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giovedì 10 novembre 2016

Spiritworld - Piante degli Dei

Sciamani dell’Asia australe, dell’Arabia, della Siberia, dell’Oriente, dell’America Settentrionale e Meridionale hanno perfezionato una scienza naturale di comunicazione con gli spiriti, usando un’ampia gamma di piante allucinogene, che crescono nei deserti, nelle foreste e persino sulle montagne.  Secondo gli sciamani messicani, la cosiddetta “esperienza allucinogena” è semplicemente l’apertura di una porta d’accesso al mondo di spiriti invisibili. Per migliaia di anni, sciamani ovunque nel mondo, si sono connessi con gli spiriti dei loro antenati, gli spiriti delle piante, lo spirito dello stesso pianeta Terra e lo spirito dell’Universo. Gli sciamani realizzavano ciò usando erbe, radici, cactus, viti, succhi e funghi.
Ai non-iniziati, l’effetto di queste cosiddette “piante degli dei”, sembra irreale, fantastico o persino spaventoso, ed è spesso descritto come allucinogeno o psichedelico. Molte persone dicono di aver paura a sperimentare gli effetti di queste antiche piante. 

L’autore americano Carlos Castaneda spiega che questo è perché i nostri moderni stili di vita sono stati controllati dalla società degli Illuminati, e sono ancora sconnessi agli spiriti della natura e allo spirito del pianeta Terra. Gli sciamani del pianeta insegnano ai loro figli che le antiche erbe, come l’Ayahuasca, riconnettono i corpi astrali allo spirito infinito del pianeta Terra. Molte delle piante usate dagli sciamani per aprire la porta d’accesso al mondo dello spirito, contengono una sostanza chiamata “Dimetiltriptamina” o in breve DMT. La DMT è stata descritta come la “molecola spirituale”, perché appare in piante allucinogene e si trova naturalmente nel cervello umano. Gli effetti della DMT spesso creano una cosiddetta “esperienza fuori dal corpo”, dove il corpo spirituale, o corpo astrale, può lasciare il corpo fisico ed esplorare l’Universo.

È questa esperienza che gli sciamani, per migliaia di anni, hanno insegnato ai loro figli di sperimentare. Poiché la DMT crea non solo la sensazione di liberazione fisica, ma anche la liberazione spirituale.
Attraverso l’uso delle piante che contengono DMT gli sciamani insegnano che si può nuovamente sviluppare una forte relazione con il mondo dello spirito. La più abbondante provvista di piante contenenti DMT si trova nelle foreste pluviali del sud America. È questo il motivo per cui le società degli illuminati stanno distruggendo le foreste pluviali? Le foreste pluviali del mondo vengono distrutte al ritmo di 80 acri per minuto, giorno e notte.
Nel 1971 furono stimati 9 milioni di abitanti tribali in Amazzonia. Oggi (2007) esistono solo 11.000 abitanti tribali che sopravvivono in Amazzonia.
Questa antica relazione tra la vostra anima, o spirito, e le potenti manifestazioni degli spiriti della Terra, è stata soppressa da moderni stili di vita di città e dal guardare troppa televisione.

Tratto da Spiritworld

Prodotto da Cindy Snider
Diretto da Chris Everard
Enigma Motion Pictures 2007




martedì 4 ottobre 2016

Quando il sesso diventa un problema

Accenneremo brevemente alla discrepanza tra maturità biologica e maturità psicologica che si riscontra nella specie umana, e all’influsso della cosiddetta “rivoluzione sessuale” sui comportamenti della popolazione negli ultimi decenni.
È doveroso fare una premessa generale a queste considerazioni: è bene ricordare che la medicina e le discipline affini, (come la psicologia) non è una “veterinaria applicata all’uomo”: l’approccio riduzionistico, che può essere valido nello studio degli altri animali, non è sufficiente a garantire una adeguata compressione del comportamento degli esseri umani. Benché alcuni antropologi si premurino di ricordarci che anche l’uomo appartiene al regno animale, e che sopravvalutare la cosiddetta “razionalità” della specie umana è sempre una forma di irrazionalità (affermazione che ci sentiamo di sottoscrivere in pieno), è bene anche essere consapevoli del fatto che esistono limiti alla comprensione della mente umana che non possono essere superati con uno studio riduzionista, puramente “veterinario” (ossia etologico, biologico, biochimico) dell’uomo.
Questo vale, ovviamente, anche per il comportamento sessuale, che riveste un interesse del tutto particolare all’interno di quella realtà ipercomplessa che è l’essere umano in generale, e in particolare all’interno della singola persona, considerata nella sua unicità e individualità.

