Translate

martedì 11 luglio 2017

DIANETICS - L. Ron Hubbard

L’engram non è un ricordo: è una traccia cellulare di registrazioni incisa profondamente nella struttura del corpo stesso.
Ciò di cui era capace una cellula era già stato verificato. Si trovò che un organismo monocellulare non divide soltanto la propria sostanza, ma cede anche tutta la sua esperienza alla progenie, come fa una matrice coni suoi duplicati. Ora questa è una peculiarità degli organismi monocellulari: sopravvivono come identità. Ognuno è in prima persona il suo predecessore.

La cellula A si divide dando luogo ad una prima generazione; questa è ancora la cellula A. La seconda generazione (seconda suddivisione) crea un’entità che è ancora la cellula A. venendo a mancare la necessità di processi laboriosi, quali la costruzione, la nascita e lo sviluppo, prima della riproduzione, la monocellula si limita a suddividersi. Si può senz’altro ipotizzare che ogni cosa imparata sarà poi contenuta nella nuova generazione. La cellula A muore ma, attraverso le generazioni successive, anche la più recente è ancora la cellula A. La credenza dell’uomo che egli continuerà a vivere nella sua progenie forse deriva da questa identità nella procreazione cellulare. Un’altra possibilità interessante è che anche i neuroni esistono in embrione (embrione: stato primitivo o non sviluppato di qualcosa) nello zigote e i neuroni non si suddividono, ma sono simili ad organismi (può darsi sia il virus il loro fondamento).

Dianetics, in quanto studio delle funzioni e scienza della mente, non ha bisogno di ipotesi strutturali. L’unico test è: questo fatto funziona oppure no? Se funziona allora diventa una realtà scientifica. L’engram prenatale è una realtà scientifica. 

In Dianetcs impariamo che solo i momenti di “incoscienza”, lunghi o brevi di maggiore o minore profondità che siano, possono contenere degli engram. Quando una persona è resa “incosciente”, per persone vicino a lei reagiscono più o meno in base a quanto dettano i loro engram: infatti l’”incoscienza” è molto spesso causata dalle drammatizzazioni altrui un Clear, quindi, potrebbe essere reso incosient5e da un aberrato che sta drammatizzando e la drammatizzazione dell’engram dell’aberrato entrerebbe, come engram, nel Clear stesso.
I meccanismi sono semplici. La gente sotto stress, se aberrata, drammatizza gli engram. Tale drammatizzazione può comprendere il ferimento di un’altra persona e il renderla più o meno “incosciente”. La persona “incosciente” riceve allora quella drammatizzazione sotto forma di engram.  
Questo non è l’unico modo in cui si diffonde l’aberrazione. La gente, sul tavolo operatorio, sotto anestesia, è costretta a subire le conversazioni più o meno aberrate dei presenti. Queste conversazioni entrano nella persona “incosciente” come engram. Nello stesso modo, la situazione di emergenza creata da in incidente può stimolare le persone che ne sono spettatori e dal libero sfogo alle proprie drammatizzazioni e se una persona è “incosciente” a causa dell’incidente, riceve un engram. 

Genitori aberrati certamente contagiano i loro figli con i propri engram. 

L’engram in effetti è una cosa semplicissima: è un momento durante il quale il potere della mente analitica vene “attenuato” dal dolore fisico, dagli stupefacenti o da latri mezzi e il deposito reattivo è aperto e pronto a ricevere una registrazione. Quando questa ha un contenuto verbale, diviene gravemente aberrativa. Quando contiene il livello emozionale di antagonismo, diviene distruttiva. Quando il suo contenuto è pesantemente pro-sopravvivenza, è certamente in grado di sconvolgere totalmente la vita di un individuo. È l’engram ciò che, al di là di tutto il resto, determina il destino. Esso dice all’Uomo che non riuscirà a sopravvivere e così lui fa in modo di trovare molte vie per eseguire ciò che gli è stato ordinato. L’engram gli comanda di provare piacere solo fra i membri di un’altra razza e così lui va tra loro e abbandona la propria. Esso gli comanda di uccidere per vivere e lui uccide. E ancor più sottilmente, l’engram si propaga come un’onda da un episodio all’altro per causare la catastrofe che ordina.

Gli engram non sono ricordi, ma registrazioni a livello cellulare.

