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sabato 25 agosto 2012

Stati alterati di coscienza

In ogni situazione in cui i processi che costituiscono la coscienza come la memoria, la percezione, l'attenzione, le emozioni, non lavorano più in modo ottimale, si entra in ciò che viene definito stato alterato dell'ordinario stato di coscienza. Pur essendo difficile effettuare una netta distinzione tra uno stato alterato e uno stato ordinario, quest'ultimo lo si può considerare come quello stato in cui un soggetto si trova mentre svolge le normali attività della vita quotidiana, è perfettamente consapevole delle azioni che sta compiendo e si rende conto di ciò che gli accade intorno. Lo stato alterato è quello in cui il soggetto non è consapevole dell'ambiente circostante oppure ha un controllo parziale o nullo dei suoi sensi a tal punto da percepire in modo distorto le sue sensazioni e tutto ciò che vede o gli accade.

Essendo una fisiologica condizione dell'organismo ogni individuo nel corso della sua vita può avere l'esperienza di uno stato alterato.

Diversi sono i meccanismi in grado di indurre tale esperienza. Rimanere immobili nella stessa posizione per diverso tempo fa si che tutti i recettori del corpo si abituino e il cervello non riceve più da essi le sensazioni tattili e di movimento, in questo modo non si ha più l'esatta coscienza del corpo; questo rappresenta un esempio di stato alterato. Bombardare gli occhi con intense luci psichedeliche o impedire a tutti gli organi di senso di ricevere ogni informazione proveniente dal mondo esterno, non dà la possibilità al cervello di elaborare precisi punti di riferimento e questo determina la perdita della coscienza del tempo e dello spazio: è un altro esempio di stato alterato. Un risultato simile si ottiene agitando il corpo ininterrottamente per lungo tempo, oppure sottoponendosi a intensi stimoli sonori, ingerendo alcuni tipi di droghe, subendo traumi cerebrali o provando un'emozione violenta. In definitiva si entra in uno stato alterato della coscienza quando si è esposti a quei meccanismi che possono alterare il normale funzionamento dell'attività di tutti i processi cognitivi e che determinano, quindi, una modificazione della consapevolezza di sé e del mondo circostante.
Sotto l'aspetto prettamente fisiologico la differenza degli stati di coscienza dipende dalla velocità con la quale il cervello elabora le informazioni. Se il cervello elabora velocemente una notevole quantità di messaggi in entrata, si determina uno stato di iperattività neurovegetativa con conseguenti sensazioni di agitazione ed esaltazione emotiva; mentre, se le informazioni in entrata sono minime e la velocità di elaborazione è ridotta, si otterrà uno stato di ipoattivazione neurovegetativa con sensazioni di rilassamento o di sedazione emotiva profonda. Questi stati viaggiano lungo un continuum e ogni soggetto può passare da uno stato all'altro in una ridottissima quantità di tempo.

Gli stati alterati di coscienza sono chiavi di accesso per avvicinarci alla trascendenza, per transire e passare al di là della normale realtà percepita, attraversando regni sconosciuti verso un fine sempre più lontano dalla "realtà" e dall'ordinario. Ma che cos'è "ordinario" e soprattutto, cos'è la "coscienza"?.A queste domande, l'uomo ha sempre cercato delle risposte e nemmeno gli studiosi più accaniti hanno saputo dare una spiegazione. Analizzando il problema ci accorgiamo che tutto questo ha a che fare con quello che noi chiamiamo "Anima"; la parte sottile della nostra esistenza che ci assicurerà, forse, l'eterna permanenza del nostro "Io" in qualche parte degli universi possibili. La coscienza e l'anima stanno dentro di noi, mescolate e intrise alla nostra "fisicità", bilocate tra il mondo fisico e quello sottile, al di qua e al di là della materia, dei mondi, tra i quali è possibile stabilire un contatto. Come? Passando oltre, attraversando, calandoci dentro, il più possibile, a noi stessi, per scoprire il paradosso della vita; l'universo non è fuori di noi ma dentro, ed è calandoci dentro che passeremo fuori, al di là di ogni cosa.

Ma ancora: come?

Apprendendo delle tecniche e sviluppando le normali capacità percettive.
Se il corpo ci "trattiene" ancorati a questa realtà e il limite è la coscienza dobbiamo sforzarci di evolvere la nostra consapevolezza per un trasferimento cosciente del nostro "Io" all'Anima. Dobbiamo indurre il corpo e la mente a uno stato "alterato" per accedere a un ordine diverso di percezione.

In questi momenti di coscienza dilatata, conseguenza di uno stato di ripiegamento in sé stesso, l'Uomo avverte un distacco dal mondo circostante, vivendo però un sentire cosmico, dove lo spirito si inebria di energie rigenerative ed attinge in modo cosciente al sapere universale.

Come afferma il Premio Nobel Manfreid Eigen, "La natura delle informazioni è immateriale"; la realtà materiale è frutto di una "matrice" nascosta agli occhi della ragione alla quale si manifesta in maniera grossolana e approssimata.

A questo punto bisogna chiarire, però, che gli stati alterati di coscienza non sono la trascendenza: sono solo il buco della serratura da cui si può spiare le "realtà alternative". Poiché si vive per vivere e non per morire, nell'attesa si cerca di trovare, di questa trascendenza che ci attende, delle manifestazioni, delle comunicazioni mentre ancora viviamo su questa terra.

Il nostro stato di coscienza ordinario è uno strumento, un meccanismo, una struttura che ci permette di muoverci nel nostro ambiente, di decodificare la realtà sociale esterna nonché le esperienze ed i valori che ne sono alla base. La nostra società, e gli individui che la compongono, sono oggi confrontati a profonde trasformazioni culturali e tecnologiche tali da rimettere in discussione i fondamenti politici, religiosi, morali ed emotivi che costituivano un tempo dei punti di riferimento indiscutibili. Questi mutamenti rendono più fluttuanti concetti quale "normale" "patologico", "scienza" e "spiritualità" creando tutta una serie di nuovi interrogativi. Lo stato alterato di coscienza è uno stato di coscienza "nuovo" vissuto dallo sperimentatore come un cambiamento, spesso radicale, del funzionamento abituale della coscienza. Le informazioni che dal mondo esterno vengono captate attraverso i sensi ed elaborate dal cervello (sistema nervoso centrale) in questo stato potrebbero essere elaborate in altro modo assumendo nuovi significati e valori. Gli stati alterati di coscienza non sono per forza indotti o creati artificialmente, fanno parte della nostra vita quotidiana ed ognuno di noi li ha già sperimentati. Essi sono: gli stati di sogno, gli stati transitori tra sonno e veglia, gli stati ipnotici. Altri possono essere le patologie psichiche, l'ebbrezza alcolica, l'estasi, la trance e la meditazione oppure gli stati derivati dall'assunzione di droghe allucinogene. Lo stato alterato di coscienza non può essere considerato come secondario alla "coscienza lucida" perché l'io cosciente decodifica gli stimoli utili alla sopravvivenza (in senso ampio) e risulta perciò mutilato e asservito alla realtà esterna.

La coscienza "alterata" non è altro che la coscienza allo stato primitivo, liberata cioè da condizionamenti sociali imposti; una coscienza anteriore, "originaria". Siccome questa coscienza arcaica sottostà al principio di realtà essa apparirà "alterata" ogni qualvolta si tenterà di riportarla in superficie; questo anche perché non è possibile una perdita completa della realtà. La psichiatria classica considera gli stati alterati di coscienza come patologici, anticamera del manicomio, fughe dalla realtà soggettivamente frustrante. Non bisogna dimenticare che molti artisti, intellettuali e anche scienziati hanno usato ed usano tuttora sostanze psicoattive e nessuno si azzarderebbe a mettere in dubbio la loro sanità mentale. Neppure la cultura "giovanile" degli anni sessanta e settanta, che faceva delle droghe leggere un esperienza centrale nella socializzazione, può essere intesa come fenomeno psichiatrico. Se ne potrebbero criticare atteggiamenti ed ideologie, ma anche riconoscere una spinta nell'elaborazione di nuovi valori sociali e politici che non erano certo espressione di una fuga di massa autodistruttiva e psicotica. In realtà, gli stati alterati di coscienza sono mezzi per incontrare noi stessi e gli altri a livelli percettivi che ci sono abitualmente sconosciuti.

Le esperienze mistiche sono solitamente concepite quanto coincidendo con stati alterati di coscienza. Come risultato, una considerazione di stati mistici dovrebbe iniziare una discussione sulla coscienza stessa. Eppure la natura della coscienza è una delle più fondamentali e difficili di tutte le questioni filosofiche.

Le risposte a quella domanda si estendono attraverso uno spettro enorme nelle culture e nei periodi. Ad un estremo, includono l'idea che la coscienza è un mero sotto-prodotto della materia; quella è la filosofia del materialismo. All'altro estremo c'è l'idea che la coscienza è il substrato fondamentale della realtà; questa è la filosofia dell'assoluto idealismo come proposto, ad esempio dal Buddhismo Yogachara. Per Nietszche, la coscienza era una sofferenza prodotta dalla malattia della vita, mentre per la religione vedantica dell'India, è essere e felicità.

Eppure, poco importa cos'è la coscienza, il desiderio di alterarla è chiaramente comune e diffuso. Se è il caso, solleva la domanda ovvia sulla natura di uno stato "ottimale" di coscienza.

Nell'Ovest viene comunemente assunto che il nostro stato di veglia usuale è ottimale. Eppure numerose tradizioni religiose e contemplative hanno pretese sulla coscienza che corre all'incontro delle assunzioni occidentali, tra le quali:
  1. I nostri stati abituali di coscienza sono severamente subottimali e deficienti.
  2. Esistono stati molteplici di coscienza - inclusi i veri "stati superiori".
  3. Questi stati si possono ottenere coll'allenamento.
  4. La comunicazione verbale a loro proposito può dimostrarsi necessariamente limitata.

L'insegnamento delle tradizioni mistiche c'informano che il nostro stato usuale di coscienza non solo è sub-ottimale, ma persino sognaticcio ed illusorio. Asseriscono che, che lo sapessimo o meno, senza allenamento mentale, siamo prigionieri dalle nostre proprie menti, intrappolati senza saperlo da un dialogo interiore continuo che crea una divorrantissima distorsione della percezione. Queste tradizioni suggeriscono che stiamo vivendo in un sogno collettivo anche conosciuto da noi come Maya, 'illusione', o ciò che il psicologo Charles Tart chiama 'trance consensuale'.

Ovviamente, se queste varie tradizioni considerano il nostro stato abituale come subottimale, dovranno considerare certuni altri stati quanto superiori. Numerose tradizioni convergono sull'idea che l'unione mistica descritta dai mistici e santi costituisce lo stato supremo di coscienza, e difatti è il massimo compimento dell'esistenza umana.

