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mercoledì 19 novembre 2014

Ayahuasca per curare la depressione ... Scopriamo la ricerca che viene fatta a Natale sulla bevanda


Quali sarebbero gli effetti di una sostanza considerata divina e che viene utilizzata da centinaia di anni dagli indiani in Amazzonia?

Un’indagine condotta da gennaio di quest'anno presso il Brain Institute UFRN può offrire alcune risposte.

L’indagine è stata dal professor Dráulio de Araújo, il quale, ha indagato quali sono gli effetti della ayahuasca nel cervello, oltre ai suoi potenziali benefici terapeutici.

Per chi non lo sapesse, l’Ayahuasca è una bevanda prodotta dalle piante che si trovano in Amazzonia. Di solito è utilizzata nei rituali sciamanici e ha come principale componente chimico dimetiltriptamina (DMT), che provoca allucinazioni.
C'è la convinzione mistica che la DMT sarebbe una sorta di molecola dello spirito. Esiste un interessante documentario, disponibile su Netflix, su questa potenza mistica della sostanza, che raccoglie le testimonianze di ricercatori, sciamani e utenti di tutto il mondo.
Secondo il professore, i test sono in corso all'UFRN e nell'Ospedale Universitario Onofre Lopes. Ci sono 80 volontari che fanno uso controllato di Ayahuasca, mentre i suoi effetti sono misurati da ricreatori.

È ancora troppo presto e non ci sono dati preliminari sul risultato della ricerca.
Ma si presuppone vi sia un grande potenziale per il trattamento della depressione e le malattie come il morbo di Parkinson, con più efficienza e senza effetti collaterali.
Il professor Araújo Dráulio è post dottorando di neuroimaging funzionale presso l'Università di San Paolo e professore di ruolo del Brain Institute UFRN. Per il progetto, è stato coordinato un team di 22 persone.

Araújo ha dichiarato che non ci sono dati sugli effetti negativi dell'uso di Ayahuasca nella maggior parte delle persone. Tuttavia, vi sono gruppi a rischio.
"La sostanza è estremamente sicura. Molto prima che la scienza iniziò ad interessarsi alla sostanza, e per certificarne la sicurezza, diversi gruppi avevano fatto uso regolare di Ayahuasca. Se avesse provocato dei gravi effetti negativi, lo avremmo sicuramente già notato, dal momento in cui la sostanza è stata utilizzata da un buon numero dei partecipanti in diversi riti.
Come qualsiasi sostanza che agisce sul sistema nervoso centrale, naturalmente ci sono gruppi a rischio. Nel caso dell’Ayahuasca, gli individui che tendono a episodi psicotici, per esempio, sembrano fare parte di questi gruppi. Inoltre, si segnala che molti degli effetti "difficili" sono reazioni somatiche, soprattutto nausea e infine dissenteria. È importante notare che l’Ayahuasca non ha effetti additivi (dipendenza), come nel caso di alcol e tabacco, per esempio".

Lo studio durerà due anni. Se gli effetti benefici saranno provati, è possibile che la bevanda diventi un potente rimedio e potrà essere acquistata, in futuro, in farmacia.

Neuroscienze
Natale è diventato un punto di riferimento in una produzione scientifica nel campo delle neuroscienze. La storia è iniziata con il ricercatore Miguel Nicolelis, quando ha proposto il suo Istituto Internazionale di Neuroscienze per Natale di qualche anno fa.

Oggi la città ospita due centri di ricerca all'avanguardia nel settore: oltre al Nicolelis, l'Istituto del Cervello, legati alla UFRN, dove uno dei  ricercatori è il neuroscienziato Siddhartha Ribeiro.

Ribeiro è conosciuto per il lavoro che fa con sogni lucidi e il loro potenziale di apprendimento. E 'parte di un gruppo di scienziati che sono a favore della legalizzazione della marijuana.

È stato premiato per i viaggi Transformadores.

Le lezioni e i testi di Siddhartha sono molto stimolanti e li consiglio a tutti.


Fonte: http://www.apartamento702.com.br/ayahuasca-para-tratar-depressao-conheca-pesquisa-esta-sendo-feita-em-natal-sobre-planta/

mercoledì 4 dicembre 2013

La Cabala

La parola Qabalah trae origine da: QBL (Qabalah) ⟶    קבל = RICEVERE לקבל

Mito: sono insegnamenti impartiti dal Demiurgo ad un gruppo di Intelligenze spirituali di rango elevato, che dopo la Caduta, comunicarono i precetti divini agli uomini, ossia a loro stesse incarnatesi.
La si conosce anche come Sapienza occulta.

Ginsburg, riferendosi all'Alfabeto Ebraico, afferma che, "giacché‚ le lettere non posseggono un valore assoluto, non si possono usare come pure forme, ma servono come mediatrici fra essenza e forme e, come parole, assumono carattere di forma nei confronti dell'essenza reale, e di essenza nei confronti del pensiero allo stato embrionale e ancora inespresso, ad esse si annette un grande valore, e con esse alle combinazioni e analogie di cui sono suscettibili".

Sepher Yetzirah:"Ventidue lettere fondamentali. Egli le estrasse, le sbozzò, le soppesò, le alternò e diede forma per mezzo loro all'intera creazione, e a tutto quello che dovesse in seguito generarsi”.
Ventidue lettere o classi di idee sono le forme archetipiche e le essenze che precedono alla creazione dell’Universo manifesto in tutta la sua varietà.

L’ALBERO DELLA VITA CONSISTE IN 32 VIE DI SAGGEZZA:
  • 10 Sephiroth sono i Rami o Sentieri principali
  • 22 lettere i Sentieri minori che collegano l’uno all’altro i Sephiroth, armonizzando ed equilibrando i concetti associati ai vari numeri. 
I due principali metodi della Kabbalah tradizionale ed esoterica sono la Meditazione e la Kabbalah Pratica o Magia.

Per Meditazione si intende quel sistema rigoroso di disciplina mentale e di sé, che ha come fine primario il controllo completo e assoluto del principio pensante, Ruach, e come obiettivo ultimo quello di ottenere la facoltà di arrestare a volontà il flusso del pensiero, sì da consentire nel silenzio così prodotto il manifestarsi di quanto sta dietro (per così dire) o sopra, o oltre la mente.
Il primo essenziale compito è apprendere a sedare il continuo fermento della mente.
Quando ha questo potere al suo comando, il discepolo è istruito a esaltare la propria mente come le tecniche o i metodi del caso, provvisti dalla Magia, fino a travalicare le usuali barriere e limitazioni proprie della sua natura, e ascendere, in un’estasi che è come una colonna tremenda e investigabile di fuoco, alla Coscienza Universale, cui si congiunge.
Una volta divenuta una Con L’esistenza trascendente, partecipa intuitivamente della conoscenza universale, che si ritiene essere una fonte ben più attendibile d’informazione che non l’introspezione razionale dell’intelletto o l’indagine sperimentale scientifica.
I Cabalisti affermano che la Ragione è un’arma inadeguata nella ricerca della realtà, giacché la sua natura è essenzialmente contraddittoria.

“La ragione è dunque menzogna: è in gioco un fattore infinito e che permane ignoto; e poco fidato è lo strumento verbale”.

L’Universo non può trovare una spiegazione razionale, giacché la sua natura è ovviamente irrazionale.

Bergson: “Il nostro pensiero, nella sua forma puramente logica, è inetto a presentare la reale natura della vita”, e la facoltà dell’intelletto è caratterizzata da una “naturale inabilità a comprendere la vita”.

Dobbiamo ricorrere a mezzi diversi e superiori al raziocinio, come l’Intuizione o Neschamah.

What Dare I Think di Julian Huxley: “Non c'è ragione perché‚ l'universo sia perfetto; e non esiste del resto nessuna ragione perché‚ debba essere razionale”.

Charles S. Jones (Frater Achad), scrive nel suo QBL: “è di primaria importanza che ogni dettaglio dello Schema sia MEMORIZZATO. Poiché l’Albero porta frutto solo quando le sue radici affondano anzitutto nelle nostre menti … la nostra mente e noi saremo capaci di andare mentalmente di Ramo in Ramo, di Corrispondenza in Corrispondenza, visualizzando il nostro procedere e facendone così un Albero Vivente, allora e non prima vedremo la Luce della Verità balneare su di noi e riusciremo a germinare, elevandoci sopra la terra, restando le nostre radici sempre saldamente affondate nel nostro elemento naturale”.

