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sabato 4 luglio 2015

In viaggio con un Maestro Sufi – H.B.M. Dervish

“… ricorda che devi avere il senso dell’umorismo. Le persone ossessionate non ne hanno, ecco come puoi distinguere il vero dal falso. Poiché in realtà, gli ossessionati sono falsi”.
“Ma le cose dello spirito non sono serie? Non si deve, non si può deridere la religione”.
“Le persone non ridono della religione. Quando le persone spirituali ridono, ridono dell’imitazione della religione”.

C’era qualche altra ragione, mi chiesi, per cui un Sufi si presentava come qualcuno senza importanza, o in una veste che non significava nulla per la persona insensibile?
“Ci sono almeno altre due ragioni. La prima è che se il Sufi si veste come tale, dove va a finire la sfida alla ricettività dello studente? Egli deve vedere il “Re in ogni travestimento”, come dice l’aforisma Sufi. L’altra ragione è che ogni cosa di valore in questo mondo è minacciata, incluse le cose spirituali.

Ricorda l’aneddoto Sufi del pavone che amava strapparsi le piume.
Qualcuno gli chiese perché lo facesse.
“Egli rispose: Perché le persone mi inseguono per queste piume. Se non ne avrò, non vorranno null’altro da me e potrò vivere una vita tranquilla e inutile”.
Più tardi trovai questo racconto nel Quarto Libro del Mathnavi di Rumi, la sua opera principale.
L’anziano mi insegno anche che c’erano quattro “cancelli” verso la conoscenza superiore: la legge religiosa; la Via o Sentiero, l’Insegnamento e la sua osservanza; e la gnosi, l’esperienza o la percezione della Verità, che è chiamata Realtà Oggettiva.

Nell’introduzione al Libro Quindi del suo Mathnavi, Rumi chiarisce questo punto:
“La Legge”, egli dice, “è come apprendere la teoria alchemica da una persona o da un libro. Il Sentiero è come un processo alchemico. La Verità è l’effettiva trasmutazione del rame in oro”.

La maggior parte delle persone porta l’attenzione sulle cose che approva. Ma quando nei circoli Sufi qualcosa ti colpisce come strana o persino inaccettabile, allora dovresti prestarle una speciale attenzione, perché significa quasi sempre che un aspetto dell’insegnamento reale ha colpito i tuoi pregiudizi e che questi stanno cercando di rigettarlo, stanno cercando di tenerti in una stretta “schiavitù”.

 … disse Shah, “i Dervisci sono chiamati uomini santi senza percezione e i Sufi sono conosciuti come Dervisci che sono arrivati alla Conoscenza”.

Shah non si stanca mai di indicare che il ripetere della musica o dei movimenti, lo standardizzare le attività o persino gli insegnamenti, è la via dell’indottrinatore o del condizionatore e che la vera tradizione Sufi ha sempre operato contro l’inculcare dei modelli fissi nella gente. La conoscenza Sufi viene impartita con qualunque metodo si riveli idoneo.

“Dopotutto, poiché lo studente è così inferiore al Maestro, quale differenza può fare per una persona così elevata il rispetto dello studente?”
“Ci furono parecchi tentativi di dare una risposta, ma nessuna parve soddisfare il Siriano”.
“Devo rispondere io? Poiché è chiaro che avete bisogno del concetto di attitudine e posizione.
Se volete entrare in una stanza attraverso una porta bassa dovete chinarvi. Se pensate che inchinarvi sia servile quando è semplicemente necessario, non passerete mai attraverso la porta. L’insegnante è la vostra porta.
Il vostro insegnante non trae profitto dal vostro rispetto semplicemente perché è rispetto: ma voi sì. Se non onorate il vostro insegnante, non potete imparare; così sareste voi stessi a rimetterci. Ciò che l’insegnante guadagna è che se voi imparate da lui egli sarà in grado di fare il suo lavoro. Il rispetto reale, comunque, viene a uno stadio molto superiore, quando si può realmente apprezzarne la tremenda importanza.
A quello stadio, la vostra capacità di rispetto è ugualmente grande, così in effetti rispettate il suo ruolo e il suo essere molto di più di quanto sia possibile farlo allo stadio di principiante”.

Shah aveva qualcosa da dire anche circa la baraka, una forza intangibile che i Sufi, tradizionalmente, sono in grado di concentrare e proiettare. Shah la chiamava “l’armonizzazione della conoscenza con il recipiente potenziale”. Diceva che l’esistenza di questa forza veniva spesso sospettata da tutti: ma che era stata volgarizzata nell’idea comune di fortuna. Come la fortuna, la baraka è molto elusiva. Le persone che possono ricevere la baraka o che l’hanno ricevuta, possono mettersi al di fuori del suo campo a causa della loro attitudine, solitamente volendo cose che non sono necessarie. Quando questo accade, la baraka semplicemente cessa di operare.
La baraka può essere considerata simile alla forza che è stata parte delle culture primitive e che gli antropologi hanno chiamato Mana. Ma ha ulteriori dimensioni. È data a persone che sentono la necessità di mettersi in armonia con la Verità, non tutte queste persone, ma alcune.
Se le persone diventano personalmente avide al di là di un certo punto (conosciuto tecnicamente tra i Sufi come 'punto di tolleranza') la baraka si disperde. Molte imprese sono affondate a causa di questo. 

Shah ha sottolineato a più riprese che i Sufi non sono “antiaccademici”, ma sostiene semplicemente che il lavoro accademico dovrebbe essere oggettivo e non un perseguimento agonistico della conoscenza.

