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martedì 30 aprile 2019

LA CO DE IN A – Claudio Trupiano

Capitolo 1

La Terapia
Confronto e transizione tra la Medicina Ufficiale e le 5 Leggi Biologiche
Ognuno di noi, nel proprio modo di percepire la realtà e di programmare la vita, è una specie di contenitore nel quale si riversano tutti gli accadimenti dal momento del concepimento nel grembo materno sino all’ultimo respiro di vita: non esiste un contenitore uguale all’altro, ognuno di noi è unico irripetibile e diverso. Ma questo viene sempre tenuto in considerazione? Vediamo

a) LA PERSONA
Per la Medicina Ufficiale: un malato è un protocollo da rispettare.
Molto spesso l’individuo perde la sua identità e viene identificato con il nome della malattia diagnostica. Conseguenziale la terapia: a ogni patologia corrisponde un protocollo farmacologico specifico e prestabilito per quel tipo di patologia, non di paziente. I rimedi prescritti sono stabiliti ufficialmente da chi non ha mai visto e non vedrà mai quella specifica persona, per cui il medico referente può diventare una sorta di mero esecutore di ordini di altri che hanno stabilito per lui cosa fare.

Per la Nuova Medicina: un malato non è un malato
È una persona che sta vivendo un processo bifasico, biologico e sensato. È un individuo unico e irripetibile, diverso se mancino o destrimane, diverso se maschio o femmina, diverso in base alla sua età ormonale, diverso se sta vivendo o meno un conflitto del profugo, ma soprattutto diverso in base al percepito conflittuale che lo ha portato ad attivare la curva bifasica.

Dopo aver spiegato al paziente il processo fisiologico conseguente e come si comporterà nel tempo lo specifico
tessuto coinvolto, si potrà procedere a tutti gli interventi terapeutici necessari e utili, sia dal punto di vista farmacologico che chirurgico, per accompagnare il paziente alla fine della vagotonia. Un medico con tale competenza avrà anche il compito di istruire la persona a spostarsi dalle possibili recidive conflittuali, coinvolgendo se necessario anche i parenti.
Medici, infermieri e familiari diventano tutti attori protagonisti e collaboratori del paziente per accompagnarlo nel suo processo di riparazione
Inimmaginabile, in questo contesto, il protocollo. È la fine della paura e la nascita di una nuova figura di medico – come dice Hamer – col cuore in mano.
Questo traguardo è ancora lontano, ma ci arriveremo.

b) COS’È LA MALATTIA?
Per la Medicina Ufficiale: un errore del corpo.
La malattia è un’entità nosografica, cioè la definizione della manifestazione di un male senza un senso e un’utilità: un errore del corpo.
L’assurdità di un organismo lasciato al caso e all’errore raggiunge il suo apice nelle definizioni di corpo della medicina accademica: a volte straordinario e perfetto, a volte manifestatamente stupido. È questo il caso del tradimento del sistema immunitario quando si rivolta contro di noi, generando le malattie autoimmuni. Sarebbe questo il sistema perfetto che ci difende?
Se poi entriamo nel mondo dei tumori, varchiamo le soglie della follia: sono perversioni di un sistema impazzito, così come sono impazzite le cellule tumorali che non solo devastano i nostri organi, ma si permettono di girovagare nel nostro corpo (metastasi) a loro completo piacimento e nei tempi che più a loro aggrada. Come ho già riportato nel primo libro, non possiamo che riconoscere al malato l’acronimo di persona SS (Scientificamente Sfigata).

Per la Nuova Medicina: una risposta sensata dell’organismo.

La malattia è sempre un programma bifasico, distinto in una fase simpaticotonica, cioè la fase del conflitto attivo, e in una fase successiva vagotonica, cioè la fase di ripristino e di riparazione che segue la soluzione del conflitto. Questa seconda fase è intervallata, secondo dei tempi fissi, dalla Crisi Epilettoide.
Una visione completa e nuova: un Programma bifasico Speciale – Biologico – Sensato, estremamente preciso e governato da una Natura che fa di tutto per tenerci in vita. E lo fa con noi umani come tutti gli organismi viventi, seguendo un circuito regolatore di omeostasi, per cui a un’azione corrisponde una reazione compensativa opposta.

c) LA CAUSA DELLA MALATTIA
Per la Medicina Ufficiale: sconosciuta, forse genetica.

Il termine “sconosciuto” è l’aggettivo più ricorrente in tutti i testi di patologia.
Tutto sommato, considerando che l’attività terapeutica ufficiale è sostanzialmente sintomatica (combatte i sintomi della malattia per toglierli) e non eziologica (rivolta contro la causa), è relativo l’interesse a scoprire le cause delle malattie. Conoscerle non cambierebbe le modalità di intervento.
Logica conseguenza, la totale mancanza di attenzione al vissuto conflittuale del paziente: l’anamnesi non è altro che la raccolta di dati personali, malattie precedenti, patologie familiari di certo ereditarie, e soprattutto di quante sigarette il paziente fuma e se beve. Se tra questi dati, si riscontra qualche ipotetico nesso causale, si va a sentenza colpevole! Se invece si scopre che la persona fino a quel momento è stata sana come un pesce, che tra i suoi avi non c’è traccia di quella patologia, che non fuma e non beve … allora il paziente è solo un SS (Scientificamente Sfigato) perché il suo corpo è incappato in un errore.

Negli ultimi decenni si è fatto anche un gran parlare delle cause delle malattie riferendosi allo studio del genoma umano e quasi ogni giorno si legge che sarebbe stato individuato il gene di questa o di quella malattia. I miliardi stanziati per questa ricerca sono incalcolabili, ma ancora oggi nessuna malattia, la cui presunta causa sarebbe stata individuata in un gene specifico, risulta essere stata guarita, intervenendo, modificando o eliminando quel gene.
Rimando il lettore agli studi di Bruce Lipton sull’epigenetica, sufficienti a smontare l’eziologia imputata al genoma umano, mentre per converso viene avallata la teoria opposta, del tutto analoga alle scoperte di Hamer; per cui è l’evento esterno a determinare il cambio della sequenza genetica.

Per la Nuova Medicina: uno shock inaspettato.

d) RIMEDI E CURE
Per la Medicina Ufficiale: prevenire, e poi attaccare.

