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domenica 19 febbraio 2017

Equilibrio Emozionale - Roy Martina

Convinzioni che danno forza

… in sanscrito Karma significa “azione”. Io, invece, preferisco attribuirgli il significato di “scelta”. Il karma riguarda le scelte che facciamo e le conseguenze che da queste scelte derivano.
  •  La prima legge del karma è anche il fondamento della fisica: è la legge della conservazione.

La legge della conservazione di massa ed energia dice che ‘energia non si consuma mai, ma cambia soltanto forma, e che l’energia totale di qualsiasi sistema fisico non può né aumentare, né diminuire. Queste può anche essere definita legge di continuità. Occorrono 8 minuti perché l’energia del sole raggiunga la terra. Quello che noi vediamo, come luce solare, è un’azione iniziata 8 minuiti fa.
Con le stelle è ancora più stupefacente: quello che noi vediamo sono informazioni trasmesse migliaia di anni fa. Queste informazioni viaggiano per sempre nel tempo e nello spazio. Lo stesso concetto, quando è rapportato alle nostre personali esistenze, ci suggerisce che l’effetto delle nostre scelte o azioni passate tende a protrarsi da un’esistenza all’altra.

La persona pentasensoriale crede, normalmente, che la sua partecipazione all’evoluzione spirituale sia confinata a una sola vita. Dopo questa prima vita, tutto finisce. Veniamo al mondo con un’anima candida priva di informazioni o di ricordi e ce ne andiamo con le sole esperienze vissute in questa specifica esistenza.

La persona multisensoriale ritiene possibili ripetute incarnazioni in quanto spiegherebbero molti misteri della vita umana e sa che la componente spirituale è immortale. Lo spirito non è limitato da spaio e tempo. Esso vive contemporaneamente tutte le sue incarnazioni. Un cambiamento influisce simultaneamente su passato, futuro e presente. Ho potuto osservare questo fenomeno nella realtà, migliaia di volte.

Quando ci liberiamo della paura e di tutte le relative emozioni limitanti, il karma si modifica istantaneamente – ogni volta che eliminiamo una delle nostre paure, ne interrompiamo la proiezione nel futuro, passato e presente e il nostro karma cambia, mentre noi liberiamo un ostaggio emotivo. Questo avviene perché lo spirito non è legato alla dimensione temporale e il futuro e il passato non sono fissi.
Lo scopo consiste nell’eliminare la maggior quantità possibile di negatività (proiezione delle paure) per riuscire ad avvicinarsi il più possibile al paradigma ideale di amore incondizionato. 

L’aspetto positivo della legge karmica della conservazione è rappresentato dal fatto che nessun sforzo, o intenzione, andrà mai perso. Tutto ciò che avete ottenuto dalla vita, sia a livello emotivo sia a livello spirituale, lo porterete con voi anche nella prossima, o nell’eternità.
L’energia e la dedizione che caratterizzano i nostri sforzi determinano gli effetti futuri della nostra fatica. Ecco perché è importante imporsi una disciplina, per continuare nella nostra formazione spirituale, perché, presto o tardi, ne ricaveremo grandi benefici. 

L’aspetto negativo di questa legge karmica risiede, invece, nel fatto che tutto ciò che rimane irrisolto (emotivamente) viene trasferito nel futuro. Esattamente come l’impulso positivo delle nostre azioni e scelte positive viene mantenuto vivo attraverso la ripetizione (disciplina), il nostro karma negativo basato su credenze, pensieri e azioni negative presenta il nucleo fondamentale del problema ed ecco perché, per la maggior parte di noi, è tanto difficile cambiare.
Per quanto attiene ai modelli distruttivi, la maggior parte della gente vive nella negazione e nell’autoinganno, o ha delle zone d’ombra. La gente difende e protegge questi modelli, perché la sua consapevolezza e la sua coscienza sono offuscate. È quei che entra in gioco la seconda legge del karma, che ci offre altre opportunità per rompere con questi modelli karmici. È bene sapere che lo spirito viene attratto dall’armonia e della guarigione e prosegue lungo il percorso dell’evoluzione.
  • La seconda legge del karma è la legge della reciprocità.