Dianetics si serve di un meccanismo del cervello che l’Uomo, in generale, non sapeva di possedere. È un processo del pensiero innato che ognuno possiede e he evidentemente veniva usato in tutti i processi di pensiero, ma che, per una qualche strana svista, l’Uomo non aveva mai scoperto prima d’ora. Basta che una persona venga a conoscenza del fatto di possedere questa nuova facoltà perché riesca a pensare meglio di prima e, per apprendere questa facoltà, non ci vogliono più di dieci minuti.
Non crediate però di poter evitare ogni disagio ai vostri pazienti. Questo non è affatto vero. L’opera dell’auditor, quando intercetta engram che non si riesce a “sollevare”, può causare al paziente dei mal di testa, vari dolori e malesseri e persino leggere malattie anche quando il lavoro è svolto accuratamente.
Affrontare un engram, servendosi delle rêverie[1], è cosa assai diversa dalla restimolazione di un engram che avviene nella vita. L’engram è un personaggio maligno e potente soltanto sino a quando non lo si intercetta. Quando è ben piazzato ed in attività, può venire restimolato e causare, così, innumerevoli malattie mentali e fisiche. Ma affrontarlo servendosi della rêverie significa affrontarlo su un nuovo circuito, un circuito che lo disarma. Il potere dell’engram risiede, in parte, nella paura dell’ignoto: la conoscenza, di per sé stessa, porta stabilità.


Fonte Dianetics di L. Ron Hubbard



[1] Stato in cui la memoria è molto buona, in cui si può fare una certa cosa che prima non si poteva fare. La persona è più che sveglia, ma semplicemente chiedendole di chiudere gli occhi è, tecnicamente, in rêviere. 

venerdì 16 giugno 2017

La magia – W. E. Butler

Il mago, scorgendo come il Supremo ha “costituito i servizi degli angeli e degli uomini in ordine meraviglioso”, si considera non come uno straniero nell’universo, non come un essere separato da esso, ma come arte di quella diversità vivente nell’unità, e afferma insieme all’antico iniziato greco: “Io sono un Figlio della Terra, ma la mia Razza proviene dal Cielo Stellato”.
Distogliendo lo sguardo dai Luoghi Celesti, egli vede sé stesso in Malkut, il Regno della Terra, e comprende che questa esistenza imperfetta e frustrata nel corpo fisico, è imperfetta e frustrata perché, per quanto egli possa sapere con l’intelletto delle realtà oltre le apparenze, non è stato ancora in grado di afferrare questa verità nel mondo fisico. “Non sapete che siete delle divinità” afferma la Scrittura Cristiana, e un poeta moderno così si è espresso: “Sappi questo, o Uomo, l’unica radice di errore in te è non conoscere la tua propria divinità”.

Poi rivolgendo il suo sguardo all’esterno, egli nota nella sua natura e in quella di quanti lo circondano la prova di una Caduta dalla Perfezione Potenziale. Ma nel bel mezzo di questa Caduta egli vede la dimostrazione di un Ritorno e attraverso le sofferenze di miriadi di vite egli comprende che la Via della Salvezza è la Via del Sacrificio. Così egli formula l’antico assioma ermetico Solve et Coagula, che può essere reso come “Dissolvi e ricostituisci”, usando così i rituali dell’Alta Magia per ottenere quella dissoluzione e quella ricostituzione.
Ma cosa viene dissolto e ricostituito? Non certo quella Scintilla Eterna che “illumina ogni uomo”, ma piuttosto l’Io personale che egli ha per tanto tempo considerato il suo solo Io reale, la personalità cui si è attaccato e che ha difeso con tanta tenacia e indulgenza; è proprio questa persona, questa maschera dell’uomo reale, che deve essere dissolta e ricostituita. Ma ciò che è in sé imperfetto come può produrre la perfezione? “La natura priva di aiuti viene meno” dicevano gli antichi alchimisti, e nelle Scrittura leggiamo: “Se il Signore non costruisce la Casa, il muratore lavora invano”. Così il mago in tutta umiltà cerca la Conoscenza e la Conversazione del suo Santo Angelo Custode, quell’Autentico Io di cui la sua personalità terrena è solo la maschera
Questa è la meta suprema del mago; tutto il resto, incantesimi e formule, riti e cerchi, spade, bacchette e suffumigi, è solo un insieme di mezzi mediante i quali può raggiungere questo scopo. 
Allora, in comunione, anche se breve, con l’Autentico Io, egli viene istruito da quel Sovrano Interno nell’Ata Magia che un giorno solleverà la sua umanità alla Divinità e conseguirà ciò che i Veri Misteri hanno sempre indicato come l’autentico fine dell’uomo: la Deificazione. 