Di fronte a un corpo … insensato, sempre pronto a tradirci con sorprese sgradite, ben si comprende il successo della Medicina Preventiva: come dire, freghiamo noi il corpo prima che lui freghi noi.
Vasto e confuso il suo ambito: si va dai consigli alimentari allo stile di vita raccomandato, per planare sulla Prevenzione con la P maiuscola, ovvero l’inizio senza fine di esami clinici, a caccia della cellula maligna prima che si espanda o di altre patologie più o meno sommerse.

Per la Nuova Medicina: conoscere e contenere la curva bifasica.
Chi conosce la curva bifasica scoperta da Hamer sa che ogni trattamento terapeutico, dall’assunzione di un principio attivo o di un farmaco, placebo compreso, dall’intervento chirurgico all’attività spirituale, sciamanesimo compreso, tutto può portare alla cosiddetta guarigione, purché sia di sostegno o anche semplicemente non alteri o interrompa il processo bifasico di ogni andamento patologico. Come sa anche il contrario: se la curva bifasica oltrepassa il limite fisiologico del programma o se il limite è superato dalle troppe recidive conflittuali, non esiste intervento che possa portare un risultato diverso dalla morte. 
Perciò ogni tipo d’intervento terapeutico presuppone che il medico curante conosca in quale fase della curva bifasica si trovi il paziente e quale foglietto embrionale sia stato attivato.
Il nuovo modo di intervenire non è più quello di andare contro, ma contenere e accompagnare al meglio la fase vagotonica. Massima attenzione deve essere data al percepito conflittuale del paziente, operando in primis sull’eventuale stato di paura e quindi tranquillizzandolo, ma soprattutto mettendolo al corrente di quanto sta facendo il suo corpo. 

Fonte: LA CO DE IN A – Claudio Trupiano

https://www.macrolibrarsi.it/libri/__la-co-de-in-a-libro.php?pn=2028

venerdì 29 marzo 2019

RUNE. Rituali di magia per il terzo millennio – Jean de Blanchefort

In uno dei brani iniziali di un rituale magico del famoso Ordine Ermetico della Golden Dawn è scritto: “Per mezzo dei nomi e delle immagini tutti i poteri sopiti si destano”.
In queste poche e coincise parole è racchiuso il segreto più alto della Magia, e colui che sa vibrare i Santi Nomi Divini e di Potere e sa “costruire” le immagini mentali corrispondenti è già un illuminato.
Le Rune, questi misteriosi glifi tracciati sulle pietre, sui dolmen, sui menhir, su oggetti e manufatti tra i più disparati, sono i caratteri magici della più antica scrittura germanico-scandinava, il cui termine, Runa appunto, significa “mistero”, “scongiuro”, ma anche “mormorio” e “simbolo”.
Le Rune sopra ogni cosa sono espressione del divino, segni di potenza e di conoscenze che le antiche saghe e i carmi norreni definiscono “derivate direttamente dagli dei” e donate dal grande odino affinché le insegnasse agli uomini saggi. Esse vanno intese dunque come archetipi eterni della sapienza universale, simboli dietro ai quali sono nascoste le verità assolute immutabili di cui si parla nelle tradizioni.
La nozione di tradizione fa riferimento alla permanenza di un ordine eterno in cui passato, presente e futuro non hanno che un relativo interesse. Quel che invece conta, per l’individuo odierno sempre più immerso nell’età oscura e piatta dell’odierna civiltà, è ritrovare lo spirito tradizionale, non già come fuga verso mondi improbabili e utopici, ma come volontà trascendente di un ritorno alla fonte sapienziale del tempo dell’Eden e dell’Età dell’Oro. E questo lo si può ottenere anche – e in special modo – attraverso le simbologie nascoste nelle mitologie e nelle cosmologie che ci parlano dell’età aurea del mondo, della luce primordiale, della gioia e del riso degli dei.

La tradizione nordica è concorde nell’attribuire alle rune una origine divina, quasi si trattasse di un linguaggio segreto e iniziatico destinato al perpetuarsi della sapienza occulta primordiale, e ciò naturalmente non riguarda tanto il loro aspetto grafico o fonetico, ma è rivolto soprattutto al contenuto simbolico dietro cui sono celati gli archetipi primordiali.
Questo significa che le Rune sono simboli di conoscenza da usarsi con una certa attenzione. Le strofe 144 e 145 del canto dell’Eccelso (Havamal) sono un preciso ammonimento verso gli incauti che a cuor leggero si applicano alla magia runica:

Tu, sai come si incide? Tu, sai come si interpreta?
Tu, sai come si dipinge? Tu, sai come si sperimenta?
Tu, sai come si prega? Tu, sai come si immola?
Tu, sai come si offre? Tu, sai come si sacrifica?
Meglio non essere pregati che ricevere troppi sacrifici:
sempre il dono attende una ricompensa.
Meglio essere ignorato nelle offerte che troppo riconosciuto.
così ha inciso Thundr (Odino) prima che esistessero
genti, là egli ritornò da dove era venuto.

Possiamo quindi affermare che la conoscenza delle Rune e del loro utilizzo fu tramandato, alle origini, esclusivamente per via orale dai Maestri delle Rune proprio per i motivi accennati. La Runa evoca la potenza e la potenza evocata può creare o distruggere.

La tradizione in merito alla scoperta delle Rune, ci fornisce alcune indicazioni tratte principalmente dell’Havamal, il libro sacro degli antichi vichinghi (strofe 138-140):

Io so che da un albero al vento pendetti,
per nove intere notti,
da una lancia ferito e sacrificato a Odino,
io a me stesso,
su quell’albero di cui nessuno sa
da quali radici s’innalzi.
Pane nessuno mi dette, né corno per bere;
io in basso guardai:
trassi le Rune, dolorante le presi giù: e caddi di là.
Nove canti magici io appresi dall’illustre figlio
Di Bolthor, padre di Bestla,
ed un sorso bevvi di quel prezioso idromele,
attinto ad Odhrerir.

La conquista delle Rune da parte di Odino è una sorta di ordalia, conosciuta come “Giudizio Divino”, vale a dire una prova di forza fisica molto praticata dalle popolazioni tribali del Nord Europa dalla preistoria sino al Medioevo. L’ordalia è sempre in uso dagli sciamani, che attraverso rituali, digiuni prolungati e diverse forme dii auto-sacrificio tendono al contatto con il mondo ultraterreno e le sue divinità. Il mito di Odino vuole che egli sia rimasto appeso all’albero del Mondo a testa in giù, impalato sulla sua stessa lancia, in una ordalia divina che lo voleva significare, attraverso una prova che metteva in forse la sua forma umana; e questa prova gli consentì di guardare nel “pozzo della Conoscenza” e rubare le Rune, che egli memorizzò sia pure nel dolore fisico e che successivamente trasmise agli uomini, iniziando gli sciamani all’uso magico di questi simboli.