Egli mi disse: “Il mio riverito padre mi introdusse, molti anni fa, al metodo Sufi di trattare con l’erudizione. C’erano, egli disse tre Vie, tre categorie di apprendimento che sono:
La Via dello schiavo: colui che memorizza il materiale e lo segue senza deviazioni. Egli può considerare se stesso uno studente o persino uno studioso;
La Via dell’erudito: colui ce accumula materiale secondo il suo desiderio e che può sottoporlo a qualunque critica che ritenga giusta.
La via del saggio: colui che è in grado di estrarre dal materiale ciò che realmente contiene. Non troverà piacere nel memorizzare, né accetterà lodi per la sua memoria. Studierà solo ciò che darà vantaggi, non ciò che le persone l’hanno esortato a considerare importante e otterrà dal materiale di studio ciò che è più utile, che ha origine dalla verità e che porta alla Verità.
Non ho mai trovato errata questa diagnosi e ogni volta che l’ho applicata sono stato in grado di raggiungere la mia meta. Ho anche verificato il commento di mio padre su questo soggetto: La prima Via è quella dell’abitudine, la seconda quella dell’abitudine e dell’azione, la terza quella di fuggire dall’abitudine per arrivare alla comprensione dell’azione; così invece di essere manovrati da queste, possiamo manovrarle, se necessario.

Dopo che lasciammo Mashad viaggiammo sino al Kasmir, dove a Shah fu dato il benvenuto non come maestro Naqshbandi, ma come uno qualificato ad arruolare nuovi membri nell’Ordine Azimiyya (il grande), di cui egli è “ispettore”. Ecco un esempio dello stile con cui vengono usate le parole in questa cerimonia:
Sei il benvenuto in questa assemblea. Questa cerimonia segna il ricevimento di un nuovo venuto nei ranghi degli Amici e lo prepara per un viaggio con noi.
Se hai qualche riserva sul Sentiero o su qualcuno dei presenti, consigliamo di ritirati immediatamente. In questo caso puoi andartene ora. Se lo farai, non perderai la nostra stima o amicizia … (pausa).
Poiché non ti sei ritirato, devo ritenere che desideri restare con noi, per quanto lunga sia la strada? …
Devi sapere che la strada è lunga, il tempo è breve e le provviste sono scarse.
Realizzi che ci si aspetta che farai ciò che non vuoi fare?
E che non farai ciò che vuoi fare?
Realizzi che è più facile scivolare da un luogo elevato che da uno basso?
Sei preparato a fare un sacrificio materiale in segno del tuo scambiare il grossolano per il più sottile?”.

La presentazione continuava con altri parecchi paragrafi. Alla luce di ciò che avevo visto e di ciò che avevo imparato dalle domande rivolte di partecipanti a queste iniziazioni, ritornai una sera sugli appunti che avevo preso su qualcosa che avevo chiamato “La Prima Lezione di Shah”:
“Le persone tendono a pensare che gli studi Sufi assomigliano a quelli con i quali hanno più dimestichezza, come quelli comuni nei culti religiosi e mistici. Essi perciò associano i Sufi con ciò che in effetti non sono.
Gli studi Sufi, comunque, sono strumentali e prescritti individualmente. Dono anche successivi. Questo significa che sono intesi a causare un effetto quando l’effetto può essere causato. Altri sistemi sono caratterizzati dalla ripetizione di slogan, dal portare avanti osservanze stereotipate e così via. Quest’ultimo tipo di attività, tuttavia non è affatto un’attività religiosa. È più un processo per eccitare le persone a livello emotivo. È più un processo per eccitare le persone a livello emotivo.
La gente, in generale, spesso non riesce ad accostarsi agli studi Sufi, poiché normalmente crede siano ciò che non sono: sistemi didattici, ideologici o magici; invece di sistemi educativi e di sviluppo.
Per questa ragione, i Sufi si considerano diversi. Un Insegnante Sufi deve innanzitutto chiarire che il “modello” mentale (il preconcetto sui Sufi e sulla Via Sufi) che il nuovo venuto ha, potrebbe essere inadeguato. Perciò, è essenziale chiarire l’incomprensione prima che venga detta o fatta qualunque altra cosa”.

Quindi a Shah fu chiesto se ci fosse un particolare metodo per sviluppare la funzione che causa miracoli ed egli disse:
“È proprio il contrario. Innanzitutto, i miracoli accadono costantemente, ma le persone ne sono spesso inconsapevoli. Secondo, le persone generalmente inibiscono la loro percezione del miracoloso con l’esercizio di tre attitudini mentali.
Queste sono le stesse attitudini insite nella maggior parte delle persone e che in ogni caso devono essere eliminate prima che si possa progredire sulla Via Sufi. Esse sono:
Uno. La costante richiesta di attenzione;
Due. Le obiezioni alle esperienze quando si sta imparando;
Tre. L’aspettativa di ricevere l’insegnamento come, quando e dove l’individuo lo richiede”.

Una sera a New Delhi, ebbi l’occasione di raccontare una lunga conversazione che una volta avevo avuto a casa mia con un diplomatico, qualcuno completamente sconosciuto a Shah. In seguito Shah fece dei commenti su quest’uomo considerando la sua altezza e che, in base ad essa, gli avrebbe dovuto essere pieno di sé e così via. In effetti Shah sembrava descrivere quasi ogni caratteristica fisica del diplomatico anche se certamente non lo conosceva e le sue caratteristiche fisiche non erano mai entrate una sola volta in ciò che stavo dicendo.
Allora dissi: “Si vede che ho un’immagine mentale di lui dalla quale tu attingi tutto questo”.
“Nient’affatto” rispose, “tutti i discorsi riguardanti una persona, un luogo o una cosa, contengono dei frammenti d’informazione incollati ad essa. Se sei vigile puoi raccogliere tutto questo. Le persone non lo fanno, non perché non possono farlo, ma perché, attraverso un’abitudine insita fin dall’infanzia, la loro censura mentale le rigetta non appena si fanno vive.
Esse immaginano che una cosa del genere sia impossibile, così quando accade la cancelliamo”.
Non si può fare a meno di cercare delle spiegazioni quando si hanno esperienze come queste, ma Shah mi disse: “Più cercherai e meno comprenderai, poiché il modo convenzionale di comprendere le cose non può affatto comprendere queste. Una volta che con un’altra persona viene stabilito un certo tipo di rapporto, è possibile sentire ciò che sente e farle sentire ciò che tu senti”.