Anzitutto l’uomo, a differenza degli altri animali, raggiunge la maturità sessuale quando non è ancora in grado di badare a sé stesso (stiamo parlando dell’uomo occidentale contemporaneo): un ragazzino di dodici anni e una bambina di dieci potrebbero, biologicamente parlando, mettere al mondo dei figli. Eppure, il Lettore non può non augurarsi che tale evenienza non accada mai, date le condizioni psicologiche medie della popolazione di quell’età.
Questa discrepanza tra maturità biologica e maturità comportamentale è molto importante e ha tutta una serie di conseguenze, che riguardano l’educazione, i dividiti, i rapporti con i genitori e l’autorità in generale, la gestione dell’aggressività e via dicendo. La società occidentale, infatti, si incarica di contenere e differire per un congruo periodo di tempo l’esercizio della sessualità nei giovani, dal momento che molti di essi non sono in grado di allevare la prole, né di discriminare tra uso consapevole della sessualità e abuso subito da parte di individui di età maggiore.
Il processo attraverso il quale i giovani della specie umana raggiungono un livello di maturità adeguato alla società nella quale vivono è lungo, faticoso, costellato di difficoltà, e l’aggressività e la sessualità sono le due spinte biologiche più ardue da contenere e incanalare (altre, come l’alimentazione o l’esplorazione, sono meno difficili da gestire, ma non mancano di produrre problemi). Tuttavia (e questa è la seconda anomalia della maturazione della persona umana), l’acquisizione delle capacità di controllo dell’aggressività è un processo che inizia fin dai primi anni dell’esistenza, mentre il controllo delle pulsioni sessuali viene appreso solo dopo la pubertà.

… l’individuo apprende la gestione degli impulsi aggressivi quando il suo cervello ha la massima plasticità. Al contrario, la gestione della pulsione sessuale viene appresa a partire da un’età nella quale la plasticità è già ridotta, la personalità (ossia le modalità ridondanti di risposta agli stimoli, lo “stile” esibito dal singolo individuo) è già stata in larga parte programmata, e lo spazio per operare un condizionamento da parte degli adulti s’è già grandemente ridotto.
Per l’apprendimento delle regole che governano la gestione delle pulsioni istintive si verifica un fenomeno analogo a quello che accade nell’apprendimento di una lingua madre: se viene iniziato in età infantile la lingua straniera sarà appresa perfettamente, anche dal punto di vista fonetico, in caso contrario (dopo la pubertà) l’apprendimento non sarà mai perfetto e la pronuncia tradirà sempre un accento non naturale.

Gli esseri umani imparano a direzionare volontariamente i propri comportamenti fin dall’età di un anno circa, tramite lo sviluppo delle aree corticali prefrontali (le regioni della corteccia cerebrale deputate al differimento delle pulsioni) e della muscolatura scheletrica (che è preposta alla motricità). La società, ovviamente, incoraggia l’acquisizione del controllo dell’espressione degli istinti.

