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lunedì 18 dicembre 2017

Battaglia per il presente – Henri Thomasson

RELIGIONE E INSEGNAMENTO: DUE PARALLELE CHE SI INCONTRANO PRIMA DELL’INFINITO

Una credenza cieca spesso rifiuta le lezioni dell’esperienza. Essa stabilisce nell’uomo un a-priori che ne annulla quasi totalmente l’imparzialità e gli toglie ogni possibilità di approfittare dell’esperienza.
La credenza diventa Fede, così come l’intende la religione, può essere altrettanto rigida sia nel restare ciecamente aggrappato ai dogmi, sia nel dirsi illuminata da un pensiero rotto alle mille sfumature dell’esegesi; e tuttavia, in entrambi i casi, essa è giustificata dalla effettiva comparsa di momenti esaltanti profondamente vissuti.
La Fede, così come spesso ci viene presentata, innalza una barriera intransigente intorno al mondo interiore dell’uomo meccanico, e l’uomo ne resta ciecamente rassicurato. Essa funge da risposta a molti problemi, e ogni volta che l’uomo per un istante percepisce l’ignoto che lo circonda da tutte le parti, essa lo salva dall’ignoranza e dalla paura dandogli un falso senso di sicurezza.
Ma la Fede ha assunto questo aspetto solo dopo un lungo percorso; partita da una Conoscenza Unica che è la sorgente di tutte le religioni autentiche, essa è gradualmente arrivata fino alla concezione semplicistica più rudimentale, l’unica accessibile alla maggioranza degli uomini che compongono la massa dell’umanità. A questo livello, tutto ciò che sfugge alla comprensione viene immagazzinato in una zona del sentimento dove esiste qualcosa che è stato predisposto per occuparsene, ma che è una caricatura della vera Fede.
Ecco perché le religioni – o perlomeno ciò che ho potuto ciò che ho potuto capirne – avendo preso contatto con la vera essenza della fonte da cui derivano, sono state costrette a presentare questo tipo di Fede come base fondamentale della loro dottrina.
Ogni ricerca basata sul bisogno di conoscenza o sul timore di un divenire misterioso induce il fedele di una religione a compiere una serie di sforzi che vanno dall’osservanza di regole più o meno costrittive all’ascesi spinta ai limiti del possibile.

Per lui si tratta della grazia santificante, germe della gloria promessa. È quindi giusto che la sua Fede ne sia confermata e che i suoi sforzi gli permettano di pervenire a un credo cui bisogna riconoscere un grande valore.
La virtù della preghiera, la scoperta della realtà divina in se stessi, la potenza della fede e, di conseguenza, la paura dell’inferno e del peccato: è assurdo negare che ciascuno di questi elementi abbia un potere sulla vita di certi uomini, e che possa suscitare certezze.
Ma quelli cui non basta un certo tipo di Fede, quelli che hanno un bisogno più incisivo di conoscenza, saranno costretti a tenersi la sete, dovranno smarrirsi in un panteismo fumoso o sprofondare per sempre in un nichilismo senza speranze?

Cosa penseranno di fronte all’Insegnamento coloro che hanno una solida convinzione religiosa?
Credo che molti compiangano la nostra palese mancanza di Fede e biasimino il nostro orgoglio. Siccome ci rifiutiamo di considerare effetto della grazia divina quei movimenti interiori di cui entrambi riconosciamo la presenza quasi miracolosa, ma la cui comparsa per noi è legata a uno sforzo e a un insieme di legge che intendiamo studiare sul vivo di noi stessi, qualcuno dirà che parliamo mettendoci al posto di Dio, che ci sostituiamo orgogliosamente a lui, e che in questo stesso istante Dio è in noi e si esprime attraverso la nostra bocca. Per altri, questo Insegnamento non è altro che un assurdo panteismo o, al massimo, un pelagianismo[1] più volte condannato.
E così ci ritroviamo a camminare insieme su due vie che pretendono di arrivare alla stessa meta ma il cui parallelismo è solo apparente. A entrambi appartiene la medesima verità originaria, ma la divergenza comincia fin dai primi passi dei nostri rispettivi sentieri in una direzione che crediamo comune. Infatti, le parti di noi che accolgono quell’unica verità sono diverse, come diversa è la vibrazione che ognuna delle parti in cui risuono successivamente il richiamo verso ciò che è in Alto, e che entrambi avvertiamo ugualmente. Dietro le stesse parole, attraverso gli stessi messaggi, finiamo per toccare aspetti diversi della medesima verità, e non possiamo incontrarci che nei rarissimi punti in cui le curve delle nostre ricerche s’intersecano. 