“Tutti i sistemi normalmente conosciuti, nel corso dell’addestramento e dell’indottrinamento, possono rendere 'schiavi' i loro seguaci e persino i loro capi. L’ossesso è catturato dalla sua ossessione. Nei sistemi ordinari l’ignoranza fa presumere alle persone: 'nessuno qui è schiavo'. Guardatevi attorno e ditemi chi non è schiavo.
Soltanto un insegnamento illuminato può affermare che tutti sono sottomessi a qualcosa. La questione è, naturalmente, se la sottomissione sia servitù.
Il cercatore deve riconoscere l’abilità dell’Insegnante e dovrebbe effettivamente sentirla. Il Sufi ha il diritto di essere servito, ma non ha il diritto di chiedere, come dice Ma ‘Ruf Karkhi. Essere Sufi significa non essere attaccato a nulla, né avere nulla attaccato a sé, come dice Nuri.
Tu dici di mettere in dubbio ogni cosa. Questo in effetti è il miglior modo per far sì che le persone si attacchino a te. Di loro di mettere in dubbio, di fare domande e avrai catturato il loro questionare. Dopo di che ti ubbidiranno, persino nel fare domande e saranno incapaci di non obbedirti. A meno che tu non mette in dubbio le domande stesse”.

Durante questa sessione con l’Insegnante gli parlai di una cosa che vedevo come una difficoltà per gli Occidentali. “Le persone in Occidente” dissi, “sono abituate alla loro peculiare versione della religione che implica anzi, mira a produrre, degli stati emotivi. Possono essere biasimati se quando incontrano le idee Sufi pensano che manchino di un elemento spirituale?”.
“I veri Sufi”, egli rispose, “hanno sempre lavorato per rimuovere l’innaturale elemento emotivo dalla religione. È questa la parte che ha dato ad alcune religioni una cattiva fama, perché è questa parte che dà origine al fanatismo e alla guerra. Solo quando sarà liberata dalla parte emotiva, la religione potrà funzionare spiritualmente. Per quel che riguarda ciò che le persone potrebbero pensare”, continuò, “ci sono due risposte.
La prima è che questa non è affatto la nostra esperienza. Lo troviamo, naturalmente, in una minoranza ed essi possono ben essere i più vocali. La seconda risposta è che, nel mondo moderno, la scienza si sta avvicinando ai principi fondamentali della psicologia umana e di pari passo, sta sorgendo una domanda per fatti religiosi interpretabili secondo le basi della natura umana scoperte di recente o riscoperte di nuovo. Le persone che stanno lavorando in quest’area stanno lavorando con noi”.
In seguito, negli Stati Uniti e altrove vidi quanto ciò fosse vero. Gli scienziati moderni hanno ormai realizzato la differenza tra le attività che creano e aumentano il credo e quelle che forniscono conoscenza – una distinzione fatta molto tempo fa dai Sufi e generalmente ignorata.

“L’istinto del branco ci dice che è meglio essere con gli altri che da soli e ciò ha i suoi pregi e i suoi difetti”, ci spiegò il nostro insegnante di Abshar. “Il desiderio di attenzione blocca certe possibilità di comprensione”.

Shah mi disse in privato: “C’è un tempo in cui non si può fare nulla, un tempo in cui può essere fatto qualcosa e un tempo in cui tutto è possibile. Tienilo a mente, così da essere vigile nel discernere ogni differente qualità del tempo”.

Shah allora disse: “Quando ero solo un ragazzo e fui per così dire, gettato nel mondo, solevo chiedere cosa facevano le persone istruite per l’ignoranza dell’ignorante. Smisi di chiederlo quando qualcuno mi disse: “I presunti colti amano definirsi tali in contrasto ai presunti ignoranti. Essi hanno perciò tutto l’interesse a mantenere l’ignoranza. Se tutti gli abitanti di un paese fossero professori, tutti i professori sarebbero contadini”. Oppure, come avrebbe potuto dire Shah: “All’inferno un diavolo non è niente di particolare”. 


Fonte: In viaggio con un Maestro Sufi – H.B.M. Dervish 

martedì 23 giugno 2015

Noi siamo il nostro corpo – Mauro Sartorio

… l’individuo che si trovasse improvvisamente di fronte al leone potrebbe, del tutto in automatico, serrare la gola, bloccare il respiro e indietreggiare bruscamente.
In seguito, in una successiva minima frazione di tempo: le contrazioni muscolari, le tensioni, le reazioni speciali di ogni organo del corpo e ogni informazione cenestesica, vengono tradotte e recepite in forma di emozione (come paura, sgomento, rabbia …), con tante sfumature di “colore” quante sono le infinite combinazioni possibili tra i processi biologici attivi in un dato istante.
Di fronte al leone, una traduzione emotiva generica dello stato fisico potrebbe essere “terrore”.
Solo in ultimo, e relativamente molto più tardi: le informazioni sensoriali, acquisite e registrate nei tessuti con la reazione organica, iniziano a comporsi in immagini mentali. Si aggregano tutte le sensorialità, dalla visiva all'olfattiva, alla uditiva creando l’immagine mentale del leone.

Mettendo ora da parte il leone, provo a rimanere in un ambito più quotidiano: immagina di stare per attraversare la strada e, inaspettatamente, di rischiare di essere investito.
La reazione immediata è un salto indietro sul marciapiede con il cuore in gola e gli occhi sbarrati; una frazione di secondo dopo un’ondata di paura che attraversa il corpo; dopo qualche istante inizi a prendere coscienza di cosa è accaduto, di cosa sarebbe potuto accadere, e di quante parole hai in testa da urlare al pirata della strada.
Questa è la successione temporale, nella tua esperienza in quell'istante, della rappresentazione vegetativa/motoria, quindi emotiva e poi mentale di uno stato corporeo.

Ricordi e emozioni non sono cose che vengono dalla testa: il cervello non è altro che un organo di controllo costituito da un agglomerato immenso di interruttori (la famosa stanza dei bottoni).
Ricordi e emozioni sono, nell'essenza, registrati in tutto il corpo.

… tutte le cosiddette malattie sono fasi di fisiologia speciale, e non ci sono sintomi forti e notevoli senza che si sia in presenza di un comportamento ripetitivo che faccia perdurare il programma biologico, con la conseguente cumulazione di sintomi cronici anche molto gravi.