L’approccio strategico alla psicoterapia
Si pensa in genere che la psicoterapia debba essere necessariamente un percorso lungo, laborioso, complesso e molto costoso.
Si crede anche che essa comporti una notevole dose di stress pe il paziente, il quale sarebbe costretto a mettersi a nudo davanti a un estraneo, determinato a indagare tutti i suoi più riposti segreti, le sue infantili paure e i suoi inconfessabili desideri.
In effetti, qualcosa di simile accade a volte in alcune tra le almeno, cinquecento differenti forme di psicoterapia oggi esistenti.
La Terapia Strategica non prevede che il paziente si avventuri in un percorso iniziatico per migliorare la conoscenza di sé, né che sperimenti una confessione catartica, né tantomeno che egli sia addestrato a uno specifico allenamento allo scopo di abituarsi a convivere con i propri problemi. La Terapia Strategica, piuttosto, è concepita e strutturata come una sorta di partita a scacchi: si sviluppa attraverso mosse e contromosse, messe in atto alternativamente dal terapeuta e dal paziente. Alla fine di questa “partita”, che è parte di un gioco molto serio, entrambi vincono o perdono assieme: la vittoria è l’eliminazione del problema presentato dal paziente, la sconfitta è la sua mancata eliminazione entro un breve intervallo di tempo (in genere, nel modello Breve Evoluto della Terapia Strategica, entro una decina di sedute).
Le mosse del terapeuta consistono, per la gran parte, nella prescrizione di compiti che il paziente deve svolgere al di fuori della seduta; essi sono finalizzati al raggiungimento di obiettivi concreti, stabiliti fin dalla prima seduta, di comune accordo, dal paziente e dal terapeuta. Gli obiettivi concreti a loro volta sono pianificati allo scopo di eliminare il problema presentato dal paziente. 

Secondo la prospettiva costruttivista, gli esseri umani, piuttosto che ottenere una conoscenza osservando il mondo, la costruiscono sulla base delle loro percezioni, dei loro pensieri e dei loro comportamenti. Ciò che per l’osservatore esiste realmente è soltanto una sua costruzione. Ne discende che interessa più sapere come viene conosciuta la realtà piuttosto che sapere che cosa essa sia.
Inoltre la realtà viene costruita dalla comunicazione tra gli esseri umani, che poi si convincono che l’”illusione” che essi hanno della realtà è la vera realtà. In base a questa illusione, essi poi agiscono nel mondo selezionando le percezioni e le azioni in modo tale da confermare, con i fatti concreti, le proprie illusioni. Si arriva così al concetto di “profezia che si autodetermina”, definita da Watzlawick (1981) come “una supposizione o previsione che, come risultato dell’averla supposta, causa l’avverarsi dell’evento stesso”.

… il terapeuta strategico non ha la presunzione di insegnare, di imporre qualcosa di nuovo dal di fuori, ma soltanto quella di far sì che il paziente giunga a scoprire ciò che già ha. Non si tratta di aggiungere qualche dato nuovo al sistema, ma di modificare il modo con cui il sistema procede, utilizzando gli stessi elementi che esso ha al proprio interno. Il terapeuta strategico insegna soltanto ad attivare le armi già presenti, ma disfunzionali, trasformandole in armi funzionali.

Non ha nessuna importanza come abbia avuto origine la “malattia”, se nella storia chimica o relazionale della persona. Una volta che è successo, è successo: si tratta a questo punto di cambiare il modo di utilizzare ciò che esiste.

