Translate

sabato 6 febbraio 2021

Homo Luminous – Kiara Windrider

La Tradizione Advaita

Le fondamenta del nostro cammino evolutivo si fondono sull’ipotesi che nell’universo esiste un campo d’intelligenza che sta dirigendo il processo, un’intelligenza che permea ogni cosa e connette tutto.

Come i paqo Inca sanno, l’universo è un sistema energetico vivente, con tutte le sue parti in costante comunicazione le une con le altre.

Questo non è un sapere intuito esclusivamente dalle tradizioni antiche, ma una conoscenza riconosciuta ai giorni nostri anche da una nuova branchia della scienza chiamata cosmologia del plasma, o teoria dell’universo elettrico.

Questa visione teorizza che l’universo sia tenuto insieme da forze elettriche anziché dalla forza di gravità.

I campi elettrici collegano i campi di plasma attraverso distanze immense, tanto che qualsiasi evento si svolga in un qualsiasi angolo dell’universo, all’istante interessa ed influenza tutto il resto in ogni dove.

È come se l’universo fosse un’immensa ragnatela fatta di filamenti interconnessi, con un enorme ragno invisibile capace di percepire e all’istante rispondere ad ogni perturbazione nel campo.

La materia emerge dove questi filamenti s’incrociano per formare i nodi magnetici. Poiché l’elettricità ed il magnetismo sono interconnessi, l’energia e la materia oscillano costantemente avanti e indietro attraverso l’interconnessa rete della vita.

 

Advaita, nell’antica tradizione indù, significa non due. È una mappa per comprendere qual è il nostro posto nell’universo da questa prospettiva olografica. In breve, l’advaita insegna che esiste una sola coscienza che si muove in ogni cosa, verità che abbiamo già iniziato ad apprendere grazie alla prospettiva sciamanica.

Tuttavia l’advaita va oltre e afferma che, nelle profondità dell’essere, che IO SONO è coscienza unificata, una coscienza eternamente esistita, che si trova al di là dei confini dello spazio, del tempo e della creazione, ma al contempo permea tutto lo spazio, il tempo e l’intera creazione.

 

Ciò significa che il sé con il quale ci si identifica per tutta la vita, è un’illusione relativa e che è possibile imparare a spostare il proprio senso d’identità dell’ego personale alla coscienza unificata che permea ogni cosa, trovando così la propria vera identità.

Significa anche che il Sé presente in me è lo stesso Sé presente in te, e che l’universo intero è un unico movimento di vita. Siamo infatti tutti olograficamente connessi come un unico organismo.

Il vecchio paradigma scientifico afferma che l’universo fisico è stato in qualche modo creato con un’unica azione chiamata Big Bang e che, con il passare del tempo, i primi semplici elementi della materia si raggruppano insieme per creare quegli aminoacidi che fecero nascere la vita. Le forme di vita create originarono la mente e, alla fine, la mente creò e sperimentò la coscienza. Di conseguenza, la coscienza è in qualche modo associata con l’abilità del cervello di pensare. 

La filosofia advaita inverte tutto, affermando che, innanzitutto, esiste la coscienza che permea ogni cosa. Poiché la coscienza è esistenza e tutto ciò che esiste è coscienza. A quel punto il campo di coscienza si estende e crea la mente, la quale si organizza per creare la vita e la materia fisica. Poiché esiste la coscienza unificata che si muove in tutte le cose, tutte le cose sono connesse.

Il senso di separazione che sperimentiamo con i nostri sensi (mente razionale inclusa), ci appare reale a causa dell’imposizione di un elemento della creazione, chiamato maya, che opera nel reame di kay pacha, il Mondo di Mezzo. Sembra che il mondo là fuori abbia una realtà fisica solo a causa di maya, che crea l’illusione dello spazio e del tempo e, di conseguenza, di una realtà materiale che permea spaio e tempo.

Solo per il fatto che sia un’illusione, non significa però che sia una cosa negativa. I film proiettati al cinema sono illusione, ma ci possono profondamente colpire in molti modi.