Sonno e morte, da millenni sono stati affiancati l'uno all'altra e legati da nessi eufemistici (addormentarsi-morire), mitologici (per i Greci Hypnos, il dio del sonno, era fratello gemello di Tanatos, dio della morte) o metaforici (la morte come un sonno eterno senza sogni). Il sonno, realtà esperibile, reversibile, si è prestato come base per pensare la morte, di per sé non esperibile e irreversibile. Ma anche lo stato di coscienza onirico, il sogno, è servito come mezzo cognitivo-esperienziale per poter pensare la morte (pensiamo, ad esempio, al monologo di Amleto). Negli ultimi tre decenni si è andato sempre più imponendo un ulteriore stato di coscienza che ha posto in secondo piano il sonno e il sogno come modelli e metafore della morte. Anzi, questo stato di coscienza, si è legato alla morte non più attraverso figure retoriche quali l'analogia o la metafora, non più attraverso forme eufemistiche o parentele mitologiche: lo stato di coscienza di cui parleremo, è stato descritto, e non solo da chi lo ha vissuto personalmente, come coincidente con la stessa morte, che in tal modo è stata illusoriamente piegata alla dimensione esperienziale. Questo abbattimento dello iato metaforico-linguistico, della tensione tra segno e simbolo, è da più parti ritenuto una delle conseguenze del processo di desimbolizzazione tipico della cultura post-moderna, un processo interessante.

Dunque la morte è stata ammantata dall'esperienza, e non è un caso che lo stato modificato di coscienza di cui parliamo è stato denominato: "Esperienza di Pre-Morte" (noi preferiamo però l'espressione inglese: Near-Death Experience, Nde). Grazie all'Nde la propria morte non solo diventa pensabile, ma anche "vivibile": si fa esperienza della morte. Chi "vive" una Nde può raccontarla come fa con i propri sogni, con le esperienze di un viaggio in paesi lontani o con l'esperienza di una notte in discoteca. Noi viviamo nella "società dell'esperienza", afferma in un recente saggio il teologo Hans Küng, e in tale società solo in un caso la morte può essere accettata e suscitare profondo interesse: "solo cioè se anch'essa è intesa come esperienza vissuta, cioè come esperienza di uomini che sono morti e che sono poi richiamati in vita dalla morte" (Küng e Jens, 1995, p.22). Di qui l'ampio "uso" strumentale dell'Nde all'interno dei nuovi "culti dell'esperienza" come la New Age, al fine di rassicurare la gente impaurita dall'obliterazione della coscienza dopo la morte.

Seppure con una incidenza non elevata, si è riscontrato che una certa percentuale di coloro che, in seguito a un grave incidente o un trauma o una crisi cardiaca, abbiano pensato, creduto, temuto o percepito, più o meno consciamente e non necessariamente in presenza di un oggettivo pericolo di morte, che la propria morte fosse imminente, riferiscono di essere stati protagonisti di un'esperienza descritta come fantastica e "reale" al tempo stesso, come un vero e proprio "viaggio nell'aldilà" o nel "mondo dei morti", descritto uniformemente come luogo di pace, serenità e tranquillità assoluti, che presenta molte somiglianze con quello immaginato da Dante nella "Divina Commedia" o con quelli immaginati e descritti nei "Libri dei Morti" sia egiziani che tibetani. Molti di coloro che sono stati o hanno ritenuto di esserlo, sul punto di morire o addirittura sono stati dichiarati clinicamente morti, hanno poi riferito di essere "usciti dal corpo" e di averlo potuto osservare dall'esterno; di essere entrati, spesso dopo l'attraversamento di una zona di passaggio generalmente buia, in luoghi paradisiaci, in un regno di luce e amore, dove avrebbero incontrato parenti o amici defunti e spesso anche un grandioso "Essere di luce"; alcuni hanno anche riferito di aver potuto rivedere in breve tempo l'intera esistenza passata e/o, in alcuni casi, anche quella futura e di avere improvvisamente intuito la vera natura e il vero significato della vita e della morte; riferiscono poi di essere arrivati in una zona di confine o di aver incontrato un ostacolo, o l'Essere di luce stesso, che ha impedito loro di andare oltre e che li ha costretti a "ritornare nel corpo".

La letteratura sull'Nde mostra numerose incongruenze; assumeremo un approccio psicofisiologico clinico per il raggiungimento di una più adeguata definizione, descrizione e comprensione dell'Nde. L'assunto psicofisiologico, della fondamentale unitarietà dell'essere umano in cui corpo e psiche non sono altro che due facce della stessa medaglia, si rivela, nello studio dell'Nde, più che in altre possibili esperienze umane, di particolare validità ed utilità. Esso ci consente, infatti, di giungere ad una considerazione dell'Nde che nulla ha a che fare con le possibili e, per alcuni, inevitabili ipotesi metafisiche e prove della "vita oltre la vita".

Molte definizioni dell'Nde sembrano dare per scontato che tale esperienza venga vissuta unicamente da persone che siano state in reale pericolo di morte, definito come tale sulla base di specifici parametri medici. Solo pochi autori hanno sottolineato che la semplice percezione della morte come imminente può essere di per sé una condizione sufficiente perché un individuo viva una Nde, anche in assenza di una grave crisi organica. Noyes (1972) ha considerato il riconoscimento della morte come imminente da parte del soggetto come il prerequisito indispensabile per il verificarsi di un'Nde. È, dunque, più probabile che essa accada, secondo Noyes, in tutte quelle circostanze in cui tale riconoscimento anche in maniera repentina, è possibile. Questa considerazione di Noyes ha trovato conferma nella ricerca eseguita dallo stesso autore insieme a Kletti (1976) dalla quale è risultato che i vissuti che caratterizzano tipicamente un'Nde si presentano con maggiore frequenza in coloro che avevano creduto di stare per morire rispetto a coloro che non lo avevano creduto.

Riassumendo, si può dunque schematizzare il tutto con la sequenza:
  1. trauma psicofisiologico;
  2. vissuto di pericolo di vita;
  3. innesco, in alcuni individui per motivi non ancora spiegati, di una Nde.

Un'altra critica si può muovere a coloro (ricercatori e soggetti) che considerano l'Nde come un'esperienza "nella" morte piuttosto che "vicino" ad essa (nonostante l'inequivocabile termine "near" presente nell'espressione inglese) o in sua prossimità, in senso probabilistico. Ricordiamo che la morte è la "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo", in particolare delle funzioni psichiche cerebrali e dell'attività dei centri nervosi del tronco encefalico. Quando si parla di "morte clinica" o di "Eeg piatto", ci si riferisce solo a segni clinici necessari, ma non sufficienti a stabilire la morte dell'individuo. È stato dimostrato con esperimenti su animali, che in presenza di Eeg isoelettrico, rimane comunque una minima attività elettrica cerebrale rilevabile attraverso elettrodi infissi direttamente nella corteccia e in altre parti dell'encefalo. Scrive a tale proposito David Lamb, studioso inglese di bioetica: "I mezzi di comunicazione di massa riferiscono di frequente casi di pazienti "riportati alla vita"; ma questi racconti non possono essere comunque presi in considerazione [...] come esempi di reversibilità della morte. [...] Questi resoconti hanno nondimeno acquistato un significato religioso, grazie ai servizi sensazionali che compaiono nei mezzi di comunicazione di massa sulle esperienze nell'"oltretomba".

In definitiva, chi ha vissuto un'Nde non è mai stato "un morto", ma di sicuro ha occupato il "ruolo" del morto, ascrittogli da sanitari frettolosi o da sé (sia durante che dopo l'esperienza).

L'Nde senza dubbio affascina, appaga il desiderio umano di una "vita oltre la vita" (guarda caso è proprio questo il titolo del best seller di R. Moody), e anche molti studiosi dell'Nde, soprattutto coloro che hanno personalmente raccolto molti resoconti di tale esperienza, si sono lasciati influenzare ed affascinare dalla sincerità e dall'intensità emotiva dei racconti dei soggetti intervistati e, per quanto abbiano precisato che tali soggetti non fossero morti, e che fosse sensato prendere le opportune distanze da ipotesi di carattere metafisico e trascendente, hanno finito, in alcuni casi, per indulgere nell'uso di una terminologia estremamente suggestiva di quest'ultimo tipo di ipotesi, quando non addirittura convincersi che l'Nde sia effettivamente un "viaggio" nell'aldilà.

Tra le molte ipotesi fino ad ora formulate per spiegare l'Nde (per una trattazione delle quali rinviamo alla vasta letteratura scientifica e divulgativa), consideriamo del sogno particolarmente vivido e lucido.

Il sogno è uno degli stati modificati di coscienza più comuni. Per questo, molti, sia tra coloro che hanno studiato l'Nde, sia tra coloro che l'hanno vissuta in prima persona, hanno ritenuto di poter paragonare tale esperienza al sogno. Ma numerose sembrano essere le differenze che impediscono una equivalenza tra Nde e sogno.

R. Moody (1975) evidenzia che coloro che hanno vissuto una Nde, sono individui perfettamente in grado di distinguere tra sogno ed esperienze reali; inoltre essi parlano dell'Nde come di eventi realmente accaduti; non di una esperienza sognata, seppur in modo particolarmente lucido e vivido, ma di una vera e propria esperienza, seppure straordinaria.

M.B. Sabom (1982) ha fatto notare che l'estrema mutevolezza e variabilità dei contenuti dei sogni, non solo tra persone diverse, ma anche nella stessa persona, contrasta con la straordinaria ricorrenza di alcuni elementi nell'Nde. Sabom, in accordo con quanto sostenuto da Moody, cita alcune testimonianze di persone che hanno vissuto l'Nde e che escludono che si sia trattato di un sogno:

"Pensavo: accidenti! Che sogno pazzesco! Ma non era affatto un sogno. Era qualcosa di reale e concreto che accadeva davvero".

"Si trattava di realtà, e non di allucinazione o fantasia. Lo percepivo nettamente. Non era un sogno. Quelle cose mi stavano accadendo per davvero. Le vivevo, le sperimentavo, sebbene fossi più morto che vivo".

"Ho sempre sognato con regolarità e con grande varietà di temi, ma l'esperienza vissuta non si può, sotto alcun punto di vista, etichettare come un fatto onirico, assolutamente. Era reale al massimo, concreta. E poi il senso di pace, la favolosa tranquillità. Era questo, forse più di ogni altra cosa, che la distingueva dal sogno".