L’approccio strategico si basa sull’assunto che il problema va affrontato nel qui e ora: anzitutto, non si ricercano le cause psichiche remote (che comunque, se ci sono, risalgono al passato, e quindi non possono essere modificate), mentre l’attenzione viene focalizzata sui meccanismi con i quali il problema persiste, ossia viene mantenuto nel tempo.
In secondo luogo, e coerentemente con questa impostazione, non si aspetta di avere un quadro completo della situazione psichica del soggetto (lavoro che peraltro non potrebbe mai essere completato) per partire in un secondo tempo con la terapia: piuttosto, la fase di cura inizia fin dalla prima seduta, e si realizza concretamente con lo scopo di provocare qualche cambiamento immediato in un settore dell’esistenza della persona. La nozione che sottende questa impostazione è che nei sistemi complessi (quali la mente umana) tutti gli elementi sono interconnessi e interdipendenti, per cui basta attivare un cambiamento significativo in un aspetto della situazione per provocare eventi a cascata sugli altri.
Secondo il modello strategico, ciò che determina la persistenza del problema non è qualche oscura causa inconfessabile, né un qualche difetto di base esistente nell’inconscio: al contrario, il problema persiste proprio a causa della mente conscia, quella che razionalmente e col buon senso si adopera per dispiegare le tentate soluzioni che per essendosi dimostrate disfunzionali, vengono perpetuate rigidamente.
La resistenza che si nota nel paziente (ossia la sua difficoltà a raggiungere il cambiamento terapeutico) non deriva, perciò, da cause inconsce, ma dal fatto che le soluzioni da lui tentate gli appaiono le più razionali, le migliori, le più sensate: tale resistenza viene aggirata proponendo prescrizioni di comportamenti ritagliati sartorialmente sul paziente e concepiti di volta in volta per inibire le tentate soluzioni disfunzionali.
Per persuadere il paziente a eseguire le prescrizioni (che si basano su di una logica non ordinaria, e si presentano perciò come strane, inconsuete) viene utilizzato un linguaggio suggestivo del tipo “ipnosi senza trance”.
Come effetto delle prescrizioni, il paziente mette in atto comportamenti che gli consentono di verificare sperimentalmente e in prima persona che i blocchi che presentava sono stati superati; viene in seguito insegnato al paziente come servirsi del paradosso per risolvere spontaneamente problemi analoghi a quelli che lo hanno portato in terapia.
L’obiettivo della terapia è pratico, concreto, definito chiaramente fin dall’inizio. Si stabilisce anche la durata della terapia, ossia entro quanto sedute devono verificarsi i cambiamenti stabiliti di comune accordo: se questo non si verifica, la terapia viene interrotta, poiché si ritiene che se un rimedio è efficace, deve funzionare subito.


Fonte: Quando il sesso diventa un problema - Giorgio Nardone e Matteo Rampin



martedì 6 settembre 2016

Ho incontrato uno Strega - Agata Rapisardi

Gera – inizio – la volta scorsa mi hai confermato che anche le streghe si reincarnano, che molte sono tornate, che altrettante hanno paura di usare i propri poteri positivi, perché inconsciamente hanno il terrore delle persecuzioni passare”. Gera annuisce.

Cosa è successo a te? Lo sai? Hai questi ricordi passati?

Fa quasi paura lo sguardo che si accende nei suoi occhi, si alza di scatto, si pone dinanzi alle fiamme del camino, mi volta le spalle.

La voce che mi parla ora è più cupa, più roca, irriconoscibile: “Prima di portarmi nella stanza delle torture, mi hanno fatto assistere all'uccisione dei miei bambini, avevano quattro e sei anni – il tono è quasi spento – mi hanno torturata, mi hanno bruciata sul rogo.

Il silenzio pulsa, quasi, nella cucina fumosa.

La mia voce esce sottile, timorosa: “Perché sei tornata? Per vendicarti?

Scuote il capo: “No, non bisogna né occorre farlo, gli inquisitori di allora stanno già subendo una giustizia che sta al di sopra di quella umana. Chi ha ucciso barbaramente, sarà ucciso allo stesso modo.

La voce estranea mi entra dentro, mi scorre un brivido addosso. Gera si riscuote, torna verso di me.
Anche oggi posso fare qualcosa per gli altri, questo mi basta. Nella prossima vita torneranno anche i miei figli, per me.


Sai Gera, ho letto in questi giorni del giubileo di anni fa”. Lei getta con energia un tronchetto nel camino e mi guarda, non dice nulla. Il suo sguardo è indecifrabile.

Continuo: “Forse hai letto o sentito che in quell'occasione il Vaticano ha chiesto perdono per le persecuzioni che hanno insanguinato i tempi passati, per l’inquisizione
Gli occhi di Gera sono due fessure: “A chi chiedono perdono?