Tutto ciò che chiamiamo malattia è dunque un programma biologico che perdura nel tempo.

Quando l’organismo è preso in contropiede
da un qualche rischio per la sopravvivenza,
reagisce in automatico con speciali programmi fisiologici
appresi nell'evoluzione.
L’espressione sintomatica di questi processi 
è ciò che chiamiamo “malattia”.

… l’emozione è infatti solo una successiva conseguenza del livello biologico, ne è l’ombra.
… è la percezione della cosa, e non la cosa in sé, ad attivare la risposta biologica.

Per evitare l’antico dolore instauriamo strategie
che si consolidano in routine di comportamento.

Si dice che il corpo parla, ascolta il tuo corpo”; in effetti non è che il corpo stia comunicando alcunché con l’obiettivo di attirare l’attenzione ed essere salvato, ma i sintomi che manifesta sono sempre il risultato di:
  •  il permanere in un gabbia,
  • la quale mantiene un’attitudine ripetitiva,
  •  che non permette al corpo di adattarsi alla vita come sa fare,
  • e costringerlo alla ricerca di un equilibrio, necessario per la sopravvivenza, attraverso programmi biologici di emergenza strutturati nell'evoluzione.

Le routine generano gabbie percettive invisibili
Nelle quali il passato si ripete senza fine.



Fonte: Noi siamo il nostro corpo, Mauro Sartorio

lunedì 8 giugno 2015

ESERCIZI PRATICI DI PSICOGENEALOGIA – Ann Ancelin Schützenberger

… Ho l’abitudine di dire che gli esseri umani sono come le mucche: ruminano e lo fanno per tutta la vita e per molte generazioni. Ruminano i propri segreti di famiglia, i propri lutti non risolti e le felicità passate, i sentimenti d’ingiustizia, i rancori, ecc. è una storia familiare che si ripete fino a coloro che smettono di ruminare, fino alla rivelazione del segreto.

L’intergenerazionale è ciò che accade tra diverse generazioni, nel corso di una vita, in maniera chiaramente detta o evidente. Ad esempio, un notaio trasmette la propria carica a uno dei suoi figli.
Il transgenerazionale è come una “patata bollente”, che passa di mano in mano e di generazione in generazione, e che brucia tutte le mani per le quali passa.

Non subite più la tensione dei lutti non elaborati (L’effetto Zeigarnik)
Cercate di ricordare. In seguito a un avvenimento grave, a un decesso o a un’offesa, non avete rimuginato a lungo su ciò che era accaduto o rimpianto quel che non era successo? Ad esempio: “Ah, se fossi partito prima, sarei arrivato prima che morisse”.
Questo ruminare al condizionale, che somiglia a un ritornello, può essere considerato come la conseguenza di un lutto non elaborato, di un percorso incompiuto o interrotto (Bluma Zeigarnik), che genera una tensione psicologica ed energetica che è necessario bloccare.

Questo effetto tormentoso legato agli incompiuti è oggi noto con il nome di effetto Zeigarnik.

La difficoltà sta nel dover elaborare il lutto in nome di generazioni che ci hanno preceduto, chiudere con il passato.

Come potreste fare per fermare questo rimuginare e voltare pagina? Dipende da ciascuno e da quanto è accaduto. Potete perdonare, certamente, ma non è l’unica soluzione. Ne esistono altre, che sono atti simbolici. L’importante è fare qualcosa.
Françoise Dolto, ad esempio, faceva scrivere su fogli di carta ciò che non andava, poi il foglio veniva sotterrato al cimitero o bruciato, per farla finita col passato.
Oppure si può cantare una ninnananna, per sciogliere la tensione legata alla morte di un bambino avvenuta secoli prima, magari ai tempi delle Crociate.
Oppure è possibile piantare un arbusto o una pianta, su una curva della strada che per qualcuno a cui si teneva si è rivelata mortale.
O ancora, restituire una parte di eredità ricevuta ingiustamente.
Non esiste una ricetta miracolosa. Sta a voi inventare, con i vostri propri mezzi, la reazione che vi converrà.

Aprite “il grande libro dei conti” della vostra famiglia (Lealtà familiari invisibile e inconsce)
Nel tracciare il vostro genosociogramma, vi troverete a interrogarvi sulle lealtà familiari che vi riguardano, aprirete “il grande libro dei conti” chiarirete il tipo di giustizia, e d’ingiustizia, che vige nella nostra famiglia, vedrete quali sono i modelli familiari su cui fate riferimento e chi li incarna.

Regole familiari: 4 domande da porsi, semplici ma cruciali

Quali sono le regole della famiglia?
Chi le elabora?
Chi detta le regole?
Chi le trasmette?

Uno psichiatra americano di origine ungherese, Iván Böszörmenyi-Nagi (1920-2007), all’inizio degli anni ’70 ha creato il concetto di “lealtà familiare invisibile”, un tipo di lealtà che ho a mia volta allargato all’inconscio.

Diventare adulti: essere liberi delle proprie scelte

La maggior parte delle persone agisce come gli è stato insegnato; altri fanno esattamente il contrario.
Ma cosa accade se faccio il contrario di ciò che facevano i miei genitori, che a loro volta hanno fatto il contrario dei loro genitori? Ebbene, mi ritrovo a fare la stessa cosa che facevano i miei nonni! E, anche in questo caso, non si muove comunque nulla. Credevo di liberarmi dei miei genitori opponendomi a loro, ma ho semplicemente creato con loro un legame di opposizione. Il nostro specifico interesse sta nel trovare una risposta che sia nostra, personale e non identica o all’opposto.


Quando si fa il proprio genosociogramma su sette o otto generazioni e vi si scrivono gli avvenimenti importanti (positivi o negativi), si può vedere finalmente chi sono gli uomini e le donne che hanno segnato la storia familiare come modelli irraggiungibili o inaccessibili, magari con il rischio di scoprire che ci sono modelli con i piedi di argilla e che il tale ammirevole bisnonno era invece incestuoso o pedofilo, cosa di cui è proibito parlare in famiglia. 