Ma è lo Zohar stesso a parlare di un'influenza spirituale divina, che chiama Mezla, e che discende da Kether a Malkuth lungo i Sentieri, tutto vivificando e sostenendo al suo passaggio. Se metteremo a dimora in noi questo albero vivente, aprendo la nostra coscienza alla penetrazione delle sue radici, circondandolo di cure con quotidiana devozione, sollecitudine e perseveranza, ecco che in modo quasi impercettibile vedremo sgorgare spontaneamente dal profondo di noi stessi una nuova conoscenza spirituale. L'universo inizierà ad apparirci come un Tutto sintetico e omogeneo e lo studioso vedrà unificarsi la totalità delle sue nozioni e conoscenze, scoprendosi capace di tramutare, anche sul piano intellettuale, il Molteplice nell'Uno.

Eliphas Levi nella sua Histoire de la Magie: "La scienza assoluta geroglifica ebbe per base un alfabeto del quale tutti gli dei furono lettere, tutte le lettere idee, tutte le idee numeri, e tutti i numeri segni perfetti. Questo alfabeto geroglifico, del quale Mosè fece il massimo segreto della sua Cabbala, è il famoso Libro di Thoth".


Il dharma razziale dell’Occidentale è la conquista delle materia densa.
Il dharma dell’Occidentale differisce da quello dell’Orientale, il ritiro dal piano della terra non è la sua linea di progresso. L’Occidentale normale non ha alcun desiderio di evadere dalla vita, la sua passione sta nel conquistarla e nel metterci ordine e armonia. Soltanto i tipi patologici desiderano essere liberi dalla ruota delle nascite e delle morti.
L’occidentale vuole portare la Divinità nell’umanità e far sì che la Legge Divina prevalga sul Regno delle Tenebre. Questo è il motivo-radice per l’acquisizione di poteri occulti sul Sentiero della Mano-destra, e spiega perché gli iniziati non abbandonano tutto per la mistica Unione Divina, ma coltivano una Magia Bianca.
Lo sviluppo mediante la sola meditazione è in Occidente un processo lento, in quanto materia-mente sulla quale essa deve lavorare, e l’atmosfera mentale in cui deve essere fatto il lavoro, sono assai resistenti. L’unica scuola di yoga Occidentale puramente meditativa è quella dei Quaccheri e ritengo che essi convengano che il loro sentiero è solo per pochi.
L’Albero della Vita è un compendio di scienza, psicologia, filosofia e teologia.
Il simbolo è un mezzo per guidare il pensiero nell’Invisibile e nell’Incomprensibile.
Le cose che esso rivela sono impensabili, e tuttavia la mente, passando da simbolo a simbolo, riesce a pensarle; e anche se dobbiamo accontentarci di guardare oscuramente in un specchio, tuttavia abbiamo ogni motivo di sperare che alla fine vedremo faccia a faccia e che conosceremo proprio come siamo conosciuti; perché la mente umana cresce con l’esercizio. Riflettendo su una cosa, costruiamo concetti di essa.
Il simbolo precede la spiegazione; questo è il motivo per cui affermiamo che la Cabala è un sistema in crescita non un monumento storico. Può essere tratto oggi dai simboli Cabalistici più di quanto poteva essere fatto all’epoca del vecchio ordinamento in quanto il nostro contenuto mentale è più ricco di idee.
Ciascun simbolo, lascia adito all’interpretazione si piani differenti, e tramite le sue associazioni astrologiche può essere riferito agli Dei di qualsiasi Pantheon, aprendo così vasti nuovi campi di implicazione nei quali la mente indugia interminabilmente, poiché un simbolo porta all’altro in una interrotta catena di associazioni; ogni simbolo conferma un simbolo poiché i fili variamente diramantisi si riuniscono assieme ancora una volta in un glifo sintetico, e ciascun simbolo è capace di interpretazione nei termini di qualsiasi piano su cui la mente stia funzionando.

L’universo è in realtà una forma-pensiero proiettata dalla mente di Dio. L’Albero cabalistico potrebbe essere paragonato a un’immagine-sogno sorgente dal subconscio di Dio e drammatizzante il contenuto subconscio della divinità.

Ciascun simbolo sull’Albero rappresenta una forza o fattore cosmico. Quando la mente si concentra su esso, entra in contatto con quella forza; in altre parole, un canale superficiale, un canale nella consapevolezza, è stato creato tra la mente consocia dell’individuo e un particolare fattore nella mente-mondo, e attraverso questo canale le acque dell’Oceano si riversano nella laguna. L’aspirante che usa l’Albero come suo simbolo-meditazione stabilisce punto per punti l’unione tra la sua anima e l’anima-mondo. Ciò risulta in un tremendo accesso di energia per l’anima individuale; è ciò che le fornisce i suoi poteri magici.
Ma esattamente come l’universo deve essere governato da Dio, così la multilaterale anima dell’uomo deve essere governata dal suo dico: lo spirito dell’uomo. L’Io Superiore deve dominare il suo universo altrimenti ci sarebbe forza squilibrata; ciascun fattore governerà il proprio aspetto ed essi combatteranno tra loro. Allora avremo la legge dei Re di Edom, i cui regni erano forza squilibrata.

I Cabalisti hanno situato sui Sentieri dell’Albero i Segni dello Zodiaco, i Pianeti e gli Elementi. Ora esistono dodici Segni, sette Pianeti e quattro Elementi, che in tutto fanno 23 simboli. Come possono questi essere adattai a Ventidue Sentieri? La soluzione è semplice. Sul piano fisico, noi stessi ci troviamo nell’Elemento della Terra, di conseguenza quel simbolo non appare sul Sentiero che porta all’Invisibile. Se lo togliamo, rimaniamo con ventidue simboli che si adattano perfettamente e, piazzati correttamente, corrispondono esattamente ai trionfi dei Tarocchi, ciascuno dei quali chiarisce l’altro in maniera notevole e fornisce le chiavi dell’astrologia esoterica e della divinazione con i Tarocchi.

L’Albero della Vita, l’Astrologia e i Tarocchi non sono tre sistemi mistici, ma tre aspetti di uno stesso e unico sistema e ciascuno non è intellegibile senza gli altri.

L’Essenza di ciascun Sentiero va trovata nel fatto che essa collega due Sephiroth e noi possiamo comprendere il suo significato soltanto tenendo conto della natura delle Sfere collegate sull’Albero.
Un Sephirah però non può essere compreso su un singolo piano; esso ha una quadruplice natura.
I Cabalisti esprimono ciò dicendo che esistono quattro mondi:
  • Atziluth, il Mondo Archetipale, o Mondo delle Emanazioni; il Mondo Divino
  • Briah, il Mondo della Creazione, chiamato anche Khorisa, il Mondo dei Troni
  • Yetzirah, il Mondo della Formazione e degli Angeli
  •  Assiah, il Mondo dell’Azione, il Mondo della Materia
I Dieci Santi Sephirath sono ritenuti avere ciascuno il proprio punto di contatto con caiscuno dei quattro Mondo.
  • In Atziluth (Mondo Archetipale - Kether.) essi si manifestano tramite i Dieci Santi Nomi di Dio (il Grande Non Manifesto, prefigurato tramite i Tre Veli Negativi dell’Esistenza che pendono dietro la Corona, dichiara se stesso nella manifestazione come Dieci differenti aspetti che sono rappresentati dai diversi nomi per indicare la Divinità nelle Scritture Ebraiche). RE. Seme BASTONI – FUOCO.
  • In Briah (Mondo Creativo - Chokmah e Binah) le Emanazioni Divine sono ritenute manifestarsi tramite i Dieci Potenti Arcangeli (importanti per la magia rituale). REGINA. Seme COPPE – ACQUA.
  • In Yetzirah (Mondo Formativo - Chesed, Geburah, Tiphareth, Netzach, Hod, Yesod) le Emanazioni Divine si manifestano, non tramite un singolo Essere, ma per mezzo di diversi tipi di esseri che sono chiamati le Schiere Angeliche o Cori. IMPERATORE. Seme SPADE – ARIA.
  • In Assiah (Mondo Materiale – Malkuth) non è solo il Mondo DELLA Materia, se osservato da un punto di vista Sephirotico, ma l’Astrale Inferiore e i Piani eterici, che insieme formano lo sfondo della materia. Sul piano fisico le Emanazioni Divine si manifestano tramite quelli che non impropriamente possono essere chiamati i Dieci Chakra Mondani (il Primum Mobile o i Primi Vortici, la Sfera dello Zodiaco, i Sette Pianeti, e gli Elementi presi assieme: dieci in tutto). IMPERATRICE. Seme DENARI – TERRA. 

