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domenica 16 dicembre 2012

Karma e Caos - Paul R. Fleischman

Una pratica di autocontrollo
“Sedersi” è, infatti, tra le altre cose, una pratica di autocontrollo.
Mentre si medita non ci si alza né ci si muove, non si fanno soldi né si passano esami, e neppure si può essere rassicurati da una certa telefonata. Si potrebbe obiettare che anche il servizio militare, una lezione di violino o la formazione medica permettono di esercitare l’autocontrollo. Ma l’azione di “sedersi” fa esercitare l’autocontrollo nei confronti di valori specifici. Qui l’azione è completamente sostituita dall’osservazione. Certo, non varrebbe la pena di dedicare la propria vita a questa pratica, se poi si passasse il tempo in sogni erotici o nella preoccupazione di avere successo e riconoscimenti. Purtroppo, sogni e preoccupazioni si presenteranno comunque, fanno parte della nostra umanità. Le varie culture non avrebbero prodotto gli onnipresenti codici morali, i dieci comandamenti, se non traboccassimo di centomila impulsi incontrollati.
Ma le esortazioni morali e le prediche mi sono sempre apparse rimedi insufficienti, tutt’al più mi danno la misura dei miei istinti più striscianti e incontrollabili. Mi servono lenti indistruttibili, o sempre rinnovabili, attraverso le quali poter scorgere l’amore al di là delle mie voglie e la fede al di là delle mie inquietudini. Come distinguere ciò che in me, è convinzione radicata, ciò che forma il nucleo della mia identità, da semplici velleità destinate a cadere? Quali sono i personaggi che continuano a passare davanti allo specchio della mia anima giorno dopo giorno, anno dopo anno e quali invece i buffoni che occupano il palco per la durata di una scena?

Dal Fedone di Platone, con le parole di Socrate: “dolore e piacere non vogliono mai stare insieme ambedue nell’uomo; ma, se qualcuno insegue o prende uno dei due, è pressoché costretto a prendere sempre anche l’altro, quasi che essi, pur essendo due, pendessero da un unico capo”.

L’amore una “rotta migratoria”
Per quel che mi è dato di capire, l’amore non è un’emozione, ma è l’organizzarsi delle emozioni. Non è una stanza, ma il luogo in cui ci si sente a casa; non è un uccello, ma una rotta migratoria. È un complesso di sentimenti, che va al di là dei sentimenti. È il contrario del colpo di fulmine e della sessualità romantica. “Sedermi” mi ha aiutato a trovare l’amore, a vivere d’amore, o quantomeno a viverne di più. Ha ravvivato, entro i limiti delle mie possibilità e del mio carattere, il marito, il padre, lo psichiatra, il cittadini che c’è in me. La meditazione mi ha permesso di scrutare impietosamente e di superare certi miei atteggiamenti sentimentali e i miei giudizi morali. Mi ha fornito uno strumento, un’attività, una pratica con cui esprimere l’amore. Essa mi fa da leva, e nel medesimo tempo mi stabilizza.

Come afferma Erik Erikson: “È soltanto l’ambivalenza che rende l’amore significativo, o addirittura possibile”.

In altre parole, è soltanto perché siamo sia separati sia uniti, che esiste l’amore. Senza un’esistenza individuale e degli impulsi personali, il mondo sarebbe soltanto un globo omogeneo, spoglio di emozioni, inconsapevole.
Tuttavia, se fossimo irrimediabilmente separati, saremmo come fredde stelle autonome poste l’una accanto all’altra nello spazio morto.

Far coesistere gli opposti
Per me, l’amore significa l’organizzazione delle emozioni umani in quello stato complesso in cui separazione e fusione, individualità e coinvolgimento, io e mancanza di un io,l paradossalmente coesistono. Solo un individuo può amare, ma per farlo deve cessare d’esser tale.