Non siamo però obbligati a subire il film horror di qualcun altro. Possiamo scegliere il genere di film che più preferiamo guardare, così come siamo liberi di scegliere quale film vogliamo proiettare sullo schermo della nostra mente.

Questo per spiegare che il mondo fisico è in funzione della mente razionale, raffinata e sviluppata in milioni di anni di evoluzione biologica. Tuttavia, non appena impariamo a trasformare le nostre percezioni oltre i limiti delle mente razionale, scopriamo una verità più profonda.

Noi non siamo solo queste preziose personalità umane esistenti dentro corpi di materia, ma anche coscienze eternamente umane esistenti oltre lo spazio, il tempo e la materia. Noi siamo advaita, non due. 


Fonte: Homo Luminous - Kiara Windrider


https://www.macrolibrarsi.it/libri/__homo-luminous-libro.php?pn=2028

mercoledì 6 gennaio 2021

Homo Luminous – Kiara Windrider

Il solo motivo per cui siamo qui, è essere qui. Possiamo chiamarlo in molti modi: illuminazione, risveglio, o semplicemente presenza. Prima di arrivare s questo pianeta siamo in grado di sperimentarlo in maniera diretta: tuttavia, una volta nati ed entrati nella densità che impregna la nostra matrice collettiva umana, i nomi e le forme iniziano a sostituire l’esperienza spontanea dell’Uno. Il nostro viaggio inizia con una certa consapevolezza su chi siamo e la realizzazione che quella è la stessa consapevolezza primordiale che permea l’intero universo. È qualcosa che già siamo, per questo non è necessario cercarlo fuori di noi ora è il momento di realizzarlo e non soltanto a livello personale, ma anche collettivo. Poiché il risveglio collettivo è il motivo per il quale siamo qui. Questa realizzazione da alcuni è stata chiamata “illuminazione” e diverse tradizioni spirituali insegnano a credere che sia un traguardo difficile da raggiungere: cioè l’esperienza ultima a cui giungere solo dopo molti sforzi e molte pratiche. In questo libro vorrei invece dimostrare che l’illuminazione non è difficile tanto quanto ci hanno portato a credere, poiché il percorso da fare è la creazione dei ponti fra i vari aspetti della coscienza umana. L’attuale razza umana è condizionata da sistemi di credenza che creano un interrotto senso di separazione. Ci sentiamo separati gli uni dagli altri, separati dal flusso naturale della vita e anche dalla verità riguardo il nostro essere. 

È un senso di separazione sperimentato come dualità di coscienza, con la percezione di essere un’insignificante particella di un universo vasto e misterioso, in balia di eventi cosmici completamente fuori dal controllo. Ed è proprio da questo sentimento di separazione dal mondo circostante che nasce la sofferenza. Vorremmo controllare il nostro destino, ma non riusciamo. C sentiamo impotenti di fronte ai burrascosi eventi planetari. La nostra incapacità di fidarci del flusso della vita ci fa precipitare nella disperazione e nella paura. Crediamo che per conseguire qualcosa dobbiamo forzare le cose; che per contare qualcosa dobbiamo competere con il mondo o che per essere mati dobbiamo dimostrare di essere meritevoli.

Le nostre vite sono strutturate sulla lotta, confinate dentro i nostri stessi limiti. Per quanto ci piacerebbe, non riusciamo facilmente ad immaginare un mondo caratterizzato dalla gioia e dall’armonia, nel quale dare e ricevere siano parte di un flusso spontaneo che inevitabilmente cerchi il massimo bene per ognuno di noi. E se il mondo che stiamo sperimentando non dovesse essere così? E se l’esperienza della dualità non fosse fine a se stessa, ma piuttosto un mezzo a noi utile per percepire la realtà? E se dopo aver appreso a percepire la realtà grazie alla separazione, fossimo in grado di disimparare la dualità per iniziare a modellare il mondo in modo diverso?

