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domenica 11 settembre 2011

Così curavano

Sia nell’antico Egitto che in Palestina i concetti di salute o malattia erano legati alla dimensione sacra dell’essere umano. Il corpo non era un semplice meccanismo terrestre ma era percepito come la parte tangibile di un Tutto che affondava le radici in un universo celeste e divino.
Salute, malattia e morte erano considerate piuttosto come stadi diversi della metamorfosi di un’immensa Corrente di Vita in perpetuo movimento.
Nulla era l’opposto di nulla. La morte non proclamava la sconfitta della vita, e la malattia traduceva semplicemente una mancanza di dialogo armonioso fra l’anima e il corpo.

Un simbolo è una presenza viva, collegata a un archetipo, e una luce sistemata in modo appropriato può favorire lo stato di coscienza che a quell’archetipo fa riferimento.

Il faraone Akhenaton riteneva che il vero sacerdozio fosse uno stato di padronanza. Padronanza dell’allineamento dei nostri vari mondi interiori. 

Curare è uno stato di coscienza: le cure dispensate non saranno mai dunque un fatto “egoico” del terapeuta; egli si limiterà a fungere da intermediario fra le dimensioni del Sottile e il piano dell’esistenza terrena. Ciò significa che la guarigione non è qualcosa di sua proprietà, non ne fa una sfida personale perché non è in guerra con nulla; non combatte, ma cerca invece di pacificare, di riallacciare connessioni interrotte, di ricostruire ponti attraverso i quali nuovamente le correnti vitali potranno svolgere il proprio ruolo.

La padronanza dell’arte terapeutica da parte di certi esseni risultava prima di tutto dal loro essere al Servizio, uno stato incompatibile con l’idea di dominare una vibrazione. In realtà la vera “padronanza” è estranea al concetto di dominazione. Dominare significa piegare, mentre essere padroni di qualcosa significa entrare in una comprensione intima e globale ed elevarsi abbastanza per raggiungere lo scopo voluto.

La rete di nadi del corpo umano è paragonabile alla rete vascolare o nervosa. Attraverso la forza vitale (prana) irrora l’organismo eterico: vi sono nadi comparabili a fiumi, altri a torrenti, altri ancora ruscelli. Durante una terapia questa rete energetica funge da cinghia di trasmissione, e quindi occorre mantenerla in buono stato.
Il nostro corpo, con le sue mille attività, produce delle scorie, alcune delle quali si annideranno precisamente lungo i nadi, non diversamente da certe sostanze grasse in eccesso che pian piano vanno a depositarsi sulle parte delle arterie se abbiamo una cattiva igiene alimentare.
Le scorie che riguardano la rete dei nadi sono essenzialmente d’ordine psichico e respiratorio; ossia sono generate dalla natura dei nostri pensieri e dal nostro modo di respirare.
La dilatazione del sistema circolatorio energetico è importante se vogliamo che il prana possa svolgervi il proprio ruolo riparatore, costruttivo e di trasmissione. 

La malattia dietro la maschera
Una delle prime domande che i sacerdoti-terapeuti dell’Egitto di Akhenaton facevano ai loro pazienti era questa: “Con chi o con cosa sei in guerra?”. Analogamente il Cristo chiedeva: “Dimmi chi è il tuo nemico?”.
Quando una persona sofferente veniva accolta in questo modo, si trova immediatamente smascherata, condotta a parlare delle “cose vere” della sua vita. Non era mai il corpo che veniva consultato per primo, bensì l’anima; e questo cambiava tutto. La disarmonia che s’impadronisce di un corpo risulta dalla guerra interiore condotta, spesso senza rendersene conto, contro una circostanza, una persona, e soprattutto contro se stessi.
Gesù spiega: “Siamo sempre circostanze gli uni per gli altri, tessere di un gioco gigantesco che chiamiamo a noi o che respingiamo. Tutti, gli uni per gli altri, siamo occasioni di crescita o di ristagno. È così che modelliamo e rimodelliamo i nostri equilibri e i nostri squilibri: le nostre occasioni di salute come quelle delle nostre malattie sono il frutto esatto delle scelte che facciamo. L’altro, colui che accusiamo, è sempre e solo il pretesto dietro al quale si nascondono la nostra cecità e la nostra inconsapevolezza. Il nemico, è sempre qualcosa che noi stessi alleviamo e nutriamo, costantemente in noi … e siamo noi ad inventarcelo, perché in realtà lui non esiste. La nostra salute parla della nostra pace …”.