“Sedermi” mi ha aiutato a svilupparmi in entrambe le direzioni. Quando mi rinchiudo, mi costringe a spalancarmi, e quando mi stacco, come una scheggia che salta via, mi ricongiunge al corpo a cui appartengo.
“Sedermi” potenzia lo sforzo che faccio nei miei confronti, mette in moto la mia volontà e il mio impegno. Nello stesso tempo demolisce le tattiche che adotto per proteggermi per difendermi, sconvolgendo il concetto che ho di me stesso. Costruisce e nello stesso tempo smonta questo “me”, pezzo per pezzo.
In me dilagano tutte le speranze, tutte le aspirazioni, tutte le paure.

Stringere la mano alla morte
Meditare significa morire a ciò che accade intorno a me, abbandonare la distrazione, far cessare ogni desiderio di gratificazione. È la vita di questo momento, così com’è. Questa rigorosa messa fuoco mi riuscirà molto, molto utile un giorno. Ma lo è fin d’ora.

Nel cuore della storia
La vita ha inizio in una selva di condizionamenti: le nostre reazioni istintive a questi condizionamenti creano altrettante limitazioni. Per liberarci, occorre che diventiamo consapevoli del processi di condizionamento, e impariamo a dargli una risposta adeguata. La meditazione mi rende cosciente d’ogni scelta, perciò quando passo all’azione, mi ritrovo più attento, più concentrato, più cosciente e comprensivo.

La meditazione Vipassana
Vipassana è il nome della meditazione che punta alla diretta purificazione mentale e conduce alla pace profonda. Il termine “vipassana”, che in un’antica lingua dell’India, il pali, la lingua in cui c’è stato tramandato l’insegnamento del Buddha, significa “visione profonda”, indica la tecnica meditativa praticata e insegnata dal Buddha stesso. Vipassana non è buddismo, la religione che si cristallizzò intorno all’insegnamento del Buddha dopo la sua morte, ma è una psicologia del profondo, una trasmissione sistematica di verità oggettivamente verificabili.

Il nibbāna è imperturbabile pace interiore, purezza assoluta che si può soltanto definire per mezzo di quanto essa non è: non desiderio, non-paura, non-collera.
Le radici etimologiche del termine nibbāna sono indifferentemente interpretate come “nessuna freccia”, a significare che non si può raggiungere traguardo più alto nella vita, oppure come “nessun vento” per indicare che si è al di là d’agitazione e cambiamento.
Il nibbāna è contrassegnato dall’assenza di fattori contaminanti quali i desideri, le preoccupazioni, l’intolleranza. Esso nasce dall’estinzione della bramosia e dall’avversione, dalla serenità connessa alla visione impersonale; è pace senza fine, realizzata nell’attimo del presente.

Una concentrazione diversa
… la calma della concentrazione sul nudo respiro prescinde da qualsiasi situazione; non contiene “se” o “quando”, è priva di immagini. È come una pozza di luce, o un chiaro di luna; per la durata di un attimo, solo la lieve increspatura del respiro inonda la mente. Incredibilmente, la pace appare possibile. Frutto dell’osservazione, tuttavia non è osservabile, come l’aria fresca. Emerge da uno sforzo, da una partita giocata con se stessi, poi fluisce senza scosse, diventa senso di libertà incontenibile. Solo dopo che è nuovamente svanita, e si è riassorbiti dall’attività mentale, se ne sente la mancanza.

La meditazione vera e propria
Lo studente “inizi a osservare il continuo sorgere e svanire dei fenomeni all’interno del suo corpo … questa consapevolezza si svilupperà fino al punto in cui rimarrà solo la pura comprensione e la pura attenzione, ed egli si ritroverà perfettamente equanime, senza più alcun attaccamento per tutto ciò che esiste nel mondo della mente e della materia”. Con questa frase, il Buddha descrive la vipassana.