Alcune tradizioni spirituali insegnano che la natura della materia è densa e stagnante. Poiché siamo spiriti di luce, si suppone che l’Incarnazione in corpi materiali in qualche modo ci separi dalla verità spirituale del nostro essere.

Dimenticando di non esserci mai separati, ci riduciamo a camminare su questa Madre Terra sul filo del rasoio, soggiogati da una ruota del karma alla quale cerchiamo di sfuggire lungo il nostro viaggio di ritorno allo spirito!

Nella tradizione Inca, così come in molte altre culture sciamaniche, viene insegnato che questo mondo è soltanto uno dei tre mendi, ognuno caratterizzato dalle proprie regole ed esperienze. Questo mondo percepito attraverso gli occhi della dualità, attraverso le lenti dei condizionamenti subconsci e l’eccessivo affidamento alla mente razionale ed ai sensi fisici, è chiamato Mondo di Mezzo. Tuttavia non è l’unico mondo sperimentabile con i nostri corpi fisici. Esistono infatti i mondi sperimentabili esistenti al di fuori della portata della mente razionale. Gli sciamani li chiamano Mondo di Sopra e Mondo di Sotto.

Questi mondi non sono meno reali del Mondo di Mezzo, ma per sperimentarli è necessario imparare ad utilizzare delle strutture mentali diverse. In definitiva, si tratta di vivere multidimensionalmente, imparando a sperimentare la realtà attraverso una consapevolezza simultanea di tutti gli aspetti della mente. A mano a mano che impariamo a percepire la realtà in modo differente, essa cambia, plasmandoci in base alla nostra percezione. Alla fine impariamo che il mondo che siamo sempre stati condizionati a credere reale, è un’illusione. Imparando a vedere le cose in modo diverso, scopriamo di avere il potere di cambiare il mondo in modi inimmaginabili.


 Fonte: Homo Luminous – Kiara Windrider


https://www.macrolibrarsi.it/libri/__homo-luminous-libro.php?pn=2028

domenica 27 dicembre 2020

Il Cristallo e la Via della Luce – Namkhai Norbu

Uno sguardo introduttivo: l’insegnamento zógqen e la cultura del Tibet

Molte persone, al giorno d’oggi, non sono affatto interessate alle cose spirituali, e la loro mancanza di interesse è rafforzata dalla prospettiva, generalmente materialistica, della nostra società. Se si chiede loro in che cosa credono, possono persino rispondere di non credere in niente. Tali persone ritengono che tutta la religione sia basata sulla fede, che considerano solo di poco superiore alla superstizione, e priva di qualsiasi importanza nel mondo moderno. Ma lo Zógqen non può essere considerato una religione, e non chiede a nessuno di credere in niente. Piuttosto, suggerisce all’individuo di osservare sé stesso, e di scoprire la propria reale condizione.

Secondo l’insegnamento zógqen alle funzioni di un individuo operano a tre livelli interdipendenti, quello del corpo, quello della voce, o energia, e quello della mente. Anche coloro che affermano di non credere in niente, non possono dire che non credono nel loro corpo! Esso è la base della loro esistenza, e i suoi limiti e problemi sono chiaramente tangibili. Abbiamo freddo e fame, soffriamo dolore e solitudine, e passiamo buona parte della nostra vita nel tentativo di superare la sofferenza fisica.