Fonte: RUNE. Rituali di magia per il terzo millennio – Jean de Blanchefort





domenica 10 febbraio 2019

La città Mirabile - Enzo Coffani

Ho terminato di leggere questo romanzo verso la fine di gennaio (2019).
E' con molto piacere che mi accingo a proporne un estratto. L'opera presenta una visione molto gurdjieffiana della condizione umana accompagnando il lettore lungo le varie "Ottave".  

A fine pagina è possibile essere indirizzati al link per la lettura integrale del libro. 

Buona lettura!

Capitolo sesto - L'uomo salame

Il pittore, che salmodiava l’incredibile racconto con gli occhi verso il basso, in atteggiamento compunto e con lievi ondulazioni del tronco, come in certe invocazioni ebraiche, d’un tratto drizzò gli occhi in quelli di Guido e, avvicinandosi d’un passo, lo ghermì per il braccio.

«Ora, caro signore, per esigenze sulla cui necessità io non mi permetto di sindacare, anche se il tempo è contro di noi, io reputo doveroso che lei ascolti la fine del mio racconto, per null’altro che per sua informazione; ed apra bene le orecchie perché queste notizie sono destinate a lei. Il suo caro amico deve aver ricevuto altrove e molto tempo fa le medesime indicazioni, ed a quanto vedo, ora egli non è più un uomo salame, benché senz’altro la sua condizione attuale sia probabilmente più dolorosa. Ma egli non è più un pezzo di carne come lei e come me. E sa come l’ho riconosciuto? Di norma un uomo salame quale io sono non è in grado di vedere che altri salami come lui, dentro quell’immensa cantina di salumi di proprietà privata della Luna, chiamata Terra. Ma, veda, questo quadro l’ho dipinto esattamente 43 anni fa e l’avrò illustrato ad alcune centinaia di persone in questi anni. Si dev’essere formata una sorta di capacità nel mio cervello, che mi consente, grazie probabilmente a questo esercizio continuo di osservazione e colloquio con le persone che si sono via via dimostrate interessate ai concetti sottesi al mio squallido dipinto, di riconoscere coloro che non sono più uomini ordinari, senza tuttavia sapere nulla delle caratteristiche di queste persone non più meri manicaretti per la Luna».

«D’accordo, lasci il braccio, però, ascolterò quello che mi vuole dire... Tu, ne sai qualcosa? Ma cosa dice?»

«Sì, ascoltiamolo, non ci costa nulla» mormorò con il viso disteso e quieto.

«Orbene, visto che, scelleratamente, siete affetto anche voi dal morbo moderno della velocità, cercherò di condensare la mia trattazione informandovi del fatto che, quando mi riferivo al posto più buio dell’universo, intendevo dire che la Luna è quanto di meno intelligente ci sia. E, non si sconvolga, al secondo posto in questa triste classifica, abbiamo la Terra. Il nutrimento indicato e prediletto dal nostro tanto cantato satellite è l’uomo salame. Abbiamo notizia delle crisi bulimiche lunari quando sulla terra scoppia una guerra, che sarà vasta in proporzione all’intensità dell’accesso di fame. Ma, normalmente, va detto che si accontenta dei normali decessi e di succhiare certe sostanze, continuamente, anche dai vivi. Per aiutarla a comprendere, si figuri l’uomo ordinario come una noce di cocco che, cava e con latte all’interno, venga raggiunta da una cannuccia che si tuffa nel latte e la cui altra estremità arriva dritta nella bocca della Luna. Proprio così, siamo il drink perfetto per il sostentamento e l’adolescenza di questa affamatissima neonata cosmica. E le sostanze di cui va ghiotta sono quelle di cui noi continuamente disponiamo per edificare i nostri corpi sottili, ma che sprechiamo non sapendo come fare per generare quelle pressioni enormi, dentro di noi, che servono alla produzione del diamante, o, come preferisce lei, dell’anima. Ora, l’uomo salame, finché rimane salame, non ha la minima possibilità di sottrarsi alle fauci della Luna. Ella lo mungerà tutti i giorni della sua vita ed alla morte egli sarà distrutto per sempre. Ho detto distrutto. Si decomporrà e, non avendo costruito alcun corpo sottile in grado di resistere alle leggi che regolano la vita terrena, di lui non rimarrà la minima traccia. Tuttavia, ad alcuni uomini è dato di rendersi superficialmente conto di essere delle bistecche, un po’ complesse certo, ben guarnite, ma pur sempre delle bistecche pronte, in un piatto. Succede quando si ha la fortuna di avere un enorme dolore cosciente. È necessario avere un dolore enorme, ma dev’essere cosciente. Ogni forma di occultamento dev’essere sbandita senza por tempo in mezzo. È così difficile che reputo la coscienza del dolore tutto sommato un caso. Date queste due condizioni, l’uomo è ad un bivio: cercare di aumentare la coscienza di essere un nulla senza alcuna anima, un pezzo di arrosto, sacrificando progressivamente ogni e qualsiasi opinione su se stesso fino a riposare sulla propria assenza totale, oppure stordirsi, e continuare ad essere un salamaccio infame in attesa di essere addentato. Ed il mondo è imbandito per offrire ogni genere di stordimento. Capirà, è nell’interesse della Luna. Ha capito, caro lei?»

«Sì, mi pare di aver capito».