Questo evidenziare - commenta Sabom - il profondo senso di realtà dell'esperienza di pre-morte in confronto all'illusorietà del sogno si ritrova in tutte le testimonianze di coloro che hanno vissuto ambedue le cose, ed è molto importante. Il fatto di essere in grado di percepire il senso di irrealtà legato al sogno è fondamentale per il sognatore, stando alle idee di Freud. Gli consente, infatti, di ottenere una specie di rassicurazione positiva "[...] che mira a ridurre drasticamente l'importanza e il pathos di ciò che si sogna consentendo al soggetto di tollerarlo comodamente" [l'interpretazione dei sogni, 1900]. [...] L'irrealtà percepita nel fatto onirico consente, in genere, di proseguire nel sonno ristoratore, nonostante le impressioni sgradevoli o potenzialmente distruttrici che si possono ricevere sognando. Gli eventi che invece accadono nelle esperienze di pre-morte sono sentiti come concreti e reali in modo profondo, sia durante il loro svolgersi sia dopo, allorché li si riconsidera. Senza scordare che, mentre i sogni sono estremamente mutevoli e variabili, non solo da persona a persona, ma anche rispetto a un medesimo soggetto, le esperienze di cui discutiamo si attengono tutte a parametri di estrinsecazioni nient'affatto mutevoli, bensì ricorrenti. Per questo anche l'"enigma sogno" non può spiegare il misterioso fenomeno che stiamo studiando".

Anche le Nde raccontateci da alcune delle persone intervistate, concordano sostanzialmente con quanto si è appena detto. Giuliana, di 43 anni, così descrive la sua esperienza, escludendo che si sia trattato di un sogno:

"[...] Ero in macchina, [...] sono stata spinta fuori strada e ho preso un albero; [...] a quel punto, dopo l'impatto, sono svenuta, sono stata estratta dalla macchina e sono stata messa per terra. Per terra, a quel punto, sono uscita dal corpo... però rimanendo vigile; mi sono fatta una diagnosi, ho visto che era rotto il femore, era rotta la bocca e ho detto: "è più grave la bocca, ma guarisce prima e non dà problemi; il femore, che è meno grave, mi darà problemi; comunque, il tutto si risolverà in un mese al massimo, nessun organo vitale è stato toccato". [...] Sapevo che quello che avevo vissuto era vero, più vero di quello che stavo vivendo dopo. Quindi non era un sogno, non era una costruzione mentale, non era dovuto a droghe, non era dovuto assolutamente a nulla e non mi ero sbagliata. [...] Io distinguo perfettamente quella che è un'immagine mentale da quella che è un'immagine emotiva e da quella che è stata quella esperienza lì che non è né mentale né emotiva; è, inoltre, assolutamente diversa dal sogno".

Anche Giorgio, rimasto in coma 19 giorni, raccontando la sua Nde indotta da un incidente d'auto, l'ha descritta come un viaggio in "Paradiso". Nel suo racconto usa il termine "sogno" solo perché non ha altre parole per comunicare ad altri la sua esperienza: "Posso dire che è come se fosse stato un sogno ma in realtà è come se fosse stato vero".

Oltre al senso di realtà, di chiarezza e lucidità più vicino allo stato di veglia che di sogno, un'altra variabile che esclude sovrapposizioni tra stato onirico e l'Nde è che questa esperienza la si ricorda per tutta la vita, resiste all'oblio, ciò che invece non accade nel caso dei sogni.

Le ipotesi esplicative, sia quella del sogno, che tutte le altre (allucinazione, esperienza mistica, stress neurologico da ipossia, visioni archetipiche, estasi indotta da overdose di endorfine, ecc.), risultano deboli e non esaustive, perché sono viziate da un preconcetto tacito o esplicito: l'Nde viene considerata come un'esperienza unitaria, coerente e nel migliore dei casi come uno stato alterato di coscienza. Invece è plausibile che si debba modificare questa visione da montaggio "cinematografico" che si ha dell'Nde. Anzi, il montaggio eseguito dal soggetto narrante, viene complicato dall'opera di "ri-montaggio" da parte dello studioso che cerca generalizzazioni e visioni unitarie. Se invece iniziassimo a considerare l'Nde non come "uno" ma come la sequenza (possibile, ma non necessaria, o comunque senza rigida stadiazione) di "stati" modificati e discreti di coscienza, avremmo la possibilità di circoscrivere e comprendere il fenomeno dell'Nde entro una cornice ben precisa che vada a contrapporsi alle vaghe e, spesso contraddittorie definizioni formulate dai vari autori. Per lo studio dell'Nde potremo allora avvantaggiarci dei modelli, delle procedure di ricerca e delle conoscenze già acquisite nella ricerca generale sugli stati modificati di coscienza. Potremo allora effettuare analisi fenomenologiche, formulare ipotesi limitate e focalizzate su ogni singolo e discreto stato di coscienza indotto dalla prossimità (oggettiva o soggettiva) della morte. Fino ad ora, infatti, tutte le ipotesi, da quelle meccanicistiche a quelle psicodinamiche, da quelle transpersonali a quelle metafisiche, si sono dimostrate deboli proprio perché spiegavano "parti" di una esperienza ritenuta "unitaria", gestalticamente coesa, discreta, come il sogno, l'orgasmo, l'estasi, ecc. Raggruppando la fenomenologia e i vissuti dell'Nde in modo da distinguere ognuno dei clusters risultanti come distinti e discreti stati di coscienza, sarà possibile rivisitare le ipotesi eziologiche e rendersi conto che non sono poi tutte da espungere. Non è detto, inoltre, che una ipotesi meccanicistica valga più di una psicodinamica o transpersonale, è solo questione di livelli di analisi (Venturini, 1995), un sogno può essere al tempo stesso il prodotto della stimolazione di particolari neurotrasmettitori, la soddisfazione allucinata di un desiderio o un messaggio dalle "bande" transpersonali.

Dunque, pur considerando, in accordo con William James, lo stato di coscienza come un flusso continuo, suggeriamo di raccogliere tutti i possibili vissuti di una Nde in tre fondamentali stati modificati di coscienza:

Stato dissociativo: fenomenologicamente caratterizzato da uno stato di dissociazione emotiva fino all'autoscopia.

Stato implosivo: fenomenologicamente caratterizzato da regressione, memoria panoramica e comprensione "cosmica" o illuminazione.

Stato relazionale: fenomenologicamente caratterizzato dalla percezione di luce intensa, sentimenti di amore e incontri con "esseri di luce" o con parenti e amici defunti.

A tali stati va aggiunto quello che chiameremo "passaggio" e che, in realtà, può essere considerato non tanto come uno stato di coscienza discreto, quanto un momento di transizione tra i tre (di solito tra il primo e il secondo). Il passaggio è fenomenologicamente caratterizzato dalla sensazione di attraversare un tunnel buio a grande velocità o dalla sensazione transitoria di oblio totale oppure di varcare un cancello, un muretto di confine, una soglia, ecc.

Per ognuno dei tre stati, si possono discriminare e analizzare i vissuti che le persone hanno raccontato più di frequente, adottando come griglia di lettura il modello di Charles Tart sugli stati alterati di coscienza. In accordo con la "teoria dei sistemi" da lui adottata, Tart (1975) ritiene che ciascuno stato di coscienza (discreto) non vada considerato come costituito da un insieme di funzioni psicologiche isolate, ma come un sistema, cioè "una configurazione interagente, dinamica di componenti psicologiche che eseguono varie funzioni in ambienti che cambiano notevolmente" .

Dunque, il tipo di ambiente (fisico e culturale) in cui il soggetto è immerso, insieme alla configurazione assunta dalle parti che compongono il sistema-coscienza (sottosistemi), determinano la differenza di caratteristiche assunte dai diversi stati di coscienza.

Tart elenca dieci sottosistemi fondamentali; essi garantirebbero il processo di elaborazione delle informazioni in arrivo dall'esterno e dal corpo e l'organizzazione delle risposte motorie e comportamentali ad esse. Infatti il funzionamento di tali sottosistemi nell'ambito di una determinata gamma di valori, che Tart definisce "previsti e appresi", favorito da tutta una serie di processi di stabilizzazione, consentirebbe al soggetto di rimanere e di funzionare in uno stato di coscienza ordinario.

I dieci sottosistemi sono i seguenti:
  1. esterocezione;
  2. enterocezione;
  3. elaborazione dell'input;
  4. memoria;
  5. subconscio;
  6. valutazione e decisione;
  7. emozioni;
  8. senso dello spazio e del tempo;
  9. identità;
  10. output motore;

Una griglia di lettura alternativa potrebbe essere quella delle "caratteristiche fondamentali" degli stati modificati di coscienza, identificate da Arnold Ludwig (1966) sulla base dei suoi studi di numerosi e vari stati di coscienza. Per buona parte, queste caratteristiche rispecchiano alcuni sottosistemi di Tart:
  1. alterazioni del pensiero;
  2. disturbi nel senso del tempo;
  3. perdita del controllo;
  4. cambiamenti nell'espressione emotiva;
  5. cambiamenti dell'immagine corporea;
  6. distorsioni percettive;
  7. cambiamenti nel significato o senso;
  8. senso dell'ineffabile;
  9. sentimenti di rinnovamento;
  10. ipersuggestionabilità.

Non è nostro intento elencare qui uno per uno tutti i vissuti, le sensazioni, le percezioni dei tre stati dell'esperienza di pre-morte, leggendoli attraverso la lente della teoria degli stati modificati di coscienza di Tart o di Ludwig. Viceversa, se volessimo considerare l'Nde come un unico stato di coscienza, la lettura attraverso le griglie sarebbe affatto chiarificatrice; ci troveremmo, ad esempio, nell'ambito di un medesimo racconto di un'Nde, a dover collocare in una singola categoria della griglia, anche tre vissuti differenti. In tal modo la griglia non ci aiuterebbe a discriminare e quindi non potremmo confermare la discretezza dello stato di coscienza. Ad esempio, considerando la categoria: "cambiamenti dell'immagine corporea", notiamo che in una stessa Nde si può passare da un vissuto di dissociazione dal corpo fisico (autoscopia), alla sensazione di essere tornato fisicamente bambino, al vissuto di un corpo di luce o globulare. È evidente la difficoltà a considerare come appartenenti ad un unico stato di coscienza vissuti corporei tanto dissimili; mentre risulta tutto più chiaro se considerassimo i tre vissuti come appartenenti a tre diversi stati di coscienza, che, sebbene raramente, possono configurarsi in sequenza. Al momento del racconto dell'esperienza vissuta, per un processo simile a quello della revisione secondaria dei sogni, i vari vissuti dei tre stati (più quello del "passaggio") verrebbero percepiti come appartenenti ad un'unica sequenza, come episodi di un unico film, e quindi modellati e interpretati simbolicamente a seconda della cultura di chi ha ritenuto di aver "vissuto la propria morte".


Fonte: http://www.istanze.unibo.it/oscar/sentiero/cono03.htm


mercoledì 15 agosto 2012

Cos'è lo sciamanesino

Lo sciamanesimo è un antichissimo ma ancora usato sistema di conoscenza e di guarigione: shaman vuol dire appunto ‘uomo di conoscenza’, è un termine tunguso, e nasce nelle popolazioni nomadi siberiane o del centro Asia. Indica un insieme di operazioni coscienziali che si ritrovano su tutta la faccia della Terra, Indonesia, Africa, Australia, America…

Ci sono analogie con termini simili: Saman = tunguso; samana = lingua pali; sramana = sanscrito; cha-men =cinese; samane =monaco buddhista in tocarico.