I Cabalisti non cercano di spiegare alla mente ciò che la mente non è preparata a trattare; essi forniscono una serie di simboli su cui meditare e questi la mettono nelle condizioni di costruire le scalinate della realizzazione, gradino dopo gradino, e di salire dove non può volare.
La Causa Prima non è un’origine senza origini, ma una Prima Apparizione del Piano di Manifestazione.
Il Cabalista prendo come suo punto di partenza Kether, la Corona, il primo Sephirah che egli simbolizza mediante la figura di Uno, Unità, e mediante il punto entro il Circolo. Da questo egli rintraccia all’indietro i tre Veli dell’esistenza Negativa. Questa è una faccenda completamente diversa dal partire dall’Assoluto e cercare di lavorare in avanti nell’evoluzione. Può darsi che non dia una conoscenza immediatamente accurata e completa dell’origine delle cose, ma consente alla mente di fare un primo passo; e se non siamo capaci di fare un primo passo non abbiamo la speranza di arrivare alla fine.
L’Albero è un metodo di usare la mente, non un sistema di conoscenza.
È un glifo, un simbolo composito, che mira a rappresentare il cosmo nella sua interezza e l’anima dell’uomo in correlazione con esso.

I Cabalisti riconoscono quattro piani di manifestazione e tre piani di non manifestazione, o di Esistenza Negativa. Il primo di questi è AIN, Negatività; il secondo AIN SOPH, l’Indefinito; il terzo AIN SOPH AUR, la Luce Infinita.
È da questo che Kether si concentra. Questi tre termini sono chiamati i tre Veli di Esistenza Negativa dipendendo all’indietro da Kether; in altre parole essi sono i termini algebrici che ci consentono di pensare a ciò che trascende il pensiero e che la tempo stesso nasconde ciò che essi rappresentano; essi sono le maschere di realtà trascendenti.
I Veli mentre nascondo ciò che rappresentano, ci permettono di vedere chiaramente ciò a cui essi servono da sfondo. Suggeriscono alla nostra mente determinate idee.
La Negatività implica Essere o Esistenza di una natura che non possiamo comprendere (una forma di essere di cui non abbiamo mai avuta alcuna esperienza consocia).

Nella letteratura della scienza esoterica sono disseminate idee-semi quali “Dio è pressione” e “Kether è il Malkuth dell’Esistenza Negativa”. Queste immagini, il cui contenuto non appartiene affatto alla nostra sfera, sono come i germi maschili del pensiero che fecondano le uova della percezione concreta.

I Sephiroth sono oggettivi, i Sentieri sono soggettivi. Ogni Sephirot è uno stato o condizione di esistenza.

La Cabala non concepisce Dio come architetto della creazione stadio dopo stadio, ma pensa le differenti fasi della manifestazione come evolventesi una dall’altra, come se ciascun Sephirah fosse una vasca che, una volta riempita, straripa in una vasca inferiore.

Potremmo dire che Kether è la prima attività della manifestazione, il moto; esso è una condizione di puro divenire, i Primi Vortici, l’inizio dei Moti Vorticosi (Cabalisti), Primum Mobile (Alchimisti).
Chokmah, il secondo Sephirath, è chiamato la Sfera dello Zodiaco. 
Binah è il Grande Mare, la Sfera di Saturno.
La Creazione si è mossa in avanti. Dall’Uovo primordiale si è sviluppato il Serpente che si tiene la cosa in bocca.

Kether si differenzia in una attiva potenza maschile, Chokmah; Binah in una passiva potenza femminile.
Essi stanno in cima alle due colonne laterali:
  • quella di destra sotto Chokmah è chiamata Grazia; FORZA (Mano Destra) - Pingala
  • quella di sinistra sotto Binah è chiamata Severità; FORMA (Mano Sinistra) - Ida
  • quella di centro sotto Kether è chiamata Mitezza o colonna dell’Equilibrio - Sushumna 
Quando si osserva che Yod è identico al Lingam Indù, e che Kether, Daath, e il Sentiero Splendido, Tiphareth, si trovano su una linea nel Pilastro Mediano che equivale alla spina dorsale nell’uomo, e che Kundalini è attorcigliata su Yesod, anche ‘esso sul Pilastro mediano, ci accorgeremo che abbiamo una chiave importante per coloro che sono addestrati ad usarla.

In Daath c’è il segreto della rigenerazione, la chiave della manifestazione di tutte le cose tramite la differenziazione nelle coppie di Opposti e la Loro riunione in un Terzo.

Tiphareth, è la sfera più elevata su cui può salire la normale consapevolezza umana.

Nel Triangolo Superno il Sephirah primario emana un paio di opposti che esprimono i due aspetti della sua natura: mascolina e femminino (rappresentazione delle forze creative).
Nel Secondo Triangolo (forze governative) le coppie di opposti trovano il loro equilibrio nel Terzo situato nel Pilastro Mediano.
Da ciò deduciamo che il primo Triangolo deriva il suo significato da ciò che sta dietro ad esso, e il Secondo da ciò in cui esso emana.
Il Secondo Triangolo potrebbe essere chiamato Etico, il terzo potrebbe essere chiamato Triangolo Magico.

Prima Trinità = Mondo Intellettuale
Seconda Trinità = Mondo Morale
Terza Trinità = Mondo Materiale – Magico o Astrale

Rimane Malkuth, il regno della terra, esso differisce dagli altri perché non fa parte di nessun triangolo equilatero. Ma è un ricettacolo delle influenze di tutti gli altri. È un Sephiroh caduto, perché è stato tagliato fuori dal resto dell’Albero dalla caduta.
La Sfera di Malkuth fa capo agli Inferi dei Sephiroth Avversi, i Qliphoth, o demoni malvagi. È il Firmamento in cui Elohim ha separato le acque superne di Binah dalla acque infernali di Leviathan.
I Qliphoth (singolare Qliphah, una donna impudica, meretrice) sono i Sephirah Cattivi o Avversi, ciascuno di forza squilibrata dalla sua sfera corrispondente sull’Albero santo; queste emanazioni hanno avuto luogo durante i periodi critici dell’evoluzione allorché i Sephiroth non stavano in equilibrio. Per questa ragione viene fatto riferimento a essi come ai Re della Forza squilibrata, ai Re di Edom, “che governavano prima che ci fosse un re in Israele”.


AIN = il nulla o Parabrahman, la CAUSA INCAUSATA di ogni manifestazione.
Ain non può essere compreso ne tramite l’intelletto, ne descritto in parole, poiché non esiste lettera o parola capaci di coglierlo ed esprimerlo. È lo ZERO, la FONTE, il serpente Anata, che racchiude tra le sue spire l’universo e che è raffigurato nell’atto di inghiottire la propria coda, metafora della natura riassorbentesi dell’infinito.

Per acquistare coscienza di sé o rendere sé comprensibile a se stesso Ain diviene Ain Soph (l’Infinito) e ulteriormente AIN SOPH AOUR, Luce Assoluta e illuminata (la Daivaprakriti del vedanta brahamnico, l’Adi-Buddha o l’Amitabha dei buddhisti), che per auto contrazione si concentra in un unico punto centrale e privo di dimensioni: KETHER.

I primi tre Sephiroth trascendono ogni forma possibile di concezione intellettuale e si possono realizzare soltanto applicando semplicissime tecniche meditative e della Kabala pratica.
Essi sono separati da quanto esiste ai livelli inferiori da un profondo Abisso.

Tale abisso trovando spazio in un luogo di DA’AT può essere definito il suo corrispettivo manifesto. È conoscenza e apprendimento.
DA’AT è la genesi, il terzo cervello (Binah/logica e Chokmah/intuizione sono i due emisferi); corrisponde al cervelletto e al midollo spinale. Il punto in cui la spina dorsale si unisce al cranio. Un Abisso che rappresenta la dissoluzione di ogni forma dell’umano pensiero, che deve fondersi con il suo opposto: morendo nella forma, per rinascere su di un piano non determinabile.
Daath è prodotto dal congiungimento di Chokmah e Binah.
Il Padre Superno Abba, sposa la Madre Superna Ama, e Daath ne è il prodotto.
Tramite Daath o Conoscenza, Saggezza è combinata con Comprensione, e il Sentiero Splendido (Tiphareth, Sesto Sephirah) con la sua sposa Regina (Malkuth, Decimo Sephirah).
Daath è esso stesso il Sentiero Splendido ma anche quello interiore e resta occultato dentro la madre ed è il mezzo del suo congiungimento.