Fonte: La Magia di W. E. Butler


sabato 13 maggio 2017

Il codice dell'anima - James Hillman

Noi appiattiamo la nostra vita con il modo stesso in cui la concepiamo. Abbiamo smesso di immaginarla con un pizzico di romanticismo, con un piglio romanzesco. 

Una cosa va chiarita subito. Il paradigma oggi dominante per interpretare le vite umane individuali, e cioè il gioco reciproco tra genetica e ambiente, omette una cosa essenziale: quella particolarità che dentro di noi chiamiamo “me”. Se accetto l’idea di essere l’effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato. Quanto più la mia vita viene spiegata sulla base di qualcosa che è già nei miei cromosomi, di qualcosa che i miei genitori hanno fatto o hanno omesso di fare e alla luce dei miei primi anni di vita ormai lontani, tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima. La vita che io vivo sarà una sceneggiatura scritta dal mio codice genetico, dall’eredità ancestrale, da accadimenti traumatici, da comportamenti inconsapevoli dei miei genitori da incidenti sociali.

Questo libro vuole smascherare la mentalità della vittima, da cui nessuno di noi può liberarsi, finché non riusciremo a vedere in trasparenza i paradigmi teorici che a quella mentalità danno origine e ad accantonarli. Noi siamo vittime delle teorie ancor prima che vengano messe in pratica. L’identità di vittima dell’americano contemporaneo è il rovescio della medaglia sul cui diritto campeggia tutta lustra l’identità opposta: l’immagine eroica dell’”uomo” che si è fatto da sé”, che si è ritagliato il destino da solo con volontà incrollabile. La Vittima è l’altra faccia dell’Eroe. Più in profondità, tuttavia, noi siamo vittime della psicologia accademica, della psicologia scientistica, financo della psicologia terapeutica, i cui paradigmi non spiegano e non affrontano in maniera soddisfacente – che è come dire ignorano – il senso della vocazione, quel mistero fondamentale che sta al centro di ogni vita umana. 

Questo libro intraprende una strada nuova a partire da un’idea antica: ciascuna persona viene al mondo perché è chiamata. L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più nota, la Repubblica. In breve. L’idea è la seguente.
Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino. 

È più facile credere nella favola di uno sviluppo autonomo, che in quella di una provvidenza che ci guida, che ci ama, che ci trova necessari per ciò che abbiamo da offrire, che accorre in nostro aiuto nella disgrazia, a volte proprio all’ultimo momento.
Ebbene, io voglio affermare la sua esistenza come semplice dato dell’esperienza comune, senza richiamarmi ad alcun guru, senza rendere testimonianza a Cristo, né invocare guarigioni miracolose. Perché non possiamo far rientrare nell’ambito della psicologia ciò che un tempo si chiamava provvidenza, ovvero la presenza invisibile e ci sorveglia e veglia su di noi? 
I bambini costituiscono la miglior dimostrazione pratica di una psicologia della provvidenza. E non mi riferisco tanto a quegli interventi miracolosi, alle storie incredibili di bambini che cadono da cornicioni altissimi senza farsi nemmeno u graffio, che vengono recuperati vivi da sotto le macerie dopo un terremoto. Mi riferisco piuttosto al banalissimo miracolo in cui si rivela il marchio del carattere: tutto a un tratto, come dal nulla, il bambino o la bambina mostrano chi sono, la cosa che devono fare.
Queste urgenze del destino sono spesso frenate da percezioni distorte e da un ambiente poco ricettivo, sicché la vocazione si manifesta nella miriade di sintomi del bambino difficile, del bambino autodistruttivo, portato agli incidenti, del bambino “iper”, tutte espressioni inventate dagli adulti in difesa della propria incapacità a comprendere. Ebbene, la teoria della ghianda offre un modo completamente nuovo di guardare ai disturbi infantili, considerandoli dal punto di vista non tanto delle cause quanto dalle vocazioni. Non tanto dalle influenze passate, quanto delle rivelazioni di un futuro intuito.