Fonte: Equilibrio Emozionale  - Roy Martina - Tecniche nuove 



sabato 21 gennaio 2017

Lavoro pratico su sè stessi - E.J. Gold

CAPITOLO 2

LO STAGNO

La macchina non ha una vera emozione. Ciò che in noi chiamiamo “emozioni” sono solo riflessi automatici del centro mentale in risposta alle riverberazioni organiche del centro motorio. Rimuovere gli effetti di tali riverberazioni elimina in noi stessi la maggior parte della nostra negatività e della sofferenza meccanica.

Ogni macchina biologica umana, a seconda delle sue caratteristiche, ha il suo repertorio particolare di reazioni mentali riflesse nei confronti di shock, ed anche nei confronti di stimoli ed influenze estremamente moderati, provenienti dalla memoria. Ogni macchina ha anche una corrispondente sensibilità ad alcuni shock e non ad altri. Gli shock sono conseguenze organiche di impressioni che attraversano la macchina, il cui impatto determinato anche dalle risposte del centro mentale della macchina a ciò che essa pensa di sentire riguardo a ciò che sperimenta. Poiché noi, vale a dire il sé non-fenomenico, non abbiamo alcuna volontà sopra la macchina, quando i vari shock ed impressioni esercitano il loro impatto sulla macchina, noi non siamo capaci di  impedire ai corrispondenti shock organici di irradiare da ciascun centro, espandendosi e riverberando attraverso l’intero sistema organico, incluse le ossa, il sistema delle ghiandole linfatiche, il tessuto muscolare, gli organi d’ingestione e di eliminazione, il flusso sanguigno, il cervello superiore ed il sistema nervoso. Fossimo tanto sciocchi da tentare di ingerire cibo, eliminare i rifiuti o ragionare mentalmente tra noi, durante tali disturbi organici, il cibo avrebbe un gusto terribile, i nostri affari e relazioni romantiche ne soffrirebbero e gli stessi intestini si rifiuterebbero di fare il loro lavoro. Noi tutti soffriamo di queste involontarie riverberazioni della macchina, specialmente quando la essa reagisce negativamente a questi disturbi e ci trascina con sé. Consideriamo la macchina biologica come un calmo specchio d’acqua, uno stagno, e lo shock delle impressioni come un sasso che vi gettiamo. In questo caso, le increspature nell’acqua rappresentano le riverberazioni organiche delle emozioni negative. Come ci possiamo aspettare, certi tipi di sasso producono maggiori shock organici di altri. Quando qualche disturbo produce un urto sul centro motorio-riflessivo, è come un sasso gettato nell’acqua; le increspature si irradiano attraverso la macchina in conseguenza dell’impatto pseudo-emotivo. Nell’esempio del sasso che affonda nell’acqua, dobbiamo esser consapevoli che le riverberazioni non avvengono solo in superficie, ma anche sotto la stessa. Pur non potendo osservare direttamente queste riverberazioni sott’acqua, possiamo arrivare a capire che esse sono molto potenti e che hanno una profonda influenza sui nostri stati interiori. Naturalmente noi desideriamo tenere calmo ed indisturbato il nostro bello stagno, specialmente quando vi cade dentro un sasso a disturbare la nostra calma illusoria. Per mantenere la macchina in stato di veglia, dobbiamo aver la volontà di compiere ogni sforzo possibile per minimizzare il caos, all’interno della macchina, prodotto dall’impatto devastante di queste emozioni negative. Potremmo nasconderci in una grotta, sperando di evitare del tutto i sassi. 