Il magazzino dei pensieri
I terapeuti partivano dal pirnicpio che il campo energetico dell’aura umana interagisce costantemente con il nostro universo, e vi è un’immensa aura planetaria con cui interferisce la somma delle aure, e dunque l’attività psichica, di ciascun abitante del mondo. In quest’ottica, “al di sopra” del nostro mondo visibile, esiste un universo, che è paragonabile ad un immenso magazzino di pensieri, in cui andavano a finire tutte le “sementi” della stessa verità.
Così esiste un piano vibrazionale specifico di massa energetica di tutti i nostri pensieri di collera, d’amore, di odio … ogni scomparto corrisponde a quella che è chiamata “egregora” oppure campo morfogenico. È una sorta di ricetrasmettitore, con cui l’essere umano entra in risonanza quando alimenta dentro di sé un certo stato di pensiero e di focalizzazione di coscienza.
Alimenta collera e berrai collera, genera amore e sarai nutrito dall’amore”.

Dallo studio ripetuto di queste egregore si comprese che la massa energetica generata da una moltitudine di pensieri dello stesso genere finisce spesso abitata, e in seguito controllata, da forme embrionali di vita, generalmente emerse dagli strati più bassi del mondo astrale o dal mondo eterico stesso.
In base a ciò veniva spiegata la nascita di quei microrganismi a cui generalmente diamo il nome di microbi o virus.
La struttura atomica della materia era già stata apertamente citata da Epicuro e da uno yogi di nome Kanada.
Per i terapeuti esseni, una malattia di natura infettiva era dunque diretta da una specie di intelligenza e dalla relativa autonomia di certi “semi psichici”, la cui maggiore o minore tossicità era causata dall’associazione con una forma di coscienza primaria che finiva per trasformarli in entità, con cui bisognava imparare a trattare. Da qui l’uso di rituali “magici”.
Ma che cos’è la magia se non la percezione e la conoscenza della natura più intima dell’universo, oltre al fatto di saperla dirigere, destreggiandosi con i suoi ingranaggi? Non è la scienza dell’infinitamente piccolo ma la scienza dell’infinitamente sottile.
Gli esseni si distinguevano dagli egizi per la grande repulsione per i riti magici; il loro era un approccio spoglio.

Un ottavo chakra
In una persona che si è sviluppata in modo corretto, si possono contare sette livelli di realtà o di coscienza, ciascuno dei quali corrisponde a un chakra. Ma i livelli di coscienza o di realizzazione, in realtà sono 12 in comunicazione totale gli uni con gli altri.
I cinque gradi (mancanti) in questione non sono degli stati da acquisire: sono già presenti in ciascuno di noi, in attesa di venire stimolati e poi dispiegati uno dopo l’altro, di vita in vita, lungo lo scorrere del tempo.
Vi è dunque la possibilità di accedere all’ottavo grado della scala dell’essere.

I terapeuti egizi ed esseni ritenevano che alcune malattie vengono a trovarci necessariamente lungo il nostro percorso, indipendentemente dal nostro atteggiamento, a causa del loro carattere educativo (inteso come appuntamento, come karma …). Poteva essere un appuntamento passeggero oppure un appuntamento che conduce alla distruzione del corpo fisico, ma comunque un appuntamento inevitabile che ci invitava a modificare il modo in cui percepiamo noi stessi e la vita. Un appuntamento di cui accettare l’insegnamento o al quale opporsi, ma pur sempre un appuntamento contro il quale non possiamo fare niente, giacché è stato deciso dai semi dei gradini superiori, ovvero da una Saggezza che ci trascende.
La comprensione e poi l’accettazione, della legge karmica qui è la chiave di tutto. È più facile comprendere e poi accettare.
Bisogna saper accettare che diversi nostri disturbi di salute non hanno latra funzione che smuoverci. Ma noi ci smuoviamo? Il Divino ci offre occasioni di metamorfosi, ma non ci obbliga a viverle. Così molte malattie vengono solo subite invece di essere recepite come un opportunità di riflessione.

Intelligenza cellulare
Anche la più minuscola parte di un organo, una cellula, ha bisogno che le si parli in modo amorevole, ha bisogno di essere riconosciuta come un’entità a sé stante, intelligente, permeabile tanto all’amore quanto all’aggressività, tanto al senso di unità quanto al senso di separazione.
Ogni cellula è il punto di incontro, a volte disarmonico, di cinque correnti di forza: due di natura orizzontale, associate al polo positivo e negativo del mondo della materia, e tre di natura verticale, generate dalla triplice Essenza divina. “Perché una malattia è in primo luogo il risultato di un conflitto nato dalla complessità del rapporto con il Vivente dentro di sé”.