La patria del daimon non è sulla terra: il daimon vive in uno stato alterato; la fragilità della carne è una condizione imprescindibile per la vita dell’anima sulla terra; e, del resto, non lasciamo tutti i debiti da pagare quando ce ne andiamo?

Il mito platonico della discesa dice che l’anima discende in quattro modi: attraverso il corpo, i genitori, il luogo, le condizioni esterne. Possiamo prenderli come istruzioni per completare l’immagine che ci siamo portati con noi al nostro arrivo.
Per prima cosa, il corpo: discendere, cioè crescere, significa ubbidire alla legge di gravità, assecondare la curva discendente che accompagna l’invecchiamento.
Secondo, accettare di essere un membro della tua famiglia, di fare parte del tuo albero genealogico, coì com’è, con i suoi rami contorti e i suoi rami marci.
Terzo, abitare in un luogo che sia adatto alla tua anima e che ti leghi a sé con doveri e usanze.
Infine, restituire, con gesti che dichiarano il tuo pieno attaccamento a questo mondo, le cose che l’ambiente ti ha dato. 

Se esiste nella nostra civiltà una fantasia radicata e incrollabile, è quella secondo la quale ciascuno di noi è figlio dei propri genitori e il comportamento di nostra madre e di nostro padre è lo strumento primo del nostro destino. Così come abbiamo i loro cromosomi, allo stesso modo i loro grovigli e i loro atteggiamenti sono gli stessi nostro. La loro psiche inconscia – le collere rimosse, i desideri irrealizzati, le immagini che sognano la notte – conforma congiuntamente la nostra anima e noi non riusciremo mai e poi mai a venire a capo di questo determinismo e liberarcene. L’anima individuale continua a essere immaginata biologicamente come un frutto dell’albero genealogico. La nostra psiche nasce da quella dei nostri genitori, così come la nostra carne nasce dai loro corpi. 

Tutte le cose intorno a noi ci fanno da genitori, se essere genitori significa sorvegliare, istruire, incoraggiare, ammonire. Credete davvero che l’uomo abbia inventato la ruota tutto da solo, tirandola fuori dal suo cervellone, e così il fuoco, le ceste intrecciate, gli utensili? Le pietre rotolavano lungo i pendii; saette di fuoco squarciavano il cielo ed erompevano dalla terra; gli uccelli tessevano, pescavano, macinavano, e così pure le scimmie e gli elefanti. È stata la natura a insegnarci le scienze per dominare la natura.
Più restiamo aggrappati all’importanza esclusiva dei genitori e più li investiamo di un potere cosmico, meno riusciamo a vedere le cure paterne e materne offerte quotidianamente dal mondo nelle piccole cose che ci mette davanti.

Quanto più sono convinto che la mia natura mi venga da mio padre e mia madre, tanto meno sarò aperto alle influenze dominanti che ho intorno; tanto meno sentirò come intimamente importante per la mia storia il mondo che mi circonda. 