Lo sciamanesimo e’ un fenomeno antichissimo presente già al tempo dei cacciatori nomadi del paleolitico. Nelle antiche cerimonie di caccia lo sciamano aiutava i cacciatori con la chiaroveggenza, indicando dove avrebbero trovato gli animali. Le pitture di Lascaux rappresentano proprio trance sciamaniche relative alla caccia.
Il tamburo, che e’ lo strumento per eccellenza dello sciamano, e’ probabilmente uno degli strumenti più antichi del mondo. Si sono trovate bacchette di tamburo, di osso, di 50.000 anni fa.

Lo sciamanesimo è un fenomeno transculturale. Corrisponde, più che a una tecnica, a una capacità e a un potere che presso molti popoli viene attribuito al re. Nell’antica Cina il sovrano era anche uno sciamano e persino i re di Francia ebbero poteri terapeutici fino alla fine del 1700: una volta l’anno essi guarivano con il tocco certe malattie della pelle come la scabbia. Del resto anche i dermatologi di oggi ritengono che le malattie della pelle abbiamo una origine psicosomatica; alcune di esse come porri o verruche spariscono con l’ipnosi, altre, come i fuochi di D. Antonio o gli orzaioli vengono fatti sparire ancora oggi dalle mammane con formule rituali nelle nostre campagne.
Dove le figure del capo spirituale e del capo materiale erano incarnate da due soggetti diversi, lo sciamano poteva avere poteri superiori a quelli del re, come avvenne presso i Celti.

In tempi molto antichi sembra che lo sciamanesimo sia stato retaggio femminile, il che fa pensare che le donne siano state predisposte a questa attività da sempre, per costituzione naturale, oppure che in ere molto antiche la struttura tribale fosse patriarcale e anche il sacerdozio che si accompagnava alla profezia può essere stato femminile, per migliaia di anni, fino all’era cristiana.

In Cina medium e guaritrici incorporavano gli spiriti e le anime dei morti. Delle donne Wu si diceva che potessero rendersi invisibili, tagliarsi la lingua, inghiottire spade e sputare fuoco. Esse ballavano in circolo (come le streghe del sabba medievale) e conoscevano il linguaggio degli spiriti; attorno a loro gli oggetti si sollevavano, cozzando tra loro e avvenivano vari fenomeni medianici. Tutto questo e’ ancora vivo nelle campagne cinesi piu’ remote, malgrado la propaganda materialista. Le donne Wu sono medium per incorporazione e identificano l’esorcista con la posseduta.
Anche presso le antiche culture mediterranee abbiamo, in epoche antiche, il sacerdozio femminile, accompagnato da trance, sonno incubatorio e divinazione (una statuetta di Malta mostra l’incubazione di una sacerdotessa-medium che in sogno vede la diagnosi e la terapia).

I luoghi di culto e di trance erano sotterranei, caverne, fiumi segreti, sorgenti nascoste con divinità che avevano a che fare con l’energia della terra, della luna e delle acque.
Le divinità invocate erano in genere divinità nere e da loro nasce l’infinita serie delle Madonne nere o divinità femminili scure collegate alla terra e alla guarigione (in Egitto la dea della terra e’ Iside, parola che vuol dire ‘pietra nera’, come nero e’ Sobek, il dio coccodrillo, corrispondente all’energia minus (polarità negativa) della terra e dell’acqua (o energia yin del Tao).
Di questi riti alla dea nera abbiamo traccia a Bologna nel gruppo delle sette chiese, dove c’e’ un pozzo costruito nel tardo impero romano in un antico tempio egizio dedicato a Iside. Il pozzo (mundus) era in realtà ancora più antico e risaliva ad un punto speciale scelto dagli Etruschi al centro del primitivo insediamento, per far emergere le energie della terra. Nel Medioevo si arrivava a queste acque in pellegrinaggio per chiedere miracoli di guarigione, come oggi andiamo a Lourdes.

Un altro punto sacro e taumaturgico di Bologna era a San Luca, sul colle, dove esisteva una sorgente di acque sotterranee che guariva i malati, attorno ad essa fu innalzato un tempio pagano e poi, in era cristiana, un santuario dedicato, naturalmente alla Madonna nera, simbolo dell’energia profonda della Terra.
Il punto del tempio centrale, sotto la cupola, e’ il punto che ha l’energia più alta di tutta l’Italia. Si può misurarlo con gli strumenti della radioestesia.


Fonte: http://masadaweb.org/2009/05/29/masada-n%C2%B0-930-29-5-2009-lo-sciamanesimo-parte-prima/

mercoledì 1 agosto 2012

Gilberto Camilla: Introduzione allo studio della DMT

Sono fermamente convinto che in qualche luogo, nel cervello, esista una molecola spirituale che origini o alimenti il misticismo e altri stati modificati di coscienza endogeni (R.J. Strassman)

INTRODUZIONE: La DMT, N, N-dimetiltriptamina, è un composto appartenente alla classe delle triptamine, presenti in molte piante (Acacia, Anandenanthera, Mimosa, Virola, etc.) ed è il principio attivo delle famose polveri da fiuto allucinogene dell’America meridionale, note sotto i nomi indigeni di yopo, parika, cohoba.
E’ anche parte essenziale della bevanda sacra nota col nome di ayahuasca o yagé. Derivati dalle triptamine allucinogene sono presenti anche negli animali: La bufotenina (5 idrossi-DMT) ad esempio si trova nella secrezione ghiandolare di molte specie di rospi e anfibi.
La DMT e altre triptamine e N-metil-triptamine, sono metaboliti endogeni nei topi e in altri mammiferi, uomo compreso, così come nei polmoni, nel cervello, nel sangue, nel fluido cerebrospinale, nel fegato, nel cuore e in altri tessuti, sia dell’uomo che di altri mammiferi sono presenti enzimi capaci di catalizzare la biosintesi del catabolismo delle triptamine allucinogene. È stato anche ipotizzato un ruolo neuroregolatore della DMT endogena nei mammiferi, e un suo possibile ruolo nella regolazione del sonno REM. La DMT sintetica, oggetto di questa breve introduzione, si presenta come un liquido lattescente dal pungente e caratteristico odore che fornisce dei cristalli bianchi che, dopo successivi passaggi, si trasformano in una sostanza vischiosa e infine in un olio di color arancione.

DMT, SEROTONINA E GHIANDOLA PINEALE
La ghiandola pineale (o epifisi) è una ghiandola dell’epitalamo, nella regione diencefalica. Si tratta di un piccolo corpicciolo di colore grigio rossastro, del volume di un pisello e dall’aspetto di un frutto di pino. La sua base è collegata con il talamo ottico mediante un peduncolo formato da tre cordoncini per lato, ed è vicina ai canali del liquido cerebrospinale; inoltre è situata in modo quasi strategico vicino ai centri emozionali e sensoriali del cervello, o collicoli. La ghiandola pineale è esattamente sopra questi collicoli, separata solo da un piccolo canale di liquido cerebrospinale. Infine è circondata dal sistema limbico, una serie di “strutture”cerebrali che presiedono all’esperienza di varie emozioni, dalla rabbia alla gioia, dalla paura al piacere. Le tradizioni mistiche sia occidentali che orientali concordano sul fatto che i livelli più profondi (o più “elevati”, se preferite) dell’estasi sono accompagnati dalla visione di un’accecante “luce bianca”. Questa illuminazione sarebbe il risultato di una sorta di sviluppo della coscienza attraverso varie tappe di crescita spirituale, psicologica ed etica. Nella tradizione induista queste tappe sono rappresentate dai chakras, e quello più “elevato” è chiamato “Corona” o Loto dai Mille Petali”. Nella maggior parte delle tradizioni questa “corona” si trova al centro e alla sommità del cranio e corrisponde, a grandi linee, proprio alla ghiandola pineale. L’interesse scientifico nei suoi confronti si fece pressante con René Descartes (1596 – 1650). Come molti lettori sapranno, il merito del grande filosofo francese fu quello di distogliere l’attenzione dallo studio dell’anima (filosofia cristiana) in senso astratto per rivolgerla allo studio della mente e delle sue funzioni. Mente e corpo, benché totalmente separati e distinti, interagiscono nell’organismo umano: la mente può influenzare il corpo e viceversa. Per esistere questa“comunicazione” doveva necessariamente esistere un punto di interazione, in cui mente e corpo potessero esercitare la loro reciproca influenza. Questo punto di interazione doveva trovarsi nel cervello, perché le ricerche fisiologiche del tempo stavano sempre più dimostrando che il cervello era il centro delle funzioni della mente. Descartes si convinse che dal momento che l’unica parte del cervello ad essere singola ed unitaria (non divisa e sdoppiata nei due emisferi) era la ghiandola pineale o conarium, non poteva essere che lei il punto di interazione. È importante ricordare che Descartes non sosteneva che l’anima fosse contenuta nel conarium, ma che questo non fosse altro che il semplice punto di interazione. La ghiandola pineale, dal punto di vista evolutivo, non è sempre stata calata nella profondità del cranio, come è oggi nell’uomo e nella maggior parte dei vertebrati; sembra che un tempo essa fosse sollevata da una sorta di piedistallo e raggiungesse la parte superiore del cranio, funzionando quasi da “terzo occhio”. Ancora oggi in alcune isole della Nuova Zelanda vive un rettile primitivo provvisto di occhio pineale quasi in funzione. Si è pertanto avanzato l’ipotesi che l’occhio pineale, collocato proprio sulla parte superiore del cranio, abbia potuto esser usato da termostato per controllare il calore del corpo (essendo colpito direttamente dal sole), servendo così da transizione evolutiva fra i rettili e i mammiferi a sangue caldo. È inoltre possibile che all’internalizzazione “fisica”dell’occhio pineale corrisponda una internalizzaizone psichica, che abbia rafforzato la facoltà di visione interna dei contenuti psichici, dato che questi contenuti sono stati primitivamente originati dalla visione di fatti esterni. 