Fonte: Esercizi pratici di Psicogenealogia – Ann Ancelin Schützenberger



Altri testi di Ann Ancelin Schützenberger










mercoledì 13 maggio 2015

Psico-Bio-Genealogia. Le origini della malattia – Antonio Bertoli

Tutti nasciamo con un bagaglio molto consistente di attitudini, capacità, organizzazione, specializzazioni, e questo è vero sia sul piano biologico che su quello psicologico.

… ogni manifestazione individuale si configura come la migliore risposta che riusciamo a fornire alle sollecitazioni dell’ambiente in cui viviamo, una risposta che è il frutto di un’interazione tra il nostro apporto individuale e la miglior risposta che la specie e la nostra famiglia hanno fornito a problematiche uguali o simili.
Si tratta di veri e propri “programmi speciali” – per la maggior parte inconsci – che si attivano per risolvere gli squilibri che si generano o si sono generati nel corso della vita, la nostra e quella dei nostri genitori, dei nostri nonni, dei nostri bisnonni ecc., arrivando a certi livelli (biologici) addirittura ai nostri antenati ancestrali.

La Nuova Medicina di R.G. Hamer e la Psicogenealogia o psicanalisi transgenerazionale (che ha in Europa una capostipite in A.A. Schützenberg) costituiscono di fatto la complessificazione di due ambiti disciplinari ancora oggi molti restii al cambiamento, decisamente ancorati a una visione quantomeno ottocentesca dell’essere umano: una psiche da sondare, bagaglio di esperienze inconsce del bambino da zero a tre anni per la psicanalisi e la psicologia; un ammasso meccanico-elettrico-chimico di cellule da tagliare, cucire, riassemblare per la medicina.

Questa immagine dell’essere umano – e di conseguenze della realtà e della stessa conoscenza – è caduta a partire dall’inizio del Novecento grazie alla grande svolta costituita dalla teoria della relatività di Einstein.
La teoria dei sistemi (promulgata alla metà del secolo scorso) l’ha poi definitivamente distrutta, sostituendola con i principi dell’autoreferenzialità e dell’autoorganizzazione dei sistemi viventi che finalmente complessificano (e non complicano) la vita e le sue emergenze.

Riconnetterci con la vita su tutti i piani – biologico, familiare, individuale e relazionale – reinserirci nella grande ruota della vita, è necessario sia a livello di psiche che di corpo: se il senso della vita è metaforicamente e concretamente rappresentato dal sangue, infatti, i legami di sangue ne determinano in larga parte la salute, la salite del sangue.
La Nuova medicina e la Psicogenealogia costituiscono le nuove frontiere della medicina e della terapia psicologica.

… oggi l’essere vivente è visto come un sistema complesso dove ogni elemento è in relazione con ogni altro elemento all’interno di un’organizzazione in costante dialogo-scontro con l’ambiente in cui si muove e di cui fa a sua volta parte. Una rete di complessità di reti di intercomunicazione costante che fa di ogni individuo un biotipo (specie), un antropotipo (società), un genotipo (famiglia) e un fenotipo (specificità singola) al contempo.

Limitarsi a una sola di queste caratteristiche significa ridurre la complessità di un individuo a un solo punto di vista.

… lo studio della persona e della sua provenienza sul piano psichico si può definire “psicanalisi transgenerazionale” o “psicogenealogia”, e si tratta in sostanza dello studio dell’albero genealogico per evidenziare e analizzare le modalità di strutturazione dell’individuo e delle sue caratteristiche nell’arco delle generazioni, vale a dire come una persona viene “costruita” dalla storia delle generazioni che l’hanno preceduta.
Così come non c’è alcun dubbio che l’essere biologico sia il risultato finale di un’evoluzione il cui inizio risale ad almeno 3,5 milioni di anni fa, altrettanto si può dire che l’essere psichico, il quale è l’esito finale raggiunto dalla sua specie e dalle modalità particolari tramite le quali questa ha garantito la propria sopravvivenza, la propria riproduzione e la sua stessa evoluzione.
Queste modalità si riassumono concretamente nell’incrocio e nella relazione tra maschile e femminile che è alla base della vita, in altre parole, per l’essere umano, in quell’istituzione sociale – su basi biologiche ed evolutive – che è la famiglia.

Se a livello biologico il maschile e il femminile rappresentano i biotipi di base, essi lo sono anche sul piano psichico e genealogico, e si possono racchiudere in una formula che li riassume per l’uno e per l’altro livello: archetipi primari.
Gli “archetipi primari” sono quindi il maschile e il femminile, l’uomo e la donna, il padre e la madre, il figlio e la figlia.

La psico-bio-genealogia basata sulla teoria degli archetipi primari che qui viene presentata non ha nulla o poco a che vedere con il genosociodramma in senso stretto, con la genealogia e la psicogenealogia comunemente intesi e nemmeno con la Nuova Medicina tout court.

Questo approccio prende naturalmente in considerazione gli approdi e gli apporti della psicogenealogia e della Nuova medicina, e anzi se ne serve al massimo, però li fonde all’interno di un percorso più sistemico e forse più radicale per entrambi i punti di vista, i quali spesso (ma verrebbe voglia di dire sempre) si escludono a vicenda.

La grande potenza dell’inconscio – che la Nuova medicina chiama “psiche”, anche se non la identifica con esso – risiede nel determinare i conflitti e il tipo di risposta a questi conflitti, ma se l’inconscio è potente nel malessere può essere altrettanto potente per il benessere: oltre alla presa di coscienza, che rappresenta di per sé già il 70% di ogni guarigione, l’inconscio necessità cioè di una nuova informazione, per non tornare a ripetere e a radicalizzare ciò che ha imparato nel corso delle generazioni e dell’evoluzione.

… la presa di coscienza del conflitto rappresenta di per sé già il 70% della “guarigione”, anche nella terapia della Nuova medicina, ma se si tratta di processi inconsci c’è la necessità assoluta di fornire a questo – all’inconscio – una nuova informazione, affinché non torni a ripetere e a radicalizzare ciò che ha imparato nel corso delle generazioni precedenti e della nostra stessa biografia (ciò che ci ha portato al conflitto e alla sua soluzione biologica).