Partendo dalla concentrazione sul respiro e sul contatto del respiro con il corpo, lo studente si esercita a osservare, prima singolarmente e poi simultaneamente, le varie parti del suo corpo, fino ad acquistare la capacità di essere consapevole di tutte le sensazioni che si manifestano nel cranio, sulla fronte, negli occhi, nelle narici, nella bocca, nel petto, nel cuore, nei polmoni, nell’addome …
La meditazione diventa il fluire della consapevolezza attraverso l’intera struttura fisica, l’esplorazione attenta di un territorio rappresentato dal soggetto stesso. È come se la massa del corpo si frantumasse nelle infinite particelle che la compongono.

Ma perché concentrarsi sul corpo?
Noi ci identifichiamo in primo luogo con i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra psiche. Una tecnica che continuamente ci richiede di spostare la concentrazione dalla mente al corpo, può veramente andare in profondità, può essere qualcosa di diverso da una ginnastica tranquillizzante?  Questa meditazione sul respiro e sulle sensazioni del corpo, quale relazione ha con la purificazione mentale e la pace interiore?
Per penetrare nelle profondità della mente, dobbiamo imparare a osservarla là dove essa entra in contatto con il corpo. L’osservazione di noi stessi non può limitarsi alla sola mente, perché noi siamo continuamente sopraffatti dalla mente. La nostra obiettività, la nostra capacità di osservazione, cono viziate dal bisogno mentale di tradurre in immagini, di sceneggiare tutto. La mente, registra instancabile, non fa altro che sfornare film. E noi siamo quei film, o almeno così pensiamo. Noi crediamo in ciò che la mente proietta sul nostro schermo, ne siamo catturati, viviamo come se tutto ciò fosse vero.
Ma quel palcoscenico che ci vede sempre protagonisti, lo schermo che noi occupiamo quasi totalmente, si regge tutto su quel pacchettino di materia che è il nostro corpo.

Esistono diversi livelli di realtà. L’impegno che mettiamo nelle cose di questo mondo complesso, dove abilità, lavoro e pragmatismo ci procurano cibo, riparo, istruzione e affetto. Ma in ultima analisi, l’universo visibile e tangibile è un flusso mutevole di materia, che continuamente forma nuove aggregazioni. Il fatto definitivo è il cambiamento. La meditazione profonda, finalizzata a una pace duratura, deve necessariamente scavare più a fondo, oltre l’attività mentale funzionale, ma effimera, di una realtà transitoria, fino a toccare le verità esterne, che rappresentano il fondamento stabile di ogni personalità.

La vipassana è una base di osservazione sottomarina del mutamento. Con essa, l’osservazione neutrale e spassionata penetra fino alle radici del senso di noi stessi. Ogni pensiero, ogni fantasia, ogni immagine mentale è un prodotto del corpo che li contiene. Ogni guizzo della mente è contrassegnato da una reazione chimica. Potremmo dire che la mente è il succo che spremiamo dal cambiamento. I neurotrasmettitori, sostanze biochimiche complesse che fluiscono attraverso le sinapsi delle microforeste dendridiche del cervello, influenzano il nostro umore e le nostre attività mentali.
Gli psichiatri prescrivono queste sostanze biochimiche per curare la depressione, per calmare l’ansia o per liberare dall’orrore schizofrenico.
L’”io sono” che abita i nostri pensieri e le nostre emozioni è un prodotto delle possibilità della biologia, della chimica e della fisica del nostro corpo. Quando pensiamo, ne modifichiamo la struttura chimica. E schemi persistenti di pensiero modificano il nostro corpo, provocano l’ulcerazione del duodeno, spezzano il cuore o ci ridanno vitalità. Mente e corpo sono le due facce di un’unica medaglia.