Dunque il disastro ecologico che paventiamo è già avvenuto, si consuma ogni giorno. Avviene nelle spiegazioni e nelle descrizioni che diamo di noi che ci separano dal mondo attaccandoci al paternalismo e al materialismo, avviene nella credenza che le cose là fuori continuo meno, nel formare la persona che sono, della mia famiglia ristretta. La superstizione parentale è micidiale per la nostra coscienza di sé, e sta uccidendo il mondo.
Prima, devo attuare quella ricostruzione psicologica, quel salto di fede dalla casa dei genitori alla mia casa nel mondo.
La psicoterapia non fa che aggravare l’errore. La sua teoria del danno evolutivo causato dalla famiglia di fatto allontana il paziente da tutto ciò che potrebbe offrire conforto e insegnamento. A che cosa si rivolge l’anima che non ha un terapeuta con cui fare le sedute? Porta le sue pene a un bosco, alla riva di un fiume, a un animale amico, oppure in giro senza meta per le vie della città, a contemplare il cielo notturno. Oppure guarda fuori dalla finestra o mette a bollire l’acqua per farsi una tazza di tè. È come respirare: espandiamo i polmoni, li rilassiamo, e ci arriva qualcosa, da fuori. Il daimon, nel cuore, sembra contento, perché preferisce la malinconia alla disperazione. C’è contatto.
L’”ambiente favorevole”, tanto necessario alla fantasia del genitore adeguato secondo Winnicott (l’affettuoso, fraterno teorico e clinico della terapia del buon senso), è appunto l’ambiente, quello vero, fisico, non fosse che è così trascurato e quindi temuto, poiché lascia fuori dai suoi costrutti fondamentali il mondo concreto, la teoria psicologica immagina il mondo là fuori come un luogo di oggetti, freddo, indifferente, addirittura ostile (e la terapia come rifugio protettivo, lo studio del terapeuta come un asilo senza estradizione). In questo modo, il mondo riceve la proiezione della cattiva madre, la madre che uccide, inventata dalla “teoria materna”. Siamo riportati al mondo della natura concepito quattro secoli fa da Cartesio, la natura come mera res extensa, uno sconfinato campo di materia vuota di anima, inospitale, meccanico, quando non demoniaco.
Certo che ci sono demòni, là fuori, da propiziare. Le calamità sono in agguato, ma le potenze dietro la porta e nella boscaglia sono anche antenati, non semplicemente batteri, ragni, sabbie mobili. Come abbiamo spodestato i genitori cosmologici, allo stesso modo abbiamo anche perduto gli antenati. Sono stati inghiottiti dai genitori.

“Ascendenza”, nella nostra cultura, sottintende connessione cromosomica; gli antenati sono gli esseri umani dai quali ho ereditato i tessuti del mio corpo. La biogenetica al posto del mondo degli spiriti.

Non avendo il senso degli antenati, chi possiamo propiziare come influenza diretta e determinante sulla nostra vita, se non i nostri genitori? Noi prendiamo alla lettera il quarto comandamento, “Onora il padre e la madre”, il che è segno di civiltà e gentilezza. Ma non dimentichiamo che la preoccupazione di questo comandamento, come dei tre precedenti, è quella di eliminare ogni traccia di politeismo pagano, nel quale il culto degli antenati era fondamentale. Il contesto chiarisce che quel padre e madre non sono i nostri mamma e papà naturali. Hanno poteri immensi e vanno onorati n quanto garanti del destino, “perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà” (Dt, 5, 16). Al pari degli spiriti degli antenati, essi sono i custodi e protettori di una vita prolungata, latori di una buona sorte e spiriti della natura che abitano la terra. Nasce qui, per comandamento, e varrà per i secoli dei secoli, la superstizione parentale.
Il mondo primordiale degli spiriti è stato rimpicciolito negli idoli concreti e umani, troppo umani, di due figure individuali.
Il processo di riduzione operato dalla religione ufficiale su quello stupendo serraglio di antenati ha impiegato secoli a essere completato. Noi lo chiamiamo processo di civilizzazione. Gaia e Urano, Geb e Nut, Bor e Bestla si sono ristretti fino alla piccola taglia di mamma e papà, e non stanno più in cielo, bensì nell’appartamento al piano di sopra. Il nostro orizzonte stato ritagliato per ridurlo allo loro scala, e la loro scala è stata ingrandita da ciò che essi rimpiazzano. E i nostri riti in loro onore hanno perduto ogni linfa, riducendosi a una giornata apposita all’anno per ciascuno, alla cura della loro salute e benessere materiale, a qualche telefonata; e tutto questo mentre continuiamo ad attribuire enorme potere determinante alla magica influenza che essi hanno sulla nostra vita intima. 

Fonte: Il codice dell'anima di James Hillman


giovedì 13 aprile 2017

La prima ferita – Willi Maurer

L’origine della scissione interiore
  • L’influsso dei fattori ambientali durante la vita prenatale (tra di essi lo stato emotivo dei genitori, lo stress, gli episodi gravi di emergenza così come quelli piacevoli) è tale da lasciare nel cervello del nascituro una sorta di matrice specializzata a districarsi in tali situazioni.
  • Questa matrice, grazie a eventi emotivamente intensi durante e immediatamente dopo la nascita, può essere rinsaldata o allentata e quindi re-impressa con nuovi contenuti e riorganizzata.
  • Esperienze troppo dolorose durante la vita prenatale e/o la nascita intaccano la forza vitale e possono arrivare a spegnere la voglia di vivere.
  • Le esperienze fatte in prossimità della nascita hanno un’influenza massiccia sulla vita futura del singolo. Se la situazione e i sentimenti provati risultano troppo dolorosi, essi vengono rimossi, ma continuano a manifestarsi in modo indiretto, tra l’altro anche in un comportamento inappropriato verso i neonati. In questo modo la sofferenza viene trasmessa da una generazione all'altra e si perpetua.