Il livello dell’energia, o della voce, non è così facile da vedere, e per molti non è facile comprenderlo. Persino i medici, in occidente, per lo più lo ignorano, e cercano di curare tutte le malattie sul piano puramente fisico. Ma, se l’energia di un individuo è disturbata, né il suo corpo né la sua mente saranno ben equilibrati. Alcune malattie, come il cancro, sono causate da disturbi dell’energia, e non possiamo essere curate semplicemente con la chirurgia o con i medicamenti. Similmente, molte malattie mentali e anche alcuni disturbi meno sono provocati da una scarsa circolazione dell’energia. La nostra mente è in genere molto complicata e confusa e, anche quando vorremmo stare calmi, possiamo scoprire di non esserne capaci, perché la nostra energia, nervosa e agitata, non ce lo permette. Così, nello Zógqen ci sono pratiche per affrontare questi problemi di corpo, voce e mente, che lavorano con ciascuno dei tre livelli dell’individuo e che, potendo essere integrate on la vita quotidiana, hanno la capacità di modificarne la nostra esperienza globale, da quella di tensione e confusione a quella di saggezza e di vera libertà. L’insegnamento non è solo teorico, ma anche pratico; e, nonostante sia molto antico, è valido per la condizione umana così come lo era per quella di ieri, poiché la natura di corpo, voce e mente dell’individuo non è cambiata.


Lo stato primordiale

L’insegnamento zógqen è, nella sua essenza, un insegnamento riguardante lo stato primordiale dell’essere, che è la natura intrinseca di ogni individuo, sin dal principio. Entrare in questo stato vuol dire sperimentare sé stessi come si è, come il centro dell’universo, sebbene non nel senso dell’ego ordinario. La normale coscienza, centrata sull’ego, non è altro che la gabbia limitata della visione dualistica, che impedisce l’esperienza della propria vera natura, lo spazio dello stato primordiale. Comprendere questo stato primordiale vuol dire comprendere l’insegnamento zógqen, e la trasmissione dello Zógqen ha la funzione di comunicare questo stato, da parte di uno che lo ha realizzato (che ha, cioè, reso reale quello che prima era solo latente) a coloro che sono imprigionati nella visione dualistica. Anche il nome “Zógqen”, che significa “Grande Perfezione”, si riferisce all’autoperfezione di questo stato, fondamentalmente puro dal principio, con niente da respingere o da accettare.

Per comprendere lo stato primordiale e per entrarvi, non c’è bisogno di alcuna conoscenza intellettuale, culturale o storica. È al di là dell’intelletto per natura. Ma probabilmente, sentendo parlare di un insegnamento per la prima volta, si vuole sapere innanzitutto da dove viene, chi l’ha insegnato, e così via. Questo atteggiamento è comprensibile, tuttavia non si può dire che lo Zógqen appartenga alla cultura di qualche paese. Per esempio, secondo un tantra dello Zógqen, il Drá Talgùr Zavai Gyúg, l’insegnamento Zógqen è presente in tredici sistemi solari oltre al nostro, quindi non si può neanche dire che tale insegnamento appartenga al pianeta Terra, e men che meno a una particolare cultura nazionale. Sebbene sia vero che la tradizione che stiamo per considerare è stata trasmessa attraverso la cultura del Tibet, che l’ha accolta sin dagli albori della sua storia, non possiamo in fondo neanche dire che lo Zódqen sia tibetano, perché lo stato primordiale non ha nazionalità ed è onnipresente, è dappertutto.

Ma è anche vero che dappertutto gli esseri sono entrati nella visione dualistica, che ostacola l’esperienza dello stato primordiale. E, quando i realizzati hanno provato a mettersi in contatto con loro, raramente sono stati capaci di comunicare completamente lo stato primordiale, senza l’aiuto di parole o simboli, e così hanno fatto di qualsiasi cultura esistente un mezzo di comunicazione. Perciò la cultura è spesso connessa all’insegnamento, e, nel caso del Tibet, questo è vero al punto che non è possibile comprendere l’una senza aver compreso l’altra.