Questa è la via del monaco, che si isola dalle influenze organiche più basse, sperando di poter restare ricettivo solo alle influenze che provengono dalle dimensioni superiori. Ma, a lungo andare, questo non l’aiuta, e non aiuta neppure noi. Nella vita ordinaria non possiamo impedire a questi sassi di cadere. Non abbiamo alcuna autorità su questi “sassi” (stanti a significare gli shock interni ed esterni) e neppure lo desideriamo. Possiamo però avere autorità su qualcosa. Ma cosa? Se speriamo di eliminare queste involontarie riverberazioni organiche di riflesso, dobbiamo esercitare autorità sulla macchina; non in maniera ordinaria, ma in modo molto speciale. Possiamo imparare ad “aprire le acque” prima che cada il sasso, così che la macchina biologica non offra resistenza al sasso e le riverberazioni non avvengano. In questo modo l’emozione negativa, al massimo, sarà soltanto momentanea. Questo esercizio è registrato nella tradizione Occidentale come L’Apertura del Mar Rosso. Anche nel corso della vita ordinaria, di quando in quando, possiamo aver notato che se nei dintorni si trova una persona che è per noi una “sorgente ambulante di emozioni negative”, nella macchina inizia a manifestarsi una sensazione corrispondente, che noi automaticamente classifichiamo come un’emozione e che ci sembra molto naturale. Può darsi che questa sensazione abbia origine nello stomaco, o che si manifesti in un irrigidimento nel torace, in una stretta alla gola, un ronzio o infischio nelle orecchie o delle fitte agli occhi. Dopo questa sensazione iniziale, dovremmo avere la capacità di sentire certe sensazioni organiche secondarie che riverberano attraverso la macchina, e che spariscono, vanno a morire molto lentamente, dopo essersi completamente amalgamate con la totalità delle vibrazioni che già stanno avvenendo nella macchina. Dopo breve tempo che queste riverberazioni secondarie iniziano a manifestarsi per tutta la macchina, dovremmo notare che il centro mentale ha preso una decisione: ha deciso che un qualche stato emotivo si è probabilmente attivato nella macchina, poiché rileva la presenza in essa di certe sensazioni che di solito vengono associate con un determinato stato emotivo. E questa è la totalità di ciò che osiamo chiamare in noi stessi “emozione”. Siamo incapaci di distinguere i veri stati d’animo del centro emozionale dagli shock mentali che riverberano inconseguenza di ordinarie sensazioni che hanno origine nel centro motorio, erroneamente identificate dal centro mentale come emozioni. Se fossimo capaci di osservare attivamente la macchina per un lungo periodo di tempo, noteremmo qualcosa di peculiare: che le sensazioni e le impressioni della macchina cambiano continuamente, indiretta relazione a queste riverberazioni organiche secondarie, che chiamiamo emozioni negative in quanto sono prodotte dalla macchina. L’uomo meccanico non ha emozioni. Ciò che chiama “emozioni” in realtà sono solo riflessi del centro motorio, collegati ai muscoli ed al sistema nervoso della macchina. Che emozione può esserci per una macchina biologica che funziona in modo meccanico secondo i suoi riflessi condizionati? Tali macchine hanno solo emozioni inferiori, emozioni immaginarie create dal centro mentale come reazione-di-riflesso ai disturbi che avvengono nel centro motorio. Non essendo vere emozioni, ma sensazioni dei centri motorio e riflessivo, a cui abbiamo imparato ad attaccare un significato mentale, e poiché hanno origine nella macchina, diamo loro il nome di emozioni negative. Se fossero prodotte intenzionalmente dal vero centro emozionale, non riverbererebbero attraverso tutta la macchina, e si chiamerebbero emozioni, non emozioni negative. L’emozione meccanica che sorge nel centro mentale è solo momentanea, perché è un riflesso dei muscoli; sembra essere più duratura solo perché vediamo il solco del suo passaggio distruttivo, le sue riverberazioni che si increspano attraverso i muscoli e gli organi interni.

Fonte: Lavoro pratico su sè stessi - E.J. Gold


mercoledì 21 dicembre 2016

Lavoro pratico su sè stessi - E.J. Gold

CAPITOLO 1 

RISVEGLIARE LA MACCHINA

Il sonno della macchina non produce trasformazione, né può farlo. Solo intensi sforzi per lottare contro la tendenza cadere in uno stato d’identificazione con il sonno della macchina possono produrre un cambiamento nell’Essere.

Dobbiamo renderci conto che per mezzo di dati mentali e ragionamenti non possiamo convincerci che la macchina è davvero addormentata, che l’Essere è identificato con il sonno della macchina, e che il senso e lo scopo della vita umana sulla Terra (vale a dire che la macchina biologica umana assuma la funzione di un apparato di trasformazione per la possibile evoluzione dell’Essere) non possono realizzarsi in una macchina addormentata. 
In ogni caso, da una pura angolazione mentale nessuno potrebbe vedere la situazione nella sua realtà. 
In breve, occorre uno shock intenzionale, un’esperienza personale tangibile, nella quale possiamo vedere da soli che questa non è solo un tipo di filosofia interessante, creata appositamente per il nostro svago. 
In qualche modo, noi stessi dobbiamo vedere, intuire e sentire che la macchina è veramente addormentata, potremmo anche vederla come morta, nel senso più macabro della parola. 
Fin quando non avremo visto per conto nostro, in modo definitivo, che la macchina è addormentata, e perciò non cosciente in alcun senso della parola, e che inoltre non possiamo diventare coscienti solo decidendo di svegliarla, non proveremo mai veramente la necessità di lavorare. 
Una volta intuito e sentito, anche solo momentaneamente, il sonno della macchina, istintivamente sapremo di poter scegliere una delle due soluzioni, se lasciar passare nel sonno quel che rimane della nostra vita, oppure se cominciare a compiere sforzi per svegliare la macchina. 
Precisamente, quattro forme di coscienza sono possibili per noi: 