Forte della mia esperienza, posso affermare che la mera conoscenza dei nessi appena descritti non basta a permettere davvero una scelta è necessaria una profonda terapia per ritrovare il contatto con il bambino interiore rimosso. È possibile cambiare qualcosa in merito alla scissione interiore, che permette sì di sopravvivere a condizioni di vita inaccettabili, ma che in seguito porta a vivere separati da sé stessi, oppure si tratta d’un destino ineluttabile?

Chi risale nella propria memoria fino in fondo, può scoprire che la paura della morte, così diffusa nella cultura occidentale, non è altro che una proiezione del vissuto individuale durante e dopo la nascita. Si tratta della paura di morire provata durante la nascita a causa del dolore e del senso di abbandono che hanno messo a repentaglio la vita. Proprio il senso di abbandono spinge molti a rifugiarsi nella religione, che cerca di spiegarlo con la separazione da Dio. La fede che ne risulta, spesso dogmatica, impedisce di riconoscere come questo senso di abbandono sia identico al sentimento provato alla nascita e poi rimosso, provocato dal comportamento del personale medico, paramedico e dei genitori, tutte persone benintenzionate che pensavano di fare del loro meglio.

Il bambino che ha dovuto affrontare una nascita dolorosa o difficile desidera come prima cosa piangere, anche se non prova più alcun dolore acuto. Il pianto è un mezzo di guarigione e permette l’elaborazione dello shock subito, a patto che e soltanto se alla nascita il neonato viene accolto direttamente dalla madre e anche successivamente si trova nelle sue amorevoli braccia. L’elaborazione di shock gravi può richiedere ore intere di pianto ininterrotto, che è benefico per il bambino, se viene accolto con amore e comprensione. Attraverso l’elaborazione dei sentimenti accumulati il neonato può superare il trauma della nascita e tornare in sé.

Spesso il pianto del bambino provoca nei genitori e nel personale medico sanitario impulso irrefrenabile a “dover fare qualcosa”. Questo succede quando essi non abbiano potuto elaborare lo shock della propria nascita attraverso il pianto e lo hanno, quindi, rimosso. In effetti essi non riescono a sopportare il pianto del bambino, e ancora meno i sentimenti che sentono sorgere dentro di sé. Sommersi da un’angoscia irrazionale e dalla necessità di evitare ogni senso di colpa, per controllare che tutto sia a posto, essi ricorrono alla separazione del bambino dalla madre. Questo trattamento disturba o addirittura rende impossibile il momento di vitale importanza dell’imprinting, ovvero il contatto multi-sensoriale integro tra madre e bambino, esattamente come in seguito la prassi di mettere il bambino in una camera separata. È così che si ripete il circolo vizioso in cui da secoli siamo imprigionati. Questo circolo vizioso tuttavia può essere interrotto quando cominciamo a comprendere e accogliere le esigenze fondamentali del neonato. Come punto di riferimento biologico transculturale, dobbiamo ricordare che l’essere umano viene al mondo con l’aspettativa di essere portato, il riflesso di aggrapparsi ne è un indizio. Soddisfare il bisogno di essere portato addosso alla madre significa rispondere contemporaneamente a un altro bisogno primario fondamentale, il senso di appartenenza, anche a sua volta contribuisce a mantenere intatte fiducia e stima di se stessi e negli altri, e garantisce uno stato ottimale di salute psicofisica. 