L’insegnamento Zógqen non è mai stato particolarmente diffuso o conosciuto in Tibet, anzi il contrario: è sempre stato in qualche modo riservato. Ma esso è l’essenza di tutti gli insegnamenti tibetani, ed è così diretto che è sempre stato tenuto un po' nascosto, e la gente spesso ne ha avuto paura. Inoltre, lo Zógqen esiste anche nel Bǒn, l’antica tradizione sciamanica del Tibet, antecedente l’arrivo del Buddhismo dall’India. Così, se consideriamo lo Zódqen come l’essenza di tutte le tradizioni spirituali tibetane, buddhista e bǒn (anche se in realtà non appartiene a nessuna delle due), e se comprendiamo che tali tradizioni furono l’essenza della cultura tibetana, possiamo usare l’insegnamento come una chiave per comprenderla nella sua pienezza. E, in questa prospettiva, si può osservare come tutti i suoi vari aspetti si siano manifestati come sfaccettature della visione totale dei realizzati, i maestri della tradizione spirituale.

Simile a un cristallo posto nel cuore di questa cultura, la chiarezza dello stato primordiale, così come si è manifestato nella mente di molti maestri, ha emanato, come raggi splendenti o riflessi scintillanti, le forme dell’arte e dell’iconografia tibetane, della medicina e dell’astrologia. Così, arrivando a comprendere la natura del cristallo, potremo scoprire meglio il senso dei raggi e dei riflessi che da esso emanano.


La Base

Tra i tre gruppi di cui abbiamo parlato, parlato conosciuto come “la Base, la Via e il Frutto”[1], è di importanza fondamentale, e ora considereremo, uno alla volta, ciascuno di questi aspetti.

LA BASE:

  • Essenza
  • Natura
  • Energia

La Base, in tibetano Xi. È il termine usato per indicare il fondamento dell’esistenza, sia a livello universale sia a livello individuale, essendo i due essenzialmente identici; comprendere l’uno vuol dire comprendere l’altro. Se comprendiamo noi stessi, comprendiamo la natura dell’universo.

Nei capitoli precedenti abbiamo fatto riferimento allo stato primordiale che si sperimenta durante la contemplazione non-duale, ed è proprio in questo stato che l’individuo ritrova l’esperienza dell’identità con la Base.

Si dice “Base” perché è qualcosa che è lì sin dal principio, pura e autoperfezionata, senza che ci sia il bisogno di costruirla. Esiste in ogni essere e non può venire distrutta, sebbene l’esperienza di essa si perda quando si entra nel dualismo. Allora viene temporaneamente oscurata dall’interazione degli stati mentali negativi, provocati dalle passioni dell’attaccamento e dell’avversione, che sorgono dall’ignoranza, radice della visione dualistica. Ma la Base non è una cosa esistente di per sé, un oggetto: è piuttosto uno stato, una condizione dell’esistenza. In un individuo ordinario, essa è latente; in un realizzato è manifesta.

In generale, tutti gli insegnamenti, non solo lo Zógqen, ritengono che la coscienza non cessi con la morte del corpo fisico, ma che trasmigri: le cause karmiche, accumulate nel corso delle innumerevoli vite, danno origine a ulteriori rinascite finché l’individuo non si realizza, finché il karma non è trasceso e la trasmigrazione portata a termine.


Canto del Vajra:

Non nato,

ma che continua senza interruzione

senza andare né venire,

onnipresente

Dharma supremo,

spazio immutabile, senza definizione,

spontaneamente autoliberantesi

-stato perfettamente aperto –

Esistente dal principio,

autocreatosi, senza essere in un luogo,

senza niente di negativo, da rifiutare,

e senza niente di positivo, da accettare,

espansione infinita, che penetra dappertutto,

senza che ci sia neanche qualcosa da dissolvere

o da cui liberarsi,

presente al di là di spazio e tempo,

esistente dal principio,

immenso yìn[2], spazio interno,

raggiante di chiarezza, come il sole e la luna,

indistruttibile come il vajra,

stabile come la montagna,

puro come il loro,

forte come il leone,

incomparabile godimento

al di là di tutti i limiti,

illuminazione,

equanimità,

vetta del Dharma,

luce dell’universo,

stato perfetto dall’origine


Fonte: Il Cristallo e la Via della Luce – Namkhai Norbu

https://www.macrolibrarsi.it/libri/__cristallo_e_la_via_della_luce.php?pn=2028









[1] Ogni insegnamento ha la sua particolare Base, Via e Frutto che ne determinano le caratteristiche specifiche: come la condizione fondamentale dell’individuo (Base), che tipo di pratica spirituale deve essere fatta (Via), qual è lo stato a cui idealmente si tende (Frutto). Qui sono trattati la Base, la Via e il Frutto dello Zógqen.

