratto, a cui la coscienza ordinaria si arresta, si deve alla limitata e provvisoria capacità di visione dell’uomo contemporaneo che, in effetto, si trova appena sulla soglia della vita del pensare. L’esperienza onde può essere varcata la “soglia” è infatti lo yoga che l’occidente può perseguire senza rinunciare alla sua natura, ma perciò stesso non è lo yoga della tradizione, bensì l’esperienza sovrasensibile additata dalla Scienza dello Spirito, dalla quale facciamo riferimento.

Dipende da una condizione transitoria che l’essenza unitaria del mondo si manifesti nell’uomo attraverso una dualità, il veicolo dei sensi e quello del pensiero – la “spada spezzata” della conoscenza – per cui ciascuno dei due aspetti, prevalendo con esclusione dell’altro, è errore, mentre è vero nel suo riferimento di profondità all’altro. Di questa dualità l’origine, l’essenza, è una: tuttavia, il discepolo non accetta l’unità come una dato mistico o vaga intuizione, ma solo in quanto egli possa sperimentarla per attività propria, lasciando avvenire nella coscienza la sintesi dei due poli dell’essere.



 Fonte: La Via della Volontà Solare - Massimo Scaligero - Tilopa 







[1] H. Maspero
[2] Chuang-tze, Acque d’autunno, Lanciano, Carabba, 1992, p38
[3] H. Maspero