«Lei non ha capito un bel nulla, ma ora, invece di fischiettare, userò delle vere e proprie trombe di Gerico. La situazione che ho descritto or ora, dell’uomo che, per somma casualità, ha avuto piena coscienza di un enorme dolore ed ha dunque preso superficiale coscienza di essere un tacchino nel giorno del Ringraziamento, è precisamente ed indubitabilmente la sua condizione attuale. Come non mettere in relazione la terribilità del sogno riguardante sua figlia, del sogno della sua condanna a morte per eccesso di umidità nella casa, con i benefici ma dolorosi influssi esercitati da un autentico nemico della Luna quale il suo accompagnatore è? Le esigenze della Luna la invitavano al torpore, all’oblio dell’angoscioso dolore della vita spezzata anzitempo di sua figlia, le consigliavano di rimuovere qualsiasi ricordo ma, per una benefica casualità, lei ha incontrato Angelo. Veda, Acqua e Luna sono sinonimi, diciamo che l’acqua è la cannuccia attraverso cui la Luna succhia il nostro latte. Ricorda come l’acqua nelle sue visioni fosse presentata come minacciosa e potente, nel caso del fiume che ha inghiottito sua figlia, o viceversa insinuante e nascosta, ma ugualmente letale, come nel caso dell’umidità? L’influenza sottile di questo benemerito, suo malgrado, benefattore, le presentava, agendo con immagini di portata emozionale intensissima, la ferocia della Luna, e la pone oggi ad una soglia: potrà rimanerci come lo sono io da 40 anni e più, potrà morire senza che questo faccia la minima differenza in ordine alla sua distruzione completa, oppure qualcosa di ulteriore potrà accadere, anche se il soffio del tempo ci pone tutti quanti letteralmente con l’acqua alla gola. Con questo, mi congedo da voi». 

Fece un inchino e tornò al suo caffè. Chissà se l’amico che gli porgeva la tazzina era anche lui un salame.

Capitolo settimo - Gli inganni della Luna

«Non capisco perché l’acqua, considerata fonte di vita, è stata descritta come l’arto rapace di un’assassina, come una mortale cannuccia».

«È una questione di proporzioni. Il nostro creatore non ha, come erroneamente si crede, un occhio di riguardo per la specie umana, ma tutto emana da lui, massima luce, degradando fino al massimo buio, e gradualmente riacquistando luce, per tornare a lui. Come ti diceva il pittore, la Terra è, dopo la Luna, il posto meno intelligente, o cosciente, o luminoso, dell’universo. Quindi noi siamo sostanza divina quasi massimamente degradata e, dopo aver raggiunto la più elevata degradazione possibile, cioè dopo essere stati mangiati dalla Luna, riconquisteremo gradualmente coscienza, fino a completa ricongiunzione con l’Assoluto. Questo avviene automaticamente. Per tornare alla tua domanda, l’acqua è una funzione di questo automatismo, è necessaria e benedetta. Solo per l’uomo che voglia sottrarsi a questo meccanicismo essa è una grande maledizione, poiché spinge verso la massima involuzione, cioè la Luna, invece di permetterci di raggiungere il successivo grado di intelligenza che, rispetto alla Terra, è il Sole. Nel piccolo vale la stessa cosa: tu potevi scegliere a quale influenza esporti, e ti sei esposto alla mia, che, rispetto a te, è solare, nemica dell’acqua, nemica della Luna. L’universo è un grande gioco di scatole cinesi che ubbidiscono alle medesime leggi, un’infinita serie di matrioske. La nostra opportunità consiste nell’accelerare un ritorno che, comunque, avverrà. È solo una questione di tempo, anche se il tempo per potersi assoggettare all’una o all’altra influenza, lunare o solare, sta finendo».

«Da cosa capisci che sta finendo?»

«Dalla Luna, la sua fame è imperiosa, le acque stanno salendo, sta apparecchiando il tavolo, preparando i coltelli, disponendo i piatti. Vedi questo pantano? Quant’è che siamo su questo sentiero? Due ore? E la terra era secca e riarsa mentre ora è greve e imbevuta d’acqua. Il tempo sta finendo».

«E quando il tempo finirà cosa succederà?»

«Non lo so, non sono più un uomo salame, ma non sono così evoluto da saperlo, mi sembra ragionevole continuare a passeggiare, se sei d’accordo».

«C’è una cosa che mi ha fatto una profonda impressione, una cosa che ha detto il pittore ma che poi ha lasciato cadere: la Luna figlia di una violenza, ti ricordi? Ha detto proprio così, che avrà voluto dire?»

«La Luna è un imprevisto, è una figlia non voluta, è figlia di un errore. È nata dalla collisione fra una cometa e la Terra, e la Terra, come ora sai, si occupa del suo mantenimento e della sua crescita. Certamente quello scontro non doveva esserci e la Luna sarebbe dovuta nascere molto tempo dopo. Diciamo che la Terra è una ragazza madre che nutre, con grossi sacrifici, la figlioletta prematura».

«Perché fai tutto questo? Dunque per te costruire mobili è una vocazione».

«Costruire mobili è il mio modo di oppormi all’acqua della Luna. Grazie ad uno stato interiore che conseguo prima e durante la costruzione, e rispettando certe regole che riguardano le proporzioni del manufatto, sono in grado di trasmettere la mia influenza a grandi distanze, così che il proprietario, per rimanere assoggettato al mio influsso, non debba necessariamente essere in relazione costante con me. Questa è la mia speciale abilità, ma non si tratta di vocazione, semplicemente è l’unica cosa sensata che posso fare finché sono nella presente condizione, e cioè non più salame, ma nemmeno ancora qualcos’altro. Quindi il mio destino, finché non sarò stabilizzato in un superiore grado di essere, non può essere che quello di aiutare altri uomini a liberarsi dalla "salamità", così come il Sole aiuta la Terra ad elevarsi alla sua intelligenza, e la Terra aiuta la Luna ad elevarsi al suo grado di coscienza, in una perpetua catena».

Lungo il fiume, chiazzato di sole, scivolava una barca snella, dalla lunga prua e dal legno scuro. Dietro, a reggere la barra del timone, un uomo osservava i passanti e i quadri che gli davano la schiena.

«Ehi voi, gente! Che guardate? Non c’è più niente da vedere, ormai. Guardate la mia barca, gente! Robusta, agile, l’avevo costruita per questa smisurata deriva, per questo eterno corso d’acqua, per un perfetto scivolamento infinito. Ma come potevo sospettare, gente! Come potevo sospettare che lo scorrere avesse un termine? E, se ha i fianchi snelli per insinuarsi fra le rapide, se è leggera per evitare i massi affioranti, quanto le potranno servire queste sue qualità quando affronterà la grande cascata all’incontrario? Nessuno l’ha mai vista, nessun marinaio ne ha raccontato o scritto, gente! Tutti i fiumi vanno verso una grande pentola d’acqua, e qualcuno ha già buttato il sale! Manca poco, gente!»
Qualcuno agitò la mano in segno di saluto. Il barcaiolo mollò la barra del timone e si mise in piedi, con fare solenne, un po’ ingobbito.