[2] Tibetano: yin, sanscrito: dhātu, “dimensione”.

martedì 1 dicembre 2020

Lo Yoga del sogno e la pratica della Luce Naturale – Namkhai Norbu

Per la maggior pare delle persone, sognare è semplicemente un rimescolamento delle impressioni della giornata, nel contesto dei desideri, delle paure e della personalità del sognatore.

Gli egizi e altri popoli dell’antichità interpretavano sistematicamente i sogni allo scopo di decifrare i messaggi da parte degli dèi. Si riteneva che i sacerdoti chiamati “maestri delle cose segrete” svolgessero una funzione di intermediari. Con l’avvento della scrittura, la scienza dell’interpretazione dei sogni fu messa per iscritto. Un antico libro sull’interpretazione dei sogni, scritto in Egitto più di duecento anni prima dell’era cristiana, è contenuto in quello che oggi è noto come il papiro Chester Beatty

I templi stessi erano progettati allo scopo di mobilitare e potenziare l’attività della mente inconscia, così come degli spiriti. In Grecia, ad esempio, il culto di Asclepio[1], dio degli oracoli, era simboleggiato dal serpente, e coloro che volevano ricevere un sogno spesso si recavano a dormire in luoghi frequentati dai serpenti. Dopo aver compiuto gli elaborati rituali, il supplice solitamente riceveva la visione di Asclepio nella figura di un uomo barbuto o sotto le sembianze di un animale, e in molti casi al risveglio era completamente guarito. Al culmine della loro popolarità, questi centri di Asclepio per l’incubazione dei sogni si contavano a centinaia.

Casi di guarigione attraverso rituali del genere sono diffusi anche nelle culture sciamaniche contemporanee.

I sogni hanno ispirato anche importanti progressi scientifici. Forse il più celebre fra tutti è la scoperta della struttura molecolare del benzene da parte di Kekule. Questo è il suo racconto:

“Mi ero distratto … Girai la sedia verso il caminetto e caddi in un dormiveglia. Di nuovo gli atomi mi saltellavano davanti agli occhi. I gruppi più piccoli questa volta si tenevano quasi sempre sullo sfondo. L’occhio della mia mente, allenato alle visioni ripetute dello stesso tipo, adesso distingueva formazioni più grandi di varie forme. Lunghe catene … tutto si muoveva, contorcendosi e avvolgendosi come serpenti. E poi che accadde? Un serpente si prese in bocca la coda, e poi, come per scherno, si mise a roteare davanti ai miei occhi. Mi svegliai come se fossi stato colpito da un fulmine; anche quella volta trascorsi il resto della notte a cercare di risolvere le conseguenze di tutto ciò”.


Natura e classificazione dei sogni

Secondo il Buddha, tutta l’esistenza, tutti i dharma, e in pratica tutti i fenomeni sono assolutamente irreali e soggetti a repentino mutamento.

Nonostante le innumerevoli condizioni che possono provocare i sogni, i sogni stessi, che sono il loro prodotto, vengono generalmente raggruppati in due categorie principali: i sogni di tipo più comune causati dalle tracce karmiche[2] e i sogni che sorgono attraverso la chiarezza della mente.

All’interno della categoria dei sogni causati dal karma, vi sono quelli legati principalmente ai tre stadi di esistenza, ovvero il corpo, la voce (o energia) e la mente, e alle tensioni psicologiche dell’individuo. Vi è poi un’altra classe fondamentalmente legata alle tracce karmiche, la quale può avere tre cause: tracce di karma risalenti a una vita passata, alla giovinezza e al passato più recente della persona.