La sua domanda mi sconcerta. “Mah, forse al popolo dei cristiani, forse …
Loro sanno che chi ha subito torture, chi è morto bruciato sul rogo è qui, è di nuovo qui; si rivolgono a questi, ma perché oggi?

Di nuovo devo riflettere sulla domanda e la risposta che mi viene alla mente è solo questa: “Forse l’hanno fatto per inserirsi purificati nell'anno del Giubileo?

Gera scuote il capo: “Non so, allora, a quanto possa servire riconoscere fatti omicidi con parole che non cancelleranno il sangue da anime innocenti.

Tace e poi riprende: “Tu sei giornalista, dimmi, hanno deciso di sottoporre agli studiosi, anche laici, i documenti degli antichi processi d’inquisizione?

Queste parole mi colpiscono, non ci avevo pensato: “No, Gera, non ho sentito che una promessa per il futuro in questo senso. Spero che quegli archivi possano aprirsi un giorno!

Appunto, quello sarebbe un atto ulteriore di pentimento e di umiltà, forse, ma non so se verrà realmente fatto!


domenica 14 agosto 2016

Il dialogo strategico – Giorgio Nardone

Piuttosto che basarsi su una teoria della natura umana per “analizzare” il comportamento, il modello strategico di terapia si occupa del modo in cui l’uomo percepisce e gestisce la propria realtà attraverso la comunicazione con sé stesso, gli altri e il mondo, trasformandola da disfunzionale in funzionale, al fine di poter “operare” su di essa. I “problemi” dell’uomo sono il prodotto dell’interazione tra soggetto e realtà, per cui risalire alle origini del problema è spesso fuorviante rispetto al trovare soluzioni.

Per questo motivo, il lavoro del terapeuta strategico si focalizza non su “perché esiste” il problema, ma su “come funziona”, e specialmente su “come fare” per risolverlo, guidando la persona a cambiare non solo i propri comportamenti ma anche le proprie modalità percettive e di attribuzione causale. Il tutto passa prioritariamente attraverso il dialogo fra terapeuta e paziente; il primo guida il secondo a scoprire il modo di risolvere i suoi problemi, facendo in modo che li percepisca da prospettive diverse rispetto a quelle patogene.

Il costrutto operativo fondamentale di tale approccio è quello di “tentata soluzione” formulato per la prima volta dal gruppo di ricercatori dell’M.R.I (Mental Reserch Institute) di Paolo Alto (Watzlawick, Weakland, Fisch, 1974; Weakland at al., 1974); le tentate soluzioni solo le reazioni e i comportamenti che complicano piuttosto che risolvere, e che finiscono per irrigidirsi in ridondanti modelli disfunzionali d’interazione con la realtà.

La tentata soluzione disfunzionale sostituita da una soluzione funzionale diviene la chiave per studiare le “trappole” – mentali, emotive, relazionali – in cui l’essere umano incorre, e al contempo per individuare le leve strategiche del cambiamento, “conoscere i problemi mediante la loro soluzione” (Nardone, 1993).

Crediamo che al lettore sia già apparso chiaro quanto ciò entri in collisione con il concetto tradizionale di psicoterapia, basato sul presupposto che per cambiare l’atteggiamento di una persona si deve prima cambiare il suo modo di pensare. In base a tale presupposto, le varie forme di psicoterapia – cognitive, comportamentali o psicoanalitiche – mirano a realizzare il cambiamento della consapevolezza dei loro pazienti, in maniera coerente con i rispettivi assunti teorici; ciò implica l’uso del ragionamento e del linguaggio indicativo, il linguaggio della descrizione, della spiegazione, del confronto, dell’interpretazione e così via.

Da una prospettiva strategia invece il cambiamento va prima di tutto “agito”, e la comunicazione terapeutica diviene il suo veicolo; in sintesi, si tratta di “Fare le cose con le parole” (Austin, 1987).

La prima seduta non più “diagnostica” e “preliminare” per l’intervento, ma essa stessa stratagemma terapeutico. L’indagine si è trasformata in intervento.