  • Il sonno orizzontale
  • Il sonno verticale (o sonno deambulante)
  • Lo stato risvegliato
  • La trasformazione dell’Essere 

Il sonno orizzontale e quello verticale possiamo già produrli da soli senza l’aiuto di alcuna scuola. 
Di solito ci attribuiamo anche la terza forma di coscienza, ma in condizioni ordinarie non possiamo possederla, in quanto essa implica il risveglio della macchina biologica. Dobbiamo capire proprio fin dall’inizio che questa terza forma di coscienza non fa veramente parte del nostro repertorio; eppure lo Stato Risvegliato è una forma di coscienza così basilare della vita che fin da bambini, dalla nostra più tenera infanzia, avrebbe dovuto venirci insegnato come risvegliare la macchina in modo da poter vivere tutta la vita in questo stato; eppure nulla nel genere esiste nei moderni sistemi occidentali di educazione. Il risveglio della nostra macchina sta in relazione con la preparazione ad una vita di Lavoro, pressappoco come il giardino d’infanzia sta all’università. Se la civiltà fosse degna di tale nome, adesso non saremmo costretti ad iniziare il nostro lavoro ad un livello così pateticamente basso; ma dobbiamo trovare il coraggio di renderci conto di dove stiamo effettivamente, ed iniziare da lì, se non vogliamo cadere in un lavoro immaginario. La nostra coscienza ordinaria può essere paragonata ad un lavoratore metalmeccanico che si è addormentato mentre lavorava; eppure, solo perché il lavoro continua e la macchina in un modo o nell’altro si arrangia a mantenere automaticamente il suo equilibrio, non ci accorgiamo di esser caduti nell’ipnosi deambulatoria della macchina.
La macchina è condizionata a continuare le proprie attività mentali, emotive fisiche in modo del tutto meccanico. Le ordinarie attività della macchina non richiedono la nostra attenzione o la nostra presenza, neppure in minimo grado.
Quando per la prima volta ci avviciniamo al Lavoro, siamo più animali che spirituali, poiché abbiamo sacrificato la vera coscienza per uno stato in cui siamo guidati dalle meccaniche attività di routine della macchina, mentre essa fa girare la sua abituale macina dell’oblio. E poiché la parte non fenomenica di noi stessi, a causa dell’influenza ipnotica delle sensazioni, delle distrazioni e seduzioni mentali, cade in identificazione con il sonno della macchina, un giorno anche noi moriremo insieme alla macchina addormentata, non avendo mai sperimentato cosa significa veramente essere vivi dentro la macchina. Ordinariamente pensiamo di essere svegli, ma se la macchina è addormentata non sentiamo cosa veramente ciò significhi, e quindi, a tutti gli effetti, mentiamo a noi stessi. Di fatto, cadiamo in identificazione con le seduzioni sensoriali e le distrazioni mentali della macchina fin dal primo momento della sua nascita e manteniamo questo stato fino all’ultimo momento, quello della sua morte. 

Fonte: Lavoro pratico se sè stessi - E.J. Gold


giovedì 10 novembre 2016

Spiritworld - Piante degli Dei

Sciamani dell’Asia australe, dell’Arabia, della Siberia, dell’Oriente, dell’America Settentrionale e Meridionale hanno perfezionato una scienza naturale di comunicazione con gli spiriti, usando un’ampia gamma di piante allucinogene, che crescono nei deserti, nelle foreste e persino sulle montagne.  Secondo gli sciamani messicani, la cosiddetta “esperienza allucinogena” è semplicemente l’apertura di una porta d’accesso al mondo di spiriti invisibili. Per migliaia di anni, sciamani ovunque nel mondo, si sono connessi con gli spiriti dei loro antenati, gli spiriti delle piante, lo spirito dello stesso pianeta Terra e lo spirito dell’Universo. Gli sciamani realizzavano ciò usando erbe, radici, cactus, viti, succhi e funghi.
Ai non-iniziati, l’effetto di queste cosiddette “piante degli dei”, sembra irreale, fantastico o persino spaventoso, ed è spesso descritto come allucinogeno o psichedelico. Molte persone dicono di aver paura a sperimentare gli effetti di queste antiche piante. 