Ma la ghiandola pineale è qualcosa in più di un semplice retaggio evolutivo. Nel feto diventa visibile alla settima settimana di gestazione, esattamente quando si formano i caratteri sessuali differenziati; prima di questa data il sesso del feto è indeterminato, o per lo meno è sconosciuto. Numerose sostanze sono state isolate nella ghiandola pineale: norepinefrina, serotonina, istamina e melatonina

La melatonina è stata scoperta nel 1958 dal prof. Aaron B. Lerner e da altri ricercatori dell’Università di Yale. La melatonina viene sintetizzata a partire dall’aminoacido triptofano. Uno dei prodotti intermedi è la serotonina (il neurotrasmettitore che tanta parte ha nell’azione della maggior parte degli psichedelici), che viene trasformata in N-acetilserotonina dall’enzima n-acetiltransferasi e quindi trasformata in melatonina dall’enzima idrossi-o-metiltransferasi. Questi enzimi sono regolati attraverso la retina dalla luce solare, per cui si ha aumento notturno della secrezione di melatonina e diminuzione diurna. Tramite l’aumento serale della melatonina arriva la sonnolenza notturna; il livello di melatonina crolla colla luce dell’alba. Nei mammiferi la melatonina inibisce lo sviluppo delle ghiandole sessuali, influenza l’estro, possiede una azione tireotrofica, negli anfibi provoca schiarimento della cute. La melatonina impedisce lo sviluppo sessuale dell’infanzia; questa ipotesi è confermata dal fatto che tumori della ghiandola pineale nell’infanzia, che bloccano la sintesi di melatonina, si accompagnano ad uno sviluppo sessuale precoce. Ricercatori hanno trovato una riduzione nel sangue della melatonina nell’insonnia, che difatti è più diffusa negli anziani. Il fatto curioso che il nome esteso della melatonina è N-acetil-5-metossi-triptamina, quindi una triptamina endogena. La sostanza fu inizialmente ritenuta da Strassman il candidato principale per essere la molecola spirituale, ipotesi ben presto accantonata perché la melatonina non possiede attività allucinogena, anche se a dosaggi elevati provoca la comparsa di sogni molto vividi. 

La ghiandola pineale è un incredibile “laboratorio” biochimico: la adrenalina e la noradrenalina sono due neurotrasmettitori che permettono la sintesi melatoninica nella ghiandola pineale; e ancora: la serotonina, si trasforma a sua volta in melatonina, ed è anch’essa presente nella ghiandola. Per non addentrarci in argomenti troppo complicati per non addetti ai lavori e che d’altra parte esulano dagli scopi di questo articolo, possiamo riassumere dicendo che la ghiandola pineale trasforma la serotonina in triptamina, precursore chimico della DMT. Il processo avviene con particolari enzimi, metiltrasferasi, che si legano ad un gruppo di metile (un atomo di carbonio e tre di idrogeno) e lo trasformano in altra molecola. Se si sottopone a questo processo la triptamina per due volte, avremo la dimetil-triptamina, cioè la DMT.

FARMACOLOGIA
La DMT è probabilmente lo psichedelico più spettacolare, grazie alla sua azione estremamente rapida; chimicamente presenta una struttura indolica affine alla psilocibina e alla psilocina. Pur essendo stato sintetizzata nel 1931, la prima ricerca scientifica sulle sue proprietà psicoattive fu effettuata nel 1956 da Stephen Szara, allora capo del settore biomedico nella divisione di ricerca del National Istitute of Drug Abuse. La sostanza ebbe la sua massima diffusione come droga ricreazionale negli anni ’60, soprattutto negli Stati Uniti, dove fu ribattezzata businessman trip, il “trip dell’uomo d’affari”, proprio per la rapidità dei suoi effetti. In seguito fu quasi dimenticata, fino all’inizio degli anni ’90, quando entrò a far parte di un vasto ed interessante progetto di ricerca da parte dell’équipe del dr. Strassman. L’esperienza personale tratta da questa ricerca è stata riassunta dallo stesso Strassman nelle pagine di ALTROVE (STRASSMAN, 1999) prima di essere pubblicata in un libro (STRASSMAN, 2001). 

La DMT è una sostanza estremamente interessante, sia dal punto di vista biochimico che da quello dell’esperienza che determina. La sostanza è inattiva oralmente, anche a dosaggi estremamente elevati, superiori ai 1.000 mg. Con un’iniezione intramuscolare vi è la comparsa dell’attività a partire da 30 mg. mentre una completa esperienza psichedelica si presenta a dosaggi di 50-70 mg. Il metodo più comune di assunzione è quello di mescolarlo con tabacco o altre sostanze per fumarlo. La cosa che maggiormente balza agli occhi è l’incredibile rapidità d’azione: la totalità degli effetti si manifesta entro pochi secondi, con un culmine tra il terzo e il decimo minuto. Gli effetti scompaiono in 15-30 minuti. Tutti i consumatori concordano sul fatto che non c’è modo di prepararsi al “viaggio”, se non quello di stare sdraiati o comodamente seduti e lasciarsi andare all’affollarsi estremamente accelerato degli impulsi sensoriali. Il limite, o per meglio dire, un inconveniente - almeno secondo il mio giudizio -della DMT nella ricerca sperimentale sta proprio in questa immediatezza degli effetti, che può provocare una sorta di reazione di panico, e quindi all’instaurarsi di difese e resistenze che possono bloccare o inibire il normale decorso dell’esperienza soggettiva. Dal punto di vista biochimico la DMT ci offre interessanti elementi nella prospettiva della teoria organicistica, in quanto la sostanza può essere considerata endogena. Tracce della sostanza sono infatti presenti nel fluido cerebrospinale dell’uomo, e specifici recettori per la sostanza sono stati rinvenuti da più studi presenti nel cervello dei mammiferi. Una delle più comuni sensazioni riportate dalla maggior parte degli sperimentatori è una sorta di “dejà vu”, l’impressione di aver già vissuto in un non meglio precisato “passato” lo stesso genere di esperienza emozionale ed estetica. Questo è riportato anche da coloro che assumono la DMT per la prima volta. E’ come se tutti noi conoscessimo inconsciamente gli effetti della sostanza: l’intrigante ipotesi, tutta da dimostrare, è che in qualche tappa della nostra ontogenesi le triptamine endogene siano state presenti nella chimica del nostro corpo in quantità superiori a quanto non lo siano nell’adulto sano, o che esse siano state, per ragioni sconosciute, psichicamente attive. Ma la DMT sembra dare sostegno anche alla vecchia teoria delle psicotossine endogene: la ricerca biochimica ha evidenziato la presenza della sostanza in quantità non trascurabili anche nelle urine e nel sangue di pazienti schizofrenici.

PROSPETTIVE E CONCLUSIONI
Negli ultimi anni mi sono ritrovato a studiare la documentazione di quasi mezzo secolo di ricerche, sia italiane che nord americane. Inoltre ho potuto raccogliere le testimonianze di molti soggetti che avevano avuto esperienze al riguardo. Focalizzare l’attenzione sulla DMT può essere interessante – in prospettiva di una futura ricerca legale – per una serie di motivi: è una sostanza estremamente potente; si trova nel corpo umano e la sua funzione non è ancora stata spiegata propriamente. La sua azione estremamente rapida la rende particolarmente indicata per una ricerca clinica, e non presenta – essendo una sostanza poco nota – grandi aspettative da parte di eventuali sperimentatori. 

I suoi aspetti positivi possono essere così riassunti:
1 - breve durata;
2 - esperienza profonda;
3 - potenti e variegate sensazioni;
4 - cambiamenti radicali di prospettiva;
5 - esperienze transpersonali intense.


Gli aspetti negativi possono comprendere:
1 - Esperienze destrutturanti;
2 - difficoltà di fumare la sostanza;
3 - ipertensione e cefalea;
4 - difficoltà di integrare l’esperienza;
5 - paura

Per “quantificare” e “qualificare” farò riferimento alla classificazione di Pahnke che divise l’esperienza soggettiva prodotta da psichedelici in cinque gruppi: l’esperienza psicotico simile, l’esperienza cognitiva, l’esperienza estetica, l’esperienza psicodinamica e l’esperienza transpersonale; questi cinque gruppi sono ovviamente mescolati tra loro e in qualche modo accompagnano l’esperienza in quanto tale, diventando una sorta di fasi. Dal mio studio però l’azione delle singole sostanze sembrerebbe privilegiare un tipo di esperienza rispetto ad un’altra.

L’ESPERIENZA PSICOTICO SIMILE è caratterizzata da confusione mentale, da vari gradi di paura, dall’ansia al panico; da sintomi paranoici, da depressione, manie di grandezza, incapacità di ragionamento astratto, malesseri somatici. Il termine è abitualmente impiegato per indicare qualsiasi esperienza negativa, il così detto “brutto viaggio”, ma nello specifico è caratterizzata dalla perdita dell’Io e del concetto di identità di tipo psicotico: in altre parole, nell’esperienza psicotico simile la destrutturazione dell’Io è estremamente profonda e rapida.

L’ESPERIENZA COGNITIVA è invece caratterizzata da uno stato mentale estremamente lucido: la mente, il pensiero, sembrano in grado di poter cogliere le cose sotto prospettive nuove. L’esperienza creativa può avere qualcosa in comune con questa classe esperienziale, anche se la relazione non è mai stata studiata con sufficiente attenzione.

L’ESPERIENZA ESTETICA è dominata dagli aspetti percettivi, con una modificazione e un’intensificazione di tutte le modalità sensoriali. Caratteristici sono i fenomeni di sinestesia (ad esempio “vedere” i suoni o “ascoltare” i colori), della percezione di movimenti negli oggetti (i muri sembrano “respirare”). Ad occhi chiusi compaiono visioni di scene, di complesse geometrie, di forme architettoniche, etc.

L’ESPERIENZA PSICODINAMICA è caratterizzata dal ritorno in superficie di materiale precedentemente inconscio o preconscio. Abreazione e catarsi sono elementi di ciò che può essere vissuto come un’attualizzazione di traumi del passato o la rappresentazione simbolica di conflitti rimossi. E’ questa l’esperienza solitamente ricercata quando gli allucinogeni vengono impiegati in un contesto psicoterapeutico.

L’ESPERIENZA TRANSPERSONALE, detta anche esperienza trascendentale, è quella più difficile da descrivere e da valutare, e presenta evidenti analogie con le esperienze mistiche ed estatiche. Consiste, in parole povere, in una destrutturazione dell’Io alla quale segue una ristrutturazione più integrata e più completa.

Dal punto di vista psicodinamico, in riferimento ai cinque gruppi esperienziali di Pahnke di cui sopra, la DMT sembrerebbe non produrre un’esperienza psicotico simile: forse la rapidità dell’esperienza non permette una metabolizzazione dei contenuti emozionali in chiave psicotica, se non di brevi episodi di paura, confinati alla primissima fase dell’ebbrezza, nei secondi iniziali. Questa “paura” è però di tipo razionale, legata essenzialmente alla rapidità degli effetti della sostanza che, come disse il filosofo Alan Wattsè come essere sparati da un cannone atomico”. 
Assenti sono reazioni di tipo paranoico, maniacale; malesseri somatici si presentano soltanto nei primissimi minuti dopo l’assunzione: tachicardia, sudorazione, vertigini, e probabilmente sono anch’essi determinati da una reazione fisiologica organica. Si possono verificare esperienze di paura, vissute per lo più come distanti e marginali, anche se intense e totali. 