Le domande, invece di limitarsi a guidare il terapeuta alla comprensione del problema da risolvere, sono divenute il veicolo per indurre il paziente a “sentire” differentemente le cose e dunque a cambiare le sue reazioni, scoprendo le sue risorse, che erano bloccate dalle percezioni precedenti, rigide e patogene.

Le domande sono state modificate nella loro forma interrogativa.
  • Non sono più aperte, del tipo: “Quando lei ha il suo attacco di panico, cosa sente?”
  • ma domande chiuse, in una sorta di illusione di alternative “Quando lei ha l’attacco di panico sente la paura di morire o la paura di perdere il controllo?”; in tal modo le persone rispondono una delle due risposte pianificate.

Immaginiamo che la risposta del paziente sia: “Ho paura di perdere il controllo”.

La seconda domanda sarà: “Ma questi momenti in cui lei ha paura di perdere il controllo accadono in situazioni che lei può prevedere o sono assolutamente imprevedibili?”.
La persona il più delle volte risponde: “Mah … non so! … però se ci penso bene, solo in certe situazioni!”.
E allora si ripete: “e lei può prevedere queste situazioni?”.
Il paziente dice: “Sì, ora che ci penso sì. Ad esempio mi allontano da solo … oppure se sono in mezzo alla folla … o se sono in un luogo chiuso … o se sono in un luogo alto …” a seconda del tipo di fobia.


Proviamo ad analizzare adesso cosa abbiamo ottenuto con due domande: abbiamo ottenuto una conoscenza già corposa, poiché ora sappiamo che la persona non ha paura di morire ma ha paura di perdere il controllo, e che questo avviene in situazioni che può prevedere. Questa è la comprensione da parte del terapeuta: il paziente, invece, inizia ad avere una chiara mappa del suo problema, con coordinate precise e comincia a pensare che, in realtà, non ha paura di morire – già lo sapeva, ma adesso lo ha focalizzato – e che tale fobia avviene solo in situazioni prevedibili. 

...

Il dialogo strategico - Giorgio Nardone


giovedì 28 luglio 2016

La struttura della magia

Capitolo primo

Vincoli neurologici: il mondo fisico rimane costante, mentre l’esperienza che ne abbiamo cambia enormemente in funzione del nostro sistema nervoso.
Il nostro sistema nervoso deforma e cancella sistematicamente intere parti del mondo reale. Ne risulta la riduzione della portata dell’esperienza possibile, come pure l’introduzione di differenze tra quanto sta realmente avvenendo nel mondo e l’esperienza che ne abbiamo. Quindi il nostro sistema nervoso, determinato geneticamente sin dall’inizio, costituisce il primo insieme di filtri che distinguono il mondo – il territorio – dalla nostra rappresentazione del mondo – la mappa.

Vincoli sociali: l’ipotesi è che la funzione del cervello e del sistema nervoso e degli organi dei sensi sia principalmente eliminativa e non produttiva. Chiunque ha la facoltà in ogni momento di ricordare tutto ciò che gli è accaduto e di percepire tutto ciò che accade dovunque nell’universo. La funzione del cervello e del sistema nervoso è di proteggerci contro il pericolo di essere sopraffatti e confusi da questa massa di conoscenza in gran parte inutile e irrilevante, cacciando via la maggior parte di ciò che altrimenti percepiremmo e ricorderemmo in ogni momento, e lasciando solo quella piccolissima e particolare selezione che ha probabilità di essere utile in pratica.
Ogni individuo è nello stesso tempo il beneficiario e la vittima della tradizione linguistica nella quale è nato; il beneficiario in quanto il linguaggio gli dà accesso ai ricordi accumulati dell’esperienza altrui; la vittima in quanto lo conferma nella convinzione che la ridotta consapevolezza sia la sola consapevolezza e perché stuzzica il suo senso della realtà, in modo che egli è fin troppo pronto a prendere i suoi concetti per dati, le sue parole per cose vere (Aldous Huxley, Le porte della percezione, Mondadori, Milano, 1980).
Un secondo modo in cui la nostra esperienza del mondo differisce dal mondo in sé è dovuto all’insieme dei vincoli o filtri, sociali.