L’autore americano Carlos Castaneda spiega che questo è perché i nostri moderni stili di vita sono stati controllati dalla società degli Illuminati, e sono ancora sconnessi agli spiriti della natura e allo spirito del pianeta Terra. Gli sciamani del pianeta insegnano ai loro figli che le antiche erbe, come l’Ayahuasca, riconnettono i corpi astrali allo spirito infinito del pianeta Terra. Molte delle piante usate dagli sciamani per aprire la porta d’accesso al mondo dello spirito, contengono una sostanza chiamata “Dimetiltriptamina” o in breve DMT. La DMT è stata descritta come la “molecola spirituale”, perché appare in piante allucinogene e si trova naturalmente nel cervello umano. Gli effetti della DMT spesso creano una cosiddetta “esperienza fuori dal corpo”, dove il corpo spirituale, o corpo astrale, può lasciare il corpo fisico ed esplorare l’Universo.

È questa esperienza che gli sciamani, per migliaia di anni, hanno insegnato ai loro figli di sperimentare. Poiché la DMT crea non solo la sensazione di liberazione fisica, ma anche la liberazione spirituale.
Attraverso l’uso delle piante che contengono DMT gli sciamani insegnano che si può nuovamente sviluppare una forte relazione con il mondo dello spirito. La più abbondante provvista di piante contenenti DMT si trova nelle foreste pluviali del sud America. È questo il motivo per cui le società degli illuminati stanno distruggendo le foreste pluviali? Le foreste pluviali del mondo vengono distrutte al ritmo di 80 acri per minuto, giorno e notte.
Nel 1971 furono stimati 9 milioni di abitanti tribali in Amazzonia. Oggi (2007) esistono solo 11.000 abitanti tribali che sopravvivono in Amazzonia.
Questa antica relazione tra la vostra anima, o spirito, e le potenti manifestazioni degli spiriti della Terra, è stata soppressa da moderni stili di vita di città e dal guardare troppa televisione.

Tratto da Spiritworld

Prodotto da Cindy Snider
Diretto da Chris Everard
Enigma Motion Pictures 2007




martedì 4 ottobre 2016

Quando il sesso diventa un problema

Accenneremo brevemente alla discrepanza tra maturità biologica e maturità psicologica che si riscontra nella specie umana, e all’influsso della cosiddetta “rivoluzione sessuale” sui comportamenti della popolazione negli ultimi decenni.
È doveroso fare una premessa generale a queste considerazioni: è bene ricordare che la medicina e le discipline affini, (come la psicologia) non è una “veterinaria applicata all’uomo”: l’approccio riduzionistico, che può essere valido nello studio degli altri animali, non è sufficiente a garantire una adeguata compressione del comportamento degli esseri umani. Benché alcuni antropologi si premurino di ricordarci che anche l’uomo appartiene al regno animale, e che sopravvalutare la cosiddetta “razionalità” della specie umana è sempre una forma di irrazionalità (affermazione che ci sentiamo di sottoscrivere in pieno), è bene anche essere consapevoli del fatto che esistono limiti alla comprensione della mente umana che non possono essere superati con uno studio riduzionista, puramente “veterinario” (ossia etologico, biologico, biochimico) dell’uomo.
Questo vale, ovviamente, anche per il comportamento sessuale, che riveste un interesse del tutto particolare all’interno di quella realtà ipercomplessa che è l’essere umano in generale, e in particolare all’interno della singola persona, considerata nella sua unicità e individualità.