La temperatura corporea
Una zona fredda sulla superficie del corpo veniva considerata come un evidente mancanza di soffio vitale. Ci si interrogava sullo stato dei visceri che erano più prossimi a quella zona, oltre che allo stato dei nadi principali che la percorrevano, e si prendeva in esame l’attività del chakra che presiedeva quella zona.
Si distingueva anche il freddo secco dal freddo umido.
Freddo secco = di solito traduce una mancanza d’amore o di affetto da parte della coscienza rispetto alla zona in questione; può essere provocato anche da uno choc emotivo.
Freddo umido = rimanda ad una perdita di energia di origine “meccanica”, osservabile in particolare a seguito di contusioni, ferite e interventi chirurgici. È allora verosimile che i nadi siano stati rovinati o interrotti, e che si siano sclerotizzati.

Si può anche constatare un eccesso di calore, che indicherà sempre un apporto massiccio di prana. Se la zona è stata stimolata fisicamente da un esercizio muscolare, è probabile che, per una ragione che andrà determinata, ci si trovi di fronte all’intasamento di un nadi importante.

I punti di tensione, di rigidità o di secchezza della pelle indicano sempre un accumulo di scorie eteriche (le cause possono essere svariate: una ferita, una scorretta postura, oppure di natura psicologica …).
La tensione, soprattutto l’aridità della pelle, in particolare nelle donne, denota globalmente uyna carenza affettiva o una mancanza di autostima, e spesso rivela un problema di tipo ormonale.
Parliamo sempre di sintomi persistenti e non episodici e dunque poco significativi.

La dimensione psicologica
La maggior parte delle disfunzioni fisiche sono lamenti dell’anima …
Non dovremmo neppure immaginare di iniziare un trattamento senza aver instaurato un contatto degno di tal nome con il “malato”.
Qualsiasi persona sofferente che metta piede in un luogo di cura con la speranza di venire curata, prima di tutto vuole essere udita, ascoltata e compresa.

Purtroppo, è frequente, oggi, vedere medici farsi beffe di un paziente o scartare le sue dichiarazioni con un colpo di spugna, dichiarando semplicemente che “questo non esiste”, che è “solo una questione psicologica”. Un atteggiamento siffatto non è solo sprezzante, ma denuncia il misconoscimento di fondo dell’essere umano. Un dolore dell’anima, anche se si ritiene sia privo di fondamento, a volte basta, in breve tempo, per squilibrare un organo o un intero sistema.
Non contraddire una persona che soffre non significa entrare nel suo gioco delle parti, nel suo disordine, e farsi prendere in trappola. Significa mostrarle semplicemente che viene presa sul serio, accettata con tutti i suoi frammenti, anche se incoerenti. Significa seminare una reciproca fiducia di base.

La dimensione  affettiva
Di fronte ad un vero problema di salute, fisico o psicologico, egizi ed esseni ritenevano che il loro ruolo fosse di prendere per mano l’uomo o la donna sofferente per condurlo dalle sabbie mobili alla terra ferma. Facendolo, non ignoravano la trappola fondamentale contenuta nel ruolo stesso del traghettatore. Avevano già compreso il fenomeno che oggi chiamiamo transfert. Parlavano di focalizzazione a volte eccessiva dei pensieri del malato sulla personalità umana del terapeuta, e di un possibile trasferimento affettivo … soprattutto se malato e terapeuta non erano dello stesso sesso.
Accadeva che qualche apprendista-terapeuta finisse intrappolato in circostanze in cui il legame affettivo creatosi con il malato diveniva un ostacolo alla cura. E questo, per due ragioni:
  • non aveva più la distanza sufficiente rispetto alla persona che curava
  • e perché il malato, più o meno coscientemente, comprendeva che la cessazione della propria sofferenza avrebbe significato la perdita di legame con il terapeuta
per alcuni malati, esiste una sorta di confortevolezza nella malattia stessa. Il loro problema di salute è diventato il loro unico universo.
Precedendo la psicologia moderna, gli insegnanti egizi avevano già notato che chi offre una cura quasi automaticamente assume una dimensione paterna nel mondo inconscio di chi riceve la cura. Tale dimensione costituisce una forza e contemporaneamente genera una fragilità. L’accoppiata forza-fragilità è indissociabile in ogni rapporto umano incentrato sulla presenza del cuore. Non appena ci si addentra in una relazione di fiducia e si comincia ad amare per amore, tenerezza op amicizia, ci si abbevera ad una fonte vivificante ma contemporaneamente ci si apre ad una certa vulnerabilità.