Vincoli individuali: un terzo modo in cui la nostra esperienza del mondo può differire dal mondo in sé è dovuto a una serie di filtri che chiamiamo individuali. Intendiamo pe filtri individuali tutte le rappresentazioni che creiamo come esseri umani in base alla nostra storia personale unica.
I modelli e le mappe che creiamo nel corso della vita si basano sulle nostre esperienze individuali, e poiché taluni aspetti delle nostre esperienze saranno unici per noi in quanto persona, talune parti del nostro modello del mondo saranno esclusivamente peculiari di ciascuno di noi. Questi singoli modi con i quali ciascuno di noi rappresenta il mondo costituiranno un insieme di interessi, abitudini, simpatie, antipatie e regole di comportamento che sono decisamente nostri.

Modelli e terapia: abbiamo constatato per esperienza che le persone vengono tipicamente in terapia soffrendo, con la sensazione d’essere paralizzate, senza avvertire alcuna possibilità di scelta o libertà d’azione nella loro vita. Ciò che abbiamo scoperto non è che il mondo è troppo limitato o che non vi sono scelte, ma che costoro impediscono a sé stessi di scorgere le opzioni e le possibilità che gli si dischiudono perché queste non sono disponibili nei loro modelli del mondo.
La domanda che ci poniamo è questa: com’è possibile che esseri umani diversi, posti di fronte allo stesso mondo, abbiano esperienze tanto differenti? La nostra opinione è che questa diversità sia principalmente il risultato della differenza di ricchezza dei loro modelli.
Il comportamento degli esseri umani, per quanto bizzarro possa sembrare a prima vista, ha un senso se lo si vede nel contesto delle scelte generate dal modello. La difficoltà non sta nel fatto che essi effettuano la scelta sbagliata, ma che non hanno abbastanza scelte: non hanno un’immagine del mondo messa a fuoco con ricchezza. Il paradosso più diffuso che scorgiamo nella condizione umana è questo: i processi che ci permettono di sopravvivere, crescere, cambiare e provare gioia sono gli stessi processi che ci permettono di mantenere un modello del mondo impoverito: la nostra capacità di azionare dei simboli, cioè di creare dei modelli … se commettiamo l’errore di confondere il modello con la realtà. Possiamo individuare tre meccanismi generali con i quali lo facciamo: la generalizzazione, la cancellazione e la deformazione.

La generalizzazione è il procedimento con il quale elementi o parti del modello di una persona vengono staccati dalla loro esperienza originaria e giungono a rappresentare l’intera categoria di cui l’esperienza è un esempio. La nostra capacità di generalizzare è essenziale per affrontare il mondo. Per esempio, ci è utile sapere generalizzare dall’esperienza di una bruciatura al contatto con una stufa rovente alla regola che le stufe roventi non vanno toccate. Ma se generalizziamo quest’esperienza sino alla percezione che le stufe sono pericolose, e ci rifiutiamo quindi di stare in una stanza con la stufa, limitiamo senza alcuna necessità il nostro movimento nel mondo.

La cancellazione è un procedimento con sui, selettivamente, prestiamo attenzione a certe dimensioni della nostra esperienza e ne escludiamo altre. Prendiamo per esempio, la capacità di filtrare o escludere ogni altro suono, in una stanza piena di gente che parla, per ascoltare solo la voce di una data persona. Con lo stesso procedimento possiamo impedire a noi stessi di udire i messaggi di affetto di altre persone alle quali teniamo molto.

La deformazione: è il procedimento che ci permette di operare cambiamenti nella nostra esperienza dei dati sensoriali.

Van Gogh ha potuto dipingere quei cieli perché era in grado di deformare la propria percezione spazio-temporale al momento della creazione. 

Fonte: La struttura della magiaRichard Bandler, John Grinder