È proprio qui che interviene l’atto “paradossale” od “ordalia” nella definizione di M. Erickson e di J. Haley, l’” atto psicomagico” nella definizione di A. Jodorowsky, che atto risolutivo, un atto che io chiamo “poetico”, ma che nella sostanza è di fondo lo stesso per tutti: un’azione pratica – il più delle volte carica anche di un forte valore simbolico – perché il linguaggio dell’” agire” è l’unico che l’inconscio recepisce.
Il passaggio all’atto è fondamentale, dopo la presa di coscienza, e procede di pari passo con essa: in termini fisiologici, la presa di coscienza agisce sul sistema nervoso volontario, mentre l’atto agisce sul sistema nervoso neurovegetativo. La prima agisce sulla neo-psiche, cioè, mentre il secondo interviene sulla psiche arcaica.
È quindi il passaggio all’azione simbolica, “psicomagica” o “poetica”, che va propriamente a riequilibrare gli archetipi primari sul piano inconscio, che rappresenta l’approdo più difficile da raggiungere a livello terapeutico: un’azione che ristabilisce, radica una nuova informazione e incammina verso la nostra vera e unica strada, senza più incorrere nella ripetizione e nella recidiva.


Fonte: Psico-Bio-Genealogia. Le origini della malattia – Antonio Bertoli





giovedì 7 maggio 2015

Totm #41 - Essere o non essere

Se iniziamo veramente a considerare la questione dell’attenzione, avremo alcune strane sorprese. La nostra percezione del mondo si altererà in modo radicale. Iniziando ad usare la nostra attenzione come andrebbe veramente usata - come un’essenza - noi violeremo i limiti che il corpo impone sopra la nostra attenzione.
Il corpo è comunque una bassa forma di energia; non è così importante. Esso impone i suoi limiti; altrettanto fa la mente. Esistono limiti fisici, limiti psicologici, limiti emotivi; ed ogni volta che l’essenza usa l’attenzione come dovrebbe, questi limiti saranno violati.

Alla macchina non piace quando violiamo i suoi limiti auto-imposti. Siamo stati ben addestrati e ben indottrinati a trattare tali limiti come potenti tabù - talmente potenti che essi sono tutto fuorché inviolabili. Ogni singolo pezzetto di condizionamento che, nella vita, ci è stato versato dentro con munificenza da parte della vita organica, ogni singola unità di condizionamento della macchina, ed il condizionamento che noi, come essenza, abbiamo acquisito dentro, va in direzione opposta al corretto uso dell’attenzione.

Siamo intrappolati in quanto non possiamo usare la nostra attenzione. Ecco quello che ci tiene prigionieri - questo e nient’altro. Iniziando ad usare correttamente la nostra attenzione, tutti i limiti cadranno da soli. L’uso dell’attenzione da parte dell’essenza brucia tutti i limiti della macchina e quelli dei centri inferiori; cioè, l’uso dell’attenzione nel modo in cui dovrebbe essere usata, come dovrebbe essere intesa, nel modo in cui era destinata ad essere usata. Come ce l’abbiamo avuta sempre a disposizione, e non l’abbiamo mai usata.

Una cosa non usata si atrofizza, si intorpidisce e non è più usabile. L’esperienza di aver avuto una mano ingessata per un anno dovrebbe bastare a dimostrare la difficoltà di usarla, una volta tolto il gesso. Ci vorranno settimane, mesi o perfino anni per riacquistare la stessa libertà di movimento - se mai si riacquista pienamente.

Se non esercitiamo la nostra capacità naturale (e noi abbiamo in realtà due sole abilità, quella di essere qui, e quella di guardare le cose) se non esercitiamo queste due abilità, esse si atrofizzano.

Ora, il punto non è che si atrofizzeranno; si sono già atrofizzate. Dobbiamo renderci conto che iniziamo con dei muscoli molto cigolanti poiché inutilizzati. E ci faranno male. Come ogni muscolo nuovo o che non abbiamo usato da molto tempo.

Quando iniziamo ad usare l’attenzione come si dovrebbe, farà male; dobbiamo semplicemente aver la disciplina di continuare, di andare avanti giorno dopo giorno; e se lasciamo correre un giorno, non usando l’attenzione come dovremmo, se non la usiamo tutti i giorni, la perderemo. Un po’ come una lingua, se non la usiamo la perdiamo. Perdiamo qualunque capacità che abbiamo sviluppato, se non la esercitiamo.

Iniziando a riacquistare la nostra attenzione come dovrebbe essere, ci sentiremo come se fossimo stati a dormire per decenni, e forse per migliaia e milioni di anni. Inizieremo a ricordare noi stessi come veramente siamo, non come una macchina, ma a ricordare veramente noi stessi. L’unico modo in cui potremo farlo è di iniziare ad usare le nostre vere capacità, gli unici due poteri che effettivamente abbiamo; questo significa ri-addestrare la nostra attenzione.

Sarebbe interessante impegnarci proprio esattamente in questo - esercizi di attenzione appositi per aiutarci a riconquistare queste due abilità così profondamente importanti. E così tutto il resto brucerà da solo. Niente resisterà alla presenza di queste due cose.

Se riusciamo ad invocare la nostra stessa presenza nel presente, in questo spazio e in questo tempo, possiamo invocare noi stessi dovunque attraverso barriere dimensionali, dovunque vogliamo. Possiamo invocare noi stessi dovunque, quandunque ed in ogni circostanza. Ed essere dove vogliamo essere.
Se sviluppiamo la capacità di guardare, se impariamo a porre la nostra attenzione, a ritirarla da dove viene attratta, ed a porla dovunque vogliamo, questo di per se’ sarà tremendamente potente.

Se la nostra attenzione viene attratta dall’interesse, dalla fame, si radica lì, e non possiamo sollevarla di lì. Questa non è la nostra attenzione. Non ci appartiene. La nostra attenzione è stata attratta da qualcosa. Non abbiamo controllo su di essa. Dunque per riuscire a controllarla, dobbiamo esser capaci di ritirarla, di riportarla indietro e di porla di nuovo dove desideriamo; escludendo le intrusioni. La nostra attenzione dovrebbe essere nostra, non dovrebbe essere soggetta ad intrusioni.