I Sephiroth superiori sono ideali, gli inferiori sono attuali e l’Abisso rappresenta metaforicamente il salto metafisico che intercorre fra i due ordini di realtà.
In un certo senso fra i Sephiroth superiori e quelli inferiori, che pure ne sono la riflessione non esiste nessuna connessione o rapporto, proprio come lo Spazio è in sé indipendente e inalterabile dall’esistenza o meno di alcunché di manifesto nella sua vacuità.

Ain Soph, di per se inerte alla creazione diretta del mondo (il decimo Sephirah) vi riusciì soltanto per il tramite di Kether, che a sua volta generò per successiva evoluzione gli altri Sephiroth o potenze, fino a culminare in Malkut e nell’universo esterno, opinione condivisa e riaffermata dello Zohar.

Sorge però una difficoltà, giacché è ovviamente impossibile per un concetto tanto astratto come lo Zero compiere alcunché. La Blavasky nella Dottrina Segreta afferma che l’Assoluto (Ain) se incomprensibile in sé presenta tuttavia una ricca gamma di aspetti che ci consentono di lanciare su di esso almeno uno sguardo: Spazio Infinito, Durata Eterna e Moto Assoluto. L’ultimo aspetto è pittorescamente adombrato nella metafora mitica Indù del Grande respiro di Brahma che crea e distrugge i mondi con incessante ritmo ciclico. Con l’ispirazione l’universo è richiamato alla fonte e cessa di esistere, ma all’atto dell’espirazione la manifestazione ha inizio con la comparsa di un laya o centro neutrale, equivalente al Kether cabalistico. Questa legge ciclica di manifestazione cosmica, non può che essere la volontà dell’Assoluto di manifestarsi, nel qual caso è impossibile non ricordare in tutta esattezza nel vecchio postulato dell’Assoluto che emana il paya o Kether, dal quale tutto inizia ad evolversi.

Dice lo Zohar: “Le acque del mare sono illimitate e informi, quantunque esse producano una forma al loro riversarsi sulla terra … La fonte delle acque del mare e la forza emessa e che le fa inondare la Terra sono due cose distinte. Ed ecco che le acque formano un’immensa cavità quasi uno sterro profondissimo di mano dell’uomo, ed emanando dalla fonte la colmano; si ha così il mare che potremo dire una terza cosa. Da questo enorme bacino le acque si diramano poi in sette canali, simili ad altrettanti lunghi condotti che le convogliano. La fonte, la corrente, il mare e i sette canali danno sommati, il numero DIECI.
La sorgente o Causa Prima dell’esistenza è Kether.
La corrente che ne è emessa, l’Intelligenza Mercuriale Originaria è Chokmah.
Il mare, la Grande Madre è Binah.
I sette canali rappresentano i sette Sephiroth inferiori.
Il numero DIECI è onnicomprensivo. Fuori di esso non esiste altro numero, poiché quanto è oltre il Dieci fa ritorno all’unità”. 


Fonti:  

Il giardino dei Melograni - Israel Regardie


http://www.macrolibrarsi.it/libri/__kabbalah-dalla-kabbalah-alla- magia-il-giardino-dei-melograni-libro.php?=2028







La cabala Mistica - Dion Fortune 


http://www.macrolibrarsi.it/libri/__la-cabala-mistica.php?=2028


domenica 8 settembre 2013

Malattia linguaggio dell’anima – Rüdiger Dahlke

Possiamo dire che il corpo, come espressione del mondo materiale, è caratterizzato dalla frequenza vibratoria più bassa, il piano dell’anima da una frequenza media e quello spirituale dalla più alta. Per elevare al piano dell’anima un aspetto che si è stabilizzato al livello più basso di vibrazione come sintomo fisico, deve quindi essere immessa energia. Una quantità ancora maggiore di energia sarà poi necessaria per raggiungere il piano spirituale. 
Nel processo inverso dell’insorgere della malattia, questa energia è stata trattenuta. Quando veniamo confrontati con qualcosa con cui non vogliamo avere a che fare, tratteniamo energia consapevole e lasciamo cadere questo “qualcosa” nella psiche e quindi nel corpo. 
Ciò che rifiutiamo a livello di coscienza e crediamo di poter rimuovere, ignorandolo, approda in realtà, per usare una terminologia di Jung, nell’ombra. 
L’ombra quindi è costituita da tutto ciò di cui non vogliamo prendere atto e che non vogliamo accettare, ma che preferiamo ignorare. È perciò diametralmente opposta all’Io, che invece è formato da tutto ciò che accettiamo con piacere e con cui ci identifichiamo. 
Ma poiché l’ombra è una parte necessaria della nostra totalità, possiamo divenire sani, cioè interi, completi, solo integrandola. Un uomo completo, infatti, è costituito da Io e ombra. Insieme danno vita al Sé, cioè all’essere umano integrato.
L’accettazione e l’elaborazione degli elementi d’ombra che si sono incarnati nei sintomi è di conseguenza la via che conduce alla scoperta di se stessi. 
Le malattie sono manifestazioni dell’ombra che, affiorando dalle profondità dell’anima alla superficie del mondo fisico, diventano facilmente accessibili e rappresentano quindi una guida eccellente. 

Per trasferire i sintomi da un piano di bassa frequenza vibratoria ad uno ad alta frequenza, è necessario disporre di energia prodotta dal paziente stesso. 

Il polmone è l’organo che presiede allo scambio di gas: col suo aiuto inoltre riusciamo a comunicare, poiché il linguaggio si articola grazie all’espirazione. Noi tutti respiriamo la stessa aria e per questo grazie ai nostri polmoni siamo in contatto gli uni con gli altri. All’interno del corpo, questi due organi mettono in comunicazione la parte destra e quella sinistra, proprio come la respirazione collega consocio e inconscio. Nessuna altra funzione organica ha altrettante importanza a questi due livelli. I polmoni quindi ci pongono di fronte al problema vero e proprio, che è quello del contatto con la comunicazione. L’infiammazione, è un conflitto armato, una lotta che si svolge nel tessuto organico. Gli anticorpi combattono contro i virus, ci si arma, si muore, si vince. 
La polmonite incarna quindi un conflitto a livello di comunicazione. 
Occorre chiedersi: perché tutto questo avviene, proprio a me? Perché proprio ora? Che cosa mi impedisce? A che cosa mi spinge? 

L’omeopatia non combatte un sintomo con il suo opposto, ma si allea con esso e con alternative analoghe lo sostiene nel tentativo di introdurre nella vita del malato un principio mancante. 
Che la medicina in origine si basasse su questo concetto, è dimostrato dal suo emblema: il serpente attorcigliato al bastone di Esculapio. Esso è il simbolo del mondo polare degli opposti e per procedere si attorciglia attraverso i due poli della realtà. 
Esso possiede il veleno che può sia uccidere, che guarire. 
Come nell’antichità, quando i serpenti venivano deposti nel tempio di Esculapio, anche ai nostri tempi il compito specifico ed esclusivo del medico è ricavare dal veleno della polarità un dono che aiuti il paziente a crescere e guarire.
Paracelso sottolinea come, in ultima analisi, tutto ciò che è presente su questa terra è un veleno. La quantità di veleno contenuta in ciascun elemento ne determina la tossicità. 
La medicina omeopatica procede su questa strada fin dalle sue origini e queste sono le basi del suo pensiero, delle sue terapie e addirittura della realizzazione dei suoi medicinali. 
Da veleni come quello della vipera o dell’arsenico, l’omeopatia ricava farmaci attraverso succussioni o agitazioni, liberandoli gradualmente della loro materialità. 
I medici omeopatici sottolineano che il cosiddetto potenziamento di un farmaco non è una diluizione  bensì una dinamizzazione. In questo modo la sostanza o tintura originaria viene diluita ogni volta in rapporto 1:10 (diluizione decimale, D) o in rapporto 1:100 (diluzione centesimale, C) e a ogni passaggio la sostanza di base viene nuovamente agitata e immessa nel solvente. Con questo metodo le potenze superiori a D 23 non contengono più traccia della sostanza iniziale, ma soltanto l’informazione completa, svincolata dalla sua originaria tossicità. Tale informazione appartiene così al campo spirituale e ha superato il piano materiale a più bassa vibrazione. 
Ogni malattia è espressione di un’idea calata nel corpo, cioè di un modello che nella coscienza è assente. Qui si può intervenire con informazioni analoghe, farmacologiche oppure spirituali. 
Nel primo caso parliamo di omeopatia, mentre nel secondo di presa di coscienza del modello o del significato della malattia. L’informazione è per sua natura a un livello di vibrazione superiore rispetto al problema del corpo. Se si riesce a riportare la problematica a questo livello superiore, il veleno si trasforma in dono. La manifestazione dell’ombra nella sintomatologia determina la sua illuminazione e la malattia si trasforma in cammino di autoconoscenza. 