La mente e le sue illusioni
Ma è la mente, considerata da sola, che genera l’illusione dell’”io sono”; essa nasconde la realtà del cambiamento inarrestabile che avviene in ogni atomo, ogni corpo, ogni galassia. La mente che non è in contatto con il proprio corpo sogna di essere libera da questo flusso inesorabile. Essa, sradicata dalla verità dell’incessante trasformazione, elabora le illusioni, che le impediscono di integrarsi armoniosamente con la realtà del mondo.
Come può una mente, soggetta a una continua auto-ipnosi, acquisire una visione più ampia e più stabile?
La mente umana può soltanto sperimentare la verità quando quella verità è direttamente percepita dalla struttura fisica dell’io. Per collocarci all’esterno di noi stessi e poterci vedere come siamo, per scrutare la nostra vita con “penetrante visione cosmica”, dobbiamo entrare in noi stessi e scoprire il moto vertiginoso delle galassie all’interno delle nostra ossa.

Per acquistare la purezza, oltrepassando l’illusione e la frammentazione della personalità, occorre sperimentare il continuo cambiamento di questo nostro io immaginario.
E la prima goccia di purezza filtra nella mente quando percepiamo il dissolversi del corpo nel flusso impersonale dell’universo materiale.

Il paradosso della vipassana
Quando il meditante impara a rimanere seduto in tranquillità, osservando semplicemente il sorgere e il passare delle sensazioni del proprio corpo, senza minimamente reagire, ritorna il flusso di pensieri che l’avevano assediato quando si concentrava sul respiro; a questi si aggiungono reazioni di oppressione e di sollievo fisico assenti in precedenza. A volte la vipassana gli apparirà un vero paradosso: spinto lì alla ricerca della pace, si troverà, almeno temporaneamente, più che mai nell’occhio del ciclone. A rari istanti di chiarezza stellare succede il solito frastuono mentale.

La pace di una mente purificata
Il principiante ora può accorgersi di come i pensieri scaturiscano dal suo corpo e, a loro volta, trasformino le sue sensazioni fisiche. È un inizio di libertà dalle coercizioni della vita animale: entrano in funzione nuovi organi mentali, nuovi muscoli spirituali. Diventa possibile osservare i mutamenti di corpo e mente, come si osservano le stagioni della terra e i periodi storici nella geografia del tempo.

Man mano che si dirada l’ignoranza che ci aveva così a lungo accecati, viene in luce la saggezza di una mente purificata. Perché continuare ad alimentare e legittimare tutto quell’odio e quella paura, visto che il copione è del tutto provvisorio? L’insistente ricerca di una felicità permanente entro i confini di questa vita ci appare qualcosa di infantile, un sognare ad occhi aperti. Niente più “vissero per sempre felici e contenti”, dunque, perché lì, nell’attaccamento alla fiaba della nostra infanzia, è la sorgente della nostra sofferenza.

Il sorgere spontaneo della compassione
Ci si rende conto che ogni essere vivente patisce la nostra stessa angoscia, e ci si sente chiamati ad aiutare gli altri a liberarsi almeno di quel tanto di cui siamo riusciti a liberarci noi.

Consapevolezza ed equanimità, strumenti di purezza
Una mente equilibrata, che non vuole nulla, è obiettiva, realistica, pulita. Sono le nostre aspettative auto-referenziali, le nostre proiezioni, la nostra agitazione a renderci confusi. Purezza vuol dire consapevolezza ed equanimità.
Il sentiero che conduce al nibbāna è semplicemente pace che porta a una pace sempre più profonda e che non si può scalfire.

Il meditante ha capito che la sofferenza è frutto del gioco ossessivo delle emozioni; adesso, per semplici istanti, ore, giorni, ha sperimentato la libertà.
In modo intermittente o per intere giornate si è sentito vivo e rigoglioso; consapevole, ma privo di reazioni verso il piacere e il dolore, continuamente pronto a mettersi in disparte per osservare spassionatamente, senza ombra di desiderio o avversione.