Se siamo capaci di far questo, la nostra memoria tornerà. Sarà come se ci svegliassimo da un brutto sogno confuso. Saremo funzionanti come un se’ essenziale, come un’essenza. E questo è ciò che cerchiamo. Una situazione in cui possiamo imparare. Dove possiamo imparare che la nostra macchina è secondaria, ma anche che possiamo funzionare senza di essa. Noi desideriamo imparare ad assemblare la forma della macchina senza aver bisogno della macchina stessa. Dovremmo esserne capaci, ma non lo siamo, perché non abbiamo l’attenzione.

Quando un’attenzione altamente addestrata ed altamente disciplinata viene posta sulla macchina, la macchina stessa viene portata immediatamente in stato di veglia. Questo funziona solo con un’attenzione molto raffinata e molto potente. Può funzionare perfino per svegliare la macchina di qualcun altro, quando l’attenzione viene posta su di essa, sebbene dobbiamo stare attenti a non farlo.

Si possono fare anche altre cose con la nostra attenzione; solo facendola posare su qualcosa o qualcuno possono succedere delle cose.  Cose che alcuni possono chiamare magia o misticismo, ma questi termini sono fuorvianti. Le cose che accadono sono semplicemente effetti del collocamento dell’attenzione. Il potente collocamento dell’attenzione, o il collocamento di potente attenzione su un oggetto ha profonda influenza sull’oggetto.

Ricordate che, per definizione, l’attenzione è sempre specifica e la consapevolezza è sempre generale. Non è mai il contrario. Possiamo mettere la nostra attenzione su un oggetto, poi includervi, secondo un modello radiante, tutto ciò che sta intorno o è connesso ad essa, continuando ad espanderla indefinitamente.

Se togliamo l’attenzione via da tutto questo e la poniamo su un solo oggetto, tutta la nostra attenzione è, per il momento, solo su quell’oggetto. Ma la nostra consapevolezza generale è su tutto il resto. La nostra attenzione può aprirsi a ventaglio ed essere ancora specifica. Possiamo muoverla attorno come una torcia elettrica o un laser; solo un po’ più espansiva.

L’attenzione può espandersi o contrarsi, fermarsi e poi muoversi ancora; può essere sollevata del tutto, o essere divisa; ma è sempre specifica. Non è una consapevolezza generale. Dovremmo tener presente che ci sono due tipi molto differenti di guardare. Uno è consapevolezza generale e l’altro è attenzione.

L’attenzione non deve essere focalizzata, può essere “sfocalizzata”, o anche diffusa. Ma anche così non è ancora consapevolezza. Qui sono all’opera due cose. La consapevolezza viene da sola; si insinua tra le percezioni e le impressioni. Il termine “impressioni” significa “tutti i tipi di cose che ci arrivano”. Attenzione è qualcosa che noi dirigiamo; non è passiva, ma attiva.

L’attenzione dev’essere diretta intenzionalmente. Possiamo guardare un libro con la nostra consapevolezza, ma dirigere la nostra attenzione altrove. Possiamo richiamare indietro l’attenzione e dirigerla sul libro; è come una cosa fisica che prendiamo da dove si trova e mettiamo dove vogliamo.

Possiamo fare anche altre cose: possiamo togliere la nostra consapevolezza e mettere solo la nostra attenzione. In presenza di certe persone con alto grado d’attenzione possiamo sentire la differenza; c’è una precisa sensazione.

Non possiamo generare e dirigere le emozioni fin quando non riusciamo a lavorare con la nostra attenzione, poiché le emozioni - i veri stati d’animo - sono una funzione dell’attenzione. Non sono “sentimentali”, che significa “aver sensazioni fisiche prodotte dalla mente”; in Latino “sentire” significa “avere sensazioni fisiche” e “mens” significa “la mente”.

Operando con una consapevolezza generale, le nostre emozioni sono egualmente dipendenti dallo stimolo. Sono delle reazioni a stimoli. Ci interessa sviluppare qualcosa che non è una reazione o una risposta ad uno stimolo. Un qualcosa che viene da dentro, che proviene da noi. E perché venga da noi, dev'essere generato da noi. Non possiamo generarlo finche non ci alleniamo a farlo. Iniziamo dalle piccole cose. Partiamo da un punto atrofizzato, quasi un niente, e dobbiamo svilupparlo da soli.

Non è diverso da preparare più o meno qualsiasi esercizio che possiamo immaginare. Se non vogliamo farci male, dobbiamo prima fare un po’ di riscaldamento; arrivare a qualunque cosa sia molto lentamente. Dovremo prepararci.

Prendiamo la nostra attenzione e la poniamo su un bicchiere, per esempio. Il bicchiere pare essere infuso di luce, sembra più brillante, più vivo. Ha una sua auto-luminosità. La macchina non è più sveglia, ma quel tipo di attenzione - se diretta su di essa - la risveglierà. Se applicata al bicchiere, sveglierà un poco di più il bicchiere.

Dobbiamo lavorare con semplice attenzione. Prendiamola dal livello uno e portiamola avanti. Non ci dovremmo preoccupare di svegliare la macchina per ora. Quando poniamo l’attenzione che abbiamo attualmente sulla macchina, non succede nulla. Non c’è bisogno di chiederci perché! Quella che la maggior parte della gente chiama attenzione, e l’attenzione di cui stiamo parlando qui sono due cose differenti.
Impariamo facendo. Poco a poco, l’insegnamento dev'essere adattato al tempo, al luogo e alla gente.

Due, tre o quattromila anni fa, se fossimo riuniti a Sumer, per esempio, e dirigessimo la nostra attenzione sulla macchina, saremmo stati allevati durante tutta la vita con un certo tipo di attenzione, e potremmo contare sul fatto che quell’attenzione è del tipo che risveglia la macchina. Metteremmo l’attenzione sulla nostra macchina e sarebbe efficace. La nostra macchina si sveglierebbe e non sarebbe un grande shock.