Fonte: La prima ferita di Willi Maurer


mercoledì 22 marzo 2017

La mia fanciullezza con Gurdjieff – Fritz Peters

Incontrai e parlai per la prima volta con Georges Gurdjieff nel 1924, un sabato pomeriggio di giugno, nel castello del Prieuré a Fontainebleau-Avon, in Francia.
Sebbene le ragioni della mia presenza lì non mi fossero molto chiare - avevo allora undici anni - il ricordo di quell'incontro è ancora straordinariamente vivido in me.
Era una luminosa giornata di sole. Gurdjieff stava seduto a un piccolo tavolo col piano di marmo, sotto un ombrellone a righe, volgendo la schiena al castello e avendo di fronte un'ampia distesa di prato all'inglese con aiuole e fiori. Dovetti rimanere sulla terrazza del castello, dietro di lui, per un certo tempo, prima che m'invitasse a sedergli accanto per un colloquio. L'avevo già visto una volta a New York, l'inverno precedente, ma non mi sembrava d'averlo «incontrato». Ricordavo solo che mi aveva impaurito, in parte per il modo in cui aveva guardato me - o meglio attraverso di me - e in parte per la reputazione di cui godeva. Mi era stato detto che era per lo meno un «profeta» o persino qualcosa che aveva a che fare molto da vicino con la «seconda venuta di Cristo». Incontrare una qualunque versione di Cristo è un avvenimento, e non era certo un incontro che io attendessi con ansia. La sua presenza non solo non mi attraeva, ma anzi mi terrorizzava. L'incontro reale non fu commisurato ai miei timori. «Messia» o no, mi parve un uomo semplice, schietto.
Non era circondato da nessun alone, e per quanto il suo inglese rivelasse un forte accento straniero, mi parlò in modo ben più semplice di quanto la Bibbia m'avesse indotto ad aspettarmi. Fece un gesto vago nella mia direzione, mi disse di sedermi, ordinò un caffè, e quindi mi chiese per qual motivo mi trovassi lì. Mi tranquillizzò molto scoprire che sembrava un comune mortale, ma la domanda mi turbò. Ero sicuro che si aspettasse una risposta importante, che dovessi avere un eccellente motivo per esser lì. Non avendone alcuno, gli dissi la verità, ossia che ero perché mi ci avevano portato. Mi chiese allora perché volessi studiare nella sua
scuola. Ancora una volta fui solo in grado di rispondere che non dipendeva da me, che non ero stato neppure consultato, che di fatto ero stato portato in quel luogo.
Ricordo il forte impulso a mentirgli e la sensazione altrettanto forte di non poterlo fare, perché ero certo che già conoscesse la verità. L'unica domanda a cui risposi non del tutto sinceramente fu quando mi chiese se desideravo restare e studiare con lui. Dissi che lo volevo, il che non era sostanzialmente vero. Lo dissi solo perché sapevo che ci si aspettava da me quella risposta. Mi sembra, oggi, che ogni bambino avrebbe risposto nello stesso modo. Qualunque cosa rappresentasse per gli adulti il Prieuré (il nome completo della scuola era «Istituto Gurdjieff per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo»), io mi sentivo come chi viene interrogato dal direttore di una qualsiasi scuola secondaria. Tutti i bambini andavano a scuola, e io accettavo la convenzione secondo cui nessun bambino avrebbe detto al suo futuro insegnante che non desiderava andare a scuola. L'unica cosa che mi stupì fu che la domanda mi fosse rivolta.

Gurdjieff poi mi pose altre due domande:
1. Che cosa pensi sia la vita?
2. Che cosa desideri conoscere?

Risposi alla prima domanda dicendo: «Penso che la vita sia qualcosa che ti viene offerto su un vassoio d' argento e che spetti a te (a me) farne qualcosa».
La risposta suscitò un lungo dibattito riguardo all'espressione «su un vassoio d'argento», non senza un accenno di Gurdjieff alla testa di Giovanni Battista. Ritirai l'espressione, o così allora mi parve, modificandola nel senso che la vita è un «dono», e questo parve soddisfarlo.
La risposta alla seconda domanda (Che cosa desideri conoscere?) era più facile. Dissi: «Voglio conoscere tutto».
Gurdjieff ribatté immediatamente: «Non puoi conoscere tutto. E poi tutto di cosa?».
Risposi: «Tutto dell'uomo». E aggiunsi: «In inglese credo si chiami psicologia o forse filosofia».
Egli sospirò e dopo un breve silenzio disse: «Puoi rimanere. Ma la tua risposta mi rende la vita più difficile. Io sono l'unico a insegnare quello che chiedi. Cosi tu mi farai lavorare di più».



Fonte: La mia fanciullezza con Gurdjieff – Fritz Peters