Tempo e cambiamento
Quella dell’immobilità fisica è una paura primordiale (tutti abbiamo sognato di essere paralizzati, incapaci di correre e di parlare), e la vipassana ci prepara ad affrontare questa paura. Il timore del dolore fisico è centrale nell’esperienza umana: la vipassana ci conduce in esso, e ci riporta fuori. Anche quella della solitudine è una paura profondamente radicata. Pur aiutandoci a sviluppare fiducia, senso d’appartenenza, fede, la pratica della vipassana è contrassegnata dalla più profonda solitudine nel silenzio; allora impariamo a usare quel gelo per calmare i bollori della nostra mente eccitata.
Una delle ragioni per cui la mente è sempre in fuga, preda della fantasia, di progetti e di ricordi, è che il concentrarsi sulla realtà fisica immediata inevitabilmente illuminerà la temuta verità: che il corpo va in rovina, ora, in questo momento, in ogni momento, irreversibilmente. Uno dei paradossi della tecnica vipassana è che la profonda concentrazione e il rilassamento fisico, la stupenda pace luminosa, conducono alla radice di quella paura … facendocela scoprire come una verità semplice e innocente, come il fatto che alla notte succede il giorno, alla fame la sazietà, alla stanchezza il sonno, al risposo notturno le stelle del mattino. Una mente, che osserva costantemente il corpo, conosce sia i limiti di quel corpo sia la vibrante energia universale che fluisce da forma a forma.

L’origine della sofferenza
La sofferenza deriva dall’ignoranza della nostra vera natura. La comprensione profonda della verità, l’esperienza della verità, ci libera dalla sofferenza. Allora diventa semplice prendere il sentiero giusto nella vita, quello che porta a trovare l’origine della sofferenza e il metodo per eliminarla, condizione “questa” indispensabile alla guarigione di sé e degli altri.
Con la vipassana possiamo renderci conto che siamo noi a creare la realtà in cui viviamo, e che il solo modo di uscire dalla sofferenza è dentro di noi. Ciò che l’individuo chiama “sé”, è una struttura psicofisica, un flusso impersonale di eventi magici, ognuno dei quali trae origine da quello precedente. Come ogni altro fenomeno naturale, siamo formati da una massa di particelle, un fascio d’energie regolato dalle leggi scientifiche che governano l’universo. Queste leggi non operano solo su elettroni, protoni e neutroni, ma anche su pensieri e sentimenti, giudizi e sensazioni. Al livello più profondo, mente e corpo si uniscono al punto in cui il continuo sorgere e svanire della materia all’interno del nostro corpo entra in contatto con la mente. Gli avvenimenti e i pensieri che si scontrano con i nostri sensi producono dei cambiamenti nelle nostre sensazioni fisiche. La valutazione di questo sostrato sensoriale somatico e la nostra reazione ad esso formano i complessi psicofisici con cui ci identifichiamo. L’ininterrotta reazione mentale al dolore e al piacere fisico condiziona la definizione inconscia di chi e di che cosa siamo.

La meditazione vipassana ci permette di sperimentare le vibrazioni profonde che sottostanno alla nostra mente inconscia. Essa reagisce con desiderio o avversione nei confronti di ciò che avviene nel nostro corpo, e fa affiorare queste reazioni nella parte cosciente della mente. Attraverso questo processo, il meditante può trasformare le autoidentificazioni somatiche primitive, che avrebbero potuto provocare sofferenza, in consapevolezza e capacità di libera scelta.

Le due qualità della vipassana
La vipassana sviluppa in noi due importanti qualità: la consapevolezza dell’origine del senso dell’io, che risiede nelle sensazioni corporee, e l’equanimità. Quest’ultima è la capacità  di osservare un’infinità di sensazioni sottili e i loro equivalenti mentali, senza formulare giudizi o innescare reazioni, perché ci si rende conto che si tratta di fenomeni effimeri, transitori, che non sono il sé. Questo permette un progressivo distacco dalla precedente identificazione, inconscia e oppressiva, con il piacere e il dolore fisico. Il sentiero della vipassana trascende il principio del piacere.
Le psicoterapia occidentali moderne si basano sulla valutazione, sull’analisi e sull’eliminazione di complessi. Alcuni dei loro metodi e obiettivi sono molto simili a quelli della vipassana. Entrambe le tecniche prescrivono, come via di guarigione, la consapevolezza sistematica, la conoscenza di sé e la libertà dai condizionamenti passati.