«Non sono mai riuscito a volervi bene, gente! Ciao! Ciao!» E scivolò oltre il ponte, accompagnato da molti sguardi, riparati dal sole con una mano, come un goffo saluto militare.

«Nemmeno io sono mai riuscito a voler bene alla gente» commentò Guido.

«È normale, sai? L’odio è un interesse economico ben preciso. Ma non te ne crucciare adesso: tu non ne hai nessuna colpa. Non ci pensare, non ci pensare».

«Non ci penso, faccio già fatica a camminare con questa fanghiglia che si appiccica alle suole come una ventosa». Un cagnolino affondato nella melma, riposava, guardando gli uomini, senza fare una piega.

Com’era lontano e inutile anche solo il giorno prima! Sembrava come se, ad ogni passo, una parte della memoria abbandonasse il cervello per consegnarsi all’abbraccio della terra imbevuta d’acqua, spugnosa e indistintamente famelica. Guido guardò ai suoi simili, un po’ più radi, e ai loro contorni, nella prima luce del tramonto.

«Tu, per esempio, che hai una faccia così interessante, e anche una certa altezza, perché non ti interessi di teatro? Noi stiamo cercando una nuova persona per il nostro balletto moderno, ma non ti preoccupare: non si tratta proprio di un balletto, è una cosa che puoi fare anche se non hai coordinazione né ritmo. Per farlo non serve nulla, basta la tua sola volontà: noi non ambiamo a niente di speciale, è un modo per stare insieme, non ti pare che sia già un buon motivo per fare teatro, lo stare insieme? E comunque vieni con me che ti faccio vedere, dai! Non essere timido, non ce n’è motivo, anche se la timidezza alla fine è una bella cosa, no? In questo mondo sempre così arrogante e violento, la timidezza è una cosa buona, non trovi? Dai, vieni, cosa aspetti?» Una ragazza minuta, con i capelli ricci fermati da una specie di pennarello, occhi azzurri sparati nei suoi, vitrei. Sotto gli occhi, un sorriso smagliante. Aveva intercettato Guido letteralmente tagliandogli la strada. Pantaloni aderenti scamosciati, camicetta di sciarpe cucite insieme, anellone di legno intagliato al collo, una specie di mantellone alla D’Artagnan sulle spalle.

«No, signorina, grazie – le rispose Guido con un sorrisetto imbarazzato – non ho mai saputo recitare e poi stiamo guardando i quadri».

«Però scommetto che ti è sempre piaciuto il teatro, del resto il tuo viso, si vede benissimo, è adatto alla recitazione. Molla gli ormeggi, lascia fluire la tua creatività, e se anche porterà con sé del dolore potrai sempre condividerlo con noi. La condivisione è importante, bisogna superare i particolarismi, gli scetticismi, lasciare che sia il gruppo a gestire il tuo dolore. È una conquista, sai? È una grande lezione. E noi cerchiamo di impararla insieme. E poi noi facciamo anche degli incontri. Sono belli, gli incontri, c’è gente giustissima che riceve con grande rispetto le tue esperienze. È un grande successo del collettivo quando uno offre le proprie esperienze per il bene della comunità. Non è così?»

«Senz’altro ma... come le dicevo... adesso non posso, non me la sento, però magari, un’altra volta».

La ragazza assunse un’espressione come di navigata saggezza: lo sguardo perso oltre le spalle di Guido, il capo leggermente reclinato, una leggera smorfia di dolore.

«Ci sono treni che passano una sola volta, è importante decidere subito. Vieni anche solo a vedere. Aspetta, ma non è che ti vergogni perché sei anziano? Sciocco, non devi, nel nostro gruppo siamo tutti uguali, non c’è nessuna differenza. Ognuno ha gli stessi identici diritti, nessuno ti farà sentire un peso solo perché hai molti anni in più, e poi, guarda, uno di noi è perfino più anziano di te, credimi , ti troverai bene, è così saggio, lo ascolterei per ore, e anche tu, mi sembri un uomo con molto da dire e da dare. Ci piace tanto ascoltare le sue rievocazioni: del resto, il passato è così affascinante. Senza il passato non si può capire il presente, è vero o no? E poi, il passato è così terribilmente romantico, io me ne sto persa per ore a rievocare certi viaggi, certe sensazioni della mia infanzia, l’età dell’oro. Anche tu: vieni a raccontarci i bei tempi che furono, raccontaci la tua infanzia. Quanti tesori che non devono essere dimenticati rimangono nascosti nell’infanzia di ognuno. Quanto amore non si è manifestato per colpa dell’indifferenza di questo mondo crudele, cattivo. E il rimedio sarebbe così semplice, semplice».

«Signorina, mi creda, è tutto interessante ma non è il momento». In fondo, per quanto forsennata, era simpatica.

«Sento che anche tu, come me, sei un’anima sofferente. Te lo leggo negli occhi, sono una sensitiva, io. Sai di cosa abbiamo bisogno? Di un ritorno alla semplicità: tutto, intorno a noi, è troppo complesso. Bisogna accettare gli istinti, via dalla cappa di piombo della fredda razionalità. L’istinto è garanzia di verità. Hanno scritto del buon selvaggio, no? E allora, cosa aspettiamo, dipende solo da noi, liberiamoci! Torniamo a radicarci nella terra, a contatto con la sua saggezza innata, con la sua religiosità naturale. L’animismo! ecco dove dobbiamo tornare. Al centro del nostro cuore, del nostro intimo sentire. A che servono queste comodità, queste case piene di cose inutili, quando ci basterebbe un rustico, e lo spettacolo di un tramonto, riscoprendo i canti popolari dei nostri nonni, e le loro deliziose poesie e proverbi, saggezza eterna. E anche il sesso: dobbiamo far circolare quest’immensa energia che la natura ci ha dato e che ci sovrasta.. Dobbiamo abbandonare tutte le manie di possesso, dobbiamo vedere il sesso come un modo per accedere a piani superiori di coscienza, e per far questo, è necessario viverlo nella più assoluta autonomia, consci del nostro ruolo cosmico di esseri d’amore. Per cui ognuno deve accoppiarsi con chi vuole, il più possibile, per distruggere tutte le costruzioni mentali repressive che abbiamo dentro. Non è importante l’età o la bellezza: il sesso prescinde da noi». E, slanciandosi in punta di piedi, fece una lievissima carezza sulla fronte di Guido, che avvertì la pressione delle sue tette sul torace.