Un soggetto riferì: “Arriva la paura con una presenza nera, un’ombra che fa da contraltare alla bellezza sfolgorante di prima,ma che sento come un’altra faccia della stessa medaglia. Questa bellezza sconvolgente è al tempo stesso terrificante; a volte vedo figure nello spazio composte da tratti neri paralleli tra di loro che incombono verso di me e sento rigidità alla nuca”. 

Un altro “Mi sono aggrappato a xxx come un animaletto che si aggrappa alla pelliccia della madre per sopravvivere mentre il mio corpo con degli spasmi si contraeva e si distendeva violentemente (…) tremante di paura e di freddo”. 

Per definire e spiegare la “marginalità” della paura, un intervistato disse che la paura è fisicità che non ha nulla a che fare con l’esperienza con DMT, che ci proietta in un “altro mondo”, lontano dal corpo e dalla fisicità. Scarsa è anche l’influenza dell’esperienza cognitiva: anche in questo caso la rapidità con cui si manifestano e terminano gli effetti non lascia spazio a possibili insights di tipo psicologico, filosofico o artistico. 

Dilatata all’ennesima potenza è invece l’esperienza estetica: un soggetto riferì di vedere “colori che si muovevano, come dei frattali. Ero in un palazzo arabo in cui tutto quello che mi circondava erano arabeschi sgargianti in movimento”. 

Oppure: “Subito arriva l’immagine di uno sfondo verde animato da linee scure in movimento che descrivono disegni arabescati. Gli sfondi poi cambiano colore, ricordo il giallo e poi forse l’azzurro”. 

Notevolmente interessata è anche la dimensione transpersonale o trascendentale: un altro soggetto descrisse la sua esperienza in questi termini: “Avevo la sensazione di essere portato via, e mi sono dimenticato del mio corpo, della mia vita. Mi sono ritrovato in un altrove fuori di me, oltre la mia coscienza, più in là. Mi ero affacciato su di un altro mondo”. “Nelle forme che si creano mi sembra di avvertire occhi senza forma che mi guardano e una presenza oltre l’umana esperienza, da cui emana un’energia dalla quale mi sento sovrastato”.
In chiave psicoterapeutica l’azione della DMT sembra essere sostanzialmente trascurabile, non alimentando un’esperienza psicodinamica. La maggior parte delle ricerche non evidenzia il riemergere di ricordi, traumi o simbolizzazioni di conflitti rimossi. Anche in questo caso, il rapidissimo decorso dell’esperienza con DMT sembrerebbe, almeno allo stato attuale della ricerca,ostacolare l’utilizzo della sostanza a scopi psicoterapeutici; la “rapidità” della sostanza deve essere valutata in due sensi:
  1. la difficoltà di seguire qualsiasi sequenza del pensiero, letteralmente inondato da fenomeni percettivi;
  2. l’esperienza non resta a lungo impressa. In ogni caso la DMT non può certo competere con l’azione introspettiva dell’LSD o della mescalina. A differenza però di queste sostanze la DMT non sembra lasciare conseguenza alcuna al termine dell’esperienza: nelle ore successive, spesso anche il giorno dopo, il soggetto vive un profondo senso di benessere e di lucidità mentale. Nonostante ciò, personalmente sono del parere che la sperimentazione clinica con DMT possa riservare in un prossimo futuro risposte interessanti sul piano specificamente biochimico. La DMT infatti, fra tutti gli allucinogeni, è quello che presenta un’azione che possiamo definire abbastanza costante, con una serie di temi comuni in un’altissima percentuale di sperimentatori.

I più importanti di questi temi comuni sono quelli evidenziati anche da Strassman nell’articolo pubblicato su ALTROVE:
  1. L’esperienza di una sorta di “natura abitata”: quasi il 90% dei consumatori riferisce sensazioni (o visioni) di venire trasportati in un altro mondo da “entità”: spiriti, angeli, demoni o esseri extraterrestri. Un soggetto descrisse di aver volato accompagnato da “i Signori dell’Universo, esseri soprannaturali mostruosi, ma non spaventevoli: figure umane con la testa di uccelli, serpenti alati, alberi con la testa umana, strane sfere con occhi, naso, bocca e minuscoli arti”.
  2. L’esperienza di morte. Anche qui la maggior parte degli sperimentatori afferma di aver avuto la reale sensazione di essere sul punto di morire. Un soggetto riferì di essere stato “nella dialettica tra la vita e la morte come se vivessi una vera e propria iniziazione passando in mezzo a questi due grandi opposti complementari”.

Perché questa uniformità di sensazioni, si chiede Strassman? E’soltanto “un’esperienza di “morte psicologica”, caratteristica di molte esperienze psichedeliche e sciamaniche, la cui attinenza con la morte reale è tutta da dimostrare, oppure è una sorta di “anticipazione” del momento del trapasso? Strassman ipotizza che la ghiandola pineale possa produrre, al momento della morte, DMT o triptamine analoghe. In questo caso il campo di ricerca e di sperimentazione si amplierebbe e avrebbe dei risvolti clinici non indifferenti: la DMT potrebbe, in questa direzione, essere una specie di “allenamento” per i malati terminali e per chi è interessato al processo della morte.

venerdì 13 luglio 2012

Grazie dottor Hamer!

FORMAZIONE DELL'ENDODERMA
Finalità biologica = la sopravvivenza
Il conflitto = il boccone vitale
Connessione al cervello = tronco cerebrale

L’acqua è l’elemento dal quale ha tratto origine la nostra cellula, ed ha costituito per miliardi di anni il grande utero di gestazione e di protezione, oltre che veicolo per il nutrimento.
La protezione esterna di cui aveva bisogno la cellula era quindi molto semplice: una sottile membrana plasmatica. Questa, in miliardi di anni, andrà sempre più condensandosi al suo interno di elementi sempre più specializzati (mitocondri, ribosomi, cromosomi, DNA …).
A questo punto la Natura, impone una regola precisa e costante, valida miliardi di anni fa come oggi.
La funzione primaria da assolvere in un percorso evolutivo è la sopravvivenza.
Hamer ha realizzato che questa cellula per sopravvivere dovette superare il primo conflitto biologico: il boccone.
  • Cibo come principi nutrienti
  • Luce come informazione verso cui andare o da cui sfuggire
  • Suono da seguire o rifuggire come pericolo
  • Acqua costituente originario di vita oltre che veicolo nutrizionale e protettivo
    Infine  con il passaggio dall’acqua all’ambiente aereo, che l’Aria acquisì le connotazioni biologiche del “boccone”.
A livello fisiologico, a fronte della sopravvivenza, ha inizio la prima formazione del tessuto embriologico chiamato endoderma, a cui è connesso il Tronco cerebrale o cervello antico.
Dal cervello antico partono le pulsioni viscerali di attacco o fuga, tutto o niente.
Col passare del tempo nuove cose diventavano vitali e quindi si crearono altri “bocconi” (casa, lavoro, oggetti, … ed anche il sentito, che rientra più nella sfera psichica).

Se viviamo un conflitto biologico per un boccone, con una DHS, si verifica, in un tessuto di derivazione endodermica, un proporzionale aumento di funzione cellulare che, riguardando una delle cinque qualità citate potrà manifestarsi da un semplice aumento funzionale a una vera e propria proliferazione di cellule e cioè un adenocarcinoma.

Il boccone acqua = il conflitto del profugo
Acqua come il più antico boccone primario. L’aria è un elemento indispensabile per la vita, ma ha acquistato la sua valenza per l’essere umano 300 milioni di anni fa, mentre possiamo affermare che l’acqua costituisce il substrato di vita di tutti gli esseri organici dall’inizio delle prime forme sulla terra circa 3 miliardi di anni fa. Senza l’acqua non può esistere forma di vita sulla terra. L’effetto combinato con l’energia del sole ha dato vita alle prime forme vegetali, dalle quali è partito l’intero sistema vivente. L’organo preposto a mantenere inalterato l’equilibrio idrico è riposto nel tessuto endodermico del rene: i tubuli collettori (canali impermeabili e trasportatori di sostanze, capaci di filtrare oltre 110 litri di acqua al giorno, eliminandone solo un litro o un litro e mezzo al dì). Attraverso il conflitto del profugo comprendiamo perché il nostro organismo attivi repentinamente la ritenzione idrica, producendo tutti questi corpi con forti edemi e sformati dalla quantità d’acqua ritenuta.
La nostra cellula originaria, finché è rimasta protetta dall’acqua per miliardi di anni, al solo fine di imparare, non ha avuto necessità di preoccuparsi d’altro, relazionarsi con altre specie, non aveva un territorio da difendere. Di certo l’acqua rimase impressa, nei costituenti base del futuro DNA della cellula, quale elemento di vitale importanza.
La traduzione e la manifestazione di questo concetto sono ampiamente documentate nella fisiologia della ritenzione idrica.
Quando il corpo attiva questa funzione? La parola “profugo” chiarisce una situazione di smarrimento e perdita di controllo, implicita inizialmente, se vogliamo, in tutte le DHS.
La posizione di “profugo” però è più marcata quando l’”animale” viene a trovarsi improvvisamente in una di queste situazioni:
  • rimanere abbandonati a se stessi
  • dover lottare per l’esistenza
  • sentirsi come pesci fuor d’acqua, non sentirsi a “casa” nel proprio ambiente
  • perdere tutti i punti di riferimento o i mezzi di sussistenza.
Sono tutte situazione che rendono l’individuo fragile e vulnerabile, e quindi facilmente eliminabile dal contesto in cui si vive.
Per sopperire a questi eventi drammatici, nel sistema arcaico del cervello antico, l’endoderma, preposto all’unica finalità della sopravvivenza, si è originato un programma di supporto: la ritenzione idrica.

Il nostro corpo dopo aver rilevato la pericolosità delle situazioni citate, si preoccupa istantaneamente di non farci perdere, accumulando, l’elemento vitale per la sopravvivenza: l’acqua.