Nel migliore dei casi, gli avvenimenti dipendono solo parzialmente da me; ma le mie reazioni si manifestano all’interno della mia vita fisica e della mia identificazione con me stesso: finiscono dunque per essere sotto il mio controllo. Io non soffro in conseguenza di quanto mi è accaduto, ma perché sono stato incapace di staccarmi dalle reazioni a quegli eventi che si sono prodotte all’interno della mia mente e del mio corpo.

La vipassana ci rende responsabili perché, attraverso l’introspezione, ci rivela che noi diventiamo le nostre reazioni, diventiamo ciò a cui attribuiamo valore. Il sentiero consiste nel fare di ogni pensiero, in ogni momento, un seme d’equanimità che darà frutti d’amore e di pace.
Gli psicologi riconosceranno in questo aspetto della pratica il fondamento dell’assunzione di responsabilità nella formazione del sintomo e nel capovolgimento del sintomo. Questo implicherà una visione universale, naturale e scientifica al tempo stesso, libera da dogmatismi e autoritarismi.
La vipassana è libera da guro, costumi esotici, elementi rituali etnocentrici. Invece di favorire una dipendenza cieca dal maestro, la vipassana suscita rispetto e gratitudine per la tecnica.

Le pareti del nostro mondo sono costruite dal nostro modo di pensare, di agire, di dare.

La vipassana è un’antichissima psicologia di sviluppo spirituale ed è gratuita, non professionale, non settaria, etica e universale. Si basa sull’osservazione obiettiva, metodica e continua delle sensazioni che si manifestano nel nostro corpo. Questa particolare forma di osservazione provoca uno sviluppo sistematico, a tutti i livelli, di ogni strato della nostra personalità. In parte, il contributo unico che la vipassana fornisce alla salute mentale deriva dalla sua “costellazione di azioni psicologiche. Si può affermare che la vipassana è la creazione, attraverso la meditazione, di un capo energetico che attiva nuovi modelli in sei livelli della personalità.
  • Provoca mutamenti a livello molecolare nel corpo del meditante. La sistematica auto-osservazione non reattiva sempre più fine e penetrante altera il flusso delle sostanze chimiche correlate con lo stress.
  • Cambia la biologia del corpo del meditante. Mutano gli schemi di reazione e la composizione neurochimica, e lo stile di vita è sempre più improntato alla consapevolezza e alla compassione, ne sono influenzati il sonno, la dieta e i modi in cui si manifestano il dolore e il piacere.
  • Ha un effetto straordinario a livello psicologico. Si eliminano vecchi complessi, si coltivano nuovi atteggiamenti e qualità, riemergono i ricordi, i rapporti sono visti e sviluppati in una luce nuova, si scompongono le prospettive future e le si impostano in un’altra maniera.
  • Educa ai valori morali.
  • È una psicologia ambientale che promuove l’armonia. La maggior parte di ciò che ci capita dipende dal modo in cui trattiamo il mondo.
  • È la via che porta al nibbāna, alla trascendenza del mondo materiale.

L’impermanenza dell’impermanenza
Aniccā (lingua pali, usata ai tempi del Buddha) = l’impermanenza, il cambiamento. È un segnale un indicatore di direzione, come i tumuli di pietre che il pellegrino incontra sui sentieri dell’Himalaya, che sembrano abbracciare le nuvole, segnali che mostrano la via tracciata da altri pellegrini.


Fonte: Karma e Caos