«Signorina, non riuscirei mai a danzare, con la schiena irrigidita che mi ritrovo, però, se vuole, dopo aver visto tutti i quadri, ripasso e mi fermo con voi una mezz'oretta, così vedo di che si tratta».

«Ma dai, come te lo devo dire? Non c’è bisogno, per il nostro balletto, di nessuna abilità fisica: ognuno fa quello che può. E per il teatro, basta essere se stessi. È una conquista, essere se stessi. Qualunque cosa fai, sii sempre te stesso, ricordatelo. Anche alla tua età, niente è perduto, devi solo essere te stesso. Nella nostra organizzazione i più deboli sono tenuti in massimo conto. Le parole di chi soffre sono intrise di saggezza. Noi li teniamo per grandi saggi. Nessuno conosce la vita come chi ha visto le profondità del dolore, nessuno è saggio come chi vive una vita fatta di ristrettezze, economiche, di salute, è uguale. Noi diamo il nostro amore ai disgraziati, ai poveracci, ai sofferenti: ci opponiamo a questa logica barbara che vuole interessante il vincente, l’aggressivo. Guardati intorno e vedi quanto danno ha fatto la cosiddetta cultura! L’importante è l’anima, l’amore, l’amicizia, la compassione, la sensibilità, la coerenza. Ma, purtroppo, sinceramente, coi tempi che corrono, non c’è alcun posto all’infuori della nostra associazione in cui questi valori vengano insegnati, nel rispetto della persona. Le persone che hanno sbagliato, che percorrono il sentiero della desolazione, o anche dell’abiezione, sai? Queste meritano il nostro amore. Tu per esempio, che hai un bel vestito, sei ricco? E allora perché non sei felice? Lo vedo che non sei felice. Vieni con noi, ti insegneremo che hai sbagliato tutto finora, e ti doneremo quello che cerchi, tu come tutti: calore, comprensione, fratellanza. Dai vieni, sbloccati!» Ora gli scuoteva il braccio, ma delicatamente, e lo tirava nella direzione del loro teatro che, montato in mezzo al grande prato vicino all’argine, era un grande telone nero senza aperture, quadrato, retto da pali metallici come quelli delle impalcature dei muratori, con attorno una dozzina di persone che saltavano, girando lentissimamente intorno al tendone. Si udiva qualche incomprensibile mugugno, portato dal vento.

«Angelo, ti dispiace se vado a vedere laggiù? Mi aspetti qualche minuto...» Il sorriso della ragazza era scomparso.

«Non c’è più tempo. Guido, dobbiamo continuare».

«Cinque minuti cosa vuoi che siano?» La ragazza lo teneva per mano, accarezzandogliene il dorso col pollice.

«Hai sentito il pittore, hai sentito anche il barcaiolo, ci manca il tempo!»

«Io vado, tu fai come ti pare. Non mi aspettavo da te una simile rigidità».

«Ok, andiamo insieme, vengo anch’io».

«No, mi spiace, tu non puoi». La ragazza aveva gli occhi socchiusi.

«E perché non posso? Non si è forse uguali laggiù? Cos’è questa discriminazione?»

«Certo che siamo tutti uguali, però tu non credi nei nostri valori d’uguaglianza, lo dimostra il fatto che hai cercato di trattenere Guido».

«E chi lo trattiene? Gli ho solo risposto facendogli presente che, in un’altra situazione, un giretto al teatro sarebbe stato un peccatuccio veniale, invece adesso, mancando il tempo, sarebbe deleterio, finale».

«No no, caro mio, tu cerchi di sopprimere la volontà del tuo amico, sei castrante!»

«Non è vero, sei tu che lo incateni con la tua mano». Immediatamente, Guido, tolse la mano da quella della fanciulla, che accennò a trattenerlo, ma lasciò fare. Il contatto con quella mano gli appesantiva la testa, che sentiva come riempita di caldo cotone... tutto sbiadiva al suo sguardo, da quando la ragazza aveva iniziato a parlargli. Ora, si sentiva incomparabilmente più lucido.

«Cosa succede laggiù? Guarda bene, Guido: il teatro non è lontano come sembrava, puoi vedere benissimo, sono pochi metri in verità, appena sotto la scarpata dell’argine. Girati e guarda, vedrai da te, era la nostra malandrina signorina ad impedirti di vedere, prima, facendoti sembrare tutto molto lontano e indistinto».

Guido si voltò verso il prato e vide meglio il telone nero, e le persone intorno ad esso. Saltavano stancamente, di pochi centimetri, imbambolati, . E mormoravano tutti insieme, ogni qualche saltello, la loro identità: «Siamo le madri!» Saltelli. «Siamo i padri!» Saltelli.«Siamo i figli!» Saltelli.«Siamo amanti!» Saltelli. «Siamo dottori!» Saltelli. «Siamo malati!» Saltelli. «Siamo buoni!» Saltelli. «Siamo cattivi!» Saltelli. «Siamo lavoratori!» Saltelli. «Siamo disoccupati!» Saltelli. «Siamo Americani!» Saltelli. «Siamo Europei!» Saltelli.«Siamo quelli giocati».Saltelli. «Siamo quello che vuoi tu, che stai dentro al telone nero!» Poi, ricominciavano daccapo, orbitando intorno alla cortina nera.

«Signorina, chi c’è dentro al telone?»

«Ora devo andare».

«Chi c’è dentro al telone?»

«Nessuno». Tutto si era spento, come un luna park alla fine dell’ultima sera, sul volto della ragazza. La pelle s’era fatta opaca, lo sguardo luminoso sbandito e accortinato da lacrime d’allergia. E l’abbigliamento, così inusuale e confortevole, ora sembrava una vecchia giubba da soldato, per niente divertente. Li abbandonò scendendo la scarpata, puntando i piedi per non inciampare.

«Ma chi era quella ragazza? Una grandinata di parole... mi sentivo in suo potere, quasi non vedevo altri che lei... dio mio che stordimento».