FORMAZIONE DEL MESODERMA ANTICO
Finalità biologica = la protezione
Il conflitto = l’attacco
Connessione al cervello = Cervelletto

Riprendiamo il viaggio della nostra cellula. Per comprendere i primi codici biologici dell’endoderma, finalizzati alla sopravvivenza e al nutrimento ci sono voluti miliardi di anni. Il risultato è un aggregato di cellule dotato di funzioni sempre più perfezionate: nascono i primi batteri.
Nel programma intenzionale di queste forme di vita, tanto straordinario quanto misterioso, era codificato l’obiettivo di uscire dall’acqua. Un programma questo, già accennato nella trattazione del conflitto del profugo.
Biologi e paleontologi sono riusciti a individuare una data approssimativa, circa 300 milioni di anni fa, quando apparvero i primi esseri anfibi, mentre per il mondo vegetale dobbiamo risalire a molto tempo prima, circa 3 miliardi di anni fa, quando le prime alghe verdi-azzurre filamentose fecero capolino all’aria.
Un batterio dalla semplice forma rotonda, costituita quasi solo dall’involucro della membrana plasmatica, cominciò a dotarsi di elementi di locomozione che gli consentivano una certa mobilità.
Nel bordo esteriore della membrana si sviluppano delle piccole increspature, formate dall’attività di microfilamenti situati immediatamente al di sotto della membrana plasmatica. Queste nuove forme col tempo, diventarono sempre più lunghe fino alla formazione di estesi filamenti, chiamati ciglia o flagelli, veri e propri propulsori nell’acqua.
Queste prime forme di batteri sono pronte per uscire dall’acqua, e vivere in un mondo fatto di aria, sole, ossigeno, caldo, freddo e continue variabili, di nuovi e futuri conflitti da risolvere.
Questa forma embrionale aveva solo una piccola membrana plasmatica come protezione, non avrebbe potuto resistere alle intemperie, se non munendosi di nuovi strumenti.
Così cominciò di un nuovo periodo di adattamento, che durò altri milioni di anni, per la costruzione di un nuovo foglietto embrionale: il mesoderma, un vero e propri apparato difensivo degli organi vitali.
Ecco dunque il formarsi di nuovi tessuti finalizzati alla protezione: il nuovo scopo biologico.
La struttura esterna, preposta allo scopo, è il derma, un tessuto che avvolge quasi completamente le strutture formatesi sino allora ed è finalizzato alla protezione dagli agenti esterni.
Ogni organo vitale, poi, si munisce di un tessuto specializzato per questo fine e quindi si forma il peritoneo per tutto l’apparato digerente, il pericardio per la protezione del cuore, la pleure per i polmoni, come pure il derma per la protezione esterna.

Un giorno queste cellule/organismo, operarono una lacerazione in corrispondenza dell’ano e della fontanella nella testa, mantenendo le terminazioni nervose del sistema di muscolatura in corrispondenza dell’ano, per consentire l’evacuazione volontaria delle feci.
Il processo descritto rappresenta il successivo sviluppo ontogenetico dell’embrione: il nuovo foglietto embrionale del mesoderma, con la formazione di una nuova parte del cervello, il cervelletto.
Gli organi che si sono strutturati a protezione dell’organismo non potevano che essere il risultato di continui conflitti biologici derivati da attacchi esterni.
Non essendoci più l’acqua a proteggerlo, il nuovo organismo era esposto ai fenomeni atmosferici e a contatti, o attacchi, di ogni tipo.
Una prima embrionale forma di protezione erta già costituita dalla membrana esterna fosfolipidica della struttura cellulare.
Quale poteva essere la risposta fisiologica, secondo un SBS, di fronte all’integrità del nostro antenato? Conteneva già nel suo bagaglio di esperienze, la reazione dell’aumento di funzione per il metabolismo del boccone.
La stessa funzione venne confermata anche nel caso di un conflitto biologico (DHS) di attacco, con la produzione di un ispessimento a protezione della parte colpita in modo inaspettato.
Infatti nella fase di CA assistiamo a un aumento di funzione e, quindi, a una proliferazione cellulare, seguita ovviamente, come per l’endoderma, da una fase di riduzione per caseificazione o incistamento, dopo la soluzione del conflitto.
In medicina questi tipi di proliferazione, prendono il nome di malattie come melanoma o mesotelioma, a seconda del tessuto colpito.

Inizialmente l’essere umano si riproduceva anch’esso per partogenesi (l’individuo, con una caratterizzazione e una funzionalità tipicamente femminili, è in grado di riprodurre uova senza bisogno della fecondazione maschile) e non v’era distinzione di sesso.
Esisteva l’”androgino”, con la forza vitale della riproduzione partenogenetica.
Tale individuo, formatosi nei miliardi di anni, dall’originario anello-cellula, si è evoluto fuori dall’acqua secondo lo schema già visto, ma oltre al processo di difesa delle strutture vitali, si è accorto della presenza di altri suoi simili, cominciando così una nuova era evolutiva: quella della relazione sociale.
La necessità di un raggruppamento fu tanto più necessaria, quanto maggiori erano le insidie che provenivano dall’esterno. Era inevitabile associarsi, siano a formare il gruppo (branco).
La protezione di un rifugio e la forza dell’unione non bastavano però alla sopravvivenza della specie, occorreva anche il mantenimento alimentare, il solito e arcaico problema esistenziale: procurarsi il boccone.
Così una parte di questi androgini dovette adattarsi a delle diverse funzioni: la caccia e la conquista di un territorio. Fu così che alcuni di loro ridussero la loro funzione della riproduzione per sviluppare invece una nuova necessità biologica: la forza e la difesa. Tutto ciò si è tradotto fisiologicamente in una mutazione funzionale dell’organismo che ha prodotto nuove connotazioni fisiche per il futuro maschio:
  • produzione di ormoni come il testosterone, derivato dal suo precursore il colesterolo (a capo di tutti i processi di controllo del territorio)
  • aumento della forza fisica e sviluppo maggiore in altezza del maschio rispetto alla femmina, per assolvere meglio la funzione di difesa
  • atrofizzazione funzionale dei seni per l’allattamento, in quanto non più utilizzati per lo scopo
  • una maggiore produzione di peluria per il maschio che doveva passare molto più tempo fuori dalla caverna
Alla femmina restava un ruolo:
  • prettamente procreativo e di accadimento
  • la funzione dell’allattamento la dotò dei seni prosperosi
  • aveva una riserva maggiore di grasso corporeo per sopperire a eventuali carestie o a possibili battute di caccia andate a vuoto
La differenziazione tra maschi e femmine, insieme alla specificazione dei diversi ruoli e degli adattamenti fisiologici, si affiorano sempre di più, attraverso milioni di anni di evoluzione, nel contesto di raggruppamenti tra individui e di appropriazioni di terreni di caccia.

Nell’ambito del gruppo la suddivisione dei ruoli fu sempre più marcata, relegando al cosiddetto “maschio nascente” il compito di conquistare e proteggere il territorio, oltre che dell’approvvigionamento dei viveri.
Alla donna il compito di pensare e accudire la prole, scegliendo anche il maschio migliore per la procreazione.
Prioritaria divenne anche la scelta di una guida del gruppo: il capo branco.

La definizione della figura maschile e femminile, insieme all’esigenza della guida di un capo branco, sono i presupposti di una nuova e contestuale evoluzione fisiologica del corpo umano: la formazione dei destrimani e dei mancini. Hamer constatò che:
  • la diversa risposta biologica di un destrimane rispetto a un mancino, nell’ambito dei due ambiti, territorio e sessualità
  • il diverso riflesso fisiologico delle patologie sulla lateralità del corpo, destra o sinistra, a seconda della relazione conflittuale
quindi:
  • nell’emisfero destro (maschile) della corteccia cerebrale si riflette l’ambito del territoriotestosterone
  • nell’emisfero sinistro (femminile) l’ambito della sessualitàestrogeno

FORMAZIONE DEL MESODERMA RECENTE
Finalità biologica: crescita e rafforzamento del gruppo
Il conflitto: non riuscire
Connessione al cervello: Midollo cerebrale

Consolidata la capacità di sopravvivere e la strutturazione di un apparato difensivo degli organi vitali, continua il viaggio evolutivo dell’essere umano, che affronta nuovi ostacoli.
Sono passati miliardi di anni alla primordiale forma cellulare rotonda.
Il nuovo passaggio è preordinato ad assolvere una nuova finalità: il levarsi in alto e guadagnarsi il diritto di “esserci” nel sistema. La psiche governa quindi un nuovo processo, che possiamo definire del gruppo.
Siamo di fronte a un passo evolutivo che oltre la semplice esigenza vitale di sopravvivenza e di protezione, implica la nuova finalità di ricerca di un suo spazio e di un suo diritto di esistere.
Il conflitto biologico che ostacola questo nuovo proposito evolutivo è identificabile in queste situazioni: “non riuscire” “sentirsi biologicamente inadeguati” “non essere in grado di farcela”.
Hamer nei suoi testi, definisce in sintesi questo conflitto: svalutazione.
È importante però rilevare che questa è una connotazione di tipo psicologico, spesso inevitabile, ma successiva al vero conflitto con connotazione di tipo biologico: “non essere adeguati”.
Vedremo, infatti, che non sempre è connessa la svalutazione, come, per esempio, nell’osteoporosi degli astronauti; e questo caso ci consentirà una comprensione ulteriore della distinzione tra conflitto psicologico e biologico.

Dopo la finalità del boccone e della protezione si aggiunge quindi un nuovo proposito evolutivo: la necessità di crescere, mantenere e migliorare il gruppo, il branco e le forme associative sempre più organizzate. Occorrono dunque nuovi organi e tessuti per realizzare lo scopo e contrastare il nuovo conflitto di fondo: “non riuscire”.
Si formano e si perfezionano quindi nuovi apparati dell’organismo: lo scheletro, le articolazioni cartilaginee in genere, i muscoli, il tessuto connettivo, l’apparato circolatorio e linfatico.

Il nostro corpo fa ciò che gli chiediamo se gli concediamo il tempo

Vivere in un ambiente dove la forza di gravità schiacciava il corpo verso la terra, non consentendogli più di galleggiare nell’acqua, imponeva alla struttura ossea una solidità più forte e resistente. La nuova finalità biologica è sintetizzabile nel rafforzamento dell’individuo e del gruppo. Il lungo processo di crescita delle strutture di sostegno e di mobilità è il risultato di un individuo che deve confrontarsi con la nuova realtà del gruppo, quindi a gestire la relazione e i nuovi compiti nell’ambito del gruppo.
Fare crescere sono attività che non vengono più esercitate unicamente per l’integrità personale dell’individuo, ma per realizzare l’evoluzione sociale delle aggregazioni di molti individui.
Si parla di affermazione e riuscita del singolo in mezzo al gruppo.
Non è difficile dedurre il conflitto biologico che va a impedire queste finalità, nel senso che blocca sia la crescita che l’affermazione personale dell’individuo: “non riuscire a farcela” “sentirsi inadeguati” con il conseguente stato d’animo di svalutazione.
Se in un processo di crescita fisiologica si manifesta un conflitto che va a bloccare tale evoluzione, non è difficile comprendere che durante la fase conflittuale, post DHS, si verificano un arresto e una riduzione di funzione cellulare (necrosi).
E una volta risolto il conflitto avverrà la ricrescita del tessuto.
Dopo la formazione degli elementi che reggono una struttura, il nostro corpo si è dovuto costituire anche un sistema di trasporto e di diffusione in ogni sua parte delle sostanze di nutrimento, compreso l’ossigeno come sostanza propellente. Per questo si è formato un complesso di dispositivi basati sul trasporto, che permette un trasferimento rapido delle sostanze su lunghe distanze, il tutto finalizzato a una distribuzione mirata e a un adattamento rapido agli incrementi del fabbisogno. Il mezzo di conduzione principale è il sangue. Organi costituenti questo apparato sono dunque tutto il sistema circolatorio, compreso quello linfatico, dalla milza ai linfonodi. Anche per questi organi il processo conflittuale e di riparazione adotta il programma esposto per gli organi di struttura. 