Anzitutto l’uomo, a differenza degli altri animali, raggiunge la maturità sessuale quando non è ancora in grado di badare a sé stesso (stiamo parlando dell’uomo occidentale contemporaneo): un ragazzino di dodici anni e una bambina di dieci potrebbero, biologicamente parlando, mettere al mondo dei figli. Eppure, il Lettore non può non augurarsi che tale evenienza non accada mai, date le condizioni psicologiche medie della popolazione di quell’età.
Questa discrepanza tra maturità biologica e maturità comportamentale è molto importante e ha tutta una serie di conseguenze, che riguardano l’educazione, i dividiti, i rapporti con i genitori e l’autorità in generale, la gestione dell’aggressività e via dicendo. La società occidentale, infatti, si incarica di contenere e differire per un congruo periodo di tempo l’esercizio della sessualità nei giovani, dal momento che molti di essi non sono in grado di allevare la prole, né di discriminare tra uso consapevole della sessualità e abuso subito da parte di individui di età maggiore.
Il processo attraverso il quale i giovani della specie umana raggiungono un livello di maturità adeguato alla società nella quale vivono è lungo, faticoso, costellato di difficoltà, e l’aggressività e la sessualità sono le due spinte biologiche più ardue da contenere e incanalare (altre, come l’alimentazione o l’esplorazione, sono meno difficili da gestire, ma non mancano di produrre problemi). Tuttavia (e questa è la seconda anomalia della maturazione della persona umana), l’acquisizione delle capacità di controllo dell’aggressività è un processo che inizia fin dai primi anni dell’esistenza, mentre il controllo delle pulsioni sessuali viene appreso solo dopo la pubertà.

… l’individuo apprende la gestione degli impulsi aggressivi quando il suo cervello ha la massima plasticità. Al contrario, la gestione della pulsione sessuale viene appresa a partire da un’età nella quale la plasticità è già ridotta, la personalità (ossia le modalità ridondanti di risposta agli stimoli, lo “stile” esibito dal singolo individuo) è già stata in larga parte programmata, e lo spazio per operare un condizionamento da parte degli adulti s’è già grandemente ridotto.
Per l’apprendimento delle regole che governano la gestione delle pulsioni istintive si verifica un fenomeno analogo a quello che accade nell’apprendimento di una lingua madre: se viene iniziato in età infantile la lingua straniera sarà appresa perfettamente, anche dal punto di vista fonetico, in caso contrario (dopo la pubertà) l’apprendimento non sarà mai perfetto e la pronuncia tradirà sempre un accento non naturale.

Gli esseri umani imparano a direzionare volontariamente i propri comportamenti fin dall’età di un anno circa, tramite lo sviluppo delle aree corticali prefrontali (le regioni della corteccia cerebrale deputate al differimento delle pulsioni) e della muscolatura scheletrica (che è preposta alla motricità). La società, ovviamente, incoraggia l’acquisizione del controllo dell’espressione degli istinti.

L’approccio strategico alla psicoterapia
Si pensa in genere che la psicoterapia debba essere necessariamente un percorso lungo, laborioso, complesso e molto costoso.
Si crede anche che essa comporti una notevole dose di stress pe il paziente, il quale sarebbe costretto a mettersi a nudo davanti a un estraneo, determinato a indagare tutti i suoi più riposti segreti, le sue infantili paure e i suoi inconfessabili desideri.
In effetti, qualcosa di simile accade a volte in alcune tra le almeno, cinquecento differenti forme di psicoterapia oggi esistenti.
La Terapia Strategica non prevede che il paziente si avventuri in un percorso iniziatico per migliorare la conoscenza di sé, né che sperimenti una confessione catartica, né tantomeno che egli sia addestrato a uno specifico allenamento allo scopo di abituarsi a convivere con i propri problemi. La Terapia Strategica, piuttosto, è concepita e strutturata come una sorta di partita a scacchi: si sviluppa attraverso mosse e contromosse, messe in atto alternativamente dal terapeuta e dal paziente. Alla fine di questa “partita”, che è parte di un gioco molto serio, entrambi vincono o perdono assieme: la vittoria è l’eliminazione del problema presentato dal paziente, la sconfitta è la sua mancata eliminazione entro un breve intervallo di tempo (in genere, nel modello Breve Evoluto della Terapia Strategica, entro una decina di sedute).
Le mosse del terapeuta consistono, per la gran parte, nella prescrizione di compiti che il paziente deve svolgere al di fuori della seduta; essi sono finalizzati al raggiungimento di obiettivi concreti, stabiliti fin dalla prima seduta, di comune accordo, dal paziente e dal terapeuta. Gli obiettivi concreti a loro volta sono pianificati allo scopo di eliminare il problema presentato dal paziente. 