La chiave per entrare in una concezione del mondo meno causale e più sincronica è il simbolo. 
Questo termine “simbolo” deriva dalla parola greca symbellein che significa mettere insieme, unire. 
Per cogliere l’essenza nella sua totalità, nell’interpretazione della malattia è necessario collegare tutte le singole impressioni in un modello, ossia ogni piccolo simbolo deve essere integrato in un simbolo che li abbracci tutti.

Poiché non esiste alcuna cultura né antica né moderna che abbia dei rituali, possiamo dedurne che essi fanno parte integrante della vita umana. La loro efficacia, in proporzione alla loro diffusione, è stata poco studiata, soltanto nell’ultimo decennio, con la teoria di Sheldrake sui campi morfogenetici, è stato possibile tentare una spiegazione. Shaldrake scoprì ed ebbe conferma sperimentale, che tra i diversi esseri viventi esistono rapporti che sfuggono a qualsiasi spiegazione logica. Postulò allora i campi morfogenetici, che consentono questi collegamenti senza bisogno di materia e di trasmissione di informazioni. Parecchi esperimenti dimostrano che gli essere viventi si trovano inspiegabilmente collegati gli uni agli altri in un campo comune, proprio come accade alle particelle delle fisica atomica (Teorema di Bell). Esse vibrano contemporaneamente al medesimo livello vibratorio e si comportano quasi come se fossero un unico essere; possono essere paragonate ad un grande branco di pesci o ad un campo di grano mosso dal vento. In condizioni di controllo è possibile verificare che manca assolutamente il tempo di entrare in contatto secondo le consuete modalità. 
L’americano Conden riuscì a trovare qualcosa di paragonabile a questo comportamento anche negli esseri umano. Fece filmare persone che conversavano tra loro e dalle immagini proiettate al rallentatore emerse che i suoi interlocutori entravano in comunicazione tra loro nello stesso istante grazie a movimenti quasi impercettibili detti micromovimenti. Questo vibrare all’unisono è riscontrabile presso tutti gli esseri umani fatta eccezione per i bambini autistici. Nel campo della vita organica ci si avvicina a relazioni corrispondenti a quelle inspiegabili della fisica delle particelle elementari. 

Mentre continuiamo a credere che sono le più diverse cause a far muovere il mondo, la fisica moderna dimostra esattamente il contrario: in realtà regna un sincronismo inspiegabile e la causalità è soltanto un errore, anche se plausibile, nel nostro pensiero. 
I fenomeni che si presentano nei campi morfogenetici avvengono sincronicamente e non sono spiegabili da un punto di vista causale. I rituali sono la strada più diretta per creare tali campi e per entrare nella realtà. Se si considerano gli antichi riti di iniziazione e di guarigione, le nostre ipotesi si trasformano in certezza. Noi che non crediamo più nei riti e non siamo in grado di creare campi solidi, non riusciamo neppure a immaginare tali realtà. 

I rituali nella nostra società
Le antiche civiltà che conosciamo avevano senza eccezione un elemento comune: dai simboli creavano dei rituali per le fasi principali di passaggio della vita, ma anche per la vita quotidiana con le sue esigenze. 
Soltanto l’uomo moderno crede di poter fare a meno dei rituali, che considera superstizioni superate. 
Accanto alle poche cerimonie consapevolmente conservate, come battesimo, cresima, matrimonio, sepoltura, ce ne sono moltissime altre, di cui siamo più o meno consapevoli, che vivono proprio grazie al loro carattere rituale (controllare più volte la chiusura di qualcosa, contare i pali dal finestrino del treno …). 
Il nostro sistema giudiziario si basa sul fatto che i componenti della società credano nell’antico rituale dell’amministrazione della giustizia e lo accettino. Per quale altro motivo, se non per servire il rituale della giustizia, un uomo di legge adulto dovrebbe indossare una toga e una parrucca? 

Perché in segno di saluto offriamo la mano destra aperta e non invece il pugno sinistro? I rituali non sono logici, bensì simbolici, sono modelli in azione operanti, senza i quali la vita sociale sarebbe impossibile. 
Il problema, a questo punto, è che i rituali di cui non siamo consapevoli sono meno efficaci di quelli consapevoli e che nelle moderne società industriali predomina una forte tendenza all’inconscio. 
L’importanza dei rituali si sgancia sempre più dalla coscienza e precipita nell’ombra. 

Anche se non conosciamo più le radici, ma continuiamo a seguire le regole che ne derivano, rimaniamo al sicuro, protetti dal modello. Il pericolo consiste solo nel fatto che, insieme ala consapevolezza, si affievolisce anche la carica psichica. Se le regole sono seguite solo meccanicamente, senza consapevolezza, perdono di vigore. Se il loro significato non viene più riconosciuto, risultano prive di senso. Quando smettiamo di interpretarle, perdono necessariamente importanza. 

Mentre le culture arcaiche confidavano sulla forza iniziatica dei riti della pubertà, noi abbiamo tolto ulteriormente vigore ai loro relitti, comunione e cresima. Vissuti senza alcuna consapevolezza, essi degenerano in abitudini che non svolgono più la loro funzione. Credendo di risparmiare ai ragazzi gli orrori della più oscura superstizione, li abbiamo invece derubati di importanti possibilità di maturare. 
Poiché il passaggio non avviene senza riti, i giovani d’oggi devono cercare alternative. Le prime sigarette, fumate quasi ritualmente fra amici, costituiscono un tentativo in questo senso. 
Sapendo bene di non essere ancora adulti, osano anticipare uno dei privilegi del mondo dei grandi proibito a loro. 
Infrangendo questo tabù gli adolescenti sperano inconsciamente di ottenere l’ingresso nel nuovo modello. 
Proprio come nei riti arcaici della pubertà, il gesto è dominato dalla paura. 
Un altro rito compensativo ancora importante è l’esame della patente. Per poter guidare un’automobile, è necessario dimostrare di esserne all’altezza. Superato questo vero e proprio esame di maturità, iniziano sulla strada le prove di coraggio. 
Il problema di tali azioni compensatorie è che, per mancanza di consapevolezza e soprattutto per l’assenza di un aiuto esterno, in questo caso da parte degli adulti, i giovani non trovano sicurezza, diventano dipendenti da questi rituali sostitutivi e diventano accaniti fumatori e guidatori folli, ma non adulti. 

Nei tempi antichi, l’inizio della vita veniva celebrato con un rituale di nascita, mentre la fine dell’esistenza con un rituale di morte. 
Oggi abbiamo per lo più confinato entrambi nelle cliniche e, di conseguenza, in una sorta di nascondiglio, dove si svolgono rituali inconsci. I rituali della medicina possono aiutarci a capire il valore generale della ritualistica nei processi di guarigione e saranno perciò oggetto di un’analisi accurata. 