FORMAZIONE DELL'ECTODERMA
Finalità biologica = relazione nel gruppo e procreazione
Conflitto = separazione – lotta per il territorio
Connessione al cervello = Corteccia cerebrale

Siamo arrivati all’ultimo sviluppo embrionale, quello esterno e sensoriale: l’ectoderma.
La successione espositiva dei foglietti embrionali si ricollega a una successione evolutiva nel tempo, ma non ne senso di compartimenti separati, ma di continua specializzazione e perfezionamento dei tessuti. Così non possiamo escludere che possano essere esistite nel primordiale organismo cellulare forme larvate di sensorialità e motricità, ma, certamente, nell’ultima parte evolutiva dell’essere umano, i continui nuovi adattamenti e conflitti risolti hanno portato a uno sviluppo e a una specificazione più marcati di questa funzionalità esterna.
Siamo di fronte all’esigenza di superare nuovi conflitti e nuove forme di vita conseguenti soprattutto al miglioramento e perfezionamento degli aggregati sociali tra gli individui.
Si rende necessaria la definizione di aree come quella motoria, sensoriale, visiva e ormonale.
Il senso biologico della fisiologia umana si è definito alla luce del consolidamento dei rapporti di gruppo e della primordiale sottospecie: la famiglia; così com’è diventata prioritaria la difesa dello spazio vitale dove procreare: il territorio, il nido. Dopo i primordiali scopi biologici della sopravvivenza e della protezione, assistiamo a un salto di qualità evolutiva che incide sulla sfera emotiva relazionale tra gli individui.
La nuova funzionalità corporale del mesoderma e dell’ectoderma ci chiarisce quindi il nuovo contesto evolutivo: l’essere umano non è più solo.

Torniamo ai nostri antenati e alla necessità di creare un rivestimento esterno per trasportare al cervello le sensazioni.
Il rivestimento è costituito da un epitelio pavimentoso che ricopre tutta la superficie esterna del corpo umano. Lo troviamo sia nell’epidermide, sia nel rivestimento degli organi interni, come i dotti biliari del fegato, i dotti pancreatici, i dotti lattiferi dei seni, l’intima della coronarie, le varie mucose di diversi apparati: faringe, laringe, archi bronchiali, utero, vagina, retto e altri.
Questa distinzione degli epiteli pavimentosi, esterni e interni, dipende esclusivamente dalla distinzione dei due conflitti dichiarati: per l’epidermide dobbiamo far capo al conflitto di separazione, per gli organi interni a quello di territorio o del nido. L’epitelio pavimentoso esterno si è invaginato anche all’interno di quegli organi preposti a delle funzionalità che vanno ad assolvere comunque una relazione tra gli individui.
Avremo un’ulcera dei tessuti durante il CA seguita da una fase di rigenerazione cellulare durante la riparazione, con conseguenti gonfiori e arrossamenti, e con eventuali produzioni di cisti.
La necrosi del tessuto epiteliale ha una duplice funzione biologica a seconda dell’organo colpito e della tipologia del conflitto: separazione o territorio.


Fonte: Grazie dottor Hamer!, di Claudio Trupiano, Secondo Natura Editore



sabato 7 luglio 2012

“Scoperta la particella di Dio”


Cos'è il bosone Higgs e perché lo cerchiamo da cinquant'anni

PIERO BIANUCCI
Alla fine il bosone di Higgs, folcloristicamente soprannominato «particella di Dio», ha fatto la sua comparsa in due colossali esperimenti del Cern di Ginevra. È il punto di arrivo di un cammino iniziato negli Anni 60 del secolo scorso. L’ultimo tassello di un puzzle che i fisici hanno messo insieme pazientemente in mezzo secolo di lavoro costruendo macchine sempre più grandi, potenti e costose.

Si chiamano bosoni, dal nome del fisico indiano Bose che con Fermi ne descrisse le proprietà, le particelle che trasportano una forza. Sono bosoni, per esempio i fotoni, cioè le particelle che costituiscono la luce, e i gluoni, la «colla» che tiene insieme i nuclei degli atomi. Il bosone di Higgs è speciale: è la particella che conferisce una massa a tutte le altre particelle, e quindi in qualche modo dà ad esse l’esistenza i n quanto oggetti materiali. Questa è la sua potenza «divina».


Da ieri, dunque, conosciamo il segreto della massa delle particelle subnucleari, e quindi sappiamo come è fatto l’universo visibile (purtroppo stiamo parlando solo del 4 per cento di quanto esiste, il 96% ci sfugge perché è sotto forma di materia ed energia invisibili). Fatto non irrilevante, sappiamo inoltre perché si sono spesi sette miliardi di euro nel Large Hadron Collider, Lhc, un anello di magneti lungo 27 chilometri nel quale due fasci di protoni si scontrano a energie mai raggiunte prima.

Certo, gli scienziati preferiscono essere prudenti, tutto deve essere meglio verificato. Solo a fine luglio una pubblicazione metterà nero su bianco i risultati preliminari presentati ieri mattina nell’auditorium del Cern da Joe Incandela per l’esperimento Cms e da Fabiola Gianotti per l’esperimento Atlas. Altre misure saranno necessarie almeno fino alla fine di quest’anno. L’identikit è quello della particella tanto attesa: una massa di 125,3 GeV. Se non fosse il bosone di Higgs sarebbe davvero qualcosa di strano e, per certi versi, di ancora più interessante. Ma i margini dell’incertezza statistica dichiarati da Incandela e Gianotti sono minimi.

Incominciò Murray Gell-Mann nel 1964 immaginando l’esistenza dei quark, particelle più elementari dei protoni e dei neutroni fino ad allora ritenuti i mattoni ultimi dei nuclei atomici. Fu l’inizio del Modello Standard, il paradigma della fisica moderna, al quale subito Peter Higgs contribuì con l’idea del suo bosone, poi battezzato «particella di Dio» dal fisico Leon Lederman, premio Nobel nel 1988.

L’universo così come ora lo osserviamo è fatto essenzialmente di due tipi di quark: Up e Down. La teoria però ne prevede sei, che si manifestano a energie crescenti. Uno per volta, i fisici li hanno scoperti. Il sesto, chiamato Top perché è un po’ come il tetto che sta sopra l’edificio degli altri, fu preda del Fermilab di Chicago nel 1995. Il modello prevedeva anche sei leptoni. Di essi alcuni erano già noti (elettrone, muone, neutrino elettronico), gli altri sono stati via via scoperti: ultimo arrivato il neutrino Tau, stanato nel 2000 al Fermilab.

Erano presenti all’appello anche alcune particelle che scambiano le forze fondamentali della natura, i bosoni, appunto: il «vecchio» fotone per la forza elettromagnetica (risale a Einstein), il gluone per l’interazione forte, W e Z per l’interazione debole, queste ultime scoperte da Carlo Rubbia, premio Nobel nel 1984. Era latitante invece il bosone di Higgs, e questo era un problema, perché senza di esso il Modello Standard entrerebbe in crisi. Ecco perché ieri al seminario del Cern i fisici hanno tirato un respiro di sollievo.

Ieri è stata posata una pietra miliare. La strada però rimane lunga. Una teoria molto accreditata prevede l’esistenza di particelle simmetriche a quelle già note e altre ancora. Questo mondo di Alice riflesso nello specchio potrebbe risolvere l’enigma della materia oscura di cui gli astronomi vedono nell’universo segni indiretti. Ma restando nel Modello Standard, sarebbe importante anche osservare sperimentalmente le onde gravitazionali, e quindi i gravitoni.

Per finire, qualche numero su LHC. La macchina che ha stanato la «particella di Dio» si avvale di 9600 magneti. Di questi 1746 sono superconduttori raffreddati con 190 tonnellate di elio a 1,9 Kelvin. Poiché l’universo ha una temperatura di 2,7 Kelvin, l’acceleratore del Cern è l’oggetto più freddo che esista nel cosmo. Ed è anche il più vuoto: i tubetti percorsi dai protoni contengono meno materia dello spazio interstellare.

Sull’energia raggiunta dentro LHC, invece, bisogna intendersi. Tutti i protoni accelerati in un giorno pesano appena 2 miliardesimi di grammo. Ci vorrebbe un milione di anni per accelerare un solo grammo di materia. Inoltre l’energia di ciascun protone è paragonabile a quella di una mosca in volo e quella totale dei fasci corrisponde a un battito delle mani. Le collisioni sono enormemente energetiche solo perché l’energia è concentrata nello spazio piccolissimo di un protone: un conto è battere le mani tra loro, un altro battere una mano contro la punta di uno spillo. Ecco perché le collisioni ottenute in LHC con nuclei di atomi pesanti riescono a riprodurre le condizioni del Big Bang portandoci indietro nel tempo fino a 13,7 miliardi di anni fa.



Fonte: http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/461161/


"Un ficco di neve" Il bosone di Higgs spiegato da un fisico
"Immaginate un'infinita distesa di neve, un campo esteso lungo tutto lo spazio. Il campo di Higgs è come questo: questo è fatto di fiocchi di neve, allo stesso modo il campo di Higgs è composto di piccoli quanti. Noi li chiamiamo Bosoni di Higgs". Il fisico teorico del Cern John Ellis spiega cos'è e come funziona il Bosone di Higgs, che conferma il Modello Standard delle particelle fisiche, e giustifica il fatto che abbiano masse diverse tra loro."Il Bosone svolge il lavoro di dare massa a tutte le altre particelle elementari. Le equazioni del Modello Standard sono molto simmetriche, le particelle appaiono tutte allo stesso modo, non si distingue tra quelle di massa diversa. Questa simmetria deve essere spezzata, ci deve essere qualcosa che ci permetta di differenziare: questo è il Bosone di Higgs. A seconda di come le particelle interagiscono con lui acquisiscono masse differenti. Così la simmetria è rotta". Per far capire come funziona il meccanismo Ellis riprende il paragone del campo di Higgs con la distesa di neve."Immaginate di attraversarla: uno sciatore passa sopra la neve, non interagisce con il campo, scorre via come una particella senza massa che viaggia alla velocità della luce. Se invece si cammina con gli scarponi si affonda nella neve, si viaggia meno velocemente, come una particella dotata di massa che interagisce con il campo. Se invece si affonda nella neve si va molto piano, come una particella dotata di massa maggiore".


Fonte: http://multimedia.lastampa.it/multimedia/home/lstp/160659/