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sabato 3 settembre 2011

Ortho Bionomy – l’arte semplice dell’armonia psicofisica

Il termine Ortho-Bionomy è formato da due elementi:
  • Ortho, dal greco orto, significa dritto, giusto, corretto,
  • Bionomy, parola inesistente in inglese, si origina con tutta probabilità da bionomic la cui traduzione italiana è bionomia (bio e nomia che significa scienza che studia le leggi organiche della natura)

Il dott. Pauls (ideatore del metodo) dava la seguente definizione: “Corretta applicazione della legge scientifica della vita”

Il vocabolo non è nuovo, il primo a utilizzarlo, anni prima, fu un igienista di nome Herbert M. Shelton nel suo libro intitolato Igiene naturale: “L’Ortobionoma è una parola coniata da me per definire il giusto adattamento alla vita e all’ambiente”.

È un metodo che può aiutarci a ritrovare o a riconoscere il ritmo del movimento vitale e permettere il recupero di modelli di movimento più sani e consoni alla struttura corporea.
Gli esercizi mirano a creare una connessione tra il piano emozionale e la struttura corporea per arrivare infine a restituire all’essere umano la memoria effettiva e fruibile di un modello d’azione e comportamento più sano e umanizzato, utile per interagire al meglio con la realtà che ci circonda.

La sensibilità propriocettiva è il più potente mezzo che un corpo possiede per riconoscere i propri bisogni e i propri squilibri.
Oltre a un tipo di vita vissuta a velocità eccessive la nostra vitalità spesso arde sepolta sotto un cumulo di cenere poiché è appesantita da modelli di comportamento disarmonici, da sistemi educativi rigidi, da superstizioni e dogmi che instillano la paura nel cuore, questa è una delle osservazioni del dott. Pauls.

Non è importante o necessario essere innovativi a tutti i costi. È importante che ciò che viene detto sia reale e che la saggezza si rinnovi non tanto nei contenuti ma quanto nel modo di essere espressa.
L’Ortho-Bionomy non è una terapia (anche se può essere usata come tale) ma piuttosto un sistema educativo e di conoscenza del proprio corpo nei suoi aspetti fondamentali, fisico, emozionale, mentale, spirituale.

È una via che passa in mezzo a boschi verdi e silenziosi, una via che segna il cammino ed è camminando in campagna che si può sentire il proprio cuore pulsare.
Poni a te stesso una domanda: “Questa strada ha un cuore? … Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente.

Il contatto esprime quello che portiamo dentro e quello che possiamo, ci dice chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

Il dott. Pauls riteneva che ognuno ha il proprio modello di vita e che, probabilmente, decide di cambiarlo solo quando ne trova uno migliore!
Egli espresse più volte la volontà di non trasformare l’OB in una terapia perché come ben vedremo, riteneva si trattasse soprattutto di un sistema educativo per l’uomo e non di un metodo esclusivamente terapeutico.

Nella filosofia dell’OB, tridoshi (la visione ternaria della realtà) – le tre cose, devono essere incluse nel quadro.
Aiutare il corpo a riguadagnare la sua integrità strutturale perduta con la fase più alta che il corpo è capace di “responsabilità” (1-7)
Mostrare la parte o le parti della struttura, come essa funziona in termini fisiologici ed anatomici
Con esercizi posturali a casa, rieducare l’integrità che è andata perduta. E poi stare dentro le limitazioni del corpo per mantenere questa integrità.

Questo sistema educativo offre un modello dell’uomo composto da tre aspetti: un piano fisico, un piano emozionale e un piano mentale.

Il primo obiettivo è allentare le tensioni muscolari e lo stress.
Nouguchi, un maestro giapponese, utilizzava questo principio per trattare i malati. Se un paziente aveva nausea gli suggeriva di vomitare, se aveva diarrea gli consigliava un lassativo. Rispettava il sintomo e lo considerava un rimedio spontaneo allo squilibrio, aiutava quindi il corpo agevolandolo.

Nello scegliere le posizioni si agisce rispettando l’assunto fondamentale del dott. Jones: “rilassamento spontaneo attraverso posizionamento”.
In OB questo viene fatto diventare un postulato fondamentale in grado di rendere questo metodo, oltre che efficace, estremamente sicuro: “Non assumere o fare assumere o fare assumere mai posizioni che possono esse stesse provocare anche il minimo dolore e mettere a disagio il corpo”.

L’ortobionomista non fa uso della forza per “sbloccare” delle tensioni o dei blocchi presenti ma si limita ad assumere o a suggerire posizioni utili per il rilassamento.
Risale al diciottesimo secolo l’idea che un medico non era di nessun valore se non faceva sentire dolore al malato e ci sono terapisti, anche ne campo delle medicine naturali, che utilizzano questo principio ormai spesso inutile.
Il nostro corpo va trattato con rispetto, attenzione e sensibilità, elemento quest’ultimo completamente ignorato dalla medicina che, solo oggi, e con molte resistenze, incomincia a essere considerato come un fattore importante nei percorsi che si occupano di processi di guarigione e armonizzazione.

Il secondo obiettivo è la rieducazione del sistema propriocettivo.
L’OB non si propone esclusivamente come tecnica terapeutica proprio perché mira al riequilibrio più naturale possibile del sistema propriocettivo, il sistema neurofisiologico posto all’interno dell’organismo adibito alla regolazione del tono muscolare.