La luce che talvolta penetra in noi, che ci illumina e ci riscalda … essa è riconoscenza, è puro Amore per Colui che, nella sua bontà infinita, riversa ininterrottamente nella nostra anima la Grazia di cui ci ha fatto dono … sempre attenta, essa ci nutre, trasforma la nostra visione delle cose e ci porta verso nuovi paralleli e irreversibili comprensioni. Allora diventa evidente l’irrealtà della nostra vita: peccato, o automatismo che ci rende schiavi? …
Due dimensioni dell’essere che la nostra visione limitata si ostina a confrontare aritmeticamente ma che, da un certo punto di vista, e a parte ogni giudizio di valore, stanno tra loro come lo zero e l’infinito.
Ma ciò non impedisce che alcuni credano e proclamino che noi siamo orgogliosi e senza amore.

Ho sempre avuto un certo disinteresse per tentativi di provare l’esistenza di Dio.

Ora, non sono riuscito a credere per molto tempo in un Dio la cui “bontà” e onnipotenza non abbiano altro fine che ricompensare quelli che rispettano un’etica certamente buona in se stessa, ma legata in passato a crudeli ingiustizie, e castigare quelli che la rifiutano o che sottopongono la loro vita a una disciplina diversa, un tantino meno rispettabile.
Una nuova visione del mondo, la scoperta che in me esiste un’altra vita, il progressivo accesso a una conoscenza vissuta di un universo invisibile, tutto ciò ha radicalmente modificato l’immagine di un possibile Dio che mi ero fatto in precedenza. Adesso accetto l’idea di una Potenza da cui tutto dipende, e capisco che per alcuni l’esistenza di Dio, rappresentando l’indispensabile speranza, sia un motivo per vivere in modo più giusto e un aiuto per sopportare i sacrifici.
D’altro canto, io ho sperimentato in me la “presenza” di una realtà nuova, nata da un lungo sforzo o da circostanze insolite, una presenza che può legarsi direttamente alle verità rivelate dalle tradizioni e che, confermando la giustezza dei loro insegnamenti, per chi la percepisce può rappresentare la prova dell’esistenza di Dio.
Qualunque sia il vero contenuto delle forme che l’idea di Dio ha rivestito nelle filosofie, nelle religioni o nelle tradizioni che ho potuto avvicinare, oggi vedo con chiarezza che cercare la “prova dell’esistenza di Dio”, come a lungo ho fatto anch’io, è un falso problema. Ciò che in me richiede una “prova” è soltanto l’apparato mentale assuefatto ad analoghi tentativi e avido di produrre quel sottile fremito che la mia testa finora ha chiamato “capire”. L’essere non ha bisogno di prove. La conoscenza interiore delle cose è di un livello tale che il numero e l’estensione non vi aggiungono niente.
Il fatto che il mondo interiore esista e che sia animato da una qualità che il mondo ordinario avverte e da cui si sente trasceso, è la prova che, al di là dei limiti concepiti dal mondo ordinario, esiste una realtà diversa cui non si applicano le leggi comunemente note.
Tra il principio chiamato Dio e l’essere che io sono si apre un abisso riempito dalle forze che mi hanno dato la vita.

Come risalire alla loro Sorgente a partire dal punto d’impatto che esse trovano dentro di me?
Come diventare colui che in tutta verità può dire “Signore, sia fatta la tua Volontà”?

Noi siamo talmente condizionati dalle influenze esterne che i colori del nostro sentimento e la forma dei nostri pensieri dipendono dalla disposizione delle forze circostanti. Se tale disposizione di altera anche solo di poco, la nostra visione, le nostre sensazioni e le nostre manifestazioni si modificano all’istante.
In virtù del principio di analogia di tutte le cose esistenti, è giusto pensare che l’umanità nel suo insieme subisca la stessa legge e che, come ha scritto Gurdjieff, se la Grande Natura deve adattarsi continuamente alle conseguenze della sempre maggiore meccanicità in cui vivono gli uomini[2], viceversa, ogni evoluzione accertata nell’altro senso deriva da un cambiamento nel flusso delle influenze emesse da sorgenti che per ora è tanto inutile sperare di identificare quanto vano immaginare.
Nessun uomo può essere separato dall’insieme dell’umanità, essendone una cellula vivente; e pur se ci interessa anzitutto la nostra vita personale, non possiamo evitare di sentirci coinvolti da tutta l’umanità. Certo, per poterne abbracciare la prospettiva non abbiamo sufficiente distanza, perché i tempi del suo sviluppo sono molto diversi dai nostri. E tuttavia alcuni periodi della storia ci hanno dimostrato che talvolta appaiono forze superiori capaci di modificarne il corso evolutivo.


Fonte: Battaglia per il presente di Henri Thomasson






















[1] Dottrina eretica di Pelagio, affermatasi nel V secolo, che negava il peccato originale e sosteneva la possibilità di salvarsi con le solite opere, senza la necessità della grazia.
[2] G.I. Gurdjieff, Racconti di Belzebù a suo nipote, cit.