Rituali della medicina moderna
Nei tempi antichi, l'inizio della vita veniva celebrato con un rituale di nascita, mentre al fine dell'esistenza con un rituale di morte. Oggi abbiamo per lo più confinato nelle cliniche e, di conseguenza, in una sorta di nascondiglio, dove si svolgono rituali inconsci. I rituali della medicina possono aiutarci a capire il valore generale della ritualistica nei processi di guarigione e saranno perciò oggetto di un’analisi accurata.
Osservando attentamente, ci si rende conto che nelle cliniche moderne ha luogo una quantità impressionante di magie che farebbero onore a qualsiasi medico. Quando anticamente i pazienti si mettevano sotto la protezione di un guaritore, si affidavano di fatto all’altro mondo e, rimettendosi a Dio, ovvero alla sciamano suo rappresentante, rinunciavano ad autogestirsi. Anche oggi, a livelli ancor più alti, si verifica qualcosa di simile: il paziente moderno, una volta arrivato alla porta della clinica, rinuncia ad ogni diritto di autodeterminazione. La porta costituisce sempre un punto importante di ogni clinica, poiché sorveglia l’ingresso nell’altro mondo, svolgendo le funzioni che in passato erano proprie della porta del tempio: il mondo al di là della porta fa paura per la sua imperscrutabilità e per tutto ciò che si cela dietro a ogni malattia. I pazienti non di rado si sentono angosciati per ciò che dovranno affrontare e che riescono solo a intuire. Simili sensazioni erano probabilmente vissute anche da chi nell’antichità andava alla ricerca della guarigione in un tempio di Esculapio.
Non appena i pazienti, seguendo una procedura molto severa, vengono registrati, sono subito mandati a letto. Anche quando arrivano in piena salute, la sera prima di una visita o di un’operazione, essendo in ospedale devono necessariamente stare a letto. La testa, centrale di comando del corpo, non deve mantenersi in posizione eretta: deve in linea di principio restare bassa. Con ciò si acquisisce la certezza che i pazienti, almeno fisicamente, sono ai piedi dei medici e che i rapporti non avvengono allo stesso livello. Ora non c’è più molto da discutere e meno ancora da decidere. Nella forma e nel contenuto i malati vengono trasformati in tempi brevissimi in pazienti (=lat. colui che ha pazienza). Che vengano messi a letto come bambini da un’infermiera, dopo essersi spogliati su suo ordine, rientra nel gioco: essi non decidono più niente da soli, che venga loro
detto perfino quando andare a letto e quando alzarsi. Iniziano a scendere la scala che li porta a livelli infantili. nella maggior parte delle cliniche, ci si ritrova in parecchi nella stessa stanza come quando si era piccoli. Ne consegue che è l'infermiera a decidere quando si deve dominare  per il bene dei "cari bambini" naturalmente... luci spente e occhi chiusi! La mattina seguente, dopo aver eseguito l'ordine di lavarsi, viene distribuita la colazione, ovviamente non secondo i gusti dei pazienti. Spetta di nuovo ad altri decidere ciò che è meglio per loro, e se non mangiano tutto, ricevono benevoli rimproveri con relative occhiatacce. Alcune infermiere aggravano ancora di più questa situazione, utilizzando inconsapevolmente una specie di linguaggio per bambini, a fin di bene naturalmente, ma che contribuisce ad assegnare un ruolo sempre più inesorabile.
In ospedale quindi viene celebrato un rituale in grande stile allo scopo di trasformare le persone in pazienti e i pazienti in bambini. Tanti piccoli dettagli favoriscono questo processo: se i pazienti vogliono passeggiare, lo devono fare in pigiama in camicia da notte o in accappatoio, certamente non come farebbero adulti normali. Del resto, tanto sano non possono essere se durante la visita devono rimanere a letto, aspettando pazientemente che i loro semidei pronuncino la loro sentenza. Sono proprio loro, infatti, a decidere ampiamente della sorte dei pazienti, ai quali vengono comunicati soltanto i risultati finali: mentre i medici si consultano, si servono infatti di un linguaggio misterioso difficilmente comprensibile ai più, confrontano curve, grafici e misurazioni, che hanno l'apparenza di impenetrabili arcani.
La visita, cioè il controllo medico al capezzale del malato, si svolge sempre secondo un rigido rituale: in genere viene celebrato un saggio di perfetta gerarchia. Gerarchia significa letteralmente in greco "dominio degli dei". E quindi è una logica conseguenza che il capo, posto in cima a questa gerarchia, domini come il sacerdote del sole e ripartisca i poteri tra coloro che fanno parte del suo seguito. Le libertà, che la fanteria delle infermiere concede, vengono gradualmente escluse: lui dà l'impressione di sapere tutto e non ha bisogno di fornire alcuna motivazione.
Nella mente dei pazienti può affiorare il ricordo di un padre severo, di un autoritario capo di famiglia. Rispetto e stima vengono imposti se non si instaurano spontaneamente. I tentativi di quest'epoca democratica di eliminare le gerarchie incontrano proprio in medicina ostacoli profondamente radicati.
L'intero rituale di regressione, progettato con cura, ha per i pazienti anche lati piacevoli: ad esempio, vengono portati in giro quasi sempre col proprio letto, perfino quando potrebbero camminare. l'importante è che non si affatichino e che non pensino troppo. La pace del corpo, dell'anima e dello spirito viene raccomandata caldamente. Così un'altra conseguenza è che non i pazienti, bensì i dottori, decidano quando i primi possano ricominciare a muoversi con le proprie gambe e tornare a casa.
Se i pazienti non capiscono i segni e non si comportano secondo i dettami dei medici, vengono rimproverati e rimessi al loro posto attraverso sanzioni. "Quello del 17 è un tipo difficile" annotano le infermiere e lo comunicano eventualmente alle alte sfere. Se si tratta di un paziente veramente difficile, il direttore stesso, utilizzando preferibilmente il plurale maiestatis, si rivolge a lui dicendo: "Che problema abbiamo oggi ...?".
Naturalmente la medicina ha inventato molte motivazioni per giustificare tali disposizioni, senza bisogno di ricorrere alla parola rituale. Ma uno sguardo razionale riesce sempre a smascherare i fatti. Si dice che i dottori di diverse nazionalità, per potere comunicare tra loro, dovrebbero parlare latino: in realtà, in vent'anni di studio e di pratica non mi è mai capitato di incontrare un medico che parlasse tale lingua con un collega e che all'occorrenza fosse in grado di farlo. Se fosse tentato di farlo, sarebbe senz'altro preso per pazzo. In ogni caso, c'è sempre abbastanza latino tra i medici: le parole decisive vengono espresse in codice davanti ai pazienti, ai quali, come ai bambini, non si vuole far conoscere tutta la verità.
Lo stesso accade con il bianco "sterile" del personale della clinica, per il quale non fa alcuna eccezione. Motivi igienici per scegliere il bianco, o il giallo, non ne esistono. Perché allora in tutto il mondo è stato scelto il bianco? Forse per il fatto che il Papa veste di bianco, come la maggior parte dei guro? Forse anche i semidei hanno bisogno di abiti rituali per le loro cerimonie segrete, anche se non vogliamo ammetterlo? Oppure il bianco è inseparabile dall'esperienza medica, perché unisce in sé tutti i colori ed è quindi il colore della totalità e della perfezione?
Molti elementi, tra cui la magia relativa all'igiene, fanno pensare a motivazioni più profonde. All'origine il bianco era ostacolato dalla medicina, però nel tempo l'igiene è riuscita ad ottenere un posto fondamentale tra i nuovi riti sostitutivi. Oggi il bianco viene difeso energicamente e talvolta in modo irrazionale, proprio come in origine era combattuto. Queste cariche emotive così forti sono in genere un segnale nascosto dietro a una situazione. In questo caso, le norme igieniche emergono dal profondo insieme delle cerimonie di purificazione. Una purificazione densa di significato è quella che si può osservare nei chirurghi nella fase preparatoria all'operazione. Si lavano le mani per diversi minuti sotto acqua calda corrente, servendosi di un sapone forte e di una spazzola dura. I tempi di questo lavaggio sono prestabiliti e controllati scrupolosamente con orologi di precisione.
Tuttavia al termine di quest’ operazione le mani sono ancora così "sporche" che alla fine vengono nuovamente irrorate a lungo con dell'alcol ad alta gradazione. Infine restano ancora molti dubbi sulla loro reale pulizia e vengono quindi nascoste sotto guanti di gomma sterilizzati. Nei riti magici erano consapevolmente previste delle cerimonie di purificazione per le mani, però non altrettanto minuziose.