La dimensione spirituale
Un disturbo di salute è sempre occasione, se non addirittura esplicita proposta, di metamorfosi. Suggerisce, una mutazione dell’anima, l’aggiornamento del suo modo di funzionare. Tutta l’abilità del teraputa consisterà nel capire la natura di tale mutazione per poi favorirla con l’aiuto della propria radianza e delle parole appropriate.
A questo proposito è una forma di grandezza, da parte del terapeuta, saper chiedere, eventualmente l’intervento di un altro terapeuta se non si sente preparato, ed è una forma di meschinità pericolosa fingere una padronanza che non si è ancora manifestata.
È importante capire che il chakra della base non va mai sollecitato troppo, a meno che non si sia certi che l’asse dorsale sia correttamente sgombro, e che il chakra coronale sia abbastanza aperto da poter assorbire l’urto provocato da una vera e propria risalita di energia.
Quando ci si trova di fronte alla profonda trasformazione energetica di un essere umano, la saggezza raccomanda di non far nulla che possa accelerarne il ritmo. Ci si accontenta di esserne il regolatore, di accompagnare il paziente, evitando di conseguenza l’esplosione e l’implosione energetica del suo organismo.
La necessaria trasformazione avverrà da sé, passando da un organo all’altro e attraversando il corpo intero, spesso in modo doloroso ma sicuro perché naturale. così si avrà una più rapida circolazione pranica (aumento di vibrazione) e un miglior allineamento con il Sé da cui deriva, un vero Risveglio interiore.

È utile ricordare che l’impatto di una diagnosi, quale che sia forma in cui si presenta, può essere notevole: una persona che si vede attribuire l’etichetta di un disturbo in modo categorico può venirsi a trovare ancora più bloccata in quel suo problema.

Il ruolo dell’olio
La radianza di un olio è perlopiù potente, sicché è facile capire che possa disturbare il processo stesso della lettura dell'aura: la sua presenza falserebbe la percezione.
Praticavano l’unzione sulle persone la cui aura “non si apriva” alla lettura, restando ripiegata su se stessa come un ventaglio chiuso, in un riflesso meccanico di protezione, conscio o no.
Gli egizi, ungevano la fronte dei malati (6° chakra) con un balsamo composto da tre resine, fra le quali l’olibano. La composizione di questo balsamo è andata perduta ma l’olio essenziale di tsunga canadensis (la più grande conifera del nord America) ha facoltà rilassanti e può aiutare un’aurea ad aprirsi, quando ha la tendenza a contrarsi. Anche se molte aure continuano ad opporre resistenza ricordandoci così che non è il caso di insistere. 

Su quale lato del corpo lavorare?
Si trattava la schiena, la parte frontale, ma anche il fianco.
La schiena serviva come base di partenza se la condizione fisica della persona le permetteva di stare facilmente a pancia in giù.
L’asse dorsale costituisce un vero e proprio albero della vita della persona, e lo stato dei chakra è abbastanza facile da percepire, e in modo più neutro, sulla schiena piuttosto che sulla parte anteriore del corpo.
A questo proposito raccomando di analizzare il colore della pelle nella zona di ogni chakra, specie nella regione del coccige e del cuore. Non è raro, infatti, che queste zone manifestino degli arrossamenti notevoli, in particolare ai giorni nostri, quando sono sempre più numerose le persone che vivono trasformazioni enormi.
In casi estremi, gli arrossamenti possono riprodurre il disegno simbolico del chakra in questione, un triangolo o una stella per esempio. Sono tutti segni di sovrattivazione del centro, surriscaldamenti dell’organismo sottile, che possono creare disturbi sgradevoli: sensazioni intense di bruciore, nausea, febbre, vertigine e mal di testa. Per lo più dovute ad un eccesso di stimolazione dei chakra interessati. Stimolazioni di ordine emotivo, spesso, ma a volte, causate da pratiche di meditazione, di visualizzazione o di concentrazione eccessive, incontrollate, se non decisamente inadeguate.
La posizione di profilo, ossia sdraiati su un fianco, permetteva al terapeuta che l’imposizione delle mani avvenisse simultaneamente sulla parte anteriore e posteriore del corpo. Organi quali fegato e reni sono molto ricettivi a un tale approccio. Se la persona aveva blocchi emotivi questa imposizione dava ottimi risultati.



Fonte: 
Così Curavano - Dagli egizi agli esseni: comprendere e praticare