Fonte: Lo Yoga del sogno e la pratica della Luce Naturale



[2] Tracce karmiche (tib. bag chags): secondo la teoria del karma, tutte le azioni sono seguite da conseguenze inevitabili, seppure non immediatamente. Il termine “tracce karmiche” si riferisce ai “semi” che esistono come potenzialità nascoste e che giungono a maturazione quando le cause secondarie necessarie sono presenti. 


[1] Asclepio (chiamato Esculapio dai romani) era ritenuto figlio di Apollo e fu allevato dal centauro Chirone nella sua caverna. Divenuto un grande medico, lasciò la dimora di Chirone per aiutare le genti della Grecia. Essendo uno straordinario guaritore, alla fine i greci lo adottarono come un dio e gli dedicarono templi, all’interno dei quali Asclepio volle che fossero posti dei letti per i malati, istituendo così i primi ospedali. Camminava appoggiandosi a un bastone attorno al quale erano attorcigliati due serpenti sacri (oggi il simbolo della medicina), che si diceva conoscessero le cause e i rimedi delle malattie. A volte faceva addormentare i suoi pazienti dando loro una “pozione magica”, e ascoltava poi ciò che dicevano in sogno. Spesso le parole che uscivano dalle loro bocche spiegavano la causa della malattia, e in base a queste informazioni Asclepio riusciva a prescrivere una cura. I sacerdoti seguitarono a invocarlo dopo la morte, ed egli continuò ad apparire nei sogni dei malati, dando consigli riguardo ai metodi di guarigione. 

lunedì 18 novembre 2019

Il ricordo di Sé - Robert Earl Burton

L’attrito

L’immaginazione e l’identificazione sono due consueti avversari del ricordo di sé. Ci tormenteranno per tutta la vita e si impadroniranno dello spazio che dovrebbe essere riservato al proprio sé.

Per svegliarsi si deve produrre tensione nella macchina, ma la maggioranza della gente dorme e non produce abbastanza tensione da trasformare e quindi da potersi risvegliare.

Quando l’attrito diventa estremo possiamo soccombere o diventare indifferenti.
Quando l’attrito è intenso possiamo dimenticarci che si tratta di un dramma; quando cessa, ci rendiamo conto che lo shock aveva lo scopo di fare luce sull’identificazione e sviluppare i centri superiori. Non c’è modo di evitare la sofferenza, con o senza scuola. C’è stato dato un cuore che può sopportare molta sofferenza.
Qualche volta è impossibile prendere le distanze dalla negatività che stiamo provando. Il controllo, però, comincia dall’osservazione. Come suggerì Rodney Collin, quando si è identificati e sotto grande stress, bisognerebbe cercare di ricordare che si ha a disposizione un’alternativa più alta: il ricordo di sé. Quando un uomo numero quattro trasforma la sofferenza, è come se stesse facendo il lavoro di un uomo numero cinque non ancora completo.

Come si può attrarre su di sé l’attrito necessario per essere più svegli?
Introducete nella vostra vita della sofferenza volontaria che non sia appariscente. Le pressioni artificiali aiutano a ricordare sé stessi. Trovate dei modi per fare più sforzi: non sprecate tempo.

La propria moralità meccanica pensa che l’attrito sia una punizione, ma l’Influenza C elargisce la sofferenza non per punire, bensì per dare l’opportunità di trasformarla in un corpo astrale e in un’anima. Lo scopo non è quello di soffrire; tutti soffrono. Lo scopo è trasformare la sofferenza in un corpo astrale.
Se ricordiamo noi stessi mentre proviamo attrito, assimileremo la sofferenza.

Opporre resistenza all’attrito è meccanico, trasformarlo è divino.

Il solo sopportare l’attrito indica che si è raggiunto il livello di maggiordomo. 


Fonte: Il ricordo di Sé - Robert Earl Burton





https://www.macrolibrarsi.it/libri/__il-ricordo-di-se.php?pn=2028