Le molte pratiche minori di purificazione che caratterizzano la vita quotidiana di una clinica possono essere considerate riti, poiché in realtà non producono nulla dal punto di vista dell'igiene il medico disinfetta ogni cosa, perfino la parte di cute su cui si fa l'iniezione, quando è stato ormai dimostrato che tale gesto non ha alcun valore igienico. I medici, però, con una buona ragione, non vogliono abbandonare questo rito a cui sono legati. Cercano piuttosto le più strane giustificazioni per preparare la parte da trattare alla maniera degli antichi sciamani; operano prima con gesti privi di reale efficacia ma validi sul piano della magia. L'alcol svolge in questo contesto la stessa funzione dell'acqua santa quando si entra in chiesa. Da questo punto di vista igienico, nessuno dei due purifica ma tuttavia purificano e consacrano in senso più profondo.  I dottori rimangono a buon diritto ancorati al loro rituale, atteso altrettanto giustamente dal paziente, poiché tali cerimonie, tanto in medicina quanto in altri campi, sono realmente necessarie. Talvolta le motivazioni sono veramente strane, per il motivo che difendono gli antichi rituali dagli eventuali riformatori. Scopo e motivazione rimangono quindi intatti.
Anche la normale prassi medica cela una quantità di rituali inconsci. Dopo aver legittimato la loro posizione a personale subalterno attraverso certificati medici e dopo una lunga ed estenuante attesa, i pazienti diventano degni del loro nome. In un'atmosfera di tensione, insieme ad altri malati, bramano il momento decisivo in cui verranno finalmente dimessi. Lo attendono e lo temono proprio come mille anni fa i pazienti aspettavano l'incontro con Esculapio, il dio della guarigione. Ammessi infine ai misteri del medico, questi si rivelano tutt'altro che chiari. Il senso e lo scopo delle apparecchiature utilizzate su di loro restano per i pazienti ancora oscuri. Tuttavia, si sentono rassicurati nel vedere e nel verificare che il loro dottore è pronto ad affrontare qualsiasi evenienza, anche se tali strumentazioni, non sempre sono messe a punto, non servono allo scopo. Naturalmente, il medico ha sempre poco tempo a disposizione: come potrebbe, del resto, essere altrimenti vista l'importanza del suo incarico! Per i malati l'idea di fare attendere anche per un solo minuto lui che in genere fa pazientare per almeno un'ora, è impensabile. Alla fine, per un decisivo e brevissimo istante, il medico rivolge la parola ai "pazienti!": prima essi sarebbero stati definiti verbalmente malati, oggi, invece, lo sono solo in base a una documentazione scritta.
Contemporaneamente viene pronunciato il giudizio finale sulla malattia: vengono fissati scadenze e farmaci ai quali dovrà cedere. Con la prescrizione il medico, forte della sua autorità, stabilisce e decreta una proroga per il paziente e il suo sintomo. Una volta trascorso il periodo stabilito, il paziente è automaticamente guarito. Questa minaccia era stata prima attestata con un certificato di inabilità al lavoro, ora invece con un secondo documento il paziente viene rapidamente dimesso. Ma tale documentazione continua a rimanere oscura per due motivi diversi: Da un lato, l'ortografia è illeggibile, dall'altro le parole e i segni appartengono ad un altro mondo. Ma il farmacista, ugualmente parato di bianco e quindi appartenente alla stessa categoria[1] di iniziati, decifra la ricetta e porge al paziente le salvifiche gocce o compresse. Il modello è antico ed efficace.
I dottori hanno collocato la loro rispettata posizione al centro di queste procedure magiche, in modo che sia immediatamente evidente quanto essa sia importante e decisiva. Anche se in realtà solo Dio può decidere della vita e della morte, una categoria di persone cerca di operare nello stesso modo. Se si osservano tutti i gesti esteriori di uno sciamano, ecco apparire un medico. Anche la divisa, come a entrambi e va al di là del colore. Le differenze gerarchiche sono indicate perfino sui camici: oggi le infermiere possono fare a meno delle loro cuffiette, ma ahimè, bisogna ricordare che un tempo indossavano un mantello dal colletto rigido, il che dava loro la possibilità di arrogarsi uno dei privilegi del medico. I veri sciamani rinuncerebbero con riluttanza ai loro amuleti carichi di forza, mentre, dal canto loro, i dottori portano invece stetoscopi che, all'occasione, passano sul corpo o sul cuore del paziente. Gli sciamani si servono di continuo di una lingua incomprensibile per i non iniziati ed eseguono gesti e rituali il cui significato più profondo è noto solo a loro, ma i nostri medici moderni non sono da meno. La dignità dei guaritori si esprime spesso in atteggiamenti che tengono ben poco conto delle cose del mondo. Possono permettersi di lasciar attendere i pazienti e di curarli in base alla gerarchia, dall'alto in basso. In virtù della loro posizione, non vogliono avere niente a che fare con problemi materiali e lasciano che siano altri a raccogliere le offerte. Anche i dottori di oggi sfruttano al massimo questa possibilità, in primo luogo con i pazienti e le loro mutue, in secondo luogo presso le disponibili case farmaceutiche. E, proprio come tanto tempo fa, hanno dei collaboratori che svolgono al loro posto io compiti meno dignitosi[2]. In conclusione anche i guaritori sono circondanti da segni che esigono rispetto, impressionano i non iniziati, o addirittura, incutono paura. In questo contesto colpisce il rapporto, sviluppatosi nel corso della storia, tra i dottori e il serpente compagno di Esculapio che si attorciglia pericolosamente attorno al bastone che porta il suo stesso nome. Esculapio, il primo medico, aveva potere sul serpente e il suo regno, la polarità. Il vero guaritore è in grado di rendere visibile la propria irradiazione, creando una sorta di aureola attorno al capo. I medici moderni non hanno gli stessi poteri e cercano di compensare in qualche modo questa carenza. Colpisce, però, il fatto che il loro prototipo sia oggi rappresentato dallo spettrografo dell'otorinolaringoiatra che, quanto meno, tenta di imitare la corona di luce e, posto sulla fronte, richiama alla memoria ancora un altro simbolo del sole: lo specchio che, grazie ai suoi raggi luminosi, attira su di sé l'attenzione dei non iniziati.

Leggendo la nostra ironica descrizione si può avere l'impressione che ci si trovi di fronte a relitti bisognosi di restauro del potere dei medici o della loro megalomania. Questa valutazione tiene conto, però, solo di una delle facce della medaglia. Osservando con attenzione anche l'altra, si scopre il modello centrale ed efficace, oggi come ieri  di una medicina che non sa neppure perché funzioni.
La malattia è sempre una regressione e porta automaticamente l'uomo ad assumere l'atteggiamento di chi è stato consegnato alla giustizia o di chi si trova in una condizione di assoluta impotenza. La posizione orizzontale fa capire una cosa: non è la vita che giace ai nostri piedi, ma siamo noi che giaciamo ai piedi della vita. Questo rende ogni forma di malattia dignitosa e onesta. L'atteggiamento di umiltà, unito alla necessità di raccoglimento e all'obbligo di obbedire alle parole "Sia fatta la Tua volontà", ha effetti salutari. La malattia permette, allora di prendersi una vacanza dall'estenuante comportamento umano e, soprattutto, dal "sia fatta la mia volontà". Più consapevolmente si accetta questa condizione e si trova l'umiltà necessaria ad affrontarla, più efficace risulterà il rito di guarigione.
Da questo punto di vista i tentativi di dare al paziente uguaglianza di diritti, pur pensati in buona fede, risultano sempre controproduttivi  rispetto al vero e proprio modello di guarigione descritto. Ciò è particolarmente evidente nei reparti ospedalieri privati, dove il trattamento di prima classe non determina affatto guarigioni migliori: non si tratta, perciò di immettere il paziente nella situazione determinata dalla sua malattia o di far valere i suoi diritti: quello di cui ha bisogno è l'acquisizione della consapevolezza della propria situazione di impotenza. Anche gli inconsapevoli riti moderni, che hanno luogo negli ospedali, possono soddisfare tale esigenza.
Veramente pericolosi per le opportunità di guarigione non sono l'organizzazione gerarchica della clinica o i rituali che vi vengono celebrati, bensì le onnipotenti fantasie dei medici ciechi alla realtà, che si illudono di avere potere su tutto.
In realtà proprio questi dottori, nonostante il contributo che hanno dato alla costruzione della torre della scienza medica, non hanno mai incontrato il vertice gerarchico, l'elemento sacrale. Anche se oggi costruiscono con l'avorio, condividono il destino dei loro laboriosi progenitori quando eressero la torre di Babele.
L'effetto placebo, considerato con sospetto dai medici che pensano in modo soltanto scientifico, e, più che mai, la "droga-medico" sono parti essenziali del rituale moderno della medicina[3].
Tanto più i pazienti sono messi nella condizione di riconoscere, almeno simbolicamente, la sovranità incontrastata del sacro all'interno della gerarchia, tanto più grandi diventano le loro possibilità di guarigione. il dottore è, in questo caso, colui sul quale è proiettata la nostalgia di una guida che si accompagni e ci aiuti a raggiungere un luogo più alto, se possibile altissimo. Una medicina, che lascia fuori Dio, cioè il principio dell'unità, avrà sempre bisogno di divinità sostitutive, oppure la guarigione le sfuggirà sempre dalle mani. Il semidio vestito di bianco è solo una caricatura, ma è sicuramente meglio di nessun Dio. Neppure la medicina scientifica, che cerca di condurre la sua attività in modo oggettivo e esente da influenzamenti psichici, può rinunciare a un Dio, che chiama semplicemente "scienza". Per i fedeli della scienza, anche il credere in un orribile e onnipotente medicina rappresenta una possibilità di guarigione. Dallo scetticismo che caratterizza la religione della scienza, non deriva però alcuna reale possibilità di guarigione.