«Guido, hai potuto vedere gli effetti della Luna che, come un furbo pastore, inventa ogni genere di storielle edificanti e confortevoli, calducce, per acquietare gli istinti bradi delle proprie pecore, e farle riposare tranquille nel recinto, finché non cali su di loro, a tempo debito, la mannaia. E, siccome la Luna è il più furbo dei pastori, ha inventato anche una serie di magnifiche favolette per far sì che le pecore nemmeno più la vedano per quello che è, la mannaia, ed anzi giungano ad un certo punto a desiderarla, in un vortice sereno di sonnambulismo. Per ogni scemenza che un uomo riesca a scoprire, la Luna ne ammannisce a decine, per garantirsi i pasti.

«Nulla di quanto ha detto la ragazza è degno di considerazione?»

«Al contrario, è stato un sunto perfetto di tutto il ciarpame che la Luna ha saputo inculcare nei cervelli della stragrande maggioranza degli uomini. In questo senso, hai fatto un incontro massimamente istruttivo, che, se il tempo non incalzasse, avrebbe avuto anche degli aspetti comici».

«Io tendo a farmi contagiare dall’entusiasmo altrui, mi rendo conto benissimo che molte delle cose dette dalla ragazza erano banalità accostate senza discernimento l’una all’altra. Però... la vitalità di certe persone, quella mi fa sempre un certo effetto».

«Entusiasmo... è una parola che ha molta presa su di noi, anche per il suo significato, oltre che per il suo suono. «Dio dentro», significa. Ma quella che tu hai scambiato per vitalità era solo disperazione, il dibattersi di un tonno avvitato verso l’ultima camera della tonnara che, avvertendo un’invincibile rete farsi sempre più prossima e non riuscendo a contrastarla in alcun modo, si risolve a dimenticare il suo destino cercando compagni di sventura. Chi cerca seguaci, chi vuol fare proseliti, sta solo cercando di annegare in compagnia. Naturalmente, questo ha qualche apparente immediato vantaggio: ci si sente invariabilmente meno addolorati, lontani da tutto e, forse, anche uomini straordinari. Con loro puoi scoprirti più ragionevole, maturo, responsabile, ammirato, bello, affascinante, sexy. Puoi sperimentare mille e una identità, e relativi vezzi, e puoi anche essere molto alla moda, nell’abito ma anche nella questione scottante del giorno su cui la tua opinione porrà il punto finale, acclamata e ricalcata da mille goffi imitatori. Con loro potrai anche stare da solo, fare l’asceta, e nel contempo farlo sapere a tutti, ma senza parlare, parleranno altri per te. Ogni genere di paramenti sono disposti per la vita laica, e per quella religiosa. Stupende poesie affioreranno dalla tua penna, o, se lo crederai, ponderose e stringenti speculazioni filosofiche nutriranno la tua mente fino a farti scoppiare di sapienza. Molto amore è predisposto per te, attraverso mille amanti, tre per quattro figli, cinque per sei amici., sette per otto angeli. E una per ogni perla della collana preferita della Luna saranno le tue occupazioni, una per ogni granello dell’anello di Saturno le tue preoccupazioni. Morirai esalando l’ultimo sogno, e non sarà necessariamente un sogno piacevole. Ma, soprattutto, morirai come un salame, allucinato e cucinato a puntino».

«Andiamo avanti».

«Sì, andiamo avanti, Guido, si è alzato un filo di vento».


Fonte: La città mirabile di Enzo Coffani 

domenica 27 gennaio 2019

Il ricordo di sé – Robert Earl Burton

Essere presenti

Non c’è miracolo più grande dell’essere presenti. Tutto ha origine da questo e in virtù di questo niente ha mai fine.
Cosa significa il termine ricordo di sé? Significa che il vostro sé addormentato si sta ricordando di essere sveglio. La fine è un’illusione perché il presente è eterno. Essere presenti dove si è, questa è la semplice storia della propria vita.
Ogni piccolo momento, privo di apparente importanza, è la nostra vita; semplicemente essere seduti cercando di essere presenti.
È difficile essere presenti, eppure nella nostra vita tutto permane incerto tranne il presente. Guardiamo al futuro pensando di poterci trovare più di quanto sia qui. Insegnando il futuro elusivo o indugiando nel passato, l’uomo finisce per aggirare il presente. Quello che dovremmo desiderare è il presente, ma quello che la macchina vuole è tutto tranne il presente. Dobbiamo continuare, incessantemente, a rinnovare il presente; abbiamo dedicato le nostre vite a questo scopo.
Non potete essere presenti alla vostra destinazione se non lo siete en route.
Quando ho degli “Io” che vorrebbero essere da un’altra parte, ho imparato a convertirli immediatamente nell'essere presente, perché la macchina non è mai soddisfatta di dove si trova. In un certo senso è una fortuna che gli “io” si ripetano e siano chiaramente così privi di spessore. Gli “Io” rendono ovvia la sostanza della vita, poiché le cose più assurde cercheranno di portarci via dal presente. Più assurde sono meglio è, perché allora ci rendiamo conto che non vale la pena di perseguirle.
La macchina non può essere presente, così va in cerca di alternative; questo è il suo destino. Benché la macchina sia di solito insoddisfatta del presente, questo giorno è importante quanto qualsiasi altro giorno da qui a trentanni; almeno oggi è certo.
Durante il concerto mi è venuto in mente un “Io” interessante: “Che cosa vuoi?”, diceva. E la risposta è stata: “Solo essere presente, nient’altro”. Nulla è paragonabile al ricordo di sé e nulla esiste veramente senza di esso. A volte, grazie al ricordo di sé, tutto quello che cade sotto i nostri occhi si trasforma in poesia facendo eco al paradiso: i fiori, la luce che cade sull'erba. Pensate solamente a quante sottili sfumature di verde esistono in natura.
Le nostre cene sono come essere su una nave in mezzo al mare; non c’è altro posto dove andare e quietamente ci insediamo nel presente.
Uno degli aspetti più piacevoli del cenare insieme è l’essere qui, non sentire la macchina che è insoddisfatta del momento, non avere il desiderio di trovarsi da qualche altra parte. I quattro centri inferiori sono più ben disposti adesso, in presenza di qualcosa di più elevato. La consapevolezza ha gradi e la nostra, adesso, è forse più elevata di quanto non lo sia stata in qualunque altro momento della giornata. Stiamo ancora cercando di essere presenti e questo momento non si ripresenterà mai più.
Non ne abbiamo ancora parlato stasera, ma il ricordo di sé si profila costantemente dietro ogni nostra azione. Quando si cerca di essere presenti non importa se si sta parlando delle Elegie duinesi di Rilke o della sedia a rotelle di uno studente, perché il ricordo di sé permei le proprie azioni. Questa è la ragione per cui la Quarta Via è messa in pratica principalmente nella vita ordinaria.
Lavoriamo solo ogni giorno per essere presenti e nessuno di voi dovrebbe prendere alla leggera gli sforzi compiuti alla fine di un giorno.
Tutti abbiamo fatto quello che potevamo per il nostro sé, la scuola è l’Influenza C. Non possiamo cambiare gli eventi, ma possiamo cambiare noi stessi. Mettete a fuoco senza bisogno di parole; non identificatevi con gli eventi, trasformateli e siate presenti.
Tutto, tranne il proprio sé, è relativo e soggettivo. Quando si è presenti si è oggettivi, nel senso che l’unico obiettivo che si ha è il proprio sé.
È importante essere diligenti nel cercare di essere presenti, ma senza forzare troppo perché potreste diventare un ostacolo per voi stessi. Fate tutto ciò che potete per essere presenti, ma senza eccessiva tensione perché anche questo mette a repentaglio il ricordo di sé.