Ma poiché siamo stati allevati in una società che è distruttiva rispetto a quel tipo di attenzione, all'uso dell’attenzione in questo modo, quando ci vien chiesto di porre sulla macchina la nostra attenzione, quest’ultima è talmente debole ed inefficace che non succede nulla di reale; non c’è l’effetto-risveglio. Non siamo maghi, stregoni, ‘sorcerers’, ‘sourciers’, qualcuno che è una sorgente; un ‘sorcerer’ è uno che è ‘causa delle cose’.

Poi c'è l'altra questione: da dove viene la nostra attenzione? Dapprima sembra provenire dai nostri occhi o da dietro di essi o da qualche punto dentro la testa, o attorno al corpo, o dentro di esso; potrebbe essere il petto, o la testa o la gola.

Ma in effetti la nostra attenzione non è in nessuna parte del corpo. Noi siamo associati con il corpo ed identificati con esso, ma non siamo per nulla vicini al corpo. La sorgente dell'attenzione, la nostra autentica collocazione, ci diverrà sempre più chiara; noi abbiamo una reale collocazione, ed una apparente.

Quella apparente è sempre stata ovvia; come essere, quella reale ci apparirà sempre più evidente, mentre esercitiamo la pratica dell'attenzione, come essa dovrebbe essere veramente usata. Certo, solo perché dovremmo usarla in quel modo non significa che ci venga imposto di usarla in quel modo. Se vogliamo avere vita come esseri, allora dovremmo usare l'attenzione come dovrebbe esser usata, poiché questo ci darà la chiave della vita.

Ma se decidiamo di non vivere come un essere, allora non c'è urgenza diretta di usare l'attenzione come un essere. In questo caso, qualunque uso o non-uso dell'attenzione va bene. La scelta è fra vivere come un essere, fra dischiudere la nostra vita come essere, oppure no. Essere o non essere, questo è il problema.

Fin quando non risolviamo questo problema, non possiamo procedere. Fin quando non prendiamo una decisione in un senso o in un altro, non sono possibili ulteriori progressi. Dobbiamo scegliere. Vivremo o continueremo come siamo. Prima va fatta questa scelta. Dopo, e solo dopo, possiamo iniziare a svelare il segreto della vita. Sto per vivere la vita come essere, oppure continuerò come ho sempre fatto. Adesso ci sta davanti questa scelta. E ci starà davanti fin quando decideremo in un senso o nell'altro.

Non possiamo evitare di scegliere. E nessuno può scegliere in vece nostra. Nessuno ci può incoraggiare in un senso o nell'altro; noi dobbiamo scegliere l'una o l'altra strada. O possiamo anche decidere di non scegliere; nel qual caso saremo ributtati laddove eravamo, prima di venire eccitati come esseri, prima di venir stuzzicati dai baffi del gatto, come un cristallo di germanio o un chip di silicone viene stimolato e fatto entrare in eccitazione.

Qualcosa ha eccitato il nostro essere e lo ha fatto venir fuori. Ora ci sta di fronte una scelta e non possiamo fare alcun movimento ulteriore, procedere oltre, o fare nulla finché no scegliamo l'una via o l'altra. La scelta non se ne andrà. Ci starà sempre di fronte. Non possiamo mendicare, comprare, prendere a prestito, ne rubare niente, con quella scelta davanti.

Si deve comprendere molto bene, questa scelta. Possiamo scegliere sia la vita dell'essere, il se' essenziale, sia la vita della macchina. Bisogna fare questa scelta prima di fare anche solo un semplice esercizio di attenzione. Altrimenti gli esercizi non ci faranno alcun bene. Perché dev'essere così? Qui c'entrano delle leggi reali, delle cose che si possono muovere come blocchi...

Non ci sono altre alternative. Possiamo sperimentare infilando le dita in una presa di corrente, ma dobbiamo fare una scelta, se vogliamo davvero fare esperienza di quanto ne conseguirà, se siamo in grado di prevederlo. Altrimenti i nostri sforzi saranno fuorviati di proposito. Se scegliamo la vita della macchina, essa non includerà una cosa come un esercizio di attenzione. Una volta decisa la strada, gli eventi avranno luogo di conseguenza.

Come diventa il corpo di una donna che fa body-building dopo che i muscoli si sono sviluppati? Il corpo somiglia molto a quello maschile, ma con muscoli di proporzioni più piccole. Grosse braccia e schiene ondulate, grandi bicipiti, e gambe grosse e spesse.

Chiunque decida di imbarcarsi in una classe di body-building deve veramente decidere se vuole che quello diventi il suo tipo di corpo. Prima di fare la più piccola cosa in termini di sviluppo del corpo, dobbiamo decidere se quello è ciò che vogliamo diventare; se vogliamo diventare una cosa grottesca così.

Immaginate come sarebbe grottesco per il se' essenziale svilupparsi secondo lo stesso concetto e divenire potente, molto più potente che nel corso ordinario degli eventi; nel corso ordinario della vita, generalmente un essere umano ha un se' essenziale molto poco sviluppato. Perciò avere un se' essenziale altamente sviluppato appare molto brutto per un essere umano medio; così strano, particolare, così alieno quanto ci appaiono queste creature dal corpo costruito.

Non potremmo proprio funzionare in un mondo umano, nel mondo ordinario, se fossimo così. Dovremmo rivestirlo dentro qualcosa; proprio come se costruissimo il nostro corpo in quel modo, dovremmo nasconderlo quando andiamo in strada. Potremmo solo scoprirlo tra altri body-builders.

Allo stesso modo, se sviluppiamo il se' essenziale lungo questa direttiva, svilupperemo la capacità del se' essenziale di auto-invocarsi. Ciò significa che saremo capaci di inviare noi stessi attraverso il labirinto, di sollevarci al di sopra del dedalo, e lasciarci cadere attraverso dove vogliamo cadere, usando alcuni trucchi topologici. Diverremo sciamani, viaggiatori e lavoratori nel Grande Labirinto.


Incontri con Fabio Pellegrini

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