[1] La ricetta ha di fatto lo stesso valore di un documento. Se una persona non autorizzata osasse apportare in essa delle modifiche, si renderebbe giuridicamente perseguibile per falso in atto pubblico.
[2] I dottori trovano per lo più umiliante o addirittura logorante, rispetto al loro specifico lavoro, dover compilare i moduli della mutua per i loro pazienti.
[3] Con effetto placebo si intende ogni importante effetto farmacologico non dovuto al prodotto somministrato, ma alla suggestione e che quindi è connesso col rituale della somministrazione del farmaco, presieduto dal medico. Anche nei ritrovati chimici più potenti è stata riscontrata la presenza di questo effetto. Perfino le droghe come la morfina possono talvolte essere sostituite con prodotti che si sono dimostrati in grado di produrre un effetto placebo adeguato.


Rituali della medicina antica
La medicina antica ci rivela la forza dei campi energetici creati dai rituali. Gli ospedali dell’antichità erano templi del dio Esculapio. I malati e coloro che avevano bisogno di assistenza affrontavano lunghi viaggi per raggiungerli. Al loro arrivo, venivano introdotti dai servitori del tempio a riti preparatori di armonizzazione e purificazione. La medicina così come la concepiamo oggi non esisteva. Non venivano eseguite operazioni, né tanto meno somministrati medicinali secondo le concezioni odierne. Tra le scienze oggi conosciute, soltanto l’igiene e la dietetica avevano un ruolo, che peraltro era molto più ampio di quello loro attribuito ai nostri giorni.
Al centro di questa medicina c’era il tempio stesso di Esculapio, inteso come spazio. I tanti rituali creavano il campo in cui poteva avvenire la guarigione. Il paziente per intere settimane veniva preparato a vivere nella notte decisiva dei suo soggiorno il sonno del tempio – la cosiddetta incubazione. In quella notte particolare, si coricava in quel punto specifico del tempio, in un’atmosfera appositamente preparata con luci ed essenze profumate e alla fine si addormentava. L’avvenimento decisivo accadeva nel sonno, secondo il detto: “Ai suoi il Signore dona nel sonno”. Il paziente sognava la soluzione del suo problema: o la vedeva concretamente in immagini davanti ai suoi occhi, oppure gli appariva Esculapio, che gli spiegava dove portava la sua strada.
Per le nostre concezioni moderne questa procedura sembra ingenua, però dovremmo prendere atto del fatto che questa medicina aveva successo e produceva guarigioni. In base alla moderna psicologia, potremmo dire che veniva creato uno spazio all’interno del quale la soluzione poteva emergere dall’inconscio.
Se si intende la guarigione in senso più profondo e non solo in quello di riparazione, questa medicina non ha affatto bisogno di nascondersi al confronto di quella moderna: al contrario, conosceva processi che noi stiamo riscoprendo soltanto adesso. Nella misura in cui impareremo a prendere coscienza dei campi che ci dominano e a lavorare con essi, ricominceremo ad avere rispetto per la medicina antica, che si basava sulla conoscenza del rituale.
Molte cose ci fanno pensare che i campi morfogenetici costituiscono le vere e proprie strutture in cui si realizzano crescite e guarigioni.
È possibile così spiegare armonicamente anche la grande crescita, l’evoluzione: i campi creano la cornice all’interno della quale si prepara tale evoluzione. Ad una cornice specifica si adattano però soltanto immagini specifiche, e così nell’evoluzione non tutto è possibile, bensì soltanto ciò che si adatta alla cornice. Perciò anche la guarigione nel senso di completo ristabilimento non è raggiungibile in ogni caso, ma solo se rientra nella natura del soggetto, se cioè è prevista nel suo modello. La guarigione, intesa come redenzione del proprio modello, è invece sempre possibile.

Malattia e modello
Le malattie costituiscono dei campi: ad ogni sintomo non corrisponde soltanto una forma corporea, bensì anche un relativo campo costituito da modelli di comportamento e di strategie di vita (e di sopravvivenza).
Nella malattia una certa quantità di energia si trasforma in una struttura fissa, che si radica profondamente nell’inconscio come modello.
Soltanto l’aspetto formale emerge fino a divenire visibile, proprio come la punta di un iceberg.
Specie per i tossicodipendenti è importante capire che questo modello non può essere cambiato e che l’unica possibilità consiste nel viverlo in altra forma.
Il campo che crea la malattia si nutre del modello celato nel profondo.
Ad esempio un problema di aggressività stabilisce il modello. A livello superficiale può assumere anche aspetti visibilmente molto diversi, come allergie, pressione alta, calcoli biliari o mangiarsi le unghie, ma tali manifestazioni descrivono soltanto il livello corporeo superficiale, con cui lo stesso modello può esprimersi.
Frequenti accessi di rabbia, comportamento violenti, caratterizzato dall’impulsività e anche approcci offensivi ai temi dell’ombra, sono esempi di tale possibilità.
Anche sul piano del pensiero il modello potrebbe assumere diverse configurazioni: fantasie aggressive di tipo sessuale ne costituiscono un esempio possibile, come anche il pensiero radicale, che con le sue radici è rivolto a un settore fondamentalmente oscuro. A livello psicologico i sentimenti di auto-aggressione rappresenterebbero una variante, o anche fantasie auto-distruttive e depressioni, oppure una vita emozionalmente e sentimentalmente radicale.

Il mondo della psiche non si comporta né in modo logico né in modo cronologico – qui regnano sincronicità e analogia, come ci mostrano i sogni che facciamo ogni notte.

La vera guarigione richiede un’alternativa nell’ambito del modello precostituito. Limitarsi a combattere un sintomo col suo opposto procura un sollievo di breve durata, però a lungo termine ingigantisce il problema. Involontariamente questa battaglia rinvigorisce ciò che si combatte, cosicché col tempo devono essere erette mura difensive sempre più resistenti.
Chi combatte un esantema con il cortisone, avrà ben presto una pelle levigata, però spinge le anergie corrispondenti in profondità, in genere fino ai polmoni, il nostro secondo organo di contatto dopo la pelle. Più si combatte un’eruzione a livello cutaneo, più il potenziale della malattia aumenta in profondità e addirittura aumenta insieme alle misure difensive. In linea di principio accade la stessa cosa quando si cerca di combattere la tristezza con le parole allegre. Le cosiddette affermazioni positive restano infatti a livello superficiale e il potenziale depressivo si sviluppa. Dopo un breve miglioramento che viene erroneamente interpretato come guarigione, il tema rimosso affiora rapidamente altrove.

I rituali costituiscono la struttura di base della vita sociale umana, essendone, in modo consapevole o inconsapevole, i modelli-ombra.
Le malattie sono i rituali d’ombra che possono mantenere l’uomo in equilibrio ed essere sostituiti attraverso rituali consapevole dello stesso principio.

Le quattro “cause” possono contribuire a decifrare il rituale al quale il sintomo ci invita. Occorre inoltre individuare il campo in cui l’interessato vive. Le domande di base sarebbero:
  1. (causa efficiente: che agisce dal passato) Da dove viene il sintomo?
  2. (causa finale: tensione allo scopo) Su quale base materiale si muove la malattia e che cosa ci rivela l’organo colpito?
  3. (causa formale: modello) In quale ambito si estende il sintomo? Quali sono le sue regole del gioco?
  4. (causa materiale: base materiale) A cosa tende il sintomo? Dove vuole portare il soggetto?

Domande sul rituale della malattia e sulla sua cornice:
  • In che modo proprio io ho determinato l’insorgere di questo problema?
  • Perché succede proprio adesso? Nei processi cronici: quando sono stato colpito per la prima volta? Quando in modo particolarmente intenso?
  • Perché questo disturbo colpisce proprio me?
  • Quale modello ricorrente della mia vita si rivela nel rituale della malattia?

Fonte: Malattia linguaggio dell'anima - Rüdiger Dahlke