Fonte: Il ricordo di Sé di Robert Earl Burton








https://www.macrolibrarsi.it/libri/__il-ricordo-di-se.php?pn=2028



domenica 30 dicembre 2018

Dinamica Mentale - Mirella M.P. Grillo

2.1. Test: come vivete? Nel passato, nel presente o nel futuro?
Il tempo ha una durata soggettiva, anche se ci si illude che la sua misura sia quella stabilita dagli orologi … Per cui può andare troppo piano per chi non riesce a staccarsi dal passato o correre all'impazzata per chi ha fretta di raggiungere il proprio obiettivo.
La variabile che consente di dominarlo è una e soltanto una: essere capaci di vivere. Sapete godere del presente, cioè delle piccole soddisfazioni della vita? Oppure pensate solo ed esclusivamente al futuro? Oppure ancora vi guardate troppo indietro? Scopritelo con questo test (fate un segno di spunta sulla risposta interessata).

1. Quali tra queste celebri frasi preferite?
a) “Il vantaggio della cattiva memoria è che si gode parecchie volte delle stesse cose per la prima volta” (Nietzsche)
b) “Il ricordo è solo il paradiso da cui non possiamo venir cacciati” (Paul)
c) “Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo” (Santayana)

2. Vi fidate di più:
a) Degli affetti
b) Delle sensazioni
c) Di uno scritto

3. Per i vostri spostamenti usufruite quotidianamente dei mezzi pubblici che prendete sempre all'ultimo momento. Un giorno, in cui avete un appuntamento importante, perdete l’autobus. Voi:
a) Pensate di telefonare per spostare l’appuntamento
b) Pensate che prima o poi vi sarebbe accaduto
c) Tornate a casa e prendete la macchina o chiamate un taxi

4. Avreste potuto:
a) Essere più lungimiranti
b) Approfittare della situazione
c) Essere più attento/a

5. Una mattina vi svegliate e vi rendete conto di aver perso completamente la memoria. Voi:
a) Recitereste la parte come un attore
b) Vi sentireste completamente disorientati
c) Ne approfittereste per essere più vezzeggiati e coccolati

6. Per voi un bel ricordo è:
a) Qualcosa che appartiene alla vostra vita passata
b) Qualcosa che avete avuto la fortuna di avere
c) Qualcosa che vi dà la carica

7. Vorreste:
a) Avere qualcosa che non vi appartiene
b) Avere qualcosa che potreste ottenere
c) Avere qualcosa che non potete più avere

8. Una persona dovrebbe vivere:
a) Secondo l’età che sente di avere
b) Secondo l’età che dimostra
c) Secondo l’età che gli viene attribuita

9. Volete sapere che ore sono per:
a) Essere sempre puntuale
b) Sapere cosa potete fare ancora
c) Conoscere l’ora

10. Quali tra queste frasi celebri preferite?
a) “L’arte di trascorrere il tempo è l’arte di non inseguirlo” (Longanesi)
b) “C’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo” (Baudelaire)
c) “È il più saggio di tutti i consiglieri: il Tempo” (Pericle)

Risultato
Controllate i punti di ogni risposta e sommateli. Poi leggete il vostro profilo.
Domanda                risposta A             risposta B            risposta C
n. 1                                6                                2                           4
n. 2                                2                               4                           6
n. 3                                6                               2                           4
n. 4                                2                               6                           4
n. 5                                4                               2                           6
n. 6                                6                               4                           2
n. 7                                2                               6                           4
n. 8                                6                               4                           2
n. 9                                2                               6                           4
n. 10                              4                               6                           2

Da 20 a 32 punti: vivete nel passato. Non sapete archiviare i ricordi e siete fermamente convinti che solo la puntuale, sistematica revisione delle vostre esperienze passate vi consenta di affrontare il presente. Camminare guardando indietro può essere anche pericoloso. Rischiate di non vedere né calibrare gli ostacoli che incontrate ogni giorno. Come chiunque avete fatto degli errori nella vostra vita, ma questo affannoso bisogno di controllare tutto, attraverso la memoria retroattiva, vi toglie serenità e libertà. Perché non provate a guardare davanti a coi con più fiducia e anche con un pizzico di speranza?

Da 33 a 46 punti: vivete nel presente. Credevate che la vostra lentezza fosse un difetto? Siate fieri di voi e della miracolosa intuizione che gli errori non si correggono “dopo” ma strada facendo. Voi sapete prendere la vita come viene, assaporandola attimo per attimo, senza rimpianti per il passato né ansiose aspettative per il futuro. Forse potreste rendere un po' nervoso chi vive perennemente in corsa, ma andare controcorrente ha un vantaggio: rende più forti e molto più consapevoli.

Da 47 a 60 punti: vivete nel futuro. Pronti ad afferrare tutto ciò che la vita vi offre, avete la “memoria corta” e quindi nessun passato da difendere. Ma forse neanche un presente da vivere, siete già proiettati a pensare a quello che farete dopo. Fermatevi, godete della vostra presenza, anche solo parlarvi di persona è un’impresa eroica per chi vi sta intorno. Il vostro tempo, infatti, lo allungate come un elastico, riempiendolo all'inverosimile di impegni e promesse. Il risultato? Fate troppo e siete costantemente distratti e in ritardo. Forse è un modo per fuggire da qualcosa.


Fonte: Dinamica Mentale di Mirella M.P. Grillo