Secondo la prospettiva costruttivista, gli esseri umani, piuttosto che ottenere una conoscenza osservando il mondo, la costruiscono sulla base delle loro percezioni, dei loro pensieri e dei loro comportamenti. Ciò che per l’osservatore esiste realmente è soltanto una sua costruzione. Ne discende che interessa più sapere come viene conosciuta la realtà piuttosto che sapere che cosa essa sia.
Inoltre la realtà viene costruita dalla comunicazione tra gli esseri umani, che poi si convincono che l’”illusione” che essi hanno della realtà è la vera realtà. In base a questa illusione, essi poi agiscono nel mondo selezionando le percezioni e le azioni in modo tale da confermare, con i fatti concreti, le proprie illusioni. Si arriva così al concetto di “profezia che si autodetermina”, definita da Watzlawick (1981) come “una supposizione o previsione che, come risultato dell’averla supposta, causa l’avverarsi dell’evento stesso”.

… il terapeuta strategico non ha la presunzione di insegnare, di imporre qualcosa di nuovo dal di fuori, ma soltanto quella di far sì che il paziente giunga a scoprire ciò che già ha. Non si tratta di aggiungere qualche dato nuovo al sistema, ma di modificare il modo con cui il sistema procede, utilizzando gli stessi elementi che esso ha al proprio interno. Il terapeuta strategico insegna soltanto ad attivare le armi già presenti, ma disfunzionali, trasformandole in armi funzionali.

Non ha nessuna importanza come abbia avuto origine la “malattia”, se nella storia chimica o relazionale della persona. Una volta che è successo, è successo: si tratta a questo punto di cambiare il modo di utilizzare ciò che esiste.

L’approccio strategico si basa sull’assunto che il problema va affrontato nel qui e ora: anzitutto, non si ricercano le cause psichiche remote (che comunque, se ci sono, risalgono al passato, e quindi non possono essere modificate), mentre l’attenzione viene focalizzata sui meccanismi con i quali il problema persiste, ossia viene mantenuto nel tempo.
In secondo luogo, e coerentemente con questa impostazione, non si aspetta di avere un quadro completo della situazione psichica del soggetto (lavoro che peraltro non potrebbe mai essere completato) per partire in un secondo tempo con la terapia: piuttosto, la fase di cura inizia fin dalla prima seduta, e si realizza concretamente con lo scopo di provocare qualche cambiamento immediato in un settore dell’esistenza della persona. La nozione che sottende questa impostazione è che nei sistemi complessi (quali la mente umana) tutti gli elementi sono interconnessi e interdipendenti, per cui basta attivare un cambiamento significativo in un aspetto della situazione per provocare eventi a cascata sugli altri.
Secondo il modello strategico, ciò che determina la persistenza del problema non è qualche oscura causa inconfessabile, né un qualche difetto di base esistente nell’inconscio: al contrario, il problema persiste proprio a causa della mente conscia, quella che razionalmente e col buon senso si adopera per dispiegare le tentate soluzioni che per essendosi dimostrate disfunzionali, vengono perpetuate rigidamente.
La resistenza che si nota nel paziente (ossia la sua difficoltà a raggiungere il cambiamento terapeutico) non deriva, perciò, da cause inconsce, ma dal fatto che le soluzioni da lui tentate gli appaiono le più razionali, le migliori, le più sensate: tale resistenza viene aggirata proponendo prescrizioni di comportamenti ritagliati sartorialmente sul paziente e concepiti di volta in volta per inibire le tentate soluzioni disfunzionali.
Per persuadere il paziente a eseguire le prescrizioni (che si basano su di una logica non ordinaria, e si presentano perciò come strane, inconsuete) viene utilizzato un linguaggio suggestivo del tipo “ipnosi senza trance”.
Come effetto delle prescrizioni, il paziente mette in atto comportamenti che gli consentono di verificare sperimentalmente e in prima persona che i blocchi che presentava sono stati superati; viene in seguito insegnato al paziente come servirsi del paradosso per risolvere spontaneamente problemi analoghi a quelli che lo hanno portato in terapia.
L’obiettivo della terapia è pratico, concreto, definito chiaramente fin dall’inizio. Si stabilisce anche la durata della terapia, ossia entro quanto sedute devono verificarsi i cambiamenti stabiliti di comune accordo: se questo non si verifica, la terapia viene interrotta, poiché si ritiene che se un rimedio è efficace, deve funzionare subito.


Fonte: Quando il sesso diventa un problema - Giorgio Nardone e Matteo Rampin