Più in generale l’obiettivo non è quello di curare e guarire a tutti i costi una patologia ma, prima di tutto, quello di sensibilizzare, attraverso un trattamento adeguato, il sistema neuromuscolare per renderlo più vivo e maggiormente in contatto con il proprio piano energetico ed emozionale. Non si lotta contro la malattia ma si sensibilizza il corpo in modo tale da portarlo a una riserva sufficiente di energia per armonizzazione naturale.

Il principio di fondo è: se sono messo in grado di percepire il mio squilibrio più facilmente il corpo impiegherà le sue energie nella direzione dell’autocorrezione.

L’autocorrezione avviene se ci sono le condizioni adatte, ne citiamo alcune:
  • se l’individuo ha trovato in sé le motivazioni, fisiche e mentali
  • se esistono le adatte condizioni spazio temporali (un luogo adatto)
  • una condizione biologica reversibile
  • non devono esserci forze che impediscono o ostacolano il processo
Il terzo obiettivo è il riconoscimento e l’approfondimento di quello che siamo.
L’obiettivo principale è riconoscere quel che si è; solo così possiamo riconoscere cosa va bene e cosa non va bene per la nostra salute.
Basta la sola presenza attenta e sensibile per attivare processi di auto-correzione in tutto il sistema muscolare e articolare.

Con la rieducazione percettiva si cerca inoltre di comprendere le motivazioni profonde del perché “ciò che è accaduto è accaduto in quel modo”. Attraverso la sensibilità propriocettiva le motivazioni del disturbo “vengono a galla”, affiorano, e sono così accessibili alla coscienza che, di conseguenza, sarà in grado di una maggiore elaborazione del problema.

La fase 7, amplificando, con modi attenti e rispettosi, le sensazioni fisiche energetiche ed emozionali che emergono dal nostro essere aiuta a comprendere in quale schema mentale ci siamo bloccati.
Una volta riconosciuto il proprio schema possiamo mettere in atto le nostre energie per superarlo ma riconoscere può anche voler dire scegliere di proseguire e migliorare quello stesso schema attraverso il quale ci relazioniamo con la vita. Non è necessario cambiare, stravolgere i propri schemi, a volte è sufficiente tendere a un progressivo e costante miglioramento, è importante comprendersi, realizzare la propria natura, dare vita ai propri impulsi interiori, a questo tendevano i maestri taoisti del passato, a questo è interessata anche l’OB.

Secondo l’OB le nostre esperienze vengono memorizzate nel corpo sotto forma di vibrazioni, stress o modelli di movimento o comportamento. Sotto l’impulso di una stimolazione adeguata, fisica (fasi 4 e 5), o mentale (fasi 6 e 7), si libera il vissuto contenuto nella memoria corporea o si amplifica il proprio modello di movimento e comportamento. Lo stimolo stesso o l’elaborazione cosciente di ciò che emerge possono favorire nuovi modelli e nuove prospettive di miglioramento, cambiamento, o perfezionamento della propria condizione.

Fase 1-4 Rieducazione al movimento, riallineamento articolare, rilassamento delle tensioni muscolari. Riattivazione dei riflessi muscolari.
Fase 5 Accordatura e integrazione del movimento con i piani emozionali e energetici
Fasi 6 e 7 Rieducazione propriocettiva, risveglio dei piani energetici, immaginativi, mentali, elaborazione di nuovi modelli di comportamento e movimento.

L’OB non propone un traguardo di benessere perfetto e ideale, ma un miglioramento nel senso di integrare parti di noi dimenticate o soffocate.

L’OB è rivolta:
  • a tutti quei malati che hanno bisogno di togliere le tensioni muscolari che una eventuale malattia sta loro provocando
  • a coloro che si sentono rigidi o bloccati nel loro sistema articolare per sovraccarico di stress, lavorativo, fisico o intellettuale
  • a coloro che vogliono il loro grado di sensibilità
  • ai ricercatori di metodi legati al benessere naturale
  • ai praticanti di sistemi naturali
  • agli operatori, educatori, istruttori che sono coinvolti nei processi formativi dell’individuo
  • a tutti i terapeuti come momento integrativo alla loro pratica
L’uomo verticale
L’uomo non è solo acqua ma, insegnano gli alchimisti, un composto di quattro elementi, acqua, aria, terra, fuoco.
È governato dall’acqua ma anche dalla terra e dalla sua corrispondente energia: la forza di gravità.
Se fossimo solo circolari saremmo acqua ma per qualche motivo all’uomo è toccato un altro destino, colmo di privilegi, svantaggi, gioie, sofferenze.
La totale dimensione acque è presente in noi solo allo stato embrionale … se fossimo solo circolari saremmo chiusi in un mondo sempre uguale a se stesso.

L’acqua si muove prevalentemente in una dimensione orizzontale, ha legami elettromagnetici deboli, grazie alla terra si aprono invece infinite profondità, la terra ha il magnetismo, la gravità, una forza attrattiva che domina la realtà fenomenica. Fuori all’aria la velocità è maggiore, il movimento e il riflesso muscolare sono più diretti e potenti.
Uscendo dall’acqua ci siamo dovuti adattare a un differente tipo di energia: la forza gravitazionale che newton ha osservato, studiato e trasformato in legge fisica assoluta e dominante.
All’interno di una visione circolare e sferiforme è chiamato raggio il segmento che unisce il centro alla periferia. Nell’uomo è la nostra verticalità, l’asse che mantiene eretta e a piombo la struttura.
L’uomo ha messo l’attenzione più al raggio che alla circonferenza sperimentando nuovi tipi e modelli energetici.
Più il nostro sistema scheletrico-muscolare è privo di tensioni, meno subiamo il peso della gravità.
Maggiori tensioni si creano in noi più significa che per riequilibrarci dobbiamo tornare ai deboli legami dell’acqua.
Nell’alchimia il dio mercurio, che tiene in mano il caduceo, è un simbolo di cura e guarigione. Il caduceo è un bastone, una verga al quale sono attorcigliati due serpenti, in posizione spiraliforme, fronteggiandosi ma senza annullarsi a vicenda.

Il concetto base riguardo il modo di lavorare sulla colonna vertebrale in OB: invece di tentare di raddrizzare con la forza la schiena, si asseconda il movimento scorretto per ottenere dall’organismo una risposta riflessa nella direzione opposta cioè corretta. Questo è un modo di assecondare il disturbo e non di combatterlo.

Come vogliono tutte le tradizioni, l’uomo è sempre una sintesi, espressione di realtà contraddittorie ma integrate, essere vivente in bilico tra cielo e terra, mediatore tra spirito e materia, tra passato e futuro.

Il modello spiraliforme
Il nostro corpo, pur vivendo in un modo tecnologicamente avanzato, da un punto di vista biologico si muove come migliaia di anni fa, con movimenti spiraliformi.
Tanto blocchi articolari sono dovuti, molto probabilmente, a questa mancata adesione, soprattutto mentale e emozionale, al modello spiraliforme che il corpo ha impresso nella sua atavica memoria.
Nella realtà umana l’acqua entra in contatto con delle strutture solide, le pareti dei sistemi circolatorio e linfatico in grado di arginarla spiralizzandola.
Tanto più tentiamo di raddrizzare la nostra vita in senso lineare tanto l’acqua opporrà resistenza e richiamerà a un ordine arcaico. L’ordine arcaico è d’altra parte necessario alla vita. Se nel nostro corpo esistesse una corrente fluida, con precisi parametri di pressione e densità i nostri organi non potrebbero nemmeno funzionare. Abbiamo necessità di movimenti lenti e tridimensionali, non solo avanti e indietro, non solo su e giù, ma di un istintivo quanto complesso movimento di rotazione, flessione, estensione che, visto nell’insieme, è un movimento di spiralizzazione attorno a un punto.

Se siamo contratti, arrotolatati intorno a noi stessi è segno, forse, che stiamo cercando di arginare troppo, tenere con troppa forza il fluire debole dell’acqua.

L’uomo settenario
Ci sono 7 kata (forme) nel giudo per dimostrare i principi; 7 chakra nell’energia Kundalini. Non dobbiamo rimanere bloccati in un anello chiuso di pensiero, dove non vediamo spirali di apertura, che evolvono anche in avanti.

L’OB è suddivisa in 7 fasi. In realtà sono quattro tappe di apprendimento.
I tappa        fasi 1-4
II tappa      fase 5
III tappa     fase 6
IV tappa      fase 7

Fasi 1-4, vivere all’interno del ritmo, comprendere e sentire il corpo fisico
Fase 5, fluttuare come l’acqua, passando tra i vuoti, assecondare i movimenti, considerare il corpo emozionale
Fase 6, staccarsi dal corpo, esplorare lo spazio, danzare, riconoscere i tempi e i modi delle relazioni
Fase 7, percezione cosciente della realtà, creazione di nuovi modelli, libertà d’essere, un salto verso l’immaginazione, verso i simboli e gli archetipi viventi. Considerare il corpo mentale. Fede nell’invisibile.

Non solo esiste questa divisione in sette fasi ma si utilizzano sette diversi riflessi utili come stimoli che permettono al corpo di reagire, di vibrare, apprendere, ricordare!
Questi riflessi vengono insegnati progressivamente nelle sette fasi.
Sottolinea il dott. Pauls: “Devono essere capiti fino a un certo punto e quindi dimenticati mentre subentrano e svolgono miracoli automatici per portare l’OB all’evoluzione del concetto originale. Tutti i riflessi possono essere usati nelle fasi 4-7”.

I sette riflessi sono:
  1. Riflesso del rimbalzo
  2. Reazione a catena
  3. Azione continuata
  4. Riflesso del rimpianto
  5. Spazio fuori dal tempo in Cyni
  6. Sindrome di Volery
  7. Spazio tra le note
nella fase 4 si impara a utilizzare e ad applicare al corpo il Riflesso del rimbalzo
nella fase 5 viene mostrato come il corpo è sensibile energeticamente e reagisce ai seguenti riflessi: Riflesso della reazione a catena. Riflesso dell’azione continuata, Riflesso del rimpianto, Riflesso del rimbalzo
nella fase 6 si imparano i tre riflessi rimanenti: Sindrome di Volery, Spazio fuori dal tempo di Cyni e Spazio tra le note.

Queste tappe (1-4-5-6-7) possono rappresentare, in ordine, i quattro elementi della tradizione greca e alchemica: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco. Ognuno di questi elementi, oltre a simboleggiare una specifica qualità della materia, indica anche uno specifico stato della coscienza con relativa emissione di onde cerebrali corrispondenti.

Esisteno sette note, sette coliìori, sette gionri biblici della creazione ma forse non conosciamo o non crediamo più alla possibilità di ricreare l’uomo e l’universo in 7 gionri! Abbiamo forse dimenticato che ogni giorno può diventare un decisivo momento evolutivo per rinascere, per risistemare la propria salute, per rinnovarsi, per ricrearsi. “Ogni cura dell’anima è anch’essa ritmata sul settenari”.

Nella tradizione alchemica quattro sono gli elementi che costituiscono il corpo: aria, acqua, terra e fuoco più un quinto elemento, l’etere, che fa da ponte verso l’universo e sette sono i pianeti (quelli visibili dalla terra) che il discepolo deve incontrare per compiere il suo sviluppo come essere umano.

Saturno è la corporeità dell’uomo, la pietosità del mondo, e nel corpo è la milza e il diaframma, nel cervello il ventricolo della fredda, arida memoria.
Giove. È nell’uomo i polmoni e la ragione, l’aria del macrocosmo. È figlio di saturno.
Marte. È nell’uomo il coccige e la mandibola tesa, nel cervello la focosa fantasia, nel mondo l’ardore.
Venere. È nell’uomo il sesso e la gola nel cervello l’accomunarsi armonico, nel mondo l’ardore.
Mercurio. È nell’uomo la lingua e l’ombelico, ed è il contatto con la realtà attraverso i cinque sensi.
Luna. È il cuore venoso che ripara e lustra ogni carne, la bevanda che disseta e nutre.
Sole. È il cuore arterioso che infonde calore al corpo, ed è anche il pane che, ridotto dal calore del corpo, andrà ad alimentare l’intelletto solare, comune all’uomo e alla natura, dal Sole cosmico infuso pane e dal sole cardiaco riassorbito.

Ognuno di noi vive nell’alternanza tra il visibile e l’invisibile, tra materia e spirito, tra sogni e concreti impegni quotidiani, tra corpo e mente, attraverso movimenti spiraliformi, tra forma e dissoluzione della forma, tra infiniti processi di vita, morte e rinascita, tutti i giorni, tutti gli istanti.

Il grande messaggio delle sette fasi è quello di imparare a vivere nelle polarità e di conseguenza a superarle, a cavalcarle per arrivare a essere nel centro del vortice, nell’occhio del ciclone dove tutto è immobile e in pace.

Fase 1: quando il terapista e il paziente assieme concordano verbalmente sulla migliore posizione da assumere. I punti di tensione sono sempre tenuti per 90 secodni, per fare ciò che è richiesto da una mente scientifica che vuole sapere ciò che sta facendo. C’è uno scambio verbale su quali siano le sensazioni che il corpo prova. Tappa fondamentale, non tanto per fini diagnostici ma per cominciare a fare sì che il corpo si riattivi con tutta la sensibilità disponibile in quel momento.

Fase 2: si abbandona il rigoroso tempo scandito dall’orologio, ci si mette in relazione di ascolto, affiora l’istinto, si intravedono possibilità di intuire il tempo esatto in cui mantenere la posizione antalgica, la posizione cioè che può aiutare a ridurre fastidiose tensioni muscolari.
Cerchiamo ritmi e tempi più sensibili, non scanditi dal tempo meccanico dell’orologio. Il trattamento è sempre più umanizzato e umanizzante, è una fase che incomincia a contenere in sé tutti i germi delle future fasi, 3, 4, 5. Ma ogni fase successiva deve sempre contenere, e contiene in sé, gli elementi della precedente.

Fase 3: il coraggio aumenta, c’è voglia di sperimentare, allontanarsi dal rigore accademico è fare funzionare la mente creativa, la mente che sa, che conosce. Il movimento è sempre meno automatico, i tempi sono quelli dell’istinto e non della ragione, si affaccia alla coscienza la consapevolezza di un mondo interiore. Sembra già che parliamo di fasi più avanzate dell’OB, le fasi 6 e 7.

Fase 4: è il risultato della ricerca delle fasi precedenti, è una nuova partenza dove a un lavoro semplice e naturale viene aggiunta una dose di libertà, una ulteriore possibilità di cercare il movimento migliore, più riposante per il corpo, non seguendo rigide regole preordinate, ma secondo un sentire cosciente e responsabile.
L’allievo prima di operare in questa libertà deve imparare bene le fasi 1, 2, 3, apprendere i principi e le tecniche base esistenti. Le prime 3 fasi sono fasi di accompagnamento, momenti fondamentali nel caso ci troviamo all’interno di una relazione terapeutica, momenti importa menti anche quando si pratichi per se stessi. Si raccolgono sensazioni, si sperimentano varie possibilità.
La filofia dell’Ob afferma che dobbiamo fare in modo che la struttura articolare corporea recuperi quella capacità intima di rispondere a una disarmonia, una contrattura muscolare, per via riflessa.
Il principio di azione riflessa è universalmente conosciuto come meccanismo di “azione e reazione” o “causa-effetto”.

Più l’organismo è in crisi più le cure dovranno essere delicate. Il terapista chiude, cioè accorcia, il segmento muscolare e aspetta la risposta riflessa nei tempi e nei modi possibili, ma è arrotondare, chiudere il cerchio, raccogliere e infine comprimere leggermente per permettere un rilassamento totale del muscolo. La chiusura di cui si parla non è mai uno schiacciamento interessato.
La tensione viene vista come una specie di nodo, e lo sappiamo tutti, se vogliamo sciogliere un nodo posto al centro di un filo devo afferrare con riguardo i due capi e spingerli nella direzione dei nodi, e si sa, pèiù il nodo è ingarbugliato più si agirà con delicatezza e attenzione.
Nel corpo umano abbiamo il vantaggio che il nodo della persona è “materiale vivente”, quindi in grado, se opportunamente accompagnato, di sciogliersi da sé.
Qualsiasi posizione si propone deve essere sempre piacevole, comoda, indolore.
Il corpo rieduca a un ritmo e rilassamento muscolare che può diventare, col tempo, un meccanismo che viene trasmesso a tutti i livelli della nostra vita.
Come insegna il tao il ritmo è una delle chiavi per la salute e la fase 4 è l’applicazione di questa filosofia alla struttura fisica.
Il lavoro inizia dalla materia, dal corpo, questa da dell’OB una via pratica e non intellettuale, una via alchemica dove si lavora per ridare ritmo e respiro alla materia. Non è un caso che questa fase sia chiamata fase 4 perché il 4 è proprio, nell’antica alchimia, il numero, della materia, del mondo materiale.


Fonte: Ortho-Bionomy, l'arte semplice dell'armonia psicofisica

mercoledì 31 agosto 2011

Il metodo Vol 1. – Edgar Morin

Per raggiungere il punto che non conosci, devi prendere la strada che non conosci.
San Giovanni della Croce

Sono sempre più convinto che i problemi la cui urgenza ci spinge verso l’attualità richiedono di distaccarcene per poterli considerare nella loro sostanza.
La dissociazione dei tre termini individuo/società/specie spezza la loro relazione permanente e simultanea. Occorre indagare ciò che nella dissociazione è scomparso: la relazione.

Organizzazione: introduce alla dimensione fisica alle radici dell’organizzazione vivente e dell’organizzazione antropo-sociale, che possono e devono essere considerate quali sviluppi trasformatori dell’organizzazione fisica.
Fisica – biologia – antropo-sociologia
L’osservatore che osserva e la mente che pensa e forma concetti sono essi stessi indissociabili da una cultura, dunque da una società hic et nunc.
Ogni conoscenza, anche di tipo più fisico, subisce una determinazione sociologica.
In ogni scienza, anche di tipo più fisico, vi è una dimensione antropo-sociale.
Nessuna scienza però ha voluto conoscere la categoria più obiettiva della conoscenza: quella del soggetto conoscente.

L’uomo si sbriciola: qui rimane una mano come utensile, là una lingua che parla, in altro luogo un sesso che inzacchera un po’ di cervello. L’idea di uomo è tanto più eliminabile quanto più è miserevole: l’uomo delle scienze umane è uno spettro ultrafisico e ultrabiologico. Come l’uomo, anche il mondo è dissociato fra le scienze, sbriciolato fra le discipline, polverizzato in informazioni.
Che cos’è la scienza? La scienza non si conosce in maniera scientifica e non ha alcun mezzo per conoscersi in maniera scientifica. “La scienza senza coscienza non è che una rovina dell’anima”, diceva Rabelais.
La coscienza che manca non è la coscienza morale, è la coscienza in generale, cioè l’attitudine a concepire se stessi.
La missione è impossibile così come la rinuncia. La scelta non è dunque fra sapere particolare, preciso, limitato e l’idea astratta. La scelta è fra Lutto e la ricerca di un metodo che possa articolare ciò che è separato e collegare ciò che è disgiunto.
Oggi il nostro bisogno storico è di trovare un metodo che riveli e non nasconda i legami, le articolazioni, le solidarietà, le implicazioni, le connessioni, le interdipendenze, le complessità.
Non possiamo partire che nell’ignoranza, nell’incertezza, nella confusione.
Accettare la confusione può diventare un mezzo per resistere alla semplificazione mutilante. Certo in partenza siamo privi del metodo; ma almeno possiamo disporre di un anti-metodo, in cui l’incertezza, la confusione diventano virtù.
La particella subatomica è sorta in maniera irrevocabile, nella confusione, nell’incertezza, del disordine.
Questa relazione circolare: fisica – biologia – antropo-sociologia
significa anzitutto che una scienza dell’uomo postula una scienza della natura, la quale a sua volta postula una scienza dell’uomo: ora, dal punto di vista logico questa relazione di dipendenza reciproca rinvia ognuna di queste proposizioni l’una all’altra, l’altra all’una, in un ciclo infernale in cui nessuna di esse può prendere corpo.
Questa relazione circolare significa che nello stesso tempo la realtà antropo-sociale dipende dalla realtà fisica, e la realtà fisica dipende dalla realtà antropo-sociale. Prese alla lettera, queste due proporzioni sono antinomiche e si annullano reciprocamente.

La relazione soggetto/oggetto è così dissociata: la scienza si impossessa dell’oggetto, e la filosofia del soggetto.
Si afferma con ciò che spezzare le circolarità, eliminare le antinomie significa precisamente ricadere sotto il dominio del principio di disgiunzione/semplificazione al quale vogliamo sfuggire. Di contro conservare la circolarità significa rifiutare la riduzione di un dato complesso a un principio mutilante: significa rifiutare l’ipostatizzazione di un concetto principe (la Materia, lo Spirito, l’Energia, l’Informazione, la Lotta di classe …). Significa rifiutare il discorso lineare con un punto di partenza e uno di arrivo. Significa rifiutare la semplificazione astratta.
Spezzare la circolarità sembra ristabilire la possibilità di una conoscenza oggettiva in senso assoluto. Ma proprio questo è illusorio: al contrario, conservare la circolarità significa rispettare le condizioni oggettive della conoscenza umana che comporta sempre, in qualche luogo, il paradosso logico e l’incertezza.
Intravediamo la possibilità di trasformare i circoli viziosi in cicli virtuosi, che diventano riflessivi e generatori di un pensiero complesso.
Non bisogna spezzare le nostre circolarità, bisogna al contrario prestare attenzione a non staccarsi da esse. Il cerchio sarà la nostra ruota, la nostra strada sarà a spirale.

Riapprendere ad apprendere
Bisogna cercare di non sopprimere le distinzioni e le opposizioni, ma di abbattere la dittatura della semplificazione disgiuntiva e riduttrice.
Le rivoluzioni di pensiero sono sempre il frutto di una vibrazione generalizzata, di un movimento turbinoso che passa dall’esperienza fenomenica ai paradigmi che organizzano l’esperienza. Così per passare dal paradigma tolemaico al paradigma copernicano (dal centro alla periferia, da sovrani a satelliti) ci sono voluti innumerevoli andirivieni.
Il nostro pensiero deve aggredire ciò che non si pensa, che lo comanda e lo controlla. Per pensare ci serviamo della nostra struttura di pensiero. Dovremo servirci anche del nostro pensiero per ripensare la nostra struttura di pensiero. Il nostro pensiero deve ritornare alla sua origine secondo un anello interrogativo e critico. Altrimenti la struttura morta continuerà a secernere pensieri pietrificati.
Ciò che oggi è fondamentale è organizzare il nostro sistema mentale per riapprendere ad apprendere.
Non offro il metodo, parto alla ricerca del metodo. Non parto con un metodo, parto con un rifiuto, pienamente cosciente, della semplificazione. La semplificazione e la disgiunzione fra entità separate e chiuse, la riduzione a un elemento semplice, l’eliminazione di ciò che entra nello schema lineare. Parto con la volontà di non cedere a questi modi fondamentali del pensiero semplificante:
  • idealizzare (credere che la realtà possa esaurirsi nell’idea, che sia reale solo l’intelligibile)
  • razionalizzare (voler chiudere la realtà nell’ordine e nella coerenza di un sistema, proibirle ogni straripamento)
  • normalizzare (eliminare ciò che è strano, irriducibile, il mistero)

Parto anche avendo bisogno di un principio di conoscenza che non solo rispetti, ma altresì riconosca ciò che non è idealizzabile, ciò che non è razionalizzabile, ciò che è fuori norma, ciò che è enorme.
Abbiamo bisogno di un principio di conoscenza che non soltanto rispetti, ma riveli il mistero delle cose.

La parola metodo significa cammino
Bisogna accettare di camminare senza sentiero, di tracciare il sentiero nel cammino. Il metodo non può costituirsi che nel momento in cui l’arrivo torna a essere un nuovo punto di partenza, questa volta dotato di un metodo.
In questo modo il ritorno non è un circolo vizioso se dal viaggio si ritorna cambiati.
Il metodo si oppone qui alla concezione detta “metodologica”, in cui esso è ridotto a ricette tecniche. Non si tratta più di obbedire a un principio d’ordine (che esclude il disordine), di chiarezza (che esclude l’oscurità), di distinzione (che esclude le connessioni, le partecipazioni, le comunicazioni) di disgiunzione (che esclude il soggetto, l’anatomia, la complessità), cioè a un principio che lega la scienza alla semplificazione logica. Si tratta, al contrario, di partire da un principio di complessità, di connettere ciò che era disgiunto.
Descartes aveva formulato il grande paradigma che avrebbe dominato l’Occidente, la disgiunzione del soggetto e dell’oggetto, dello spirito e della materia, l’opposizione dell’uomo e della natura.
Atlan formula idea di disordine creatore, e quindi alle sue varianti (caso organizzatore, disorganizzazione/riorganizzazione).

Il disordine genesico
In un secolo, il disordine si è infiltrato a poco a poco nella physis. Partito dalla termodinamica, è passato per la meccanica statistica, ed è sfociato nei paradossi microfisici.
L’ordine cosmico imperiale, assoluto, eterno, continua a reggere un universo regolato, sferico, da orologiai.
Ecco però che a partire dagli anni venti quest’universo si dilata, poi si disperde e poi, nel corso degli anni sessanta, si riempie di crepe, si sfascia, e improvvisamente cade a pezzi.
Nel 1923, si scopre l’esistenza di altre galassie. L’infinito indietreggia infinitamente e il visibile cede il posto all’inaudito (scoperta nel 1963 dei quasar, nel 1968 delle pulsare, e poi dei “buchi neri”). Ma la grande rivoluzione è che la sua estensione corrisponde a una espansione, che questa espansione è una dispersione, che questa dispersione forse ha origine da un’esplosione.
Le galassie si allontano le une dalle altre in una deriva universale che sembra raggiungere talvolta velocità terrificanti. Nel 1965 viene captata una radiazione isotropa che ci raggiunge da tutte le direzioni dell’universo.
Le scoperte astronomiche dal 1923 a oggi si articolano per presentarci un universo la cui espansione è il frutto di una catastrofe primigenia e che tende a una dispersione infinita.
Al di là dell’ordine provvisorio della nostra piccola periferia galattica, che avevamo preso per l’ordine universale ed eterno, si producono diversi fatti inauditi, che cominciano a presentarsi sulle nostre telescriventi. Scopriamo che la stella, lungi dall’essere la sfera perfetta che emette i segnali in cielo, è una bomba all’idrogeno al rallentatore, nata con la catastrofe, presto o tardi scoppierà catastroficamente.
Non possediamo più un Universo ragionevole, ordinato, adulto.
Il pilastro fisico dell’Ordine era rosicchiato, minato dal secondo principio. Il pilastro microfisico dell’Ordine era crollato.
Il nuovo sviluppo della termodinamica, di cui Prigogine è l’iniziatore, ci mostra che non vi è necessariamente esclusione, e che è possibile che vi sia complementarietà, fra fenomeni disordinati e fenomeni organizzatori.
La devianza, la perturbazione e la dissipazione possono generare una “struttura”, vale a dire organizzazione e ordine nello stesso tempo.
È dunque possibile esplorare l’idea di un universo che costituisce il suo ordine e la sua organizzazione nella turbolenza, nell’instabilità, nella devianza, nell’improbabilità, nella dissipazione energetica.
Von Neumann scopre, nel corso degli anni cinquanta, nella sua riflessione sui self-reproducing automata (1966) che la grande originalità dell’automa “naturale” (vivente) è il suo funzionamento con il disordine. Nel 1959, von Foerster avanza l’ipotesi che l’ordine caratteristico dell’autoorganizzazione (organizzazione vivente) si costruisce con il disordine: è il principio di order from noise (1960). Atlan, in fine e soprattutto, porta alla luce l’idea di caso organizzatore.

Il problema dell’origine
Il big bang elude la trasformazione riducendo l’origine all’esplosione termica. Perciò bisogna superare il big bang in una nozione teorica: catastrofe (Thom: in senso sia fisico e geo-climatico e anche come cambiamento/rottura di forma in condizioni di singolarità irriducibile).
Thom ci porta a connettere ogni morfogenesi o creazione di forma a una rottura di forma o catastrofe.
Ci permette dunque di leggere nei medesimi processi la disintegrazione e la genesi.
L’idea metamorfica, la catastrofe non si identifica con un principio assoluto e lascia aperto il mistero dell’ignoto a-cosmico o protocomsico. Essa porta con sé l’idea di Evento e di cascata di eventi. Lungi dall’escluderla, essa comprende in sé l’idea di disordine, e in maniera genesica, poiché la rottura e la disintegrazione di una vecchia forma sono allo stesso tempo il processo costitutivo della nuova. Essa contribuisce a far capire che l’organizzazione e l’ordine del mondo si edificano nello squilibrio e nell’instabilità, e per loro tramite.
A differenza del big bang che è un momento puntiforme nel tempo, e diventa una causa sperata dai processi che l’hanno prodotto e che esso ha prodotto, l’idea di catastrofe, con l’insieme del processo metamorfico delle trasformazioni disintegratrici e creatrici.
Ora questo processo continua ancora oggi. Perciò non circoscriveremo la catastrofe quale un puro inizio. È l’origine. Esplosiva o no, del nostro universo che fa parte di una catastrofe, e questa catastrofe continua ancora oggi. L’idea di catastrofe è inseparabile da tutto il nostro universo.
L’evoluzione non può essere un’idea semplice, ma deve essere nel medesimo tempo degradazione e costruzione, dispersione e concentrazione. L’ordine, il disordine, la potenzialità organizzatrice devono essere pensati insieme, contemporaneamente nei loro caratteri antagonisti ben noti e nei loro caratteri complementari ignoti.
È disintegrandosi che il cosmo si organizza.
Appare una nube di protoni, si dilata. Trasformandosi, si trova a “fabbricare il mondo”. Si materializzano le prime particelle: elettroni, neutrini, neutroni, protoni. La temperatura inizia a diminuire, sempre mantenendo una formidabile agitazione termica, si effettuano, scontri causali, le prime sintesi di nuclei, in cui protoni e neutrini si aggregano per costituire i nuclei del deuterio, dell’olio e dell’idrogeno. La cosmo genesi nasce dunque sotto veste di micro genesi.
Una volta costituitesi le organizzazioni degli atomi e delle stelle, le regole del gioco delle interazioni potevano apparire come Leggi della Natura.
Le Leggi della Natura costituiscono solo un aspetto di un fenomeno multiforme che comporta altresì il suo aspetto di disordine e il suo aspetto di organizzazione. Le leggi che governano il mondo erano solo un aspetto provinciale di una realtà interazionale complessa.

Una volta costituiti, l’organizzazione e l’ordine suo caratteristico sono in grado di resistere a un gran numero di disordini.
L’ordine e l’organizzazione, nati con la cooperazione del disordine, sono in grado di guadagnare terreno sul disordine.
ordine disordine   interazioni organizzazione
  
produce, trasformandosi e sviluppandosi; la catena:
idrogeno    elio    carbonio    aminoacidi    proteine    cellula

Anello tetralogico:
disordine
|
interazioni
incontri
                                                            organizzazione      ordine


l’anello tetralogico significa che le interazioni non possono essere concepite senza disordine, cioè senza ineguaglianze, turbolenze, agitazioni … che provocano gli incontri.
Il pensiero greco classico opponeva logicamente Hybris, il folle travalicare oltre i limiti, a Dike, la legge e l’equilibrio.
Noi siamo eredi di questo pensiero dissociante.
Il caos è la disintegrazione organizzatrice. È l’unità antagonista dell’esplosione, della dispersione, dello sbriciolarsi del cosmo, e delle sue nucleazioni, delle sue organizzazioni, delle sue programmazioni.
Consideriamo i due focolai, pilastri, fondamenti dell’ordine e dell’organizzazione nell’universo: l’Atomo che regna sul microcosmo e il Sole che regna sul macrocosmo. Entrambi estendendo il loro ordine a distanze assai lunghe, l’atomo nella sua sfera di attrazione degli elettroni, il sole nella sua sfera d’attrazione dei pianeti. Suono i due nuclei duri di ciò che chiamiamo il reale. D’altra parte, dal punto di vista genesico, essi sono connessi: le stelle si sono costituite a partire da atomi leggeri, e gli altri atomi si sono costituiti nelle stelle …
Tutto ciò che nel cosmo è ordine e organizzazione, tutto ciò che produce sempre più ordine e organizzazione ha per origine un sole. Il sole è una gigantesca bomba all’idrogeno permanente, è un reattore nucleare infuriato.
Creato in catastrofe, acceso alla stessa temperatura della sua distruzione, esso vive in catastrofe, dato che la sua regolazione è composta dall’antagonismo di una retroazione esplosiva e di una retroazione implosiva.
Physis, cosmo, caos non possono essere dissociati. Sono sempre compresenti gli uni in rapporto agli altri.
Il caos ci offre un universo grandioso, profondo, degno di ammirazione con il quale vi invito a barattare senza esitazioni il vostro piccolo ordine a orologeria, costruito da Tolomeo e attorno al quale Galileo, Copernico, Newton avevo fatto solo delle rivoluzioni, senza portarvi alla Rivoluzione.

Bisogna cambiare il mondo. L’universo ereditato da Keplero, Galileo, Copernico, Newton, Laplace era un universo freddo, gelato, di sfere celesti, di movimenti perpetui, d’ordine impeccabile, di misura, di equilibrio. Dobbiamo barattarlo con un universo caldo, composto da una nube ardente, da sfere di fuoco, da movimenti irreversibili, da ordine mischiato al disordine, da spesa, spreco, squilibrio. L’universo ereditato dalla scienza classica aveva un centro. Il nuovo universo è acentrico, policentrico.
Tutto ha bisogno di essere generato, anche il reale, anche il cosmo, anche l’ordine; che tutto ciò che agisce, cioè spende, ha bisogno di essere rigenerato. Tutto ciò che è genesico, generatore, creatore non può fare a meno del disordine. Il disordine è ineluttabile, irriducibile.

Abbiamo seguito la logica genesica, uno dei cui fili conduce alla vita:
all’inizio era l’Azione
poi venne l’interazione
poi venne la retroazione
poi venne l’organizzazione

ANELLO                              → con la regolazione
Produzione-di-sé               → con la produzione

Essere   esistenza
Poi venne l’informazione con la
Comunicazione
Cioè l’organizzazione
Geno-fenomenica
In cui il Sé diviene Autos
O l’essere e l’esistenza
Divengono Vita
La vita non è solo uno sviluppo dell’organizzazione fisica. È un fenomeno fisicamente integrato. Il radicamento fisico della vita, nel quadro della fisica antica, era triviale e insignificante: era la sua obbedienza alle leggi concernenti i movimenti e i corpi. La vita prima di essere concepita in termini biologici, deve essere concepita in termini fisici e termodinamici come polimacchina.

Il paradigma della complessità non crea solo nuove alternative e nuove giunture, crea un nuovo tipo di giuntura, l’anello. Crea un nuovo tipo di unità, che non è di riduzione, ma di circuito.
Ci opponiamo al pensiero astratto imbecille che squalifica l’amore: l’amore è complessità emergente e vissuta, e la computazione più vertiginosa è meno complessa della minima carezza …
Il problema della complessità non è né quello di chiudere l’incertezza tra parentesi né quello di chiudersi in uno scetticismo generalizzato, è piuttosto quello di integrare in profondità l’incertezza nella conoscenza e la conoscenza nell’incertezza, per capire la natura stessa della conoscenza della natura.


Il metodo ha assunto un volto solo in modo negativo, scoprendo il volto del nemico: la semplificazione.



Non si trattava solo, come credevo in principio, di dissociare due sistemi, due cibernetiche, due informazionismi, i primi “aperti” e “fecondi”, i secondi “ingegneristici” e “tecnocratici”. Occorreva non lasciarsi chiudere in nozioni che, liberatorie a un primo stadio decostruttore, diventavano tossiche allo stato ricostruttore.
Occorreva capire che erano le nozioni stesse di sistema, cibernetica, informazione che dovevano essere superate.
Tutto ciò che non reca il segno del disordine e del soggetto è insignificante e mutilante, e questo riguarda anche la cibernetica, il sistemismo, l’informazionismo.
Tutto ciò che non reca il segno del disordine elimina l’esistenza, l’essere, la creazione, la vita, la libertà e ogni eliminazione dell’essere, dell’esistenza, del sé, della creazione è demenza razionalizzatrice. L’ordine da solo è un bulldozer, l’organizzazione senza disordine è l’asservimento assoluto. Le teorie più ricche e audaci, quelle portatrici di maggiore complessità, si sono rovesciate nel loro contrario perché erano state semplificate.
La prima base positiva del metodo è nella prima affermazione universale di complessità. Il problema è ormai di trasformare la scoperta della complessità in metodo della complessità stessa.
La scienza classica era incapace di concepirsi come oggetto di scienza, e questo perché lo scienziato era incapace di concepirsi come soggetto della scienza.
La conoscenza diviene necessariamente una comunicazione, una anello, tra una conoscenza e la conoscenza di questa conoscenza.
Il sapere trasforma e ci trasforma: è sempre una prassi informazionale/neghetropica, ergo una prassi antropo-sociale. Non è al di fuori della prassi che si costituirà un nuovo sapere, ma in una meta-prassi che sarà ancora una prassi.
Il pensiero semplificante è diventato la barbarie della scienza. È la barbarie specifica della nostra civiltà. È la barbarie che oggi si allea a tutte le forme storiche e mitologiche di barbarie.
La complessità ci invita ad arricchire e a cambiare il senso del termine azione, il quale, in scienza come in politica, e tragicamente quando vuole essere liberazione, diviene sempre in modo ultimo manipolazione e asservimento. Possiamo intravedere una scienza portatrice delle possibilità di autoconoscenza, che si apre su una solidarietà cosmica, che non disintegra il volto degli esseri e degli esistenti, che riconosce il mistero in tutte le cose, potrebbe proporre un principio di azione che non ordini ma organizzi, non manipoli ma comunichi, non diriga ma animi.


Fonte: Il metodo Vol 1. La natura